Sulla struttura socialista pianificata dell’Urss staliniana

Tutte le categorie dell’economia del valore che residuano all’interno della pianificazione socialista staliniana hanno vigenza formale e sono al servizio di rapporti sociali di produzione non più capitalistici che esse, tuttavia, condizionano.
La forma monetaria dello scambio dipende dall’alleanza con la produzione mercantile (le cooperative di contadini nate dalla vittoria del potere sovietico sui ceti capitalistici delle campagne). I contadini cooperatori non sono proprietari dei mezzi di produzione, che appartengono allo Stato e non hanno in sé valore, ma solo del loro prodotto che, in quanto proprietari, vogliono scambiare con i prodotti del settore statale solo in forma mercantile, contrattuale e monetaria. Non essendo proprietari dei mezzi di produzione, essi, comunque, non potrebbero capitalizzare alcuna quota di plus-lavoro, che si traduce, invece, esclusivamente in incrementi di produttività.
La necessità di tale scambio monetario, teorizzata come transitoria per la sua origine politica, si colloca all’interno dei grandi processi strutturali di socializzazione indotti dalla pianificazione staliniana che è alla base della collettivizzazione e meccanizzazione agricola (va ricordato, però, che il principio generale della pianificazione caratterizza fin dall’inizio il potere sovietico, compreso il periodo della N.E.P.). I principali tra questi processi si possono così riassumere.
a) Non esiste più concorrenza alcuna tra i lavoratori e quindi sparisce del tutto il mercato del lavoro perché l’allocazione della forza-lavoro viene decisa in sede politica, la forza lavoro non è una merce, per sua natura comprata e venduta privatamente in presenza di un “esercito industriale di riserva” di proletari disoccupati o inoccupati, il pieno impiego è un obbligo costituzionale del governo e ciascun lavoratore può licenziarsi e trovare un altro lavoro di pari livello.
b) Dentro la struttura economico-sociale sovietica, ab origine, la riproduzione della forza-lavoro ha solo parzialmente forma salariale perché si basa largamente su servizi collettivi gratuiti. Inoltre, lo sviluppo socialista della produttività non solo consente ma richiede la riduzione del lavoro necessario, non come abbassamento del valore di scambio del consumo individuale ma come socializzazione e trasformazione in valori d’uso collettivi di quest’ultimo e come riduzione della giornata lavorativa (lo dimostrò concretamente la riduzione generale dell’orario giornaliero a 6 ore).
c) Al contrario di quanto accade in ogni forma di capitalismo di Stato, tutti i mezzi di produzione non sono capitale, non hanno in sé alcun valore, non si possono comprare né vendere né affittare, ed entrano solo formalmente nel computo del prezzo ed esclusivamente come capitale consumato ( come valore contabile dei mezzi di produzione consumati).
d) I coefficienti di capitale e salario per unità di prodotto, presenti nel prezzo, non compongono alcun saggio di sfruttamento ma costituiscono l’indice della produttività e dei suoi costi diretti. Infatti, se i mezzi di produzione non sono capitale, non hanno valore e la riduzione dei costi genera plus- lavoro ma non plus-valore.
e) Nonostante la forma monetaria dello scambio, nel settore statale non si produce per vendere, perché le imprese socialiste più produttive non stabiliscono, sulla base della riduzione dei costi, dei prezzi inferiori al valore sociale medio dei loro prodotti, come avviene invece per la formazione del plus-valore relativo capitalistico. Ciò significa che il plus-prodotto non si traduce per l’impresa in appropriazione di lavoro non pagato.
