Ucraina: più difficile l’annessione alla Nato

In un contesto internazionale segnato dal tragico evolversi del conflitto mediorientale, trova una parziale giustificazione la scarsa attenzione manifestata dalla stampa europea allo svolgimento delle elezioni per il rinnovo della Rada Suprema (parlamento) della Repubblica di Ucraina, svoltesi lo scorso 31 marzo.
Eppure il principale paese europeo dell’ex Unione Sovietica, dopo la Federazione Russa, non solo ha un peso rilevante nella scena continentale, per superficie (600.000 chilometri quadrati), per numero di abitanti (oltre 52 milioni) e per potenziale economico (risorse minerarie e agricole tali, da averla fatta definire in passato “il granaio dell’URSS”), ma riveste anche un’importanza strategica per la sua posizione geografica, a cavallo tra un’Europa ormai quasi completamente integrata nel sistema di alleanze militari e politiche occidentali, e una Russia indebolita dal logoramento del decennio postsovietico, sollecitata alle sue frontiere dalla pressione della NATO, che ha come obiettivo il definitivo ridimensionamento della potenza eurasiatica e addirittura la sua integrazione nelle strutture dell’alleanza.
L’assorbimento dell’Ucraina (che confina per migliaia di chilometri con la Russia) nell’Alleanza atlantica sottrarrebbe a Mosca parte consistente di quel controllo che essa riesce ancora ad esercitare nella regione del Mar Nero, e assicurerebbe all’Occidente, e in particolare agli Stati Uniti, una formidabile postazione, che si affiancherebbe a quelle della Turchia e della Georgia per rendere praticamente incontrastato il dominio sulle rotte del petrolio del Caspio e del Medio Oriente.
Si completerebbe così il progetto, avviato con l’assalto alle spoglie della Jugoslavia e perfezionato con l’ingresso (più o meno compiuto) di quasi tutti i paesi dell’ex area socialista nella NATO e con il tentativo di destabilizzare chi ancora oppone qualche forma di resistenza lavorando per attivare meccanismi in grado di far procedere verso forme di integrazione (anche sul piano della difesa) tra i paesi dello spazio postsovietico.
Non è casuale che, praticamente in coincidenza con la campagna elettorale ucraina, si sia proceduto a frenetiche trattative per l’ingresso delle vicine Romania e Bulgaria nella NATO e che centinaia di militari USA abbiano assunto il controllo delle basi e delle strutture già in dotazione al Patto di Varsavia, oppure che, nella confinante Moldavia, forze nazionaliste filoromene, appoggiate da circa 500 agenti dei servizi di Bucarest, abbiano scatenato violente manifestazioni anticomuniste e antirusse contro il governo del presidente Vladimir Voronin, rivendicando apertamente l’annessione alla Romania e invocando l’intervento occidentale1 .
La stessa vigilia elettorale in Ucraina è stata caratterizzata da pesantissime pressioni per assicurare la vittoria delle forze politiche capeggiate dall’ex primo ministro Viktor Iuschenko.
Questo personaggio, alfiere del liberismo più spietato, è espressione della borghesia “compradora” e del più esasperato nazionalismo, radicato soprattutto nelle regioni occidentali, e aveva guidato il governo fino alla primavera dello scorso anno.
Strumentalizzando una giustificata protesta di massa contro i metodi scandalosi di stampo mafioso usati dal presidente della Repubblica Leonid Kuchma, aveva cercato di assumere il pieno controllo del paese, assicurandone “la definitiva integrazione nel consesso civile dell’Occidente”, attraverso la pedante applicazione delle ricette del FMI, la richiesta di adesione alla NATO, e soprattutto il rifiuto della svolta verso una più stretta collaborazione con la Russia, avviata dal suo concorrente pochi mesi prima, in netta controtendenza rispetto agli orientamenti prevalentemente filoccidentali manifestati negli anni precedenti2.
Il piano di Iuschenko (che i suoi avversari dicono ispirato da Zbignew Brzezinski3) falliva, quando i comunisti (allora prima forza parlamentare) decisero di assumere un ruolo decisivo nel determinare la caduta del suo gabinetto.
La scadenza elettorale, in cui al blocco di una decina di partiti raccolti attorno all’ex premier, chiamato “Nostra Ucraina”, si è affiancato quello capeggiato dall’ultraliberista Julia Timoshenko, doveva servire a rilanciare il progetto di Iuschenko.
