Tra Impero e Re di Prussia

Il dibattito apertosi sui comunisti e l’Europa nelle pagine de l’ernesto con gli interventi di Andrea Catone e Nico Perrone, è di straordinaria attualità, anzi, è una vera e propria emergenza. Quello sul ruolo che viene assumendo l’Europa, è un dibattito che va approfondito perchè attiene alla prospettiva stessa della pace, della guerra ma anche a quella della trasformazione sociale. In tal senso, è urgente che i comunisti che agiscono nello scenario europeo comincino a recuperare il tempo perduto e cerchino di individuare una posizione comune con la quale essere, se non protagonisti, attivi sul piano dell’elaborazione e delle proposte con cui confrontarsi con le altre soggettività dei movimenti sociali in Europa.
Sarebbe sbagliato polarizzare e semplificare le posizioni: da una parte i sostenitori di una Europa forte come fattore di riequilibrio multipolare nei confronti dell’escalation globale statunitense, dall’altra i sostenitori del pericolo di lavorare per il “Re di Prussia” europeo che va assumendo le medesime caratteristiche imperialiste degli USA. La tentazione è forte, ma c’è da augurarsi che in questo dibattito si impongano la politica e l’analisi piuttosto che la diatriba.
Non è una novità che da anni, e lo abbiamo spesso segnalato anche sulle pagine di questa rivista, andiamo sostenendo la tesi di una tendenza alla competizione crescente tra USA ed Europa cioè al riproporsi delle contraddizioni interimperialiste, piuttosto che la tendenza alla ricomposizione dentro un capitalismo collettivo che trova negli USA il centro de “L’Impero”1.
Esistono ad esempio posizioni più articolate e interessanti come quella di Samir Amin che, pur individuando come caratteristico di questa fase “l’imperialismo collettivo della triade (USA, Europa, Giappone), vede anche il manifestarsi concreto delle contraddizioni tra questi poli e lascia aperte molte domande piuttosto che dare risposte affrettate2.
E’ decisivo che in questo dibattito gli studiosi e i militanti portino alla luce e socializzino nel confronto tutti i fattori di analisi piuttosto che le conclusioni. Certo, la tabella di marcia delle contraddizioni e dei processi reali incombe ed in questi occorre essere presenti e attivi dentro i movimenti contro la guerra preventiva o i diktat del neoliberalismo. Sarebbe però un guaio se la “fregola” di arrivare ad una sintesi da spendere sul piano politico (e magari elettorale) inibisse la ricerca e il confronto su questioni strategiche come il ruolo dell’Europa dentro le relazioni e i conflitti internazionali di questo inizio di secolo.

Le ambizioni europee alla potenza globale

Nonostante le divergenze ancora esistenti, si ha l’impressione che il treno della costituzione politica europea sia ormai in dirittura d’arrivo, occorre solo indicare quale sarà il binario su cui approderà alla stazione della costituzione di quello che anche Andrea Catone definisce un polo imperialista europeo compiuto e distinto da quello statunitense. “L’aspetto meno chiaro ma più importante” scrive a tale proposito Alain Touraine “è la volontà espressa per la prima volta dall’Europa di giocare un ruolo molto attivo a livello mondiale e di agire secondo una visione globale necessariamente diversa da quella americana”3.
Negli Stati Uniti, è ormai maggioritaria dentro l’establishment, l’idea che l’Europa (o almeno il suo nucleo duro franco-tedesco) si stia sganciando dall’influenza americana e stia cercando di delineare un proprio protagonismo globale. Indicativo in tal senso è l’articolo della rivista neoconservatrice americana The Weekly Standard tradotto e pubblicato da Liberazione a metà settembre. Visto da Washington, il processo di costituzione politica europeo appare assai più veloce e minaccioso per gli interessi USA di quanto lo sia la percezione che ne viene diffusa in Europa come di un processo ancora farraginoso e incompleto.
Ed era toccato ancora una volta ad uno dei più influenti membri dell’establishment USA, Henry Kissinger, lanciare messaggi intimidatori ai “riottosi” partner europei.
Già in una intervista ad un settimanale italiano, Kissinger era stato tagliente verso le ambizioni europee”Quando l’Unione Europea agisce come soggetto unico negli affari mondiali, molto spesso, e sarei tentato di dire sempre, agisce in opposizione agli Stati Uniti…questo sarebbe un errore capace di portare ad una frattura tra le due sponde dell’Atlantico in un mondo sempre più pieno di problemi”4.
Nel novembre dello scorso anno, al termine del vertice della NATO a Praga e in presenza del dissenso manifestato da Francia e Germania verso l’intervento militare contro l’Iraq, Kissinger era tornato alla carica senza mezzi termini contro l’Unione Europea:”L’Europa deve resistere alla tentazione di distinguersi. La critica della cultura e del sistema politico americano è stata il principale argomento degli oppositori europei alla NATO negli anni ’50. La cosa insolita, ora, è che i governi di paesi chiave non stanno facendo nulla per frenare questa tendenza, anzi arrivano a provocarla”. In un passo successivo del suo articolo, Kissinger non ha esitato ad utilizzare scenari e categorie che richiamano assai da vicino i moniti diffusi alle fine degli anni Novanta dall’economista conservatore statunitense Martin Feldstein e dall’ex cancelliere tedesco Helmut Kohl sui pericoli della guerra che possono derivare dall’integrazione o meno dell’Europa.”Se distinguersi significa essere in disaccordo, allora la civiltà occidentale è sulla strada dell’autodistruzione come già fatto nella prima metà del XX° Secolo”5.

