Sviluppo e “ mediterraneità”: il futuro del Mezzogiorno

*Presidente Gruppo DS al Senato

Il nuovo meridionalismo degli anni Novanta ha posto molto l’accento sul rapporto tra Mezzogiorno e Mediterraneo. E’ stata una scelta fatta in alternativa al classico rapporto tra il Nord e il Sud del paese che, dalla realizzazione dell’unità nazionale, era stato il contesto prioritario entro il quale era stata letta la questione meridionale.
Ora, pensare a questo rapporto come la chiave di volta della soluzione dei problemi del Mezzogiorno è diventato quasi senso comune. Vi sono nelle regioni Puglia e Campania assessorati al Mediterraneo. Non c’è iniziativa o evento culturale che avvenga al Sud o abbia il Mezzogiorno come oggetto che non faccia, in un modo o nell’altro, riferimento alla “meditteraneità” della identità più profonda delle regioni meridionali del nostro paese.
Tutto ciò è anche il prodotto dell’evoluzione dello scenario internazionale che con la fine della “guerra fredda” ha spostato nell’area del Mediterraneo gran parte delle contraddizioni del tempo presente. Valgano per tutte le ragioni che stanno alla base della terribile aggressione americana all’Iraq.
In verità non dentro questo orizzonte di questioni era nata la discussione sul rapporto tra Mezzogiorno e Mediterraneo che si è avviata nel corso degli anni Novanta soprattutto per merito del ìpensiero meridianoî di Franco Cassano. Essa era nata piuttosto dalla radicale reazione a quella modernizzazione senza qualità che aveva contraddistinto ll’evoluzione dei rapporti sociali e delle istituzioni dell’Italia meridionale nel corso degli anni Ottanta, che sembrava soggiogare anche il pensiero della sinistra di quegli anni. Il Mediterraneo diventa cosÏ la realtà generatrice, dal punto di vista sia materiale che simbolico, della diversità meridionale, della sua identità, luogo di origine di una civilizzazione radicalmente altra rispetto ai Nord del mondo e al resto del paese. Questa impostazione ha avuto il merito di strappare l’analisi del Mezzogiorno alle matrici economicistiche entro le quali era stata circoscritta sia dal meridionalismo classico (se si fa forse l’eccezione di Giustino Fortunato) che da quello del secondo dopoguerra, e ha posto il problema che la condizione del Mezzogiorno è anche una questione di una ìcivilizzazioneî che mantiene i suoi tratti di originalità i quali non vanno dispersi e cancellati. Tuttavia, così il Mezzogiorno ha rischiato di rapportarsi solo a se stesso, nel quadro di una logica puramente autoreferenziale. E la questione meridionale ha essa stessa rischiato di non essere più problema interno alle contraddizioni del capitalismo italiano e allo sviluppo della sua economia e delle sue istituzioni unitarie, ma forma di un ripudio totale della modernizzazione in nome di una sostanziale regressione alle origini.
Ora, invece, anche per il mutamento delle dinamiche internazionali, il rapporto tra Mezzogiorno e Mediterraneo si sta liberando, nella concezione dei più, da questa dimensione tendenzialmente autoreferenziale e si colloca nel contesto della relazione che l’Europa e il processo di costruzione della sua unità politica deve stabilire con il Mediterraneo. In questa prospettiva il rapporto tra Mezzogiorno e il Mediterraneo passa da una dimensione identitaria a una storico-politica, si colloca entro quel processo di internazionalizzazione dei mercati, che siamo soliti definire globalizzazione, per il quale il Mediterraneo ritorna al centro dei traffici internazionali. C’è anzi chi si spinge a dire che siamo di fronte a un’inversione di tendenza rispetto al ciclo aperto dalle scoperte geografiche dell’età moderna che avevano messo ai margini dei grandi traffici il nostro mare e che è il Mediterraneo che è destinato a incrociare il sistema degli scambi indotto dall’affacciarsi sul mercato mondiale dei giganti – Cina e India – dell’ Estremo Oriente. E’ nel quadro di questa modificazione dei rapporti economici su scala mondiale che il Mezzogiorno d’Italia può diventare avamposto di uno scontro tra interessi e civiltà contrapposti o, invece, assolvere a un ruolo di cerniera in questa area del mondo che ritorna a diventare cruciale. E’, del resto, in questo quadro che nasce la proposta avanzata da Romano Prodi di fare della portualità (una persuasiva alterrnativa per le risorse che sono destinate alla realizzazione del Ponte sullo Stretto di Messina) la missione strategica in cui impegnare il Mezzogiorno.
