Tesi e fatti sull’uranio impoverito

La questione dell’utilizzo dell’uranio impoverito (o Uranio 238, o DU, o semplicemente Uranio) durante l’aggressione alla R.F. di Jugoslavia del 1999 è stata trattata dalla stampa italiana e dagli organi istituzionali competenti né più né meno che come ogni altro problema cruciale che tocca gli “interessi” di noi italiani (guarda caso coincidenti con quelli del Grande Fratello, senza peraltro conoscerli!): con bugie, falsità, menzogne, omertà, depistaggi, falsificazioni e anche razzismo. Non è secondario infatti il fatto che tutta la questione è esplosa per la morte di una decina di militari e l’ammalarsi di altre poche decine; come se gli iracheni e gli jugoslavi (specialmente bambini) che delle stesse cause stanno morendo da anni non contino nulla.

D’altra parte non ci sorprende più che da parte dei militari, da sempre, l’evidenza viene immancabilmente negata con espedienti banali e puerili: il generale che appare sullo schermo TV maneggiando e toccando la testata di un proiettile all’uranio, allo scopo di infondere tranquillità e rassicurare lo spettatore, su chi è minimamente informato ha un effetto contrario immediato di ridicolaggine e disinformazione. Lo stesso dicasi per le decine di tecnici (ovviamente sempre militari) con mascherine in faccia (di quelle da tremila lire al supermercato) e con improbabili contatori geiger che già normalmente non misurano gran che – figuriamoci poi la radiazione alfa dell’uranio! – e le interviste false costruite ai militari italiani (intimoriti in presenza dei loro superiori…) in servizio in Kosovo e in Bosnia. Oppure il politico di turno che afferma che “le radiazioni contenute in un proiettile sono inferiori a quelle di un orologio da polso” o addirittura che “l’uranio impoverito NON è radioattivo” (sentita dal sottoscritto e detta da uno dei tanti ex sottosegretari alla difesa al tempo dei bombardamenti in Bosnia del 1995).

E che dire dell’ineffabile ruolo che i nostri governanti ricoprono all’interno della NATO: nella migliore delle ipotesi, dicono, non ne sapevano niente, non erano stati avvertiti. Ma allora che cosa ci fanno i soldati italiani e perché l’Italia spende 36.000 miliardi di lire per l’esercito? Come può essere credibile un ministro che afferma che, sì, gli A-10 Warthog si alzavano in volo per andare a compiere missioni (di “difesa integrata”, ovviamente, come ci istruiva l’ineffabile presidente del Consiglio con i baffetti), ma che non sapevano certo che portavano con sé i proiettili all’uranio: non glielo avevano detto!! Ma vuole farci credere che partissero vuoti? Visto che quegli aerei, inevitabilmente, (sono stati fatti apposta!) sparano proprio quei proiettili!! Gli A-10 volano inevitabilmente portandosi dietro il carico di bombe che gli compete: quelle all’uranio nella misura di un carico totale complessivo di circa 400 kg in un migliaio di proiettili.

Ma quale è stata la risposta governativa? La solita proposta della commissione di “scienziati” (indipendenti ovviamente, con… un paio di generali) che appena nominati avevano già escluso ogni possibilità di collegare le morti di leucemia all’uso dell’uranio. Ma non per caso saranno gli stessi scienziati che scagionano la Monsanto dall’accusa di inquinare e mettere in pericolo l’ambiente (e la vita di milioni di persone) con i suoi organismi geneticamente modificati? O gli stessi scienziati che escludono che i telefonini facciano male? O che le onde elettromagnetiche siano pericolose? La conclusione sarà, al solito, che “non ci sono le prove scientifiche della pericolosità”…. etc etc. e che potremo mangiarci tutte le bistecche con l’osso, i polli diossinati, i conigli ormonati che vogliamo perché non possiamo mettere a rischio la produzione industriale mondiale per un paio di esseri umani che crepano, no? Il Dio PIL deve sempre aumentare, a meno che non si scopra che distruggendo tutti gli allevamenti, a spese del cittadino, ovviamente, l’aumento del PIL sia ancora più alto…. O forse sono gli stessi commissari che hanno indagato sulle torture dei soldati italiani in Somalia, senza nemmeno avere il pudore di ascoltare i testimoni (centinaia) in Somalia, forse concludendo solo che c’è stato qualche “uso improprio” dei telefoni da campo….?
In questo caso il livello di menzogne raggiunto è ancora più evidente: forse per la mucca pazza la mancanza di studi e di informazioni (colpevole, visto ormai che il problema si conosce da almeno 15 anni) è reale, ma per l’uranio, no. Sorprende in questo caso (ma probabilmente la situazione è generalizzabile), la facilità con cui informazioni utili e documentazione preziosa si possa trovare su internet: basta saper cercare e averne voglia senza perdersi in un mare (appunto… navigando ci si perde per mare…) di informazioni depistanti. E girovagando si scopre che anche i ministeri sapevano, che le notizie giravano, che le dichiarazioni ufficiali esistono da decenni!