Lo spettro concreto della “Framania”

L’estabishment europeista, concentrato intorno al nucleo duro franco-tedesco (la “Framania” secondo la definizione data da Limes qualche anno fa) sta imprimendo la sua tabella di marcia anche a costo di lasciare indietro i governi più riluttanti. L’ultima turbolenta riunione a Bruxelles, ha messo in minoranza gli eurocrati della Commissione (Prodi, Solbes) rispetto alle sanzioni previste dal Patto di Stabilità contro chi, come Francia e Germania, avevano sforato i tetti previsti per i loro deficit pubblici.
Il risultato del referendum svedese sull’introduzione dell’euro e le incertezze implicite nell’allargamento dell’Unione ai paesi dell’Europa dell’Est, vedranno un rafforzamento ed una accelerazione delle “cooperazioni strutturate” intorno all’asse franco-tedesco, una sorta di direttorio/locomotiva che trascinerà solo chi accetterà di salire sul treno della centralizzazione monetaria, politica …e militare.
Nella storia recente dell’Europa è impressionante osservare l’accelerazione subìta dal processo di centralizzazione messosi in moto dopo la caduta del muro di Berlino e la dissoluzione dell’URSS.
L’establishment europeista, aveva navigato per quaranta anni dentro il recinto del mercato comune consentito e agevolato dagli Stati Uniti. L’aspro conflitto di classe, un forte movimento operaio e l’esistenza dell’URSS avevano costretto il capitalismo europeo ad una funzione “progressista” nella redistribuzione del reddito e sul piano internazionale. Sistemi avanzati di welfare state e lo spazio offerto dal bipolarismo mondiale USA/URSS, avevano consegnato all’Europa un ruolo che veniva percepito come progressista sia all’esterno che all’interno. Un trilateralista storico e convinto come Tierry de Montbrial, ricorda come prima del periodo 1989-1991, l’Europa occidentale costituisse l’ago della bilancia geopolitico. “Oggi non è più così” sostiene de Montbrial “Lo stesso concetto di ago della bilancia ha perduto il suo significato con il diminuire dei rischi ed è stato indebolito dall’allargamento di due blocchi: la NATO e l’Unione Europea”6.
La fine dell’equilibrio di forze tra USA e URSS, da un lato ha impresso un’accelerazione al processo di centralizzazione economica, monetaria e politica dell’Europa (con aperte velleità di indipendenza dall’ipoteca statunitense), dall’altro ha messo in moto un processo di smantellamento (e di brusca disillusione) dell’idea di una Europa come spazio progressista in termini di modelli sociali e politica internazionale.
In soli undici anni, dal 1992, si è passati rapidamente alla definizione del mercato unico, della moneta unica ed ora dell’Unione politica. Una ulteriore accelerazione è stata impressa proprio dopo l’aggressione alla Jugoslavia nel 1999, una guerra che, per molti versi, si è rivelata paradigmatica e decisiva nel processo di costituzione del polo imperialista europeo. L’asse franco-tedesco in tale accelerazione ha svolto e continua a svolgere un ruolo decisivo. Non c’è solo la posizione comune contro la guerra in Iraq, c’è una integrazione economico-finanziaria ormai consolidata, una sinergia di leadership politica, le posizioni prese nel vertice NATO di Praga, il documento comune e il vertice a quattro di Bruxelles sulla difesa, il recente vertice a tre di Berlino in cui – secondo Sergio Romano – Parigi e Berlino hanno “imbrigliato” la stessa Gran Bretagna. Questa imbrigliatura di Londra ha portato al recente documento sulla Difesa siglato appunto da Francia, Germania e Gran Bretagna. Il ruolo di quest’ultima resta ambiguo ed ambivalente: subisce il ritmo di marcia delle due principali potenze europee e non vuole rimanerne tagliata fuori ma, contemporaneamente, funziona da “garante” degli interessi strategici USA sulle ambizioni europee.

