Togliatti, l’arte e la cultura

Mi pare interessante proporre una riflessione su un aspetto della personalità di Palmiro Togliatti di cui ci si occupa ancor meno di quanto si faccia riferendosi al valore storicopolitico della sua parabola. Mi riferisco ai suoi rapporti con l’arte e la cultura del suo tempo. Semplificando, nel senso comune che ha malauguratamente prevalso, il giudizio storico su Togliatti ha finito per identificare lui con Stalin e Stalin con il male assoluto. Alla faccia della multiforme ricchezza di una esperienza politica, culturale ed etica che ha pochi confronti nella storia del Novecento europeo. Si tratta di un aspetto non secondario della vittoria culturale della destra sulla quale si è andata costruendo l’impalcatura egemonica del sistema di potere che ha prodotto Berlusconi e il berlusconismo. E ciò è tanto più vero quanto più la storia della sinistra antifascista in Italia coincide in larga parte con la storia di un Partito che, senza Togliatti, sarebbe stato un’altra cosa (o non sarebbe stato proprio). Non si può, purtroppo, non osservare che alla formazione di questa per certi aspetti demenziale opinione corrente hanno contribuito, in modo compulsivo, soprattutto ex dirigenti del PCI che, dopo essere venuti alla luce, come politici ed intellettuali, all’ombra di una cultura eminentemente togliattiana, dopo aver fatta propria questa cultura ed averla utilizzata per propri fini, improvvisamente (o quasi) si sono convertiti ad una visione del mondo che si fonda, prima di tutto, sulla negazione del padre, non disdegnando spesso di rendersi complici delle più grottesche contraffazioni della verità sulla sua persona e sul suo operato. In tal modo essi hanno contribuito a creare un humus ideale al consolidamento di un pensiero comune che, avendo liquidato Togliatti, il PCI e la loro storia, ha finito per liquidare larga parte della storia stessa della Sinistra in Italia. Una cosa che non ha storia non esiste. E così i nostri ormai straconvertiti liberaldemocratici (molto ex comunisti), in odore di santità, si sono ritrovati a non rappresentare nulla se non se stessi (cosa che non sembra sappiano fare nemmeno troppo bene, se si considera la breve ma autolesionistica storia del PD).

Non essendo interessato in questa sede ad una difesa storico-politica complessiva della figura di Togliatti che altri e ben più autorevoli studiosi hanno fatto e faranno molto meglio di me, vorrei soffermami, come ho detto, solo sui rapporti che Togliatti ebbe con il mondo dell’arte e della cultura in genere. Vorrei farlo, per non essere sospettato di una vendicativa tentazione agiografica, proprio parlando di interventi di Togliatti che oggi possono ritenersi – col senno di poi – oggettivamente sbagliati. Lo scopo che mi propongo è quello di dimostrare di quanta considerazione godesse Togliatti (persino quando sbagliava) nel mondo della intellettualità italiana dell’immediato dopo guerra, e di quanto spazio e importanza, gramscianamente, desse il PCI ai rapporti col mondo della cultura e dell’arte.

