Telecom: un caso di lotta di classe

Parlando del settore della Tlc ed in particolare della Telecom è utile tracciare un quadro complessivo per poter comprendere al meglio le fasi che si sono avvicendate e che hanno coinvolto soggetti politici, economici e sindacali. Sono di questi giorni le polemiche del centrodestra sull’acquisizione di Tmc da parte di Seat, società controllata da Colannino; ora, al di là delle determinazioni che verranno assunte dall’Autority (un organo di controllo che ad oggi sostanzialmente non è mai esistito), è difficilmente confutabile che le ragioni di tale operazione vanno ricercate nella politica e non nell’economia.

Sono infatti del tutto evidenti in questa vicenda le forti responsabilità del centrosinistra e della sinistra governativa che si è schierata a favore del liberismo economico, appoggiando le operazioni finanziarie più spericolate, incassando contestualmente un atteggiamento da parte del sindacato confederale , in questo caso la Cgil, che solo inizialmente ha tentato di individuare e censurare alcuni comportamenti che avrebbero prodotto seri problemi all’Azienda ed ai suoi occupati. È necessario a questo punto riassumere come i fatti si sono succeduti.

Inizialmente la scelta (sciagurata) di privatizzare la Telecom, una delle più grandi Aziende di Tlc in Europa, con forti utili ed erogatrice di una tipologia di servizi sui quali si misurano gli stessi livelli di democrazia nel nostro Paese; inutile ricordare che in altre nazioni europee analoghe aziende nazionali, seppur in un settore ad altissima competizione, sono rimaste sotto il controllo statale. Successivamente assistiamo alla scalata vincente di Olivetti (Colannino) che diventa il padrone di Telecom producendo contemporaneamente decine di migliaia di mld di indebitamento.

Tutto questo senza alcun tipo di intervento da parte dell’allora Governo D’Alema, che anzi andava sbandierando la propria neutralità; una posizione assurda, ingiustificabile e che fu censurata non solo dal Prc ma dallo stesso Cofferati: peccato che poi gli avvenimenti successivi abbiano di fatto cancellato anche questo timido tentativo della Cgil di intervenire sulla vicenda. Una posizione che poteva e doveva produrre dei comportamenti coerenti e che invece è stata contraddetta e sconfessata dagli atti concreti compiuti successivamente.

A cominciare dall’accordo nazionale firmato presso il Ministero del Lavoro il 28 marzo scorso. Non ci voleva molta immaginazione per capire in che modo sarebbe stata recuperata una simile mole d’indebitamento; a spese della collettività e dei lavoratori attuali e futuri del gruppo Telecom. L’accordo appunto ha queste caratteristiche; in termini di mediazione il Governo interviene scaricando ingenti oneri sullo stato per permettere alla Telecom di reggere la competizione in un settore a fortissima liberalizzazione come quello delle Telecomunicazioni.

E lo fa riducendo l’occupazione, introducendo strumenti legislativi tipici delle Aziende in crisi (mobilità, cassa integrazione, contratti di solidarietà), abbattendo fortemente l’attuale costo del lavoro anche mandando a casa lavoratori “vecchi”, sostituendoli in parte con giovani neo-assunti attraverso contratti di apprendistato, tirocinio ed inserimento. Uno strumentazione che inserisce dosi massicce di nuova precarizzazione e flessibilità.

Tutto questo in un gruppo industriale che sforna annualmente consistenti profitti. Si realizza così in un settore innovativo e strategico non una maggiore competitività puntando a investimenti e sviluppo tecnologico ed occupazione stabile e qualificata, ma si finanzia una riduzione dei costi attraverso una riduzione dell’occupazione e di una parziale sostituzione della stessa a più bassi costi.