Quindi:

Il DU è notoriamente impiegato in scenari di guerra da oltre dieci anni, nonostante provvedimenti internazionali che lo proibiscono.
Le autorità politiche e militari italiane non potevano non essere informate sulla pericolosità del DU e sul suo utilizzo negli scenari di guerra dell’ultimo decennio. Non è vero, poi, che le armi al DU non siano proibite a livello internazionale. Questa seconda affermazione ha garantito l’assoluzione della NATO al Tribunale dell’Aja per opera della fedelissima Carla Del Ponte, appunto perché “mancano le evidenze scientifiche della sua pericolosità e perché non ci sono trattati internazionali che lo vietano”. Tutto vero, ovviamente, se si vogliono considerare solo gli studi “scientifici” prodotti su commissione (al momento opportuno) dalla NATO stessa e se si considera che anche quando i trattati internazionali ci sono, questi non vengono ovviamente firmati e ratificati dagli USA che, quindi, operano come se non esistessero.

Consideriamo proprio quest’ultimo punto: il problema delle armi all’uranio impoverito è stato dibattuto anche in sede ONU. La Sottocommissione per la Prevenzione delle Discriminazioni e per la Protezione delle Minoranze nel 1996 e di nuovo nel 1997, ha adottato una risoluzione, votata in Assemblea Generale, in cui “…le armi di distruzione di massa e in particolare le armi nucleari non devono avere alcun ruolo nelle relazioni internazionali e quindi devono essere eliminate. …Tutti gli stati … devono essere guidati, nelle loro politiche nazionali, dalla necessità di eliminare la produzione e la diffusione di armi di distruzione di massa o con effetti indiscriminati e in particolare le armi nucleari, le armi chimiche, il napalm, le bombe a frammentazione, le armi biologiche e le armi contenenti uranio impoverito”. Quando l’ONU ha deciso questo non lo ha fatto per puro spirito compassionevole, ma soprattutto perché nel 1996 ormai erano evidenti, a chi avesse un minimo di occhi per guardare, gli effetti dei bombardamenti con l’uranio nel sud dell’Iraq.

Ma già anni prima l’esercito USA pubblicava le istruzioni per il maneggiamento delle armi a DU e dei veicoli contaminati. Nel luglio 1990 un rapporto della Science Application International Corporation degli USA preparato per l’esercito americano affermava che gli effetti a lungo termine di bassi dosaggi di uranio impoverito sarebbero stati l’insorgenza di tumori, patologie renali e difetti genetici. Dal settembre 1990 l’esercito USA pubblica un bollettino (Department of the US Army Technical Bullettin – Guidelines for safe response to handling, storage and transportation accidents involving army tank munitions or armour which contain depleted uranium) in cui si istruisce il personale militare a contatto con il DU sulla sua pericolosità.

Durante la guerra del Golfo del 1991, i bombardamenti in Bosnia del 1995 e in Jugoslavia del 1999 l’uso di armi al DU fu notorio e massiccio, ma ormai è evidente che questi non sono stati i soli scenari in cui questo è avvenuto: ormai è certo l’uso anche in Somalia, l’uso di routine nei poligoni di tiro (Nevada, Viesques, Sardegna?), l’uso in questi giorni in Israele contro l’intifada palestinese e la ripresa delle esercitazioni da parte dei britannici (sprezzanti delle proteste delle popolazioni che vivono vicino ai poligoni di tiro, ovviamente…). A proposito di Israele, sembra proprio che il debutto internazionale di questo tipo di bombe sia avvenuto proprio nelle fila dell’esercito israeliano durante la guerra del Kippur del 1973! Quello che cambia, ma che ovviamente non è dato conoscere se non con approssimazioni (e sottostime) grossolane è il numero di bombe utilizzate!

