Sulla storia del PCI

E’ sempre più evidente, negli ultimi tempi, un rinnovato interesse per la storia del PCI, sul piano storiografico, della memorialistica e dello stesso dibattito pubblico. Diversi sono i volumi usciti in questi mesi sull’argomento, con una crescente attenzione verso gli ultimi anni di vita del partito.

IL PCI NELLA STORIA DEL MOVIMENTO COMUNISTA DEL ‘900

La ricostruzione più organica è senza dubbio quella realizzata da Lucio Magri che, con Il sarto di Ulm (Il Saggiatore, 2009), ha fornito un contributo rilevante, scrivendo un bel libro, in cui è attento a non cadere nelle trappole della memorialistica o della ricostruzione tutta “in soggettiva”. Il suo è dunque un libro di storia, sia pure ovviamente con un taglio non accademico, che colloca la vicenda del PCI in quella più complessiva del movimento comunista, e quest’ultima nella storia generale del Novecento, senza la quale in effetti poco si capisce- e quanti libri stanno a dimostrarlo! – di quella esperienza. L’approccio è quasi didascalico, nel senso che la ricostruzione non salta i passaggi più rilevanti, dandoli “per scontati”, ma li tratteggia sia pure rapidamente, cosicché il volume risulta interessante per chi già è addentro alla questione, ma al tempo stesso utile e comprensibile per il lettore, magari giovane, che inizi ad accostarsi a vicende così complesse. Collocando la storia del PCI nel quadro della storia del comunismo, Magri osserva che il “socialismo reale” non costituiva certo “un modello” da applicarsi anche in Occidente, “ma il retroterra necessario per realizzarvi […] un altro tipo di socialismo”. Egli ricostruisce passaggi essenziali della vicenda sovietica, ne sottolinea il violento e continuo accerchiamento, con giudizi più attenti ed equilibrati di quelli ormai dominanti anche “a sinistra”; dopodiché viene alla originalità del PCI, che egli riconduce al “genoma Gramsci”. È questo un punto comune coi libri di Guido Liguori (La morte del PCI, manifestolibri, 2009) e Adriano Guerra (La solitudine di Berlinguer, Ediesse 2009), e tutti e tre gli autori sottolineano il ruolo di mediazione, interpretazione e sviluppo di quella linea svolto da Togliatti, sia pure con sfumature diverse, e quello che si presenta come un rapporto di profonda continuità.

LA SVOLTA DI SALERNO: “ATTO FONDATIVO”

La svolta di Salerno è anzi per Magri il vero “atto fondativo” del partito, e anche qui non manca una rivalutazione attenta della scelta di Togliatti, pur con limiti (in particolare nel non contrastare a sufficienza la continuità dello Stato) non secondari. Il capolavoro del gruppo dirigente del “partito nuovo” è la creazione di un “partito di classe” e di massa che era al tempo stesso “una vera comunità” e un luogo in cui i lavoratori compivano i primi passi di quel processo di “apprendimento” che va inteso sia nei termini di vera e propria alfabetizzazione politico- culturale, sia in termini storici, di quel lento e progressivo farsi, da classe dominata, classe dirigente. In questo senso l’operazione del partito nuovo è fortemente gramsciana, sia pure anche qui con tutti i limiti che le realizzazioni concrete comportano. L’inizio della guerra fredda – che Magri correttamente riconduce alle scelte dei gruppi dirigenti occidentali – costringe il PCI a un adeguamento di linea, ma al tempo stesso lo trova preparato. L’Autore individua tre scelte fondamentali di quella fase: l’aver evitato tentazioni insurrezionalistiche, la campagna per la pace, la battaglia contro la legge truffa e in generale per la difesa e lo sviluppo della democrazia e l’applicazione della Costituzione. Ai fatti del 1956 Togliatti reagisce col “piccolo capolavoro” dell’intervista a “Nuovi Argomenti”, con l’idea del policentrismo, e poi con una posizione sui “fatti d’Ungheria” che Magri, pur criticandone alcuni aspetti, giustamente rivendica come corretta. Di fronte alla rivolta armata, il PCI non poteva che schierarsi per la difesa di un assetto statuale che perlomeno si proponeva di andare verso il socialismo; al tempo stesso quel campanello d’allarme fu colto, e si rispose rilanciando e precisando il tema della “via italiana”.