Egli avrebbe così potuto aspirare ad una facile vittoria nelle elezioni presidenziali, che si sarebbe dovuta realizzare – come hanno evidenziato numerosi osservatori russi ben informati – in condizioni tali da giustificare lo scatenamento di una campagna esasperata, che prevedeva moti di piazza, in uno “scenario jugoslavo”4.
A fronteggiare la destra liberista e nazionalista di Iuschenko si è schierato un blocco eterogeneo, profondamente diviso su diverse opzioni strategiche, il cui unico filo unificante è parso essere quello di pronunciarsi, seppur con accenti più o meno marcati, per il proseguimento della politica di collaborazione con la Russia.
Si tratta, in primo luogo, dello schieramento centrista, che fa perno su due formazioni in particolare: il blocco, chiamato “Per l’Ucraina unita!”, che raggruppa i partiti che sostengono il presidente della repubblica, guidato dal capo dell’amministrazione presidenziale Vladimir Litvin e il Partito socialdemocratico (unito), che si definisce di centro-sinistra, sostenuto da alcuni gruppi industriali e considerato il più strutturato dei partiti ucraini dopo quello comunista, il cui leader è Viktor Medveciuk.
In particolare, gli orientamenti di “Per l’Ucraina unita!” sono condizionati dal peso enorme (anche se non esclusivo) che, al suo interno, hanno i settori che esprimono gli interessi dei potenti gruppi oligarchici che controllano le installazioni industriali e minerarie create in epoca sovietica nelle regioni orientali, abitate in prevalenza da popolazioni russe e russofone e che dipendono strettamente dagli approvvigionamenti energetici forniti dalla Russia.
Il leader del blocco Litvin ha posto particolare enfasi, durante tutta la campagna elettorale, sul significato dell’amicizia con il vicino russo, abbandonando quasi completamente gli accenti nazionalisti ucraini che avevano contraddistinto in passato anche alcune delle formazioni vicine a Kuchma: in tal modo Litvin è parso proporsi come possibile candidato di un ampio schieramento filorusso (non ostile a convergere tatticamente con i comunisti), in alternativa allo screditato Kuchma, che, anche se giunto alla fine del suo mandato, ha dato l’impressione, in alcune occasioni, di essere intenzionato a ricandidarsi una terza volta, a costo di modificare la legge elettorale.
Sul versante di sinistra dello schieramento politico ucraino si collocano due partiti, di rilevante peso elettorale.
C’è il Partito socialista di Ucraina di Aleksandr Moroz, di orientamento socialdemocratico, fortemente critico della politica di Kucma e attraversato, alla base e al vertice, da divisioni tra i fautori di una politica unitaria con i comunisti e coloro che propendono addirittura per l’interlocuzione con il blocco di Iuschenko.
Prima forza della sinistra e, fino alle elezioni, primo partito del paese, è comunque il Partito comunista di Ucraina (capeggiato da Piotr Simonenko), fiero oppositore dei processi di restaurazione capitalistica, collocato su posizioni di intransigente contrapposizione ad entrambi i “blocchi borghesi” e anch’esso fautore convinto dell’allontanamento dalla scena di Leonid Kuchma.
Di conseguenza i comunisti si pronunciano energicamente per la limitazione dei poteri presidenziali, auspicando il primato del parlamento, da eleggere con un sistema rigidamente proporzionale5.
Ma il PCU è considerato anche la forza che più conseguentemente si batte per una politica di amicizia con la Russia. Il partito pone al centro della sua strategia, indicandolo come obiettivo essenziale da raggiungere nell’attuale fase della sua lotta, il ripristino di uno spazio comune delle repubbliche postsovietiche. Secondo i comunisti, l’Ucraina dovrebbe affiancarsi senza indugi a Russia, Bielorussia e Moldavia, che oggi appaiono determinate a dar vita a una nuova “Unione” politica, economica e militare, in grado di contrastare il progetto egemonico dell’occidente, e, in particolare degli Stati Uniti, che fa conto su possibili processi di ulteriore disgregazione della ex URSS6.
Il Partito comunista è anche intransigente paladino dei diritti della minoranza russa, i cui diritti sono stati ripetutamente violati nel decennio postsovietico, e si pronuncia per il riconoscimento al russo dello status di lingua ufficiale7.
