Teatro e Resistenza: colloquio con Luigi Squarzina

– A quando risale la prima idea di Romagnola?

Per quello che posso ricordare, intorno al 1950; nel ’51/’52 ero in America, a Yale con una scholarship… Però si trattava ancora solo di un’idea di qualcosa sulla Romagna, forse anche sulla guerra… In quel momento stavo scrivendo Tre quarti di luna, che poi rappresentammo con Vittorio (Gassman) al Teatro d’Arte Italiano. Vittorio era dall’altra parte dell’America, io traducevo l’Amleto che poi facemmo integrale. Ero in una biblioteca, quella di Yale, dove c’erano più cose sulla Romagna che in qualsiasi biblioteca italiana. Poi, quando iniziai a scrivere Romagnola eravamo già dopo la metà degli anni cinquanta: a quell’epoca avevo già scritto tre drammi: L’Esposizione Universale, Tre quarti di luna e La sua parte di storia. A quel punto mi venne l’idea di un dramma, di una kermesse, sul tramonto della civiltà contadina.

– Ecco, scusa, ti fermo un momento: effettivamente Romagnola ha per sottotitolo Kermesse in tre parti: tu hai usato questo termine kermesse che a me pare molto importante: perché kermesse?

Perché era una cosa… intanto drammatica, tragica ma anche satirica, e c’erano molte scene di vita popolare… c’erano dei personaggi assolutamente popolari. Poi non mi veniva in forma di dramma chiuso: mi venivano una serie di immagini collegate da una storia di amore.

– Questo è molto importante: “una serie di immagini”. Perché credo, per quello che so io, che Romagnola, sia uno dei drammi che più frequentano l’andamento epico del teatro, no?

Sì, ma comunque per me… Francamente non è che pensassi a Brecht, che si conosceva allora ben poco…

– Sì, infatti io non ho detto Brecht.

Ero convinto da molto temo che si potesse usare in teatro una forma drammatica e narrativa al tempo stesso, ma senza abbandonare la forma drammatica, assolutamente: dunque non epico in senso puro…

– L’uno e l’altro però.

L’uno e l’altro. Anche L’Esposizione Universale non era di questo tipo; Tre quarti di luna è proprio un dramma. E poi nel caso di Romagnola era impossibile chiudere quei fatti in una forma drammatica… fatti che si svolgono dal 1940 al 1945. Io sono romagnolo, mio padre era di Lugo e mia madre di Forlì… La guerra in Italia finì nel podere di mia zia Anita, a San Lorenzo di Lugo. La villa era sotto le rive del Santerno, il rigagnolo che gli Alleati fingevano fosse invalicabile; i tedeschi misero nella villa il loro quartier generale e scappando nell’aprile del ’45 la fecero saltare…

– Nel 1959, quando lo hai rappresentato, questo testo ha avuto un impatto abbastanza forte, no?

Era la prima volta che a teatro di parlava della Resistenza. C’erano in sala fascisti, partigiani… I fascisti si organizzarono per gettare alla prima topi con il paracadute.

– Questa vicenda è famosa: ma perché proprio topi?

E che ne so. Qualcosa si doveva appendere ai paracaduti…

– Ma il topo ha un significato simbolico molto forte: mi ricordo per esempio negli anni caldi fascisti “fascisti carogne tornate nelle fogne”… si dava qui del ‘topo di fogna’ al fascista…

Non so… credo che fosse la cosa più lurida, per fare paura alle signore della prima…

– Hai detto che era la prima volta che si vedeva la Resistenza a teatro. Ma come mai, secondo te, la Resistenza, che nel cinema era stata, come dire, celebrata un po’ in tutti i modi, da Paisà a Il sole sorge ancora di Vergano, in teatro invece ha avuto così poca eco?

