“Ti aspetto, gitano sedentario…”

*Associazione Italia-Cuba Cremona

– L’amicizia tra te ed Ernesto è nata in gioventù, a Córdoba, pochi anni prima dell’ascesa al potere di Peron. Cosa ricordare di quel periodo, nel quale la politica ha avuto un ruolo del tutto marginale?

Devi tenere presente che quando io conobbi Ernesto lui aveva solamente 14 anni e io ne avevo 20. Entrambi avevamo una profonda sfiducia nei politici di quel tempo e nessun partito ci sembrava attraente, tanto meno quello di Peron. Nel 1943, quando i militari del GOU – che includeva Peron – presero il potere con un colpo di stato, iniziò per entrambi l’impegno politico con il coinvolgimento nelle lotte universitarie, lo sciopero studentesco di Cordoba, durante il quale io, che allora ero studente, fui arrestato. Politicamente eravamo lontani da qualsiasi partito. Per la verità eravamo antiperonisti: tieni conto che in quel tempo Peron appoggiava la Germania e appoggiava il Duce, e noi eravamo contro il fascismo. In politica interna Peron aveva assunto misure che aiutavano il popolo, ma la sua linea in politica estera non poteva essere condivisa. Nessuno dei partiti politici che formavano il fronte interno ci interessava e meritava fiducia: il partito radicale era impresentabile; lo stesso vale per il partito democratico: lo chiamavamo mataindios, sterminatore di indios, per ciò che era accaduto con gli indigeni nel sud dell’Argentina; il partito socialista argentino aveva un’impostazione eccessivamente ideologica e perciò molto distante dal popolo; i peronisti erano tutti bugiardi e nazisti. Anni dopo, all’età di 20-21 anni, Ernesto aveva modificato la sua visione e si era reso conto che la politica di Peron non era totalmente negativa come invece la vedevo io. Ma non credo che tutto questo abbia influito molto su di noi: fu piuttosto il nostro viaggio, lo sfruttamento dell’uomo in America Latina, la corruzione dei vertici della politica, la mancanza di unità tra la sinistra: queste furono le cose che più influenzarono il nostro pensiero e le nostre scelte.

– Siamo nel gennaio 1952, all’inizio del vostro viaggio che vi porterà a visitare cinque paesi del continente latinoamericano in soli otto mesi. Partiti in motocicletta, La Poderosa II, avete poi viaggiato con mezzi di fortuna attraverso il Cile, il deserto di Atacama, Macchu Picchu, i lebbrosari del Perù, i tramonti sul Lago Titicaca, per poi discendere in zattera il Rio delle Amazzoni. Cosa ti ha lasciato questo viaggio e come esso ha influito sulla formazione politica e umana di Ernesto? Che impressione vi ha fatto incontrare per la prima volta le popolazioni indigene?

La mia vita gira su tre eventi fondamentali: primo, la mia amicizia con Ernesto; secondo, il viaggio in America Latina; terzo: la mia partecipazione alla rivoluzione cubana. Per me questa è la vita e senza tutto ciò non sarebbe valsa niente. In ogni momento ho in mente queste esperienze… o il viaggio, o l’amicizia, o la rivoluzione cubana: sono ricordi che non mi abbandonano mai. La mia formazione politica, prima ancora sociale che politica per la verità, la devo a quel viaggio: il 29 dicembre del 1951 partimmo da Córdoba. Al principio volevamo solo osservare direttamente la realtà, credo non fossimo abbastanza maturi per renderci conto che esiste altro da fare oltre ad osservare. Poi la vita ci mostrò tante realtà che non potevamo solo limitarci a guardare, ma sulle quali bisognava prendere posizione – dire questo va bene e questo va male, qui si sfrutta l’uomo, gli argentini, gli stessi cileni, o anche gli americani. Queste esperienze contribuirono a formarci. Non fu questione di minuti, ma apprendemmo cose che con la sola teoria costa fatica imparare: una cosa è che ti vengano raccontate e un’altra cosa è vedere di persona la discriminazione della donna, vedere come una donna venga tirata per i capelli sulla strada, vedere la discriminazione degli indigeni, talmente radicata dopo secoli di dominio che quando un bianco saliva sull’autobus l’indigeno si alzava per lasciargli posto, o, quando pioveva, gli indios insistevano perché noi bianchi ci riparassimo al loro posto. Tutte queste cose ci facevano ribollire il sangue. Ci eravamo resi conto che non si trattava solo di conoscere il mondo, ma occorreva tentare di cambiarlo. Ma per cambiarlo bisognava sforzarsi, bisognava lottare per modificare ciò che era sbagliato. Fin dalla partenza iniziò a svilupparsi in me questa capacità di osservare i problemi sociali, più che la capacità politica. Per me la democrazia solamente formale e politica non significa nulla, è una menzogna: io credo nella democrazia partecipativa. In quel viaggio ci rendemmo conto che la realtà era molto peggio di quanto avessimo immaginato: la situazione della classe operaia, i partiti politici, la discriminazione, tutto era molto peggio di quanto avessimo pensato.