La solita storia; dopo aver privatizzato gli utili si rendono pubblici i costi della ristrutturazione. Tutti tacciono, a cominciare dalla Confindustria che quotidianamente sbraita contro lo stato “invasore” in campo economico, ma che gradisce questo tipo di “sostegno” alle imprese. Non è finita, si sa infatti che l’appetito vien mangiando. A luglio viene siglato da Cgil-Cisl-Uil il Ccnl di settore delle Tlc; una sorta di contenitore all’interno del quale dovrebbero confluire tutte le Aziende che operano nel settore della Tlc; ad oggi è certa solo l’entrata dei circa 90.000 lavoratori del Gruppo Telecom.

Sarà questa una casualità o invece fa parte di un disegno avallato da Governo e Sindacati confederali? Personalmente propendo di più per questa seconda ipotesi. I contenuti del contratto e successive armonizzazioni aziendale rafforzano questa sensazione; la logica è la stessa: riduzione dei costi, arretramento dei diritti, differenze salariali e normative tra lavoratori in servizio e nuovi assunti. Basti pensare che a priorità di inquadramento professionale e di prestazione lavorativa, un nuovo assunto percepirà una retribuzione mensile ridotta di circa 600.000, determinando una situazione di forte divisione, discriminazione e differenza di costo del lavoro estremamente pericolosa ed inaccettabile sia sul piano etico che sindacale.

Va rilevato che questo rappresentava uno dei principali obiettivi rivendicativi in particolare della Cgil; traendo un doveroso bilancio vediamo che anche questo è saltato, a differenza di Colannino che incassa tutti gli obiettivi che si era prefisso di raggiungere. Il ruolo del Sindacato è stato inadeguato e subalterno alle logiche dell’impresa, esaltando il sistema concertativo che esclude sistematicamente il ricorso al conflitto senza ad oggi, nessun coinvolgimento reale dei lavoratori.

Non si è neanche stati capaci, o meglio non si è voluto, elaborare una piattaforma; la trattativa si è svolta unicamente sulla base dei documenti che via via la Confindustria presentava al tavolo. Va ricordato che la Telecom continua ad essere l’unica grande Azienda del nostro Paese dove pur essendo stati chiamati i lavoratori ad eleggere le Rsu nel 1997, quest’ultime, a seguito di un ricorso, non hanno avuto alcun tipo di operatività. Laddove esistono e sono state regolarmente elette e costituite (vedi CSELT di Torino) l’Azienda si rifiuta di averle al tavolo di trattativa.

Questa vicenda della Telecom, che ritengo fortemente emblematica della crisi in cui versa il Sindacato confederale, mi spinge ad un paio di riflessioni che evidenziano ancor più i rischi di deriva che sono davanti all’intero movimento sindacale.

La sconfitta dei referendum radicali e confindustriali hanno evidentemente rappresentato solo una fase di passaggio; la necessità di salvaguardare e di estendere i diritti di chi lavora sbandierata ai quattro venti sono rimaste delle semplici enunciazioni.

Questo dimostra inoltre, che non esiste alcun rapporto automatico e consequenziale tra ripresa economica e sviluppo sociale; abbiamo visto infatti che in questo settore la ripresa peggiora l’occupazione sia in termini quantitativi che qualitativi. La linea politica attuale della Cgil ha prodotto continui arretramenti ai diritti salariali e normativi delle lavoratrici e dei lavoratori.

Bisogna al più presto cambiare strategia!

Non c’è altra strada che la ripresa di un’offensiva, che partendo dai salari , dalla lotta alla precarizzazione, dalle condizioni di lavoro, metta i diritti delle persone in carne ed ossa al centro della politica sindacale. Sarà questo uno dei terreni privilegiati di iniziativa e di battaglia politica della Sinistra sindacale in Cgil.

È su questi temi che, da qui al Congresso della Cgil, giocheremo la nostra credibilità e conseguentemente la nostra capacità di incidere verso l’obiettivo sempre più urgente di concretizzare una svolta, una reale alternativa all’interno del più grande Sindacato italiano.