L’Esercito Europeo si farà

L’idea avanzata nel documento franco-tedesco sulla Difesa, riafferma il carattere offensivo della Forza di reazione rapida europea già indicato nel vertice dell’Unione Europea di Helsinki (1999) e in quello di Lisbona (2000).
Se è realistico ritenere che il documento franco-tedesco sulla Difesa segni un salto qualitativo nella “distinzione” compiuta delle ambizioni europee da quelle statunitensi, siamo in presenza di avvenimenti destinati a modificare profondamente lo scenario dei rapporti transatlantici e delle relazioni internazionali nel loro complesso.
Recependo le coordinate di questo progetto di proiezione internazionale dell’esercito europeo, un documento dello Stato Maggiore italiano recita testualmente “Secondo quanto stabilito a Helsinki, il Corpo dovrà essere in grado di giungere in area d’operazioni entro 60 giorni dall’attivazione, ma una prima aliquota di pronto intervento sarà schierabile in appena due giorni, impegno non certo di poco conto, se si considera che i teatri di crisi potrebbero essere anche molto distanti dall’Europa…Per esempio in aree turbolente come il Caucaso e l’Asia centrale”7.

Il contributo delle varie forze armate “nazionali” all’Esercito Europeo, vede un totale di 118.000 uomini sui quali poter contare per avviare operazioni a vasto raggio e con ampia proiezione internazionale con un ricambio sul campo dopo 60 giorni di operazioni. Gli incrementi sui budget militari di singoli paesi europei dovranno essere rilevanti. Javier Solana ha già ammonito che “per elaborare una difesa collettiva alcuni paesi dovranno effettuare ristrutturazioni dolorose e stanziare fondi supplementari” con l’obiettivo di trasformare forze statiche in unità flessibili e proiettabili a grande distanza. Francia e Germania stanno operando concretamente affinchè le spese militari siano scorporate dai calcoli dei bilanci pubblici “imbrigliati” dal Patto di Stabilità. Lo stesso Prodi nel suo Manifesto per l’Europa parla apertamente dell’assunzione di responsabilità militari e di conseguenze nei bilanci.
Resta il problema di come ovviare al fatto che alcuni membri dell’Unione (vedi la Gran Bretagna, l’Italia o la Spagna) mostrano di non condividere ed anzi di ostacolare una proiezione militare europea autonoma dalla NATO e la stessa formazione di un complesso militare-industriale europeo competitivo con quello statunitense8.
Il documento franco-tedesco indica la soluzione a questi problemi e delinea i meccanismi decisionali del nuovo Esercito Europeo:
a) Se non tutti i membri UE sono disponibili, si ricorrerà alle “cooperazioni strutturate”(in sostanza chi ci stà ci stà, come avvenuto per l’introduzione dell’euro)
b) Costituzione di una forza multinazionale europea dotata di un comando integrato
c) Costituzione della Agenzia Europea per la politica degli armamenti (quindi adozione di standard e tecnologie tarati sull’industria militare europea)
d) Si agirà per consenso (come per l’euro), la guerra si decide solo se c’è l’unanimità…ma esiste la possibilità di “astensioni costruttive”.
Questo progetto doveva diventare operativo entro l’anno in corso. Lo sarà probabilmente il prossimo.
Dai dati esposti nella tabella della pagina seguente, appare evidente che la rincorsa europea al riarmo tesa a colmare o a ridurre il gap quantitativo e qualitativo delle spese militari tra USA e UE, avrebbe conseguenze rilevanti nei bilanci di spesa. Alcuni osservatori sostengono però che la riconversione delle spese militari dell’Europa su standard diversi da quelli USA ed in funzione dell’Esercito Europeo, sarebbero inferiori a quelle attuali ed a quelle in cantiere. E’ una tesi che necessita però di essere dimostrata e non solo enunciata.
La divaricazione e la competizione tra l’Esercito Europeo con il progetto anglo-americano in ambito NATO di una Forza di reazione sempre entro il 2003….è ormai evidente.
La sua realizzazione, sancirebbe nei fatti, più che nelle parole, la rottura della subalternità militare europea agli Stati Uniti. Ma sancirebbe anche che l’Unione Europea è disposta ad intervenire militarmente con propri uomini e mezzi nei teatri di crisi dove ritenesse minacciati i suoi interessi strategici (parole di Javier Solana) e lo farebbe nè più né meno di come fino ad oggi lo hanno fatto gli USA, magari autonomamente ed anche in contrasto con gli interessi degli Stati Uniti nel Medio Oriente o in Africa, nell’Europa dell’Est o nel Maghreb.
E’ in tale contesto che molti vedono l’Europa superpotenza come un “moderno Principe” il quale, raddoppiando le spese militari e unificando anche coercitivamente i “nani politici” europei in un unico grande polo geopolitico (e imperialista), potrebbe essere capace di tenere testa agli Stati Uniti sullo scacchiere mondiale e di fornire una sponda agli altri paesi “riottosi” alla subalternità verso gli USA. Costoro ci invitano dunque a lavorare più o meno apertamente per il “Principe” o per il “Re di Prussia” contro “L’Imperatore” visto come il nemico principale.
Lo stesso Samir Amin parla della riedizione di una sorta di alleanza anti-nazista che veda insieme movimenti per la pace, sinistre e governi europei ed euroasiatici. E’ una suggestione “forte” ma all’epoca un ruolo di rilievo e di riferimento dell’alleanza era svolto dall’URSS. Oggi dovremmo accontentarci e appiattirci su Chirac? E’ evidente come questo schema necessiti di riflessione e di parecchi approfondimenti.

