Trilogie,Frammenti,Le chele del Cancro,Poesie senza musica e Discrepanze

Il compagno Alessandro Valentini, dirigente nazionale del PRC, ha recentemente pubblicato una raccolta di poesie ( “ Poesie”, Edizioni Azimut, pagine 253, Euro 12 ) che ci ha positivamente sorpresi per la densità e la particolarità del linguaggio ( segno del lavoro che su di esso è stato fatto, compito prioritario ed essenziale per ogni poeta non velleitario), per la profondità culturale di cui è intrisa, per la forza con la quale si evocano i temi che hanno caratterizzato la vita dell’autore: l’impegno sociale e politico, lo studio, la poesia stessa, l’amore ( nelle sue varie forme: da quelle più febbrilmente carnali a quelle più evocativamente romantiche – molte meno, per la verità, essendo l’ironia per la vita nella sua totalità una cifra assoluta della poesia di Valentini).

Con il compagno Valentini abbiamo condiviso – sin da ragazzi e per lunghi anni – una battaglia ed un impegno politico volti “alla difesa e al rilancio del comunismo” : sappiamo di usare parole grosse, certo ambiziose ed esagerate, rispetto alle nostre forze, ma lo facciamo – come si dice – giusto per capirci, per capire cosa cercavamo, per cosa – per dirla gramscianamente – “ci agitavamo”; e comunque il punto è che tali parole riflettevano esattamente, se non la realtà oggettiva, quantomeno i nostri comuni desideri di allora ( e per la verità ancora, per noi – ormai sprovvisti di Valentini – di oggi…).

Il fatto che in questa nuova fase noi siamo impegnati per il progetto dell’unità dei comunisti e Valentini ( rimasto nel nostro Partito, Rifondazione) si sia schierato, all’ultimo Congresso, con la cosiddetta “area Vendola”, non può certo compromettere ( sarebbe una barbarie, che rifiutiamo politicamente e persino – per tutto ciò che può significare – anche filosoficamente ) il rapporto di stima e di affetto che abbiamo per lui. Se occorrerà, quando occorrerà, faremo contro le posizioni di Valentini una battaglia politica ( e solo politica).

Ma ciò non potrà esimerci – come oggi non ci esime –, oltre che di continuare a volergli bene, anche di apprezzare il suo lavoro poetico, che ci ha stupiti e meravigliati, che ha acceso in noi – come solo la poesia vera sa fare – momenti di inquietudine e di incanto, di malinconia sottile assieme al suo contrario: la passione di vivere.

Con questi versi, Sandrone, ci hai fatto un bel regalo. Noi possiamo ringraziarti in un solo modo: tentando di estendere e far conoscere questo tuo regalo ad altri .

Fosco Giannini

Dalla raccolta “ Poesie” pubblichiamo dei versi di Valentini del 1980, particolarmente significativi per ciò che ci dicono rispetto al lavoro sul linguaggio, sull’assunzione degli altrui – grandi – linguaggi poetici e sulla “liberazione” da essi per giungere ad una poesia e ad un linguaggio propri.

CASA MIA

(Dalla lettura de “La ricchezza” di P.P. Pasolini)

Ora comprendo, caro Pasolini, il tuo desiderio
di liberarti dall’ansia che rende così stupende
queste notti antiche. Anch’io mi rifugio
(quando il fiume dei ricordi dilaga) nella pace
della mia casa, al Gianicolo, verso Villa Pamphili,
sconfinato prato verde che diffonde su Piazza Ottavilla
e Via Fonteiana il buon odore dei boschi e la freschezza
della rugiada.

Dall’ultima stanza del mio appartamento
(quella più disadorna, dove non si rintraccia
alcun effimero piacere e dove l’animo mio
famelico si specchia) poderose provengono le note
della Nona di Beethoven, con le sue trombe e i suoi violini,
strettamente ancorata alla vita,
non temendo però gli abitanti delle tombe
e la morte.
Nella camera da letto (da dove odo i rintocchi
della campana di San Pancrazio e dove ognuna
delle mie donne mi possiede) sono rinchiuse invece
le mie passioni, scritte sul Cancro di Gentilini
che domina la stanza e il letto. E qui vivono le mie regine:
vi è la donna di Attardi con i seni nudi,
l’impaurita Venere di Milo di Sughi e il viso capriccioso
di Caruso.
In questi quadri vi è tutto l’amore che ho trovato
da quando ricerco un po’ di dolcezza nel fragile desiderio
di riprovare Miss. D. i tuoi affettuosi e futili dispetti
e inganno il tempo e i pensieri tentando di rubare
al dio clessidra granelli di sabbia, per confondere al mio io
le ragioni di un’età finita. Nella mia casa, al contrario,
tutte le ore m’appartengono, anche se, giorno dopo giorno,
consumo, scellerata come una puttana ma bella più di una ballerina,la vita.
Ho appeso nell’armadio il mio vestito da Arlecchino
e nudo, in questo mio regno nudo, anche a Dio, se dinanzi
mi si parasse, strapperei, digrignando i denti e con rabbia,
la barba. È nel mio studio però, in mezzo a quintali
e quintali di carta stampata, dove tutto e stato
già scritto e detto, che assaporo la maturità
dei miei anni.
Qui la verità e i sogni si chiamano,
le disillusioni con le chimere si prendono per mano,
il passato e il futuro si abbracciano.
Questa stanza è la mia esistenza. Ogni scaffale della libreria,
diviso intelligentemente per argomenti, è un pezzo di me.
E mentre ammucchio sulla scrivania libri e giornali
sulla riforma dello Stato, l’ultimo romanzo di Moravia,
un saggio di Amendola su “Rinascita” e una raccolta di poesie
di Ginsberg, m’assale la nostalgia della casa materna,
solo in parte addolcita dalla speranza di ascoltare
il mio nome, agitato da iene impegnate, dalle labbra
di un bambino, che con grazia innocente osservi
il mio viso mangiato da topi Pierrot, prima
che il tempo dissolva quella immagine da Arlecchino
che dentro mi porto.