Abbiamo accennato alle pressioni per favorire la vittoria di Iuschenko. La vigilia elettorale è stata un crescendo di incredibili interferenze esterne. L’amministrazione USA ha fatto ricorso a qualsiasi espediente, per condizionare il risultato della consultazione. Le circa 300 istituzioni “culturali”, finanziate da istituzioni americane, hanno dispiegato un lavoro capillare. Le trasmissioni delle emittenti USA in lingua ucraina, da Praga hanno diffuso in continuazione discorsi e messaggi di Iuschenko e Timoshenko. I giornali a più alta tiratura si sono schierati compatti a fianco di “Nostra Ucraina”. Gli istituti demoscopici sono stati messi letteralmente al servizio dello schieramento “filoccidentale”: la prestigiosa fondazione “Gallup”, poche ore prima delle elezioni, rendeva noto un sondaggio che attribuiva al solo Iuschenko il 33% dei voti (contro il 15% dei comunisti), quota che, in considerazione dell’assegnazione di parte consistente dei seggi con il sistema uninominale, avrebbe assicurato a “Nostra Ucraina” la maggioranza assoluta nel parlamento. Questo, nell’intenzione dei protettori americani, doveva risultare comunque l’esito finale. In tal senso è arrivato a pronunciarsi addirittura il Congresso degli Stati Uniti, provocando un incidente diplomatico che si è tradotto in una vibrata protesta ufficiale dell’amministrazione di Kiev, in un intervento durissimo dello stesso presidente Kuchma, nella richiesta da parte dei comunisti di espulsione dell’ambasciatore USA e, addirittura (a testimoniare ulteriormente di quanto sia infondata la tesi della “piena concordanza strategica” tra Russia e USA) nella indignata reazione dell’ambasciatore russo Viktor Chernomyrdin, che, affermando di non aver mai assistito “a niente di simile”, suggeriva all’Ucraina di rispondere per le rime8.
Come se niente fosse, il giorno prima della consultazione, lo stesso Zbigniew Brzezinski lanciava un suo personale messaggio agli elettori, dichiarando di non avere dubbi sul fatto che “l’Ucraina farà certamente parte della comunità euroatlantica” e precisando che ciò significa “l’appartenenza alla NATO”9.
A inasprire il clima concorreva anche la virulenza della campagna nazionalista e, in alcuni casi apertamente fascista, condotta da una parte rilevante delle forze che si sono raccolte attorno a Iuschenko, senza che ciò scuotesse più di tanto l’opinione pubblica occidentale: ad esempio, alcune amministrazioni locali delle regioni occidentali, come quella di Ivanovo Frankovsk, hanno deliberato la piena riabilitazione dei collaborazionisti della famigerata 14° divisione SS “Galizia”, macchiatasi di delitti inenarrabili contro la comunità ebraica e il movimento partigiano, suscitando un altro caso diplomatico, dopo la pronta reazione unanime del governo e del parlamento russi.
Nello stesso tempo i comunisti (uniche vere vittime di discriminazioni) dovevano subire non solo violenze fisiche e minacce a militanti e sedi, e attacchi nei luoghi di lavoro (compresi numerosi licenziamenti), ma anche l’aperto sabotaggio della loro campagna elettorale, condotto con metodi mafiosi, non solo nell’occidente del paese, ma anche nelle regioni orientali e meridionali da parte dei clan legati al blocco vicino a Kuchma.
Proprio se si tiene conto delle pressioni, dei condizionamenti e delle implicazioni di carattere internazionale della posta in gioco, diviene evidente che il risultato delle elezioni ha rappresentato, ad avviso di molti commentatori, una battuta d’arresto di quella che doveva rappresentare la marcia inarrestabile di Iuschenko verso il pieno controllo del paese.
Se esaminiamo i risultati della consultazione (a cui hanno preso parte oltre 24 milioni di elettori, il 69,2%) sicuramente il blocco di destra “Nostra Ucraina” si afferma come prima forza del paese, dominando nelle regioni occidentali, e aumentando i consensi anche in altre parti del paese.
Ma è certo che il 23,5% e i 110 seggi ottenuti dalla coalizione di Iuschenko (a cui vanno aggiunti il 7,2% e i 25 deputati del blocco Timoshenko) non permettono agli “occidentalisti” di condizionare incontrastati il futuro politico dell’Ucraina, senza in qualche modo ricercare compromessi con altre forze borghesi.