Una inquietante idea dell’Europa

“Europa significa una grande potenza che può giocare un ruolo di rilievo sullo scacchiere mondiale…La zona dell’Euro costituisce un buon punto di partenza per tenere testa agli Stati Uniti, il paese rispetto al quale è, e continuerà a rimanere, più viva la concorrenza sui mercati internazionali”9. Queste parole sono quelle di Romano Prodi nel suo libro/manifesto del 1998 scritte alla vigilia della sua nomina a presidente della Commissione Europea.
Il recente “Manifesto politico” di Prodi riprende e rielabora le tesi già esposte nel suo precedente libro/manifesto. “La scommessa sulla moneta unica rifletteva la volontà, tutta ed esplicitamente politica, di rendere irreversibile l’unificazione europea” sostiene Prodi “L’Alleanza Atlantica è l’arco che da più di cinquanta anni tiene insieme l’America e l’Europa. E come ogni altro arco per essere solido e resistere nel tempo deve reggersi su due pilastri egualmente forti: un pilastro americano ed uno europeo. Il che vuol dire, per l’Europa, accettare anche sul piano strettamente militare le crescenti responsabilità, anche quelle di bilancio, che si collegano alla sua ambizione di essere un protagonista di primo piano della politica mondiale”10.
Ed è emblematico che ambizioni così manifeste vengano esplicitate da un personaggio dell’establishment che più di altri viene percepito come “progressista”. L’idea di Europa manifestata da Prodi permea infatti non solo i settori reazionari del Vecchio Continente ma anche quelli progressisti. Anche qui ci sono molti aspetti da chiarire.
Utile e significativo, in tal senso, è il dibattito tra una intellettuale statunitense e il documento di due “mostri sacri” della cultura europea come Jurgen Habermas e Jacques Derrida.
I due filosofi, forse casualmente ma evidente consacrazione del rinnovato asse franco-tedesco, nella scorsa primavera avevano cantato sulle pagine della Frankfurter Allgemeine Zeitung le odi dell’Europa, della sua identità progressista e della sua funzione progressiva, chiamando gli intellettuali europei alla mobilitazione per sostenere il processo di costituzionalizzazione politica in corso e cercando di delineare l’anello mancante di tale processo: l’identità europea.
I due filosofi europei marcavano la necessità dell’Europa di definire la propria identità in opposizione agli Stati Uniti “Per noi è difficile immaginare un presidente che inizi la giornata pregando e associ le sue decisioni importanti ad una missione divina” scrivono. Non solo, Habermas e Derrida hanno celebrato le manifestazioni pacifiste del 15 febbraio come “segno della nascita di una sfera pubblica europea”11.
Dunque l’idea di una Europa ritenuta progressista nel suo stesso DNA, capace di definire la propria identità in antagonismo agli USA, affiderebbe all’unificazione e alla sua costituzionalizzazione il compito di portare a termine una operazione vantaggiosa per tutta l’umanità quasi per natura spirituale.
Iris Marion Young, femminista e intellettuale progressista statunitense, ha replicato qualche tempo dopo a quel manifesto filosofico-politico evidenziandone i “peccati originali”. “Questa Europa che si chiude agli “stranieri” sarà capace di rendere quelli che ormai vivono all’interno dei propri confini cittadini come gli altri?” Non solo. “L’appello per una politica estera europea” – prosegue la Young – “termina con un riferimento ad una relazione con i paesi europei ed il Sud del mondo che ricorda il passato imperiale europeo”. Inoltre gli organismi su cui, secondo Habermas, l’Europa dovrebbe esercitare la sua influenza contro l’attuale, pericolosa spinta unilaterialista statunitense, tendono tutti a privilegiare il Nord del mondo ed a dominare il Sud: la struttura del Consiglio di Sicurezza dell’ONU, il FMI, la Banca Mondiale. Si chiede all’Europa di pesare di più in questi organismi e non di riformarli o di abolirli “12.