Non mi soffermerò sulla querelle che oppose Togliatti a Vittorini, nell’immediato dopoguerra, e che portò alla chiusura del Politecnico, sia perché è questione troppo nota, sia perché le posizioni di Togliatti e di Alicata in quella circostanza tendevano a rimarcare soprattutto l’interesse per una politica di apertura al mondo della cultura e, insieme, di saldatura di nuovi e solidali rapporti fra ceti popolari progressivi e ceti medi illuminati e “illuminabili”; l’equivoco semmai si fondò su questioni di gusto, di metodo e di carattere più che su divergenze insanabili relative ai linguaggi e alle scelte stilistiche. La stroncatura di Roderigo di Castiglia (lo pseudonimo scelto da Togliatti per firmare i suoi corsivi su Ri – nascita) a proposito della “Prima mostra nazionale d’arte contemporanea” di Bologna (novembre1948) è, invece, di una esplicitezza poco comune ed entra nel merito dei linguaggi utilizzati, con valutazioni di metodo che denotano da un lato una conoscenza sommaria della materia, dall’altro una sincerità disarmante che mal si accorda col ritornello asfissiante sulla sua supposta “doppiezza”. Scrive il Migliore a proposito della mostra. “E’ una raccolta di cose mostruose […]. Come si fa a chiamar “arte”, e persino “arte nuova” questa roba e come mai hanno potuto trovarsi a Bologna […] tante brave persone disposte ad avallare con la loro autorità, davanti al pubblico, questa esposizione di orrori e di scemenze come un avvenimento artistico?”. Gli strali di Togliatti sono indirizzati in modo particolare al lavoro dei pittori astrattisti che, a suo dire, niente avevano a che fare con la giusta causa di lavoratori. Ma sentite come concludono la lettera nella quale, con decisione ed equilibrio, difendono le loro ragioni i firmatari della risposta al segretario del partito, fra i quali c’è Guttuso, Mafai, ma anche astrattisti di ferro come Consagra, Turcato, Lencillo: “Mentre gli artisti italiani oggi sentono sempre più la capacità di orientamento che si irradia dal nostro partito in tutti i settori della cultura, pensiamo che questa lettera valga a intensificare i rapporti col partito, rapporti che sembrano più che mai insostituibili a chiarire i termini della nostra lotta”. È impressionante lo scarto che esiste fra l’aggressività (normalmente destinata ad altri obiettivi) di un Togliatti severissimo e il rispetto che promana dalla lettera degli artisti. E questo si può capire solo se si pensa all’autorità morale di cui il PCI e il suo segretario erano diffusamente ritenuti portatori e alla consapevolezza che, senza il PCI, la cultura libera e progressista in Italia non sarebbe andata da nessuna parte.

Questo rispetto era fondato sicuramente sull’esempio morale e organizzativo fornito dai comunisti nella Resistenza, ma anche su circostanze pratiche che molti ignorano. Un esempio? Il sostegno che il partito dava ai giovani artisti. Come quando finanziò il viaggio di tre degli autori che fonderanno il Gruppo “Forma Uno”, in aperta polemica con Guttuso e le preferenze figurative e didascaliche di Togliatti. Per loro stessa ammissione, quegli artisti, guidati da Enrico e Giovanni Berlinguer, ebbero a Praga, in occasione del Primo Festival mondiale della Gioventù (1947), la loro iniziazione all’arte moderna. Ma mille altri potrebbero essere gli esempi. Pensate al rapporto, non privo di asperità personali, ma sempre profondissimo,fra Renato Caccioppoli e il PCI napoletano fra la fine degli anni quaranta e i primi anni cinquanta. Il grande matematico, nipote di Bakunin, metteva a disposizione del PCI la sua oratoria irresistibile e la sua cultura sconfinata non solo matematica, ma musicale, letteraria, filosofica, cinematografica, perché capiva che senza il PCI di Togliatti non c’era salvezza. Ebbene ‘ o genio, come lo chiamavano a Napoli, faceva comizi elettorali per il PCI senza avere in tasca la tessera del partito. In tempi in cui lo stalinismo era una realtà di ferro, il partito di Togliatti si affidava alla cultura e alla creatività di Caccioppoli (altro che zdanovismo) in assenza di qualsiasi adesione formale. Senza l’attenzione di Togliatti per il mondo della cultura, senza la sua passione umanistica, senza i suoi errori (comprensibili errori per quei tempi terribili), probabilmente nulla sarebbe accaduto. Nemmeno che una ventina di anni dopo, in una sezione del PCI di Cinecittà, il cui segretario si chiamava Otello Angeli, esponesse, oltre al fratello Franco (destinato a una tormentata ma brillantissima carriera), anche un giovane Mario Schifano, forse il massimo pittore della seconda metà del Novecento. Crediamo ci sia molto da imparare da queste vicende, non solo sul conto di Togliatti e del Pci ma anche su ciò che occorre fare, oggi, per iniziare a recuperare una parte almeno del terreno perduto.

* Scrittore, critico d’arte, giornalista e medico.