– Nei tuoi diari ti sei soffermato a lungo sugli attacchi di asma che colpivano il Che e che lo avrebbero purtroppo accompagnato fino alla fine, fino all’Orrido de Yuro in Bolivia. Attacchi violenti, ma che non hanno mai impedito ad Ernesto la propria straordinaria militanza rivoluzionaria…

Si può dire che l’asma fu parte dell’idiosincrasia di Ernesto Guevara. Sua madre non aveva mai voluto che quella malattia lo rendesse diverso dal resto delle persone. Questo lo aiutò tantissimo a vincere le difficoltà. A tal fine faceva sport, giocava a rugby, viaggiava in bicicletta per tutta l’Argentina, sempre con l’appoggio e l’incoraggiamento soprattutto di Celia, la madre, consapevole che un atteggiamento eccessivamente protettivo si sarebbe rivelato negativo per il figlio. Questa malattia fu la sua compagna per tutta la vita, ma Ernesto non lasciò mai qualche cosa di incompiuto a causa dell’asma. L’asma, il viaggio, l’amicizia, la conoscenza dell’America Latina, tutte queste cose insieme formarono il carattere e la persona che è stata Ernesto Guevara. Era così lontano dalla preoccupazione della malattia, che si dimenticava delle medicine e, a volte, durante momenti fondamentali come il viaggio sul Granma o durante la guerra di guerriglia, ne rimaneva sprovvisto e dovevano andare a cercargli rimedi. Qualche volta ha dovuto pagare prezzi alti, come accadde durante la guerriglia cubana, quando ebbe un attacco che lo lasciò molto provato e lo costrinse a rimanere indietro, da solo, per rinfrancarsi e poi raggiungere nuovamente i compagni. Capitò anche che dovette scegliere tra portare con sé le medicine o le pallottole, e scelse senza alcun dubbio queste ultime, perfettamente consapevole delle probabili conseguenze di quella scelta. La lotta armata per lui era la cosa più importante, era alla base della sua forma di pensiero: la presa del potere attraverso la lotta armata. Potevano esserci altri metodi, lui però era convinto che la lotta armata fosse l’unica prospettiva reale. Quello che è poi successo in Cile con Allende e in Guatemala, ha dimostrato che il potere non si prende – o non si conserva – con la sola teoria, ma anche con il potere delle armi.

– Al termine del viaggio, ti sei fermato a Caracas, mentre il Che è ritornato in Argentina via Miami per laurearsi in medicina e ripartire di nuovo per Bolivia, Guatemala, Messico e Cuba, questa volta in compagnia di Calica Ferrer. Quando hai rivisto di nuovo il Che?