f) Il profitto entra nel prezzo solo come “profitto minimo” uguale per tutti i settori. Si tratta di una grandezza arbitraria, discrezionalmente fissata dal piano come percentuale variabile dei costi. Essa, in quanto arbitraria e discrezionale, sommandosi ai costi di produzione nella determinazione del prezzo, rende questo strutturalmente divergente dal valore, cioè non corrispondente realmente a tempo di lavoro oggettivato, il prezzo, quindi, esprime la formalizzazione contabile del valore. Inoltre tali profitti, al pari delle imposte e delle quote di ammortamento del “capitale fisso”, confluiscono nel bilancio statale, per ritornare poi alle imprese esclusivamente in forma di dotazioni infruttifere e non rimborsabili: infruttifere perché non contengono interesse da credito produttivo, non essendo tali fondi capitale e non essendo il Piano statale una mega-banca; non rimborsabili perché esse sono essenzialmente valori d’uso e l’ impresa ne violerebbe la funzione sociale reale se ne restituisse il corrispettivo monetario senza usarle.
g) Gli obiettivi generali del piano, i tassi di crescita annuali della produzione nei diversi settori, sono determinati attraverso i “bilanci materiali”, cioè mediante calcolo in termini fisici e non di valore delle risorse disponibili e del loro impiego. Solo dopo, nel processo di piano, intervengono i prezzi monetari come controllo finanziario dei flussi reali delle risorse pianificate come valori d’uso. I prezzi, pertanto, svolgono all’interno del piano una funzione limitata e secondaria: come prezzi alla produzione servono, come abbiamo visto, alla gestione finanziaria del piano; come prezzi al minuto servono a regolare la domanda dei consumatori grazie all’aggiunta di imposte indirette.
h) L’assoluta mancanza di valore dei mezzi di produzione impiegati e non consumati (non calcolabili in alcuna forma e misura nel prezzo), cioè la mancanza di valore, anche solo contabile, della parte più grande dei mezzi di produzione, impedisce il formarsi, come nel capitalismo, di un profitto medio che si aggiunga ai costi in ragione dell’intero capitale impiegato e quindi il formarsi di un saggio uniforme del profitto come reddito di classe.
i) L’impossibilità di un saggio uniforme di profitto come espressione dello sfruttamento sociale della classe dei capitalisti sulla classe dei proletari, comporta l’impossibilità di identificare i gestori decisionali dei mezzi di produzione socialisti (la “nomenklatura”) come classe capitalistica e, più in generale, come classe autonoma. La “nomenklatura” si può definire, piuttosto, come frazione dirigente dell’intellettualità di massa socialista ed è, perciò, anche espressione della mobilità sociale ascendente socialista. I suoi privilegi e vantaggi, affermatisi soprattutto dopo Stalin, possono essere considerati, ma solo in parte, fondati sul criterio di rendimento, cioè sulla partecipazione al prodotto sociale proporzionale al lavoro prestato, criterio non comunista che rappresenta il limite borghese del socialismo.
Nonostante queste trasformazioni socializzatrici, l’alleanza tra classe operaia socialista, intellettualità socialista e contadini cooperatori (kolchoziani) condiziona l’economia di piano, perché esige uno scambio monetario dei prodotti che estende all’intero sistema economico il calcolo di valore e costringe: 1) a mantenere una parziale forma salariale alla riproduzione della forza-lavoro;
2) a scambiare i prodotti in termini di lavoro oggettivato, sia pure come misura di una produttività non più capitalistica.