Non lo so. Forse per paura, forse perchè non è venuto a nessuno la necessità di scrivere… non lo so. Che poi non è che mancassero gli episodi nella Resistenza… c’era tutto di teatrale in quegli anni drammatici… anche di grottesco… non lo so, non ti so dire. Romagnola sorprese anche per quello, perché non era mai successo… poi lì ci si dava dentro… In effetti Romagnola l’ho potuta fare grazie a una serie di circostanze. Allora c’era l’IDI (Istituto del Dramma Italiano) che era abbastanza efficace… Era Presidente dell’IDI Egidio Ariosto, un socialdemocratico di Brescia sinceramente antifascista… Aveva rapporti di lavoro con Renzo Frusca, mio assistente, anche lui di Brescia. Allora attraverso l’IDI si intravvide la possibilità di un finanziamento: poi c’era anche la speranza di passare la censura; e infatti passò, perché c’era la mallevadoria di questo socialdemocratico. Romagnola aveva vinto il massimo premio italiano per un dramma, il Marzotto, 1958. Lavorai a Romagnola, dove c’era anche un’orchestrina in scena, che faceva vedere dei cartelli con le date delle varie scene, importanti perchè si saltavano mesi e mesi e nel secondo tempo cantava anche degli stornelli… Le musiche partivano dalla Etnofonia di Romagna di Francesco Balilla Pratella…

– Sei poi tornato sull’argomento della guerra con Ruggero Zangrandi per 8 settembre. Però Romagnola è una kermesse, e cioè una forma di teatro che sta tra il drammatico e il narrativo come hai spiegato molto bene: invece 8 settembre, che si sarebbe prestato benissimo a essere costruito in un modo molto simile…

Ma sai, 8 settembre non è un lavoro mio, è un lavoro d’insieme, è una collaborazione. Eravamo in tre: io, Zangrandi e Enzo De Bernart. La storia si svolgeva in modo continuo, cominciava pochi giorni prima dell’otto settembre e finiva il nove settembre; non c’erano salti di tempo che giustificassero un racconto tipo kermesse… era una tragedia di altro tipo, documentaria: si trattava di difendere una tesi, quella della fuga a Pescara del re, che era sicuro in qualche modo che i tedeschi non l’avrebbero fermato, e poi del crollo dell’esercito…

– Volevo ancora chiederti del film Il terrorista di De Bosio, che hai sceneggiato.

De Bosio aveva bisogno di dipingere i contrasti interni del Comitato di Liberazione, dei quali nessuno parlava. Io avevo fatto una intera scena della Romagnola in cui questi si prendevano quasi per il collo. Lui la vide, stava pensando al Terrorista, mi chiamò e facemmo insieme questa cosa… È un bel film. Un bel film, sì.

– Qual è stato l’apporto di Volontè al film?

Da attore, solo da attore. Bravissimo.

– Era giovane, era all’inizio… Volevo ancora chiederti come è stato lavorare con Sergio Tòfano in Romagnola?

Delizioso. Tòfano è l’attore più disciplinato, più ubbidiente del mondo. Fu molto bello che mi dicesse di sì: aveva una scena sola che era magistrale… Ma tutti gli attori – anche Laura Adani – erano molto innamorati della faccenda. C’erano un sacco di debutti importanti, c’era Renzo Palmer, c’era Graziosi, la Lisi non debuttava ma in prosa debuttava quasi.

– C’era anche Franco Parenti.

C’era Parenti… Parenti fu importante. Lui lavorava con me da parecchi anni. Avevo un momento di grande collaborazione con Parenti. A Genova, quando non ero ancora direttore del Teatro Stabile di Genova, feci Misura per misura: gli feci fare una grossa parte. Poi venne con me a San Miniato in J.B. di Archibald MacLeish. Quindi nacque il progetto di Romagnola. Gli dissi: devi fare il fascista, Guelfo, e lo fece benissimo; era una pare anche grottesca, perché rappresentava poi il fascismo per bene, quello duro, quello finito a Salò per convinzione… Parenti era un attore formidabile. Poi si è dedicato a Testori…

– Poi, lui come Cervi aveva una tempra che andava bene per fare questi fascisti, come dici tu, tutti di un pezzo, no? Non quelli… i ‘grigi’ che tracheggiavano, che poi hanno cambiato bandiera: i fascistoni, tipo Pavolini.

Guelfo, quando dovevano scappare, a un milite che gli chiedeva: “Lontano si va?” rispondeva – è una battuta di cui mi vanto – : “Si va nella pancia della società italiana a ingravidarla di noi”… (ridono)

– Beh, hai ragione a vantartene.

(a cura di G. L.)