Tra Putin e Medvedev

I risultati delle elezioni presidenziali del 2 marzo in Russia hanno confermato in pieno le previsioni della vigilia. Il 70,2% dei voti ottenuti da Dmitrij Medvedev appare ancor più significativo se teniamo conto dell’alta partecipazione (70%) che ha caratterizzato questa tornata elettorale. E le accuse di brogli, che vi saranno pure stati in alcune situazioni, soprattutto nelle regioni periferiche della Federazione Russa, dove maggiore è il peso di clan e potentati locali di dubbia reputazione, non possono certo intaccare le dimensioni reali dello straordinario successo ottenuto da Medvedev. Tutti gli osservatori sono stati concordi nel rilevare come alla strepitosa vittoria del giovane collaboratore di Putin, fino a poco tempo fa il massimo dirigente del colosso energetico statale “Gasprom”, abbia contribuito essenzialmente il fatto di essere stato scelto e sostenuto dal suo predecessore. Non è azzardato affermare che il successo di Medvedev altro non rappresenta che una manifestazione della fiducia riposta dalla stragrande maggioranza dei russi nei confronti di Putin. Un riconoscimento non solo per il suo carisma, ma soprattutto per le principali scelte di politica interna ed estera che, in discontinuità con l’era eltsiniana, hanno contribuito a ridare dignità e peso al ruolo della Russia nella scena mondiale e alcune “certezze” al popolo russo, che rischiava di affondare nella precarietà della dissennata gestione che ha caratterizzato il decennio immediatamente successivo alla dissoluzione dello stato sovietico. Per queste ragioni, le accuse di non aver permesso l’ “espressione della reale volontà democratica dei russi” avanzate da alcune istituzioni occidentali appaiono patetiche, prima ancora che stonate. Suonano piuttosto come una manifestazione di impotenza di fronte al fallimento di tutte le alternative cosiddette “democratiche” (a cominciare dal “dissidente” Kasparov, capo degli “arancioni” russi di “Altra Russia”, ospitato nelle ultime settimane, nel suo giro propagandistico, da tutte le principali televisioni europee) che l’Occidente ha sostenuto e finanziato copiosamente negli ultimi anni. Le prime dichiarazioni di Medvedev, peraltro improntate ad una certa genericità, sembrano volte a rassicurare l’opinione pubblica del suo paese circa l’intenzione di garantire una continuità agli indirizzi strategici che hanno caratterizzato i due mandati di Putin. Una continuità che verrebbe confermata nelle prossime settimane dalla nomina di Putin a primo ministro ed, eventualmente, dalla concessione alla compagine di governo di poteri e prerogative maggiori di quelli a disposizione attualmente. Vedremo, è ancora presto per una valutazione più articolata. Per quanto riguarda le opposizioni, tra le poche “sorprese” di queste elezioni c’è la rimonta inaspettata dei comunisti raccolti attorno a Zjuganov. I sondaggi li davano all’11%. Hanno raccolto quasi il 18% dei consensi (quasi il 7% in più delle elezioni parlamentari del dicembre 2007”), riassorbendo gran parte del voto confluito su formazioni socialdemocratiche e nazionaliste, allontanando lo spettro del definitivo ridimensionamento e riavvicinandosi alle percentuali ottenute nelle elezioni degli anni ’90. E a smentire il carattere “nostalgico” e residuale del voto comunista (tesi spesso accreditata strumentalmente in Occidente da “innovatori” che faticano a superare gli sbarramenti elettorali) ci sono gli splendidi risultati ottenuti nelle realtà metropolitane, dove più forte è la presenza operaia e dove sono presenti i centri scientifici e culturali più importanti del paese. Qui i comunisti hanno raggiunto percentuali del 30 e addirittura del 40%.