Ucraina: dal golpe della destra all’abbraccio della Nato

“Un avvenimento storico”, sono state le parole esultanti di George Robertson, segretario generale dell’Alleanza Atlantica, in riferimento alla riunione del Consiglio della Nato del marzo scorso svoltasi per la prima volta nel territorio di un Paese non membro, e più precisamente nella capitale dell’Ucraina, Kiev. In quella che fu per importanza la seconda Repubblica dell’Unione Sovietica la rielezione a presidente, nel novembre del ‘99, di Leonid Kutchma, preceduta da una campagna ricolma di scandali, accuse di falsificazioni e di forti manipolazioni e prevaricazioni da parte del potere, ha aperto la strada a una nuova escalation controrivoluzionaria del cosiddetto riformismo liberale e al rinsaldamento delle forze filo-occidentali. Kutchma ha vinto al secondo turno contro il candidato, e primo segretario, del Partito Comunista dell’Ucraina (PCU), Piotr Simonenko, che ha ottenuto il 37% dei voti, in un processo elettorale che, a detta persino degli osservatori occidentali, è stato caratterizzato da una serie innumerevole di irregolarità.

Il momento culminante dell’offensiva reazionaria si è avuto a febbraio, quando, con un vero e proprio golpe di palazzo (pudicamente chiamato “seduta alternativa” del parlamento), sono stati destituiti sia il presidente che il primo vice-presidente del parlamento (rispettivamente del Partito Rurale e del PCU), eleggendo alla carica di presidente delle Camere l’alleato di Kutchma e leader del Partito Popolare Democratico, Ivan Pliùch.

Le prime misure della nuova “maggioranza parlamentare” sono state la rimozione della simbologia sovietica (falce e martello) dal palazzo del parlamento e l’abolizione della festa ufficiale della Rivoluzione d’Ottobre. Alcuni deputati sono arrivati persino a proporre la soppressione della festa del 1° maggio …

Decisiva per l’alterazione dei rapporti di forza (che ha ridotto la vecchia “maggioranza” delle forze di sinistra a una “minoranza” di 157 deputati) è stata la pubblicazione, verso metà gennaio, di un decreto del presidente Kutchma che imponeva la realizzazione per il 16 aprile di un referendum in sei punti, tra i quali lo scioglimento anticipato del parlamento, la facoltà per il presidente di revocare l’immunità parlamentare e l’approvazione della (nuova) costituzione attraverso referendum nazionale e non per maggioranza qualificata nel parlamento. Il leader del Partito Rurale, Sergiej Dovgan, definisce la situazione politica in Ucraina come un processo di formazione di uno Stato autoritario: “Non siamo ancora al fascismo, ma sì al potere autoritario dei gruppi mafiosi”. Il PCU, maggior partito nazionale, ha reagito dichiarando il referendum incostituzionale. Nonostante il peso delle illegalità e dei voltafaccia, l’incertezza continua ad aleggiare nei corridoi del potere. L’appena insediato primo ministro ha dichiarato, annunciando un piano di austerità, che ci restano solo pochi mesi, che potrebbero essere l’ultima chance per l’Ucraina. Di fatto, la situazione economica è ai limiti del caos e il settore dell’energia (estremamente dipendente dalla Russia) è sull’orlo del collasso. Mosca ha recentemente indurito la sua posizione, finora alquanto “comprensiva”, sul debito ucraino, volendo con ciò dimostrare che non ha proprio nessuna intenzione di “finanziare” l’avvicinamento dell’Ucraina alla sfera di interessi e di influenza degli Stati Uniti e della Nato.

L’Ucraina è una pedina importante, se non cruciale, nello scacchiere geo-politico e strategico concepito per questa zona dagli USA, i quali mirano a indebolire la Russia tanto quanto sia necessario agli interessi imperialisti nordamericani. È la stessa signora Albright a rivelarlo quando afferma, in una conferenza a Washington, che l’Ucraina, partner e amico degli Stati Uniti, è una delle “quattro democrazie-chiave” (assieme a Colombia, Indonesia e Nigeria), “con possibilità di divenire la principale forza motrice per raggiungere stabilità e progresso nella propria regione”. L’Ucraina, ha detto, è il Paese-chiave nella costruzione di un’Europa sicura e non divisa, aggiungendo: Se il 1999 è stato rilevante per ciò che non è successo (l’economia ha evitato il crollo completo e i comunisti non sono tornati al potere), quest’anno sarà rilevante per le riforme strutturali che verranno fatte. E Kutchma ha brillato per lo zelo dimostrato nel procurarsi il sostegno costante degli americani. Nonostante le ripetute dichiarazioni di “partnership strategica” con la Russia (ribadite da Kutchma anche nell’ultimo vertice, tenutosi a Mosca nel febbraio scorso, della Comunità di Stati Indipendenti), la politica governativa muove passi concreti in direzione degli USA e della Nato: di recente Kiev si è astenuta, all’ONU, in una votazione preliminare su una proposta russa contraria alla revisione del trattato anti-missile del 1972 (il SALT 1). E nell’ultimo – già citato – consiglio Nato si è siglato un accordo per il rafforzamento della cooperazione militare con l’Alleanza.

Contemporaneamente, il Parlamento ucraino ratificava l’accordo che regolamenta lo status giuridico delle truppe e dei militari dei Paesi della Nato nel territorio nazionale, nell’ambito del programma “Partnership per la pace”, al tempo stesso che il ministro ucraino degli Affari Esteri dichiarava, dopo un incontro con Robertson, che la Nato è un’alleanza difensiva (fatevelo dire dalla Jugoslavia …) di Paesi democratici, in grado di sostenere efficacemente la pace, la sicurezza e la stabilità nello spazio euro-atlantico. L’impeto pacifista è giunto al culmine con l’annuncio della formazione di un “battaglione della pace”, costituito da Georgia, Ucraina, Uzbekistan, Azerbaijan e Moldavia. Nonostante tutto questo Evgeni Marchuk, responsabile del Consiglio Nazionale di Sicurezza dell’Ucraina, avverte che l’orientamento filo-atlantico non è accolto dalla società con sufficiente entusiasmo, e pertanto bisogna neutralizzare la sinistra, identificarla come nemica dello Stato e condurre una campagna nazionale di agitazione e propaganda per la formazione di una vasta corrente di opinione “pro-europea” e dei meccanismi per un solido appoggio politico a favore dell’”opzione europea”. Il golpe contro il parlamento, il “referendum costituzionale”, il nuovo progetto di legge che restringe ulteriormente l’uso della lingua russa (lingua materna per oltre metà della popolazione) e infine l’attacco, nel marzo scorso, alla sede di Kiev del PCU perpetrato da un gruppo ultra-nazionalista dimostrano che il piano ventilato da Marchuk procede con il vento in poppa. È un piano che non avrà forse vita facile, in quanto una parte rilevante del popolo ucraino vi si oppone (per non parlare di come potrebbe reagire una Russia naturalmente inquieta nel ritrovarsi le forze della Nato dislocate sui propri confini), ma questa è un’altra zona calda dove l’imperialismo è pronto ad attaccare.

(Traduzione a cura di L. M.)