Tale mediazione non è certamente da escludere, ma, comportando un necessario ammorbidimento almeno dei toni più sciovinisti del programma di “Nostra Ucraina”, rischierebbe di pregiudicare l’appoggio dei settori più oltranzisti del nazionalismo e innescare un processo di implosione della coalizione realizzata lo scorso anno (con il concorso determinante di partiti di destra delle regioni transcarpatiche che si pronunciano apertamente per la secessione dell’Ucraina occidentale10), tale da insidiare le velleità presidenziali dell’ex premier.
Gli osservatori politici russi, che temevano fortemente il dilagare dello schieramento filoccidentale, hanno potuto tirare un sospiro di sollievo. Dei sei blocchi elettorali che hanno superato la soglia del 4% che permette di entrare in parlamento, ben quattro possono considerarsi, seppur in diversa misura, fautori di una stretta collaborazione con la Russia.
Il blocco elettorale presidenziale “Per l’Ucraina unita!” ottiene – anche in virtù di gravi brogli e di pressioni a danno dei comunisti denunciati con forza dal loro leader Simonenko – un più che lusinghiero 11,8% e, soprattutto, la vittoria in un gran numero di collegi uninominali. In virtù dell’iniquo meccanismo elettorale, “Per l’Ucraina unita!” riesce persino a diventare il primo gruppo parlamentare, con 130 deputati.
Nello schieramento centrista vanno compresi anche i 25 seggi ottenuti dai socialdemocratici (uniti) di Medveciuk, che raggiungono il 6,3%.
A sinistra i socialisti di Moroz si attestano sul 6,9%, conquistano 20 deputati, esclusivamente nella parte proporzionale.
Il Partito comunista di Ucraina arretra in voti e seggi, rispetto alla consultazione precedente e perde il suo primato tra i gruppi presenti alla Rada suprema: i comunisti oggi occupano il terzo posto, con 67 deputati, avendo conquistato solo 8 mandati uninominali. I comunisti riescono comunque, contro tutte le previsioni dell’immediata vigilia elettorale, a mantenersi al di sopra del 20%11, confermandosi primo partito in 10 regioni del paese (ad esempio nella Repubblica autonoma di Crimea, a Dnepropetrovsk, Kharkov, Zaporozhie e Odessa). In particolare in Crimea, abitata per quasi il 70% da russi, il PCU ottiene la maggioranza assoluta dei voti e dei seggi nel parlamento locale, sebbene il presidente in carica, il popolarissimo Leonid Grach, eletto comunque alla Rada nel suo collegio di Simferopoli con oltre il 70% dei suffragi, sia stato arbitrariamente escluso dalla competizione.
La conferma, non scontata, della forza comunista è stata rilevata da numerosi commentatori, che non hanno mancato di marcare il ruolo di “ago della bilancia” che oggi potrebbe svolgere il PCU, qualora dovesse scegliere, nel definire la sua futura collocazione parlamentare, motivazioni di ordine internazionale (nel senso di preservare l’Ucraina dalle manovre annessioniste ed espansioniste della NATO, in nome dell’unità con la vicina Russia), rispetto alla più che giustificata intransigenza, fino ad ora manifestata nei confronti della devastante politica economica e sociale avviata con la dichiarazione di indipendenza del 1991.
In tal caso, di fronte alla prevedibile uscita di scena di Kuchma e al persistere del “pericolo Iuschenko”, da fonti autorevoli non viene esclusa una futura convergenza dei voti comunisti su candidati alla presidenza della repubblica che, in qualche misura, offrano garanzie rispetto all’accelerazione di processi di integrazione con i vicini della ex URSS.
Sulla possibilità di un simile scenario così si esprime un attendibile commento di ispirazione governativa russa, apparso all’indomani delle elezioni ucraine: “…quando la febbre elettorale sarà scesa, sia Simonenko che Moroz capiranno che essi non sono preparati alle elezioni presidenziali, quanto lo è Iuschenko…Ma da ora alla scadenza prevista dalla legge sulle elezioni presidenziali, la situazione può cambiare: nel campo filorusso stanno emergendo nuove forti personalità…Tale prospettiva si presenta del tutto credibile, se Litvin e Medveciuk, che dispongono di risorse amministrative e moderne tecnologie politiche, saranno capaci di formare una coalizione con i comunisti e i socialisti, che contano su un elettorato stabile e una grande esperienza di lavoro tra le masse…Con l’uscita di Leonid Kuchma, il blocco “Per l’Ucraina unita!” si trasformerà sempre più nel partito di Vladimir Litvin. Allora sarà difficile non riconoscere che hanno contribuito alla popolarità della politica di Litvin i suoi interventi filorussi alla vigilia delle elezioni parlamentari”12.