Dando un’occhiata all’idea di Europa di Romano Prodi, possiamo verificare come queste osservazioni siano estremamente pertinenti, oltreché inquietanti. Prodi guarda infatti alla costituzione di un’area euromediterranea come area in cui far convivere alte tecnologie e riserve di forza lavoro a basso costo da utilizzare contro il Nafta (e in prospettiva l’ALCA) a guida USA e contro l’area asiatica in cui cresce il ruolo della Cina13.

Sotto tiro i residui di welfare state

L’idea progressista dell’Unione Europea sta inoltre subendo disillusioni amare su tutti i versanti. Sul piano economico-sociale è ormai evidente come l’establishment – utilizzando governi di centro/destra o di centro/sinistra – abbia deciso di avviare l’offensiva finale ai residui di welfare state. E’ miope pensare che esista una “politica di Blair, una politica di Schroeder etc.”. Il problema è semplice, quasi visibile ad occhio nudo ed attiene a quel “demone” della competitività e della crescita (che campeggia nell’art.3 della bozza di Costituzione Europea) ed a quella competizione globale con gli USA sulla quale “l’idea d’Europa” di Prodi torna sovente. La stagnazione dell’economia mondiale è piuttosto evidente. In questi venti anni di dominio liberista, nel sistema angloamericano hanno bruciato tutte le riserve disponibili nella sfera pubblica: hanno privatizzato tutto il privatizzabile, hanno precarizzato tutto il precarizzabile, hanno fatto indebitare le famiglie oltre il disponibile. I risultati del fallimento del neoliberismo sono ormai davanti agli occhi di tutti, tant’è che sembra essere la guerra l’opzione a cui USA e Gran Bretagna sono ricorsi per cercare di tamponare le falle.
In Europa invece le “riserve” ancora ci sono. Ci sono sistemi previdenziali e sanitari ancora pubblici, ci sono ancora aziende pubbliche da privatizzare, permangono elementi di rigidità nella forza lavoro, i sindacati ancora hanno un certo peso nelle decisioni e nella società.
L’offensiva contro i residui di welfare state lanciata dal “destro” Raffarin in Francia o dal “sinistro” Schroeder in Germania, ci indicano che la fase di assalto alle riserve è cominciata. Anche perchè, le previsioni economiche dell’Unione Europea si sono rivelate del tutto sballate14.
La crescita è assai più debole del previsto, la competitività segna il passo e la stagnazione morde. La privatizzazione del sistema previdenziale o sanitario punta per questo a “liberare” enormi capitali pubblici e privati da giocare nella competizione globale, per rafforzare l’area dell’Euro rispetto a quella del dollaro ed anche per finanziare progetti strategici come il sistema satellitare “Galileo” o l’Esercito Europeo. Ma avere le risorse finanziarie da destinare a questo scopo significa sottrarle alla sfera sociale e ai salari. Non solo. Sono ormai in molti ad affermare che la ripresa della stagnante economia europea non può attendersi granchè – come in passato – dalla “ripresa americana”15. Al contrario, la ripresa americana, se ci sarà, avverrà a scapito di quella europea ed entrambe dovranno fare i conti con la variabile indipendente mondiale rappresentata dalla Cina.