La quantità di documenti sull’uso e pericolosità del DU è amplissima: in bibliografia sono indicati alcuni siti internet, sia governativi che non, in cui il lettore può approfondire le proprie conoscenze sull’argomento. Per gli aspetti più divulgativi e di denuncia invece rimandiamo comunque al libro The Metal of Dishonor (Il metallo del disonore, aut. Helen Aldicott, International Action Center), che è stato pubblicato a New York (USA) ed è diffusissimo, anche in edizione italiana.

Per chiudere questo paragrafo, ci si domanda (pleonasticamente): come mai il nostro governo non sapeva nulla? Sapeva… sapeva! E come! Tanto per citare una sola fonte, il ministro finlandese dell’ambiente ha informato ufficialmente i suoi colleghi europei, ben prima dello scoppio dello “scandalo” per avvisare del pericolo, affermando dell’utilizzo non sono con gli aerei A-10, ma anche nei 1.500 missili Cruise Tomahawk sparati su tutta la Jugoslavia e chiedendo anche il bando dell’uranio come arma di sterminio di massa indiscriminato! Se questo non basta!?

L’uranio e’ pericoloso

L’Uranio è dannoso e pericoloso, non solo come agente tossico chimico, ma anche dal punto di vista radiologico, qualora ingerito o inalato. Le evidenze della pericolosità del DU sono note da oltre venti anni in ambiente pubblico e militare: citeremo qui alcune fra le moltissime fonti di provenienza statunitense e di ambiente militare.

Nel 1979, il US Army Mobility Equipment Research & Development Command sosteneva che l’uso dei proiettili contenenti uranio impoverito mette in pericolo “non solo le persone nelle immediate vicinanze, ma anche quelle che si trovano a distanza sottovento: […] le particelle […] si depositano rapidamente nei tessuti polmonari esponendo l’ospite ad una dose tossica crescente di radiazioni alfa, capace di provocare il cancro e altre malattie mortali”. Certamente questa non è una fonte dalla parte di chi vorrebbe il bando di queste munizioni. Se oggi questo lo dicesse (e lo dice!) la controcommissione del Tribunale Ramsey Clark, verrebbe immediatamente tacciati di sovversivismo!
Ma le notizie di fonte governativa statunitense, riguardo le precauzioni da adottare in caso di impatto con questo materiale, non sono certo scarse.