Lo vidi otto anni dopo la separazione. Ci separammo il 26 di luglio del 1952, il giorno in cui morì Eva Peron. Quel giorno ci siamo separati, una coincidenza della storia, e l’anno dopo ci fu la battaglia del Moncada. Ci incontrammo nuovamente otto anni dopo a Cuba. Durante quel periodo di lontananza io avevo lavorato nella ricerca, ero stato in Italia, mi ero sposato con Delia ed avevamo avuto due figli. Quando cadde Perez Jimenez, partecipai al concorso per la cattedra di biochimica a Caracas e lo vinsi. Occorre tener presente che io appartengo ad una generazione di argentini nella quale il livello di istruzione era molto importante, generazione che fino all’arrivo dei militari era all’avanguardia e alla pari di qualsiasi paese sviluppato nel mondo. Con l’avvento dei militari, l’Argentina avrebbe visto chiudere le proprie università e molti studiosi e ricercatori prendere la via dell’esilio, proprio mentre Cuba sviluppava l’istruzione e formava scienziati. Incontrai di nuovo il Che quando era da poco Presidente del Banco Nacional de Cuba, ma aveva già introdotto riforme rivoluzionarie, a partire da un elemento simbolico: la firma delle banconote con il nome di battaglia anziché con il cognome. Fu molto emozionante incontrarlo otto anni dopo! Quando arrivai alla banca, mi presentai e chiesi di poter incontrare il Comandante Guevara. Mi dissero in modo inequivocabile: “Il Comandante Guevara in questo momento sta prendendo lezioni di matematica, e in tali circostanze soltanto Fidel o il Presidente della Repubblica Doticos possono interromperlo”. Dissi in tono persuasivo: “Senta, compagno, me ne assumo la responsabilità, ma mi faccia il favore: gli riferisca che il Petiso Grana – do (piccolo Granado) è qui”. Pochi secondi dopo comparv e , tanto sorridente quanto imponente, il Che. Vedendomi, accennò un inchino e disse: “Come sta l’insigne professor Granado?” Risposi “Be’, aspetta che l’intrepido Comandante Guevara lo riceva”. Ci abbracciammo, forte e a lungo.

– Un momento davvero emozionante…

Ho un aneddoto molto bello di quel giorno che mette in rilievo ancora una volta la sagacia e la prontezza del Che. Prima devo aprire una parentesi per spiegarmi meglio: tra il 1945 e il 1958, il Venezuela era considerato dal resto dell’America Latina una sorta di El Dorado, dove era possibile arricchirsi in fretta. Un modo ancora più rapido era quello di sposare una ricca ereditiera. Delia, mia moglie, è venezuelana e conosceva il Che solo attraverso i racconti miei e dei miei fratelli. Trovarsi davanti quel personaggio straordinario, vederlo coi capelli lunghi, pallido, la emozionò e la confuse a tal punto che non si rese conto di aver perduto un orecchino. Il Che rapidamente lo raccolse e lo soppesò nella mano. Disse: “Non sarà tutto oro ciò che luccica – l’orecchino era di latta – ma tu, Petiso, sei proprio un uomo fortunato”. E’ un episodio che ho impresso con molto affetto nella mente.

– Cosa avete fatto nei giorni seguenti?

Il Che, semplicemente, ci ha fatto girare per Cuba mostrandoci cosa avevano fatto in poco più di un anno. Dei 7.000 medici che c’erano, 3.500 avevano lasciato il paese comprati dall’imperialismo. Davano loro un lavoro semplicissimo e li pagavano una fortuna perché lasciassero Cuba. Io mi resi conto che avrei potuto essere molto utile – per la mia esperienza, il tempo trascorso in Italia, per il livello di coscienza che avevo raggiunto – e decisi di rimanere. Tornai in Venezuela per vendere le mie cose a lasciare la cattedra. Dissi al Che: “Spero che il tuo capo Fidel non faccia la fine di Romolo Betancourt e tanti altri capi latinoamericani che, una volta al potere, si dimenticano di essere stati rivoluzionari”. Allora mi guardò e rispose: “Guarda piccolo, per quest’uomo vale la pena di rischiare”. Una frase molto guevariana!

– Quale è stato il ruolo di Che Guevara all’interno del Movimento Politico 26 Luglio? Quale il suo ruolo politico – e non solo militare – all’interno delle forze guidate da Fidel Castro?