L’Europa si “amerikanizza” ma per competere con gli USA.

Ma l’idea di una Europa “progressista” non esce in frantumi solo nella sfera economico/sociale. Sul piano della politica internazionale, mentre in molti si sono trastullati sulle posizioni franco-tedesche contro la guerra in Iraq, l’Unione Europea ha sterzato sul piano reazionario in molte scelte significative. Su questioni come le sanzioni contro Cuba, la messa fuorilegge di Hamas, la situazione in Euskadi o l’Iran, nelle trattative con i paesi in via di sviluppo in sede di WTO, l’Unione Europea ha dato l’impressione di essersi “americanizzata” in proprio. Pur smarcandosi dalle posizioni americane o israeliane, l’UE ha assunto posizioni aggressive contro altri paesi ed altri popoli. In sostanza l’UE, nonostante le sue contraddizioni interne, sembra convergere senza grossi intoppi quando comincia a parlare il linguaggio della “potenza globale”. Secondo Thierry de Montbrial “il rischio di una crisi transatlantica grave come quella irachena è minore nel breve più che nel medio termine…Gli americani rifiutano categoricamente il concetto di mondo multipolare in cui due componenti sono ai loro occhi inaccettabili”.
Quello dell’Unione Europea è un linguaggio reazionario che prelude ad un orizzonte niente affatto rassicurante, nè all’interno delle proprie società né verso gli altri popoli e paesi. Piccoli ma significativi segnali sono le proposte di non conteggiare l’aumento delle spese militari dei prossimi anni nei criteri del Patto di Stabilità e l’invio di una forza militare europea in Congo che ha avuto la funzione di “sperimentare” (per proprio conto e versus gli interessi americani in Africa) gli interventi nelle aree di crisi.
Interrogativi pesanti, risposte non soddisfacenti.
Il patrimonio “progressista” dell’Europa sembra essersi esaurito alla fine degli anni ’80, alimentarne l’illusione potrebbe essere tragico per le forze della sinistra che agiscono nel quadro europeo.
Si pongono una serie di domande: dobbiamo accettare il rafforzamento dell’Unione Europea in nome di un riequilibrio dello strapotere USA? Ci può rassicurare pensando che i movimenti di massa per la pace e contro il liberismo siano un antidoto sufficiente contro le ambizioni imperialiste europee? Può la politica dei governi europei agire diversamente? E’ possibile che la vittoria di una opzione riformista/progressista nelle istituzioni europee possa deviare significativamente da questa offensiva antipopolare e militarista che si delinea piuttosto chiaramente? Alla luce di quanto scritto nella Costituzione Europea, ma soprattutto del processo materiale e delle forze sociali che l’hanno determinata, dobbiamo rispondere di no. Non era possibile e difficilmente lo sarà senza una rottura sociale e politica profonda dell’egemonia e del processo che ha portato all’unificazione politica dell’Europa. Questa consapevolezza appare ancora irrisoria in gran parte della sinistra europea e troppo “leggera” nei movimenti antiliberisti che pure hanno rappresentato il massimo di radicalità possibile in questi ultimi anni. La richiesta di un referendum su questa Costituzione Europea (sostenendo il NO) e l’opposizione alle dottrine strategiche e agli stanziamenti funzionali all’Esercito Europeo ispirato dalla Framania, sono due “piccoli/grandi” elementi di programma che dovranno vivere ed accompagnare la mobilitazione generale contro la guerra preventiva statunitense e il modello neoliberale. Su questo i comunisti devono saper costruire le loro alleanze sociali e politiche nello scenario europeo ed internazionale (l’alleanza tra i popoli di Seattle e Firenze con quelli di Durban e Cancùn per intendersi). Una cosa è certa: il futuro, anche nella nostra Europa, non sarà un pranzo di gala!!