Anche la legislazione statunitense in materia di radioprotezione non è indulgente con chi utilizza uranio e addirittura fabbrica queste bombe, perché quando si tratta di difendere l’ambiente naturale nordamericano (solo quello si intende) allora sono molto efficaci: Le National Lead Industries, nello stato di New York, è stata chiusa nel 1980 a causa di rilasci eccedenti i limiti imposti dalla legge e che causavano una eccessiva contaminazione dell’aria. Particelle di uranio sono state ritrovate nei filtri dei condizionatori d’aria di abitazioni a oltre 50 km (e poi ci vengono a dire che la contaminazione radioattiva rimane confinata in poche decine di metri intorno al luogo della esplosione!) ma quantità totale rilasciata sarebbe stata (udite,… udite…) di 375 g, che tradotta in termini da “campo di battaglia” equivale ad uno solo, circa, dei 31.000 proiettili sparati, secondo le ammissioni della NATO, sul Kosovo o dei 900.000 sparati in Iraq.
A proposito: qualcuno si è mai chiesto quanti proiettili sono stati prodotti? Facilissimo rispondere, o meglio facilissimo trovare la risposta, proprio sul sito internet del produttore: per i PGU-13 da 378 g (quelli degli A-10) siamo a quota 15 milioni di pezzi dal 1976 al 2000, dei PGU-14 da 693 g, siamo pure a quota 15 milioni di pezzi, ma la lista dei prodotti in catalogo è lunga e la quantità totale di uranio che ancora aspetta di essere trasformata in armi (e quindi di essere smaltita in modo… pulito, economico e vantaggioso dal punto di vista dell’incenerimento e sterminio dei popoli “di troppo”, come direbbe l’amico di Nando) è impressionante: 600.000 tonnellate!! Lo stupido si chiederebbe: ma che fine hanno fatto, o dove sono tutti questi milioni di pezzi ancora (ufficialmente) non utilizzati?
L’uranio ha una modesta radioattività, ma questa risulta – nelle condizioni che ci interessano – niente affatto trascurabile, perché ha un effetto biologico lieve o nullo se il contatto avviene dall’esterno e per poco tempo: infatti la radioattività alfa emessa dal DU non riesce a penetrare nella materia dall’esterno e basta un foglio di carta o lo strato morto della pelle ad attenuarla notevolmente; nel nostro caso, il problema è relativo all’inalazione o ingestione di DU, che può essere incorporato dall’uomo. In seguito ai bombardamenti, infatti, questo prende fuoco, brucia ad alta temperatura (5.000°) si nebulizza e passa nell’ambiente e di qui all’uomo.
Una volta inalato o ingerito, il DU provoca morte cellulare e danni cromosomici; inalato, è soggetto a complesse reazioni chimico-biologiche nel corpo umano. La radiazione che esso emette è sorgente di elevata morte cellulare e danno cromosomico se emessa all’interno del corpo. Inoltre esso si presenta sotto forma di ossido adatto ad andare in sospensione (più del 99% in massa) nei fluidi delle mucose polmonari. L’ossido di uranio, inoltre, si combina facilmente con i tessuti e migra verso le ossa, una parte migra e si insedia nei reni (oltre ad altri organi, in percentuali minori).
Un’altra questione importante e tuttora aperta riguarda la “caratterizzazione” del DU, cioè la determinazione della sua effettiva radioattività e composizione chimico-fisica. Questo aspetto è importante anche per individuare la concentrazione nel DU di Plutonio (un nuclide molto pericoloso) come impurezza. Anche questo aspetto è stato più volte discusso e reso noto: anche il nostro ineffabile governo ne è sicuramente al corrente almeno dal febbraio 2000, quando l’ANPA, notoriamente agenzia governativa, individuava il contributo aggiuntivo alla dose derivante dalle impurezze di plutonio: citando fonti del DOE (Dept. Of Energy, USA) questo contributo veniva fissato al 14%. Il DOE stesso si era impegnato a rendere noto entro giugno 2000 un nuovo rapporto sulla caratterizzazione del DU. A tuttora non risulta però sia stato pubblicato. Sostanzialmente i conti fatti da un collega del Comitato Scienziati e Scienziate contro la Guerra dimostrano come la presenza di plutonio diversifica di molto gli organi colpiti dalle radiazioni, spostando l’attenzione proprio verso quegli organi (midollo osseo rosso) dove le leucemie possono prendere avvio.

Rischio DU nei Balcani

Si tratta, radiologicamente parlando, di dosi individuali oggettivamente basse (insomma non siamo sicuramente di fronte alla situazione di Hiroshima); ma il problema più importante è valutare non la dose ai singoli, ma quella alla popolazione nel suo complesso. I dati calcolati per ogni individuo vanno moltiplicati per il numero di persone esposte per avere una stima della dose collettiva per poi valutare il rischio della collettività, che diventa un problema di “statistica”. Si arriva così facilmente a presumere la comparsa di un nuovo caso di tumore, in più, ogni 8.000 – 10.000 persone ogni anno, più un numero equivalente nella loro prole.
Su una popolazione di due milioni di persone, si tratta di 200-250 casi in più all’anno.
Tenendo poi conto poi anche del plutonio allora questo numero è destinato a aumentare di 1,5-2 volte arrivando a 300-500 casi all’anno (ma per quanti anni??)