La scelta politica di una prevalente proprietà collettivo-mercantile nelle campagne è la scelta storica, antivolontaristica, dopo il terribile scontro sulla collettivizzazione dell’agricoltura, di non spingere la lotta tra egemonia operaia e mondo contadino fino al punto di affermare con il terrore rivoluzionario una totale proprietà statale della terra (proprietà che si affermò parzialmente nei “sovchoz”, aziende agricole statali). Come risposta all’azione disgregatrice dei “kulaki” (strati di borghesia rurale di origine contadina), la collettivizzazione agricola, in quanto proprietà aziendale-cooperativa del prodotto, impone la forma sociale dello scambio di valore e produce una peculiare contraddizione: l’economia di piano oltrepassa l’accumulazione capitalistica limitando e formalizzando la legge del valore ma non eliminandola. Infatti, qui il lavoro non diventa sociale attraverso lo scambio di lavori privati, ma direttamente, perché l’intera produzione sociale è pianificata sulla base di mezzi di produzione privi di ogni valore originario e costitutivo. Pertanto, da questo punto di vista, non ci sarebbe bisogno di rappresentare, in nessuna misura, il lavoro come valore dei prodotti al fine di ripartirli; non ci sarebbe bisogno, cioè, del prezzo, della forma di valore, il cui corrispettivo è il lavoro astratto oggettivato, dati requisiti irrinunciabili dello scambio come reciprocità ed equivalenza. In particolare, non ci sarebbe bisogno di calcolare, sia pure parzialmente, il lavoro necessario come grandezza di valore, come lavoro astratto oggettivato in prodotti ed equivalente del consumo personale.
Non di meno i prodotti del lavoro pianificato mantengono, per le ragioni viste, forma di merce, anche se qui i prezzi coincidono formalmente con i costi diretti ed indiretti e non contengono alcuna quota di valore eccedente capitalizzabile nell’acquisto di mezzi di produzione e forza-lavoro o corrispondente al reddito di classi sfruttatrici.
Sembra qui configurarsi la situazione sociale descritta e criticata da Marx nella Critica del programma di Gotha come limite di “una società comunista, non come si è sviluppata sulla propria base, ma viceversa, come emerge dalla società capitalistica”(Marx op. cit., p.30).
In tale società, in primo luogo vengono detratte dal prodotto sociale complessivo le quote destinate a reintegrare i mezzi di produzione, ad estendere e a preservare la produzione, alle spese di amministrazione, ai valori d’uso collettivi per la soddisfazione dei bisogni come scuole, salute, ecc., ai fondi di assistenza, ecc.
Tuttavia queste detrazioni caratterizzano la società comunista ad ogni grado di sviluppo e significano che in essa, contrariamente a quanto predicano le ideologie proprietario-collettivistiche d’ogni sorta, il prodotto complessivo non è mai proprietà dei produttori diretti ma uso della società, fruizione politica.
Ciò che invece segna la società comunista “non sviluppata sulla propria base” (Marx) è il criterio di remunerazione individuale. Qui, infatti, al di là delle detrazioni per le spese comuni, ognuno riceve beni di consumo corrispondenti alla quantità di lavoro da lui prestata. Nel testo menzionato così Marx commenta: “La stessa quantità di lavoro che egli ha dato alla società in una forma, la riceve in un’altra. Domina qui evidentemente lo stesso principio che regola lo scambio delle merci in quanto scambio di cose di valore uguale. Contenuto e forma sono mutati, perché, cambiate le circostanze, nessuno può dare niente all’infuori del suo lavoro, e perché d’altra parte niente può passare in proprietà del singolo all’infuori dei mezzi di consumo individuali. [….] Nonostante questo progresso, questo ugual diritto reca ancor sempre un limite borghese. Il diritto dei produttori è proporzionale alle loro prestazioni di lavoro, l’uguaglianza consiste nel fatto che esso viene misurato con una misura uguale, il lavoro.[….] Questo diritto uguale è un diritto disuguale per lavoro disuguale. Esso non riconosce alcuna distinzione di classe, perché ognuno è operaio come tutti gli altri, ma riconosce tacitamente la ineguale attitudine individuale, e quindi capacità di rendimento, come privilegi naturali. Il diritto può consistere soltanto, per sua natura, nell’applicazione di una uguale misura; ma gli individui disuguali ( e non sarebbero individui diversi se non fossero disuguali) sono misurabili con uguale misura solo in quanto vengono sottomessi ad un uguale punto di vista, in quanto vengono considerati soltanto secondo un lato determinato: per esempio, nel caso dato, soltanto come operai, e si vede in loro soltanto questo, prescindendo da ogni altra cosa.[….] Ma questi inconvenienti sono inevitabili nella prima fase della società comunista, quale è uscita, dopo i lunghi travagli del parto, dalla società capitalistica. Il diritto non può essere mai più elevato della configurazione economica e dello sviluppo culturale, da essa condizionato, della società. In una fase più elevata della società comunista, dopo che è scomparsa la subordinazione asservitrice degli individui alla divisione del lavoro, e quindi anche il contrasto tra lavoro intellettuale e fisico; dopo che il lavoro non è divenuto soltanto mezzo di vita, ma anche il primo bisogno della vita; dopo che con lo sviluppo onnilaterale degli individui sono cresciute anche le forze produttive e tutte le sorgenti della ricchezza collettiva scorrono in tutta la loro pienezza, solo allora l’angusto orizzonte giuridico borghese può essere superato, e la società può scrivere sulle sue bandiere: Ognuno secondo le sue capacità; a ognuno secondo i suoi bisogni!”(Marx, op. cit., p.30-32).