Ernesto fu un maestro in molte cose; aveva quella virtù di essere allo stesso tempo uno stratega militare, così come era un lavoratore manuale; ma dava più importanza di tutto alla formazione politica dei quadri. Per lui la gioventù era l’argilla da dove avrebbe dovuto uscire il Partito Comunista Cubano. Ha sempre creduto nei giovani. Ora, è chiaro che Cuba a quei tempi era una sorta di anello, pur se distante, della catena sovietica. Lui aveva una visione bolivariana della lotta e considerava che, se non si creava un’America Latina unita, non si poteva arrivare allo scopo. Per cui pose una sola ed unica condizione a Fidel: che una volta trionfata la rivoluzione – perché o si vinceva o si moriva -, lui avrebbe dovuto portare avanti la sua concezione bolivariana. Nelle lettere di addio alla famiglia, a Fidel, al popolo cubano, è sempre presente chiaramente questo suo progetto. Ora fortunatamente in Venezuela è apparso Chavez che ha un pensiero molto simile su come deve essere la lotta contro l’imperialismo yankee.

– Cosa rimane oggi dell’esperienza guevarista? Cosa dovrebbero apprendere oggi i giovani dalla vita straordinaria, generosa e inquieta di Ernesto Che Guevara?

Io penso che, a quarant’anni dalla morte, è evidente non solo per i giovani ma anche per i più vecchi il fatto che il Che sia un esempio da seguire. Un uomo come il Che può esistere! Non è un’utopia! Lui è presente nella mente della gente, nel lavoro politico dei partiti, nella lotta per l’unità latinoamericana… Il consiglio che mi sento di dare alla gioventù è che si ricordi di prendere in mano il proprio il futuro, senza lasciarlo ai vecchi dirigenti politici – siano essi di destra o di sinistra -, che hanno dimostrato di non essere in grado di migliorare il mondo. C’è bisogno di formare gli “uomini nuovi”, perché non possiamo costruire il socialismo se non abbiamo l’uomo nuovo. Il Che lo ha ripetuto molte volte: “Un socialismo senza l’uomo nuovo non mi interessa”, un modello di socialismo simile a quello sovietico degli anni ’60 non gli interessava. Quando tornò dall’Algeria mi disse: “I sovietici vanno diritto al capitalismo”; me lo disse nel 1962, “perché credono troppo nei valori materiali e troppo poco nel valore morale”. Questa fu la lotta che fece all’inizio della rivoluzione con il Partito Ortodosso, che era un partito già vecchio. Loro pensavano che con l’abbondanza si potesse arrivare al socialismo, ma al socialismo si arriva attraverso l’ideologia. L’ideologia deve essere accompagnata dalla tenacia: non dobbiamo stancarci di lavorare. L’imperfezione esiste, ma tutto può essere migliorato. Mi diceva che dobbiamo lottare per questo, con tutte le nostre energie, per far sì che un mondo migliore sia possibile.

– In Italia, come in tutto il mondo, si pubblicano molti libri che parlano del Che, ma pochi con l’obiettivo di ricostruirne davvero – e seriamente – la vita e il pensiero. Si preferiscono gli aneddoti, a part i re da quello che si configura come un arretramento culturale della nostra società, pronta a soffermarsi sugli aspetti esteriori, senza approfondire il merito…