Note

1 Le provocazioni tese a destabilizzare il piccolo paese ex sovietico (che dopo un decennio di “liberismo selvaggio”, ha riportato democraticamente al governo i comunisti e rivendica orgogliosamente il proprio diritto a non essere assorbito nella NATO) sono culminate l’11 aprile in uno spaventoso attentato alla sede del giornale comunista “Kommunist”, che ha rischiato di trasformarsi in una strage. Il Partito comunista di Ucraina, nell’invitare alla solidarietà internazionalista con i comunisti moldavi, non ha mancato di mettere in evidenza la stretta correlazione tra quanto successo in Moldavia e la situazione a Kiev. “No al terrore anticomunista!”. Dichiarazione del presidium del PC di Ucraina, in relazione all’esplosione avvenuta alla redazione del giornale “Kommunist”. www.kpu.kiev.ua , 19 aprile 2002.

2 Sugli sviluppi della situazione nell’Ucraina postsovietica rimandiamo a un nostro precedente lavoro.Mauro Gemma, “L’Ucraina al bivio: tra l’adesione all’occidente e l’integrazione nell’ex spazio sovietico”. “L’Ernesto”, n. 4 luglio/agosto 2001.

3 “New stage in Brzezinski plan for Ukraine”. www.strana.ru , 29 luglio 2001.

4 Serghej Markov, “Non dobbiamo permettere una variante jugoslava in Ucraina”, www.ukraine.ru , 1 aprile 2002.

5 Paradossalmente la situazione creatasi dopo le elezioni potrebbe far sì che, sulla questione del modello istituzionale, si realizzi una convergenza tattica tra i comunisti (e i socialisti) e le destre di Iuschenko e Timoshenko, come testimonia un documento comune, firmato dai gruppi parlamentari comunista, socialista e dei due blocchi liberal-nazionalisti, che chiede “di riformare il sistema elettorale, introducendo il sistema proporzionale per l’elezione della Rada Suprema, in modo da creare meccanismi in grado di corrispondere alla configurazione politica del paese”. “Nostra Ucraina, il blocco Timoshenko, PSU e PCU hanno sottoscritto una dichiarazione politica”, www.korrespondent.net, 25 aprile 2002.

6 È significativo che proprio il leader comunista Simonenko sia stato l’unico, tra i dirigenti delle forze politiche ucraine, ad essere ricevuto dal presidente russo Vladimir Putin, pochi giorni prima delle elezioni. All’indomani dell’incontro il PCU ha diffuso una nota in cui viene sottolineato che Putin ha voluto incontrare Simonenko “in quanto autorevole e stimato leader del partito politico, che contribuisce in maniera rilevante alla realizzazione e al rafforzamento di una salda amicizia tra i tre popoli slavi fratelli, russo ucraino e bielorusso”. www.kpu.kiev.ua , 19 marzo 2002.

7 Il PCU è stato tra i promotori, su tale questione, di un referendum tra i cittadini della grande città di Kharkov, raccogliendo l’83% dei consensi attorno alla sua proposta.

8 “Chernomyrdin è indignato per l’ingerenza USA nel processo elettorale in Ucraina”. www.strana.ru , 22 marzo 2002.

9 La dichiarazione di Brzezinski è apparsa sul quotidiano “Kyiv Post” il giorno stesso delle elezioni.

10 Sui rischi di secessione così interviene il leader comunista: “(L’azione delle destre) porterà alla divisione dell’Ucraina. La parte occidentale cadrà sotto l’influenza dell’America, l’est sotto quella della Russia e la Crimea sotto l’influenza della Turchia”. Piotr Simonenko, “I poteri attuali vogliono la divisione dell’Ucraina”. www.izvestia.ru , 1 aprile 2002.

11 Ben cinque liste di disturbo, “alla sinistra” dei comunisti, che hanno ricevuto un trattamento privilegiato da parte di molti “media”, non hanno superato lo sbarramento del 4%, disperdendo oltre il 5% dei voti.

12 Nikolaj Uljanov, “Nel parlamento dell’Ucraina domineranno le forze amiche della Russia”, www.strana.ru , 1 aprile 2002.