Questo testo di Marx, di straordinaria ricchezza concettuale, si propone incontrovertibilmente, in primo luogo, quale diretta fondazione della teoria della trasformazione comunista della società, come critica del diritto e dello Stato, contro tutte le assunzioni idealistiche, e pseudo-marxiste, della politica come etica statuale del lavoro, ovvero del lavoro come hegeliana metafora dello Spirito. In alcun modo tale teoria marxiana propone anarchistiche armonie sociali, naturalistiche e, insieme, iperdialettiche. Essa propone, piuttosto, una ricerca ed una lotta attorno ad una possibilità storicamente determinata: quella di una regolazione sociale limitata alle istruzioni d’uso comune dell’intelligenza sociale. Si tratta di una dimensione politica che non presuppone più la società civile, ovvero l’individuo sociale come soggetto privato, identità limitatrice che contrasta e contratta con le altre, attraverso specifiche mediazioni giuridico-statuali, il suo spazio sociale sulla base del tempo di lavoro di cui può appropriarsi. È, del resto, una pura amenità l’idea di uno Stato rappresentativo senza società civile e soggetti giuridici, cioè l’idea di un diritto pubblico senza diritto privato. Tale pretesa è l’opposto complementare di ogni utopia anarco-capitalistica, ultra-liberale, di una società civile senza Stato, cioè ridotta a mercato.
Tuttavia queste pagine di Marx devono ora servirci ad una caratterizzazione essenziale della struttura economico-sociale dell’U.R.S.S. incardinata da alcune scelte fondamentali del bolscevismo staliniano che personalmente considero storicamente giuste, cioè necessarie e possibili (edificazione socialista dell’U.R.S.S. nel quadro della crisi mondiale del capitalismo e della lotta di classe internazionale, passaggio alla pianificazione socialista e collettivizzazione dell’agricoltura).
Nel Programma di Gotha della socialdemocrazia tedesca (1875), il socialismo era prospettato come Stato che realizza il diritto del lavoro al suo valore integrale e, in quanto realizza ciò, è Stato libero. Nella sua critica Marx non si limita a dimostrare l’assurdità e l’ineffettualità di tali credenze, ma tratteggia, come abbiamo visto, gli importanti limiti che il comunismo nella sua prima fase, dopo il periodo politico della Transizione in senso stretto, manifesta inevitabilmente, a suo giudizio. Tali limiti si possono riassumere nel fatto che la ripartizione individuale del prodotto mantiene la legge del valore, sia pure ristretta al rapporto tra mezzi di consumo e lavoro necessario. Ciò accade perché l’assioma distributivo socialista “A ciascuno secondo le sue capacità” implica il principio mercantile di equivalenza: tanto lavoro = tanto prodotto. Ciò presuppone che ognuno sia considerato un soggetto giuridico astrattamente uguale ad ogni altro, di modo che le naturali differenze tra gli individui si convertono in privilegi o svantaggi sotto il vessillo borghese dell’eguaglianza giuridica.