Ora il numero di soldati italiani impiegati negli scenari jugoslavi ammonterebbe a circa 40.000 unità, quindi possiamo attenderci nell’ordine da 10 a 20 casi all’anno di tumore in più rispetto al normale. Il numero di quelli ufficialmente dichiarati non si discosta di molto da questo!
Inoltre questa è una popolazione di 40.000 individui sani e giovani (età media sui 25 anni), per i quali l’incidenza annua di leucemie è piccola ed inferiore all’unità, quindi tutti i casi che si verificano in questi giorni sono “anormali”, anche se non portano nessuna “firma” che attribuisca la patologia a questo o quell’agente cancerogeno.

La punta dell’iceberg di una immane “guerra chimica”; sono già migliaia i casi di tumore in più provocati dalle guerre in Jugoslavia.

E’ doveroso, infine, rilevare come il caso del DU sia solo la punta dell’iceberg delle conseguenze di una guerra chimica, radiologica ed ecologica condotta dalla NATO contro la Jugoslavia.
Nella sola “guerra del Kosovo” la NATO ha consumato l’equivalente del 7% annuo della produzione di petrolio di tutto il mondo in un anno (vi sembra ancora un caso che il prezzo sia schizzato così in alto pochi mesi dopo, scatenando una vera e propria asta per il suo accaparramento?). Ha bombardato e distrutto 16 fra raffinerie e impianti chimici di grossa taglia, 39 centrali energetiche/elettriche, 77 impianti industriali, riversando nell’ambiente migliaia di tonnellate di: mercurio e suoi composti, diossina, ammoniaca, cloruro di vinile monomero (il famigerato CVM di Porto Marghera…), dicloroetano, toluene-disocianato, metalli pesanti, PCB, idrocarburi policiclici aromatici, cloruro di etilene ETC, fosgene ecc… Tutti questi composti chimici citati, nessuno escluso, sono agenti cancerogeni presi singolarmente. Tutti insieme cosa diventano?
Non può stupire pertanto, ne’ ci stupirà in futuro, il verificarsi di casi di tumore fra i militari, i volontari, la popolazione che risiede in Jugoslavia. E’ stato violato interamente quel poco di diritto di internazionale che si occupava della tutela delle popolazioni civili durante i conflitti armati. Il protocollo aggiuntivo alla Convenzione di Ginevra del 1977, stipulato in seguito agli effetti sui civili dei bombardamenti chimici statunitensi sul Vietnam, definisce crimini di guerra i danni gravi, estesi e duraturi inflitti, anche non intenzionalmente, alla popolazione civile. Una recente sentenza del Tribunale dell’Aja parrebbe negarlo rifiutandosi di bollare come sproporzionati i danni indotti sui civili dai bombardamenti su obiettivi militari, anche quando, come a Pancevo, si erano registrati picchi di tossicità 10mila volte superiori al consentito.
Un danno ecologico prevedibile e ovvio fin dall’inizio stesso dell’intervento e che quindi si può considerare premeditato.
Tutto questo mentre sappiamo che gran parte dei danni sulla salute indotti dai bombardamenti emergeranno solo tra molti anni, come a Porto Marghera, dove i magistrati italiani possono oggi parlare di stragi per fughe di sostanze tossiche in quantità infinitamente inferiori a quelle registrate due anni fa lungo il Danubio.
Se una stima delle conseguenze sui militari è difficile, non è difficile citare i primi dati sui civili jugoslavi. Ad esempio, i dati per la zona di Pancevo: il numero annuo di casi di tumore, già alto prima dell’attacco a causa delle industrie chimiche, è passato da 2.000 a circa 10.000 (stima estrapolata dai primi dodici mesi dopo l’attacco dalla Sindaca e dall’assessore all’ambiente locali).
I dati epidemiologici jugoslavi indicano che l’inquinamento chimico deve essere una concausa rilevante della maggior insorgenza di tumori in chi sia stato o viva in Jugoslavia durante o dopo le guerre, in quanto tutti i casi che si verificano sulla popolazione non sono spiegabili con il solo DU. Ma questo non è importante, se non per riconoscere che il DU non deve servire per distogliere l’attenzione sugli altri crimini di guerra della NATO (come bombardare un’industria chimica sottovento a una città), ma anzi il DU deve servire da paradigma di un sistema che vuole a tutti i costi e goffamente nascondere le ragioni per le quali questi crimini sono stati commessi, per destabilizzare intere aree geopolitiche e consentire l’ingresso trionfale dei vari Djindjci e Kostunica di turno, spalleggiati e ipernutriti da George Soros, dalla CIA e dalle multinazionali del libero mercato “democratico”, camuffati mediaticamente nelle faccette belle e pulite dei ragazzotti di Otpor.
L’attenzione su queste cose si è destata per la malattia e la morte di alcuni militari italiani ed europei (NATO); tuttavia, non possiamo tacere la nostra indignazione per il fatto che, in questi mesi, si sia taciuto che in Jugoslavia si muore di cancro e malformazioni congenite a migliaia in più rispetto a prima della guerra, senza contare le migliaia di morti durante il conflitto.
Non può che destare ulteriore timore il fatto che, sia i dati di Pancevo sia le informazioni raccolte presso città jugoslave che non sono state strettamente l’oggetto di una guerra chimica (come Cacak), forniscano un quadro di crescita dei tumori talmente ripida e rapida da non potersi spiegare solo con cause di tipo chimico o più generalmente ambientale. Ricordiamoci anche dei quasi dieci anni di embargo che anche in Jugoslavia ha stremato le difese immunologiche di un popolo intero, dimostrato dall’impressionante aumento di casi di depressione registrati a Belgrado e in molte città bombardate più violentemente.