Note

1 Interessanti per l’analisi della competizione interimperialista sono le due pubblicazioni Il Piano inclinato del capitale (opera collettanea curata da L. Vasapollo già uscita nelle librerie) e Clash! Scontro tra potenze (nelle librerie il prossimo anno e contenente i saggi di James Petras, Mauro Casadio, Luciano Vasapollo) entrambi per le edizioni “Jaca Book”.

2 Samir Amin: Geopolitica dell’imperialismo contemporaneo che sta circolando su internet e reperibile anche sul sito www.Contropiano.org alla sezione dibattito marxista.

3 A. Touraine: “Questa Europa vuole contare di più”, Sole 24 Ore, 29 luglio 2003.

4 Intervista a Kissinger su Panorama, giugno 2001.

5 Articolo di Kissinger su La Stampa del 1 dicembre 2002. Nel 1997 Martin Feldstein scrisse un famoso saggio su Foreign Affairs nel quale esplicitava la tesi secondo cui l’Unione Monetaria dell’Europa avrebbe portato alla “discordia e alla guerra tra i paesi europei e tra questi e gli Stati Uniti” invitando l’amministrazione USA (allora c’era Clinton) a rivedere radicalmente la propria politica verso l’Europa. Attualmente Feldstein – che era stato consigliere economico di Bush padre – è uno dei consiglieri di Bush jr. Helmut Khol, invece, prima in un discorso all’università di Lovanio e poi in una intervista al Corriere della Sera parlò dell’integrazione europea come “di una qustione di pace o di guerra nel XXI Secolo”.

6 T.de Montbrial: “Stati Uniti contro la potenza Europa”, Le Monde, 5 agosto 2003

7 L’Esercito Europeo, pubblicazione dello Stato Maggiore dell’Esercito italiano, 2001

8 Indicativo del sabotaggio del governo Berlusconi verso la fusione delle aziende militari e tecnologiche europee, è la vicenda dell’azienda a partecipazione pubblica Finmeccanica – costretta a ritirarsi dai vari consorzi europei – e la svendita della Fiat Avio al gruppo americano Carlyle. Il governo ha costretto il gruppo Finmeccanica a stipulare accordi solo con gruppi americani o inglesi.

9 Romano Prodi: Un’idea di Europa, edizioni Il Mulino, 1998

10 Romano Prodi: Europa, il sogno, le scelte, Novembre 2003

11 J. Habermas, J. Derrida in Frankfurter Allgemeine Zeitung, 31 maggio 2003 ripubblicato da La Repubblica il 1 giugno.

12 I.M. Young: “Europa provincia del mondo”, il manifesto del 7 agosto 2003

13 R. Prodi: Un’idea dell’Europa p.79

14 Negli IMPE (Indirizzi di massima per le politiche economiche) del 2002 e nella bozza 2002-2006 si affermava che “l’economia dell’Unione Europea fosse destinata progressivamente a consolidarsi per raggiungere un tasso di crescita prossimo o superiore a quello potenziale della metà del 2002, per poi proseguire nel 2003” (fonte: Alessandro Nocini “Le cause strutturali della crisi economica”, inserto de La Rinascita del 6 giugno 2003).

15 Economisti come Mario Deaglio o Robert Solow hanno detto piuttosto chiaramente in questi mesi che l’Europa non può fare affidamento su un’ eventuale ripresa economica statunitense. Lo studio di una banca d’affari riportato da Affari e Finanza del 20 ottobre sostiene che gli USA con la svalutazione del dollaro potrebbero esportare la recessione in Europa e in Giappone.”E’ una terapia che uccide” sostiene uno dei commentatori di questo studio.