Qui sta il paradosso del socialismo, prima fase del comunismo: la riproduzione individuale ha, di fatto, ancora natura salariale anche se la forza-lavoro non è più una merce.
L’aspetto della critica marxiana che, ai fini di questa nostra riflessione, dobbiamo mettere in rilievo è dato, allora, dal fatto che il lavoro come misura eguale di partecipazione proporzionale alla ricchezza sociale esige che gli individui siano considerati, unilateralmente, soltanto come soggetti di lavoro e che quindi la prassi dell’individuo sociale sia ridotta al lavoro (dissociazione non certo sanabile dall’accesso di massa al cosiddetto “consumo culturale”). Nelle condizioni storiche dell’economia pianificata sovietica il socialismo è quindi, sostanzialmente, una società del lavoro ovvero una società in cui il lavoro si è emancipato dal capitale ma non da se stesso. Una società comunista siffatta vive un’interna contraddizione perché il comunismo non può essere una comunità del lavoro. Esso è, infatti, concepibile solo come processo storico di liberazione del lavoro da se stesso, cioè come processo di conversione pratico-critica dell’attività umana oltre i limiti della razionalità conforme allo scopo. Principio, questo, che non pretende di sopprimere il “regno della necessità” (il lavoro), ma non accetta di interiorizzarlo culturalmente e politicamente in forma totalizzante.
Nell’economia di piano socialista la legge del valore si applica solo formalmente alla forza-lavoro perché questa non è sfruttata, dato che il lavoro vivo non è capitalizzabile (ad onta di tutti gli inconcludenti tentativi di categorizzare gli apparati sovietici di direzione politico-economica come classe e come classe sfruttatrice). Allo stesso modo, il calcolo monetario dei mezzi di produzione consumati all’interno dei prezzi non è una reale misura di valore ma solo un indice quantitativo di produttività in rapporto al lavoro impiegato, perché, se i mezzi di produzione complessivi pianificati non hanno valore, non è possibile detrarre da essi alcuna reale frazione di valore.
Stalin aveva dunque ragione di affermare che la legge del valore non aveva, per l’U.R.S.S. pianificata, funzione sociale regolatrice ma che era tuttavia in grado di condizionarne i rapporti sociali di produzione.
Tale condizionamento, nato dallo storico compromesso con le masse contadine per mezzo della proprietà agricola collettiva, sembra aver prodotto quella figura paradossale della “prima fase della società comunista” da Marx ritenuta inevitabile.
Alla sostanziale destrutturazione della legge del valore ad opera della pianificazione socialista (dei suoi grandi rivolgimenti strutturali e politici di classe), alla sua applicazione formale e sussidiaria, corrisponde la massima dilatazione materiale e ideologica del lavoro nella riproduzione sociale. La struttura economico-sociale dell’U.R.S.S. è stata l’espressione piena della contraddizione prodotta dal socialismo in quanto economia di ripartizione integrale che surroga la forma-scambio. È innegabile, però, che il primato della pianificazione assicurava alla formazione economico-sociale sovietica una potenzialità strutturale che avrebbe potuto generare, nel contesto della rivoluzione mondiale, svolgimenti ulteriori oltre i limiti del comunismo come Stato socialista del lavoro.
Dentro questa contraddizione fondamentale del socialismo, e dentro la forma specifica che essa assunse nell’U.R.S.S., vanno pensati, a mio giudizio, il rapporto tra democrazia e socialismo e il problema della libertà nella società comunista “come emerge dalla società capitalistica; che porta quindi ancora sotto ogni rapporto, economico, sociale, spirituale, le “macchie” della vecchia società dal cui seno essa è uscita” (Marx, op. cit., p.30).

Fine della prima parte