Ora, tuttavia,il problema che ha di fronte soprattutto la sinistra è cosa è il Mezzogiorno che arriva a questo appuntamento.
Le questioni su cui dobbiamo interrogarci riguardano innanzitutto il rapporto tra criminalità e assetto della società meridionale, la qualità delle sue istituzioni locali, quali possono essere le forze motrici di una nuova stagione di cambiamento della realtà meridionale.
I movimenti del 2003 e 2004, che per una occasionale congiuntura si sono concentrati in una piccola ma significativa regione meridionale come la Basilicata, dimostrano che negli ultimi cinque anni si sono accumulate le risorse per superare quella condizione di passività che ha caratterizzato la società meridionale negli anni Ottanta e Novanta e che ha fatto si che proprio nel Mezzogiorno nel 2001 si consumasse la sconfitta del centrosinistra.
I movimenti di questi anni – dalla mobilitazione di Scanzano Jonico sul nucleare, alle lotte degli operai della Fiat di Melfi, a quelle della popolazione di Rapolla contro il passaggio sul centro abitato di un elettrodotto a alta tensione, alle più recenti mobilitazioni degli studenti di Locri contro la criminalità – ci indicano tuttavia due necessità.
La prima riguarda il bisogno di realizzare un’innovazione programmatica molto forte rispetto alle politiche di governo del centrosinistra degli anni Novanta. La seconda è relativa alla necessità di costruire nel Mezzogiorno un diverso rapporto tra governanti e governati, tra società civile e politica.
In prospettiva il problema non è tanto quello di interrogarsi sul ruolo dei movimenti e del loro rapporto con la politica, ma di costruire nel Mezzogiorno, per dirla con Gramsci, un nuovo blocco storico. Ebbene da anni ormai insisto sulla necessità che la sinistra politica ssegni alla classe operaia meridionale un ruolo centrale nella costruzione di un nuovo sistema di relazioni politiche e sociali nella realtà meridionale. E’ un’insistenza che deriva non da opzioni ideologiche ma da un esame della concreta condizione della società meridionale.
Nell’Italia centromeridionale, infatti, è concentrato il grosso della produzione dell’industria dell’auto in Italia. Ciò vuol dire che il Mezzogiorno è indissolubilmente legato ai destini di quello che resta l’ultimo segmento di grande industria che esiste in Italia. Rimettere in campo la questione meridionale significa anche intervenire sul grande capitolo delle politiche industriali che il paese dovrà affrontare e in questo quadro ritorna il rapporto tra Europa e Mediterraneo, perché nessuna prospettiva duratura sarà possibile per l’auto italiana se non in una strategia industriale di integrazione europea.
Questo significa rilanciare il tema dello sviluppo delle zone interne del Mezzogiorno a partire dalla riqualificazione infrastrutturale, produttiva e sociale di quell’asse che si dipana al crocevia del displuvio appenninico da cui nascono l’Ofanto e il Sele che coincide con l’asse che tiene insieme gli stabilimenti Fiat di Somigliano d’Arco, Pratola Serra, Melfi e Termoli.
Significa, insomma, un Mezzogiorno che affronta il futuro puntando non solo su scambi e turismo, ma collocandosi al centro di strategie produttive e di quella rivoluzione nel campo dell’energia che punti sul solare e su una riconversione dell’agricoltura meridionale orientata alla produzione di biomasse. La classe operaia meridionale può essere la grande protagonista sociale di questa prospettiva e forse il Mezzogiorno può essere il punto di partenza di quella nuova stagione nella quale la sinistra italiana ritorni classicamente a rappresentare il lavoro e la sua emancipazione.