Teoria, prassi, organizzazione: la natura rivoluzionaria del Partito Comunista

Scritta e pubblicata all’estero, a Stoccarda, nel 1902, nel vivo delle lotte di corrente interne al movimento socialdemocratico russo, pur composta nei ritagli di tempo rubati all’attività politica (“ho dovuto lavorare con la più gran fretta – si scusa l’autore con i lettori – e, per giunta, sono stato frequentemente interrotto da ogni sorta di altri lavori”), quest’opera appartiene tuttavia, insieme allo scritto sull’Imperialimo e a Stato e rivoluzione, ai tre grandi testi classici del leninismo. Fu scritta in polemica con gli “economisti”, come un tentativo di “”chiarificazione” sistematica […] con tutti gli economisti, su tutti i punti essenziali”. Alla domanda formulata nel titolo, Lenin risponde con grande chiarezza, dopo aver delineato un rapido bilancio storico della socialdemocrazia russa: “liquidare il terzo periodo”, dominato appunto dall’economismo, sconfiggerlo per costruire un partito con una teoria, un’ideologia, un complesso di tattiche e di strategie, un’organizzazione tali da porlo in grado di guidare alla vittoria la rivoluzione russa.

Spontaneità e coscienza. Il Partito e la teoria rivoluzionaria

Che cos’è l’”economismo” nel testo di Lenin? In primo luogo sopravvalutazione, anzi feticizzazione della lotta economica operaia, in secondo luogo spontaneismo e primitivismo organizzativo. Nel primo senso, è l’altra faccia, una variante estremistica e ultrasinistra, operaistica diremmo oggi, del tradunionismo; lo scopo è il miglioramento delle condizioni materiali di vita e di lavoro della classe operaia; il mezzo: le agitazioni, gli scioperi, le lotte rivendicative. Non esclude la politica, ma solo la politica rivoluzionaria; si accoda, di fatto, alla politica riformista, mirando esso, al pari del tradunionismo, all’introduzione, o al miglioramento della legislazione sociale, pago di ottenere, al massimo, riforme sociali o economiche interne al sistema, che non scuotano la subordinazione strutturale del salario al capitale. Nel rapporto spontaneità-coscienza, gli economisti esaltano la spontaneità e svalorizzano la coscienza; ma poiché non c’è spontaneità assoluta, senza almeno un barlume di coscienza, e poiché la coscienza, anche a livello germinale, è sempre contraddittoria, sottoposta allo scontro ideologico, esaltando la spontaneità essi in realtà favoriscono l’ideologia borghese, o abbandonano gli operai alla sua efficacia devastatrice e controrivoluzionaria. Essendo inoltre l’ideologia borghese enormemente più diffusa e pervasiva di quella rivoluzionaria, data la “quantità incomparabilmente maggiore di mezzi di diffusione” (i mass-media diremmo oggi) di cui dispone, ogni “sottomissione alla spontaneità”, dice Lenin, non può che risolversi in sottomissione all’ideologia borghese. Infatti, a suo parere, “o ideologia borghese o ideologia proletaria”: tertium non datur.

Che cosa oppone Lenin all’economismo? Una concezione irriducibilmente diversa del rapporto di spontaneità e coscienza, che promuova nella classe operaia la valorizzazione e lo sviluppo della coscienza rivoluzionaria; quindi l’idea di un Partito non alla coda, ma alla testa del movimento spontaneo della classe, per rafforzarlo e orientarlo in un senso non riformista, ma rivoluzionario. Un siffatto Partito non può adempiere a tale compito se innanzitutto non è armato di teoria. “Senza teoria rivoluzionaria non vi può essere movimento rivoluzionario”. Il marxismo, che è la dottrina rivoluzionaria della classe operaia, non è solo una teoria del rapporto operai-padroni, o dello sfruttamento capitalistico della forza-lavoro, ma una teoria articolata e complessa dell’intera società capitalistica, non solo dell’economia e delle classi sociali, ma della cultura, della politica, dello Stato. Non che si debba escludere la lotta economica, ma è erroneo l’elevarla a scopo unico.

A differenza dell’economismo, la cui unica aspirazione era di ottenere una migliore e più vantaggiosa vendita della forza-lavoro nel mercato capitalistico, il marxismo secondo Lenin mira a inserire la lotta economica nella lotta politica rivoluzionaria, inquadrarla nella strategia del superamento e del rovesciamento rivoluzionario del sistema capitalistico. A tal fine il marxismo, prodotto della difficile elaborazione e ricerca teorica di intellettuali che, come Marx e Engels (e lo stesso Lenin), pur di estrazione sociale borghese, si sono tuttavia identificati in toto con la causa del proletariato, non può che portare la coscienza alla classe operaia dall’esterno, “dall’esterno della lotta economica” spontanea, “dall’esterno della sfera dei rapporti tra operai e padroni”. La teoria, la coscienza politica e rivoluzionaria di classe, sottolinea Lenin, non può essere infatti attinta solo dalla sfera economica, dall’interno della contraddizione che oppone operai e capitalisti, venditori e sfruttatori della forza-lavoro, bensì dal “campo dei rapporti di tutte le classi e di tutti gli strati della popolazione con lo Stato e col governo, il campo dei rapporti reciproci di tutte le classi”. Una concezione totale, “scientifica”, razionale della storia, della società e dello Stato capitalistico che gli operai non possono acquisire spontaneamente, ma solo gli intellettuali sviluppare con le armi della scienza e della critica. Si spiega quindi la tesi di Engels secondo cui “il proletariato è l’erede della filosofia classica tedesca”; essa non indica altro chela genesi del movimento comunista dalla confluenza del movimento operaio spontaneo con la teoria rivoluzionaria marxista, debitrice, per alcune delle sue più importanti categorie di pensiero, come la dialettica, dall’hegelismo, materialisticamente reinterpretato.