Cercare di penetrare l’essenza del Che in uno scritto è un po’ difficile. Non ci deve interessare la lettura di libri di autori pagati dall’imperialismo che si mettono a scrivere pagine e pagine su sciocchezze del tipo: se il Che si lavava o non si lavava, cosa diceva la mamma… sono tutte cose stupide che non hanno alcuna importanza. L’importante è che si conosca il Che come era. E la cosa migliore per fare questo non è scrivere grandi volumi, non è dare interpretazioni di quello che sosteneva il Che, ma dire ciò che diceva, leggere ciò che lui leggeva, lavorare come lui lavorava. Non si deve lasciar credere che la figura del Che fu “sola”. Senza la rivoluzione cubana e senza Fidel Castro non ci sarebbe stato Che Guevara. La cosa più importante è far sapere che esistono uomini come il Che al mondo e che le azioni di uomini come il Che sono quelle che conducono avanti il mondo. Fidel è l’uomo che ha contribuito a realizzare i sogni di Ernesto, i miei e di molte persone come noi. Il mio arrivo a Cuba è stato conseguenza dell’effetto che ebbe su di me lo storico discorso di Fidel sulla Sierra Maestra il 26 luglio 1960, quando inaugurò una scuola di campagna. Le sue parole risvegliarono in me gli altruistici desideri che nutrivo fin da adolescente, quando leggevo “El hombre mediocre” di José Ingenieros. Ero lì con due dei miei figli e mia moglie. Ero affascinato, non volevo perdermi una parola e ogni frase rafforzava in me la determinazione di unirmi a quel popolo. Al termine dissi a mia moglie: “Delia preparati: quel leader che io pensavo non esistesse è quest’uomo. Ci trasferiamo a Cuba”. E un anno dopo eravamo a Cuba per fermarci per sempre. Ebbi anche la fortuna che nel 1967, mentre stavo svolgendo una sperimentazione genetica con le tecniche che avevo imparato in Italia e in Argentina nel 1949 per migliorare la produzione di latte in una specifica razza di bovini, il “tropico” – ricerca che, a causa della caduta dei paesi socialisti non abbiamo potuto continuare –, Fidel venne a studiare insieme a me… Discutemmo a lungo su questioni genetiche e ogni volta che approfondivo la sua conoscenza mi rendevo sempre più conto di quanto fosse importante. L’unica volta che, ai miei occhi, il Che passò in secondo piano, è stata quella volta che fummo insieme Fidel, Ernesto ed io.

– Quando hai scritto il libro Un Gitano sedentario ?

Lo scrissi quattro anni fa. Gianni Minà era interessato a fare il documentario sul viaggio in motocicletta e con il libro io volevo dimostrare cosa è stata la mia vita, cosa può fare un uomo comune come me, sempre che abbia l’appoggio e l’aiuto dello stato. E’ quasi un’autobiografia; sono pensieri sugli aspetti importanti della mia vita, quelli che l’hanno resa significativa: l’arrivo a Cuba, la lotta contro i mercenari, la crisi di ottobre, la creazione della Scuola di Medicina e l’avvento delle donne medico, a quell’epoca non era cosa facile. Sono le cose che ebbero un impatto su di me… La visita del Papa, per esempio (io lo critico, non credo nel Vaticano), come la fucilazione di Ochoa… Tutte cose che mi hanno colpito, che ho presenti, cose in larga misura positive. L’uccisione di Ochoa in verità è stata negativa, ma è forse servita per dimostrare che la giustizia a Cuba è uguale per tutti, non guarda in faccia a nessuno. Il titolo Un gitano sedentario viene sempre da Che Guevara, perché quando questi si congedò da me (anche se non mi disse che se ne sarebbe andato), mi diede un libro, dicendo che se lo avessero ucciso, quello sarebbe stato un suo ricordo. Scrisse nella sua dedica: “La mia casa ambulante – perché il nostro sogno era avere una casa su ruote – avrà ancora due gambe e i miei sogni non avranno frontiere, almeno finché le pallottole non decideranno altrimenti. Ti aspetto, gitano sedentario, quando l’odore della povere da sparo si dissiperà…”. Mi chiamava gitano sedentario perché quando arrivo in un posto dove dovrei fermarmi un paio di mesi, mi fermo un paio di anni. A Santiago dovevo frequentare un corso e mi fermai per sette anni. E’ una amalgama di sedentarietà e di voglia di conoscere il mondo, un’altra cosa che ho sempre sognato: essere un padre di famiglia, un ricercatore e un viaggiatore. Tre cose che non sono facilmente conciliabili… ma che fortunatamente ho potuto conciliare. E’ la verità!! Quando nel 1961 decisi di lasciare il Venezuela per trasferirmi a Cuba, ero docente con cattedra all’università, avevo una casa in spiaggia e una in montagna, un laboratorio clinico e molto denaro. Se avessi avuto contrasti con mia moglie Delia sulla scelta di andare a Cuba, avrei passato momenti difficili, avrei dovuto divorziare da lei o dall’idea. Fortunatamente le cose sono andate per il verso giusto.