Ora so, caro Pasolini, quale via prendere
per raggiungerti alle Terme di Caracalla;
le strade di Roma sono le viscere dell’anima mia,
sono più delle parole e dei silenzi di un amico,
sono la finzione e tutta la ricchezza che ho guadagnato
da un albero dissecato. Eccomi allora percorrere,
col mio vecchio ma sempre magnifico vestito variopinto
(gettando avide occhiate su cosce che si intravedono sotto la sottana),
i labirinti della noia (avanti e indietro per il corridoio di casa)
bramando di stringere in un pugno l’orizzonte e di toccare
con un dito i confini del mondo.

È con i miei libri di fantascienza
che fabbrico invece frammenti di piccoli universi;
è come tornare bambini, quando mi rinchiudevo
nella mia stanza a inventare, con i miei oltre cento soldatini,
storie di guerra
e grandi avventure, di cui nessuno conosceva
il giusto senso e la morale. È vero, ho amato
le solite donne e ho detto per dieci anni le solite cose.

È vero. Ho sventolato per dieci anni le stesse bandiere
e ho suonato il piffero per svincolarmi
dall’incubo del mio corpo che ho visto riflesso
in un milione di tinte, per poi assumere un volto, una veste,
un nome.
O, se non sarebbe bello impadronirsi di un fiore
capace di contenere la notte e che assicurasse
per un giro di lancette d’orologio successo
alla mia tragica arte di mascherami. Ma adesso che fare?
È nel mio letto che qualche volta rammento Miss. D.
le tue agili ed esperte mani e teneramente m’accarezzo
conquistato dalla voglia di mettere (era questo che volevi?)
in discussione me stesso.

Sono anch’io giunto, caro Pasolini, alle Terme di Caracalla,
impregnato di un cinico coraggio, antico e doloroso
come il Calvario di Cristo. E dal balcone più grande
della mia casa scruto le stelle fantasticando di allungare
le chele del Cancro fino a mordere la luna. Allora potrei,
Arlecchino, dormire una notte intera al tuo fianco Miss. D.
non provando nessun desiderio di toccarti (sarebbe, credo,
un modo elegante di dichiarare allegramente fallimento);

al contrario
potrei innamorarmi di nuovo di te alla sola idea di parlarti
o odiarti per il semplice fatto di averti inaspettatamente
(per caso) incontrata. Sono imbevuto, hai ragione tu,
delle mie inveterate e superate letture: dei miei Marx
e dei miei Lenin, dei miei Stalin e dei miei Togliatti,
dei Quaderni di Gramsci e del Principe di Machiavelli;

faccio parte
di un’esigua minoranza che tenta ancora (hegeliani fuori moda)
di infilare le brache alla storia e a ogni cosa. Ci sono sere
in cui riesco però, tra una raffica di vento che si abbatte
sulla finestra della camera da letto e il latrare di un cane
che cerca dentro Villa Pamphili un nascondiglio per la notte,
a legare (quasi per gioco) uno dopo l’altro i miei progetti,
lasciati marcire in una quiete dove la dolcezza (stringendosi
con la crudeltà)
plasma ingannevoli visioni: virili, intense, circostanziate.

Ora che non è più facile scandalizzare il borghese e mi porto
scolpito sulla fronte il marchio (in una Roma avvolta
da luci domestiche) di ragazzo vecchio e sciocco, tutto m’appare
confuso, insolito, all’infuori del ricordo di perdute primavere
e di ragazzine innamorate che (inibite) non la davano.

Dunque,
si dica la verità; il mio sguardo si è fatto più assorto e ho
una voce spenta,
una voce da uomo stanco e la carne comincia a piegarsi
rendendo più flaccido il mio corpo. Ma io ho chiesto alla mia musa
di non contraddirmi e alla mia irrequietezza di non abbandonarmi.
Ho chiesto alla mia casa di imprigionare i miei pensieri, di costringerli
a un ritmo stentato, per evitare così che l’occhio cada sulle zolle. Domani
però mi grideranno la verità che include tutto: con un abito da Arlecchino
ha recitato una parte di poche parole senza sapere che il pubblico
è venuto e andato via.
Nessuno nondimeno potrà dire che per questo non fu dignitosa.