È appena il caso di osservare che da Lenin ad oggi, almeno nei paesi industriali avanzati come il nostro, il bisogno, la fame per così dire di teoria è enormemente aumentato. In piena rivoluzione informatica, con un discreto grado di scolarizzazione e alfabetizzazione di massa, di fronte all’onnipresenza e all’onnipervasività dei mezzi massmediali e multimediali (il “Grande Fratello” sotto la cui occulta regia l’ideologia neoliberista sta diventando senso comune di massa), e per giunta dopo il crollo dell’Urss, sotto le cui macerie sembra a molti definitivamente seppellito ogni ideale socialista, un Partito comunista non può che sfaldarsi, o intristire, e condannarsi a morte lenta, se non si concentra sui compiti urgenti della “lotta teorica” (Engels citato da Lenin), o senza affinare le armi della “lotta per l’egemonia” (Gramsci), per cercare di contrastare l’ideologia neoliberista quasi ovunque trionfante.

Quale organizzazione?

Si capisce che per compiti così importanti e urgenti occorra un partito coeso, saldamente strutturato, in cui all’autonomia teorica faccia riscontro l’autonomia organizzativa. Anche su questo punto il Che fare? presenta, mi sembra, una forte attualità. Per Lenin economismo, dicevamo, è sinonimo di spontaneismo e primitivismo organizzativo. In che senso? Nel senso che gli economisti si opponevano ad un Partito centralizzato, con un giornale unico per tutta la Russia, con un’organizzazione di “rivoluzionari di professione”, vedendo in ciò soltanto pericoli di autoritarismo e burocratismo. Teorizzavano invece i piccoli circoli, gruppi e comitati locali, con la propensione semmai ad un processo federativo dal basso, che garantisse però la loro completa indipendenza, insomma una sorta, diremmo oggi, di movimentismo, un lavoro politico di tipo agitatorio, organizzativamente frastagliato, frammentizzato, improvvisato, affidato alla creatività e alle poche risorse dei militanti, atomizzato. Un tipo di (dis)organizzazione assolutamente inadeguato e perdente di fronte alla gigantesca macchina politica e poliziesca dello zarismo. Non che Lenin si opponesse ai circoli e ai comitati di lotta locali, creati spesso ad hoc e contraddistinti altrettanto spesso dall’eroismo degli operai e studenti militanti. Voleva al contrario valorizzarli e potenziarli costruendo un apparato centralizzato di “rivoluzionari di professione”, capace di fare un lavoro di sintesi, guida e diffusione delle lotte e delle esperienze locali, di esserne come la testa, il cervello organizzativo e direttivo. Nel Che fare? non c’è ancora l’idea delle cellule operaie, di fabbrica, del Partito, che sarà elaborata in seguito, dopo la presa del potere, nei primi anni della Terza Internazionale. Ma essa è già tutta potenzialmente contenuta nella concezione del Partito come parte (politicamente, si intende, non sociologicamente) della classe operaia, suo reparto d’avanguardia cosciente, armato della teoria rivoluzionaria. E come potrebbe essere parte, seppur d’avanguardia, della classe operaia un Partito che non fosse radicato organizzativamente nelle fabbriche, nei luoghi di lavoro, dove si consuma giorno per giorno, ora per ora il dramma dello sfruttamento e dell’alienazione operaia? Sradicata dal suo humus , ogni pianta perde vigore, intristisce e muore. Staccato dalla classe, il Partito perde identità, va in declino, smarrisce la sua funzione, la sua ragione d’essere e d’operare.

Anche sotto questo aspetto, oggi la situazione appare enormemente cambiata. Ma in peggio. Invece dello zarismo, gigantesca macchina repressiva, ma lenta, invecchiata e arrugginita, abbiamo un nuovo nemico: la nuova Santa Alleanza imperialistica nord-atlantica a egemonia statunitense, ultratecnologizzata anche sotto il riguardo dell’armamento, in grado di intervenire quasi in tempo reale in ogni angolo del globo contro chiunque (gruppo sociale, movimento organizzato, Stato nazionale) si opponga, o disturbi il nuovo ordine monopolare. Una Santa Alleanza, sostenuta e mistificatoriamente giustificata ogni attimo dalla grancassa massmediale, e di cui purtroppo il governo D’Alema si è gloriato di far parte nei non lontani giorni della vergognosa guerra di aggressione contro la Serbia. La sottovalutazione della lotta teorica, con il conseguente cedimento all’ideologia neoliberista del “pensiero unico”, o il ritorno al movimentismo, a forme organizzative primitive e sorpassate, o la caduta nell’illusione di rafforzarsi, affastellando insieme parti e particelle, frammenti pezzi e spezzoni (talvolta anche schegge impazzite) di organizzazioni e di circoli di sinistra o di ultrasinistra, teoricamente e politicamente spurie, o stanchi residuati del passato, tutto ciò comporterebbe il suicidio del Partito. Il centralismo verrebbe seriamente compromesso, o soppiantato dall’ultrademocraticismo e dall’anarchismo politico e organizzativo. Una resa incondizionata al nuovo nemico di classe, mille volte più forte e agguerrito dello zarismo.