Si assiste anche a una perversa e inconsapevole complicità tra vittime e carnefici che ha come risultato l’occultamento di importanti elementi di prova dei crimini ecologici di guerra contro le generazioni presenti e quelle future, le quali paiono destinate a subire un aumento del carico genetico, attualmente di difficile quantificazione. Ma questo è giustificabile: il responsabile dell’Istituto per la Salute Pubblica di Belgrado, Slobodan Tosovic, ci diceva che se la popolazione avesse saputo cosa mangiava, cosa beveva e cosa respirava, sicuramente si sarebbe riversata in massa ai confini per scappare via il più lontano possibile, in preda al panico….
Non solo la NATO occulta le prove del suo operato ai suoi stessi alleati, come stiamo vedendo in questi giorni, ma sono le stesse istituzioni jugoslave che mostrano spesso segni di timidezza nel denunciare le sindromi da cui sono afflitte in seguito alla guerra: motivi di ordine pubblico, come quelli che hanno evitato ieri una possibile evacuazione di Belgrado, minacciata dalla nube tossica proveniente da Pancevo, e che hanno indotto i ginecologi delle città oggetto di bombardamenti chimici a suggerire, solo informalmente, l’aborto per i successivi due anni a donne che avrebbero potuto essere le gestanti di feti malformati. Ma anche motivi di ordine economico: che convenienza ha infatti la vittima a denunciare il crimine da cui è stata colpita, quando ciò impedirebbe all’agricoltore di vendere la propria merce inquinata, oggi, unica sua fonte di reddito per la completa chiusura di ogni altro apparato produttivo industriale per i motivi che ben conosciamo. Ma la verità, prima vittima di ogni guerra, prima o poi viene a galla.

I riferimenti si possono trovare in documenti pubblici reperibili nei siti:

CADU: http://www.cadu.org.uk/
Tribunale Clark: http://www.pasti.org/tribhome.htm
Comitato Scienziate & Scienziati contro la Guerra: http://www.iac.rm.cnr.it/~spweb/
Rand: http://www.gulflink.osd.mil/library/randrep/du/cover.html
Mil. Toxic Project
http://www.miltoxproj.org/
Union of Concerned Scientists
http://www.ucsusa.org/
Int. Action Center: http://www.iacenter.org/depleted/du.htm
Int. Phys. For the Prevention of Nucl. War: http://www.ippnw.org/
http://www.triumf.ca/safety/rpt/rpt_4/node1.html
http://www.va.gov/pubaff/gulfvets.htm
http://www.defenselink.mil/news/fact_sheets/f941221_clineval.html
Ministry of Defense: http://www.mod.uk/index.php3?page=955
Nuclear Regulatory Comm: http://www.nrc.gov/nrc.html
http://www.orcbs.msu.edu/
Gulf Ilness Annual Report:
http://www.gulflink.osd.mil/annual_report_980106/annual_report.htm
ATK: http://www.atk.com/homepage/products/