I CONTROVERSI ANNI ’60

Si giunge così ai controversi anni ’60. Magri sottolinea la giustezza della linea seguita dal PCI rispetto al centro-sinistra, e si allontana da quello che ormai è un vero e proprio luogo comune storiografico sul “ritardo” dell’analisi economica del PCI. Parlando del famoso convegno del 1962 sulle “Tendenze del capitalismo italiano”, scrive: “Non è vero […] che Giorgio Amendola […] vi abbia riproposto la tradizionale visione di un capitalismo ‘straccione’ […] Anzi, al centro del convegno […] era finalmente la constatazione che l’Italia aveva compiuto un salto di qualità permanente da paese agrario-industriale a paese industrializzato”. Detto da chi al convegno ebbe comunque una posizione critica e oggi è indicato come uno dei pochi che “avevano capito”, isolati rispetto a una maggioranza del partito ottusa e arretrata, si tratta di un’affermazione importante. Del resto, aggiunge Magri, in Italia “il neocapitalismo si presentava con un intreccio molto stretto […] tra modernizzazione e arretratezza”. Anche le pagine sull’XI Congresso sono interessanti, e sul problema della dialettica interna, posto da Ingrao, l’A. osserva che, nonostante i limiti, “il partito in quegli anni non aveva funzionato male”; “non sentivo – aggiunge – la minima tentazione di un’organizzazione che, per allargare la democrazia, passasse attraverso le correnti organizzate”. Né in effetti era questa la proposta di Ingrao, sebbene la “pubblicità del dibattito” della Direzione rischiava di porne le basi. D’altra parte Magri rivendica alla sinistra interna di aver colto meglio le nuove potenzialità di movimento che si aprivano e la necessità di adeguarvi la macchina-partito e la stessa sua linea, puntando sul modello di sviluppo, ossia su una proposta generale alternativa alla modernizzazione capitalistica. La parziale sconfitta di questa ipotesi – dico parziale poiché essa comunque fu ripresa nei discorsi di Longo, nei documenti congressuali e nella stessa elaborazione successiva del Partito (vedi la relazione di minoranza al piano Pieraccini) – contribuì per Magri a quella difficoltà di rapporto coi movimenti del 1968-69, ai quali pure “non è vero che il PCI sia stato estraneo”, in particolare nella componente operaia. “In complesso il PCI fu presente e attivo nelle lotte operaie”, sebbene “delegando” troppo al sindacato, in una sorta di divisione del lavoro in cui il partito si occupava “soprattutto di elezioni e di futuri governi, avendo in fabbrica largo consenso ma non una vera egemonia”. Nel rapporto con gli studenti, poi, si sarebbe persa “un’occasione storica”, sebbene a parere di chi scrive le responsabilità del mancato incontro andrebbero divise in modo più equanime.

IL MANIFESTO

È in questa temperie, e sulla richiesta di una critica più profonda al “socialismo reale” (benché, ricorda Magri, rispetto ai fatti di Praga il PCI di Longo era stato il più vicino al nuovo corso di Dubcek e “il più netto nella condanna” tra i partiti comunisti), che nasce “il manifesto” rivista, a cui segue la radiazione di Magri, Natoli, Pintor, Rossanda. Intanto il XII Congresso ha visto l’ascesa di Berlinguer, ora vicesegretario. Considerate le sue posizioni dialoganti al congresso precedente, la sua elezione appare inizialmente un’apertura alla sinistra interna, ma per Magri egli fu condizionato fin da subito da una serie di dirigenti dell’ala “riformista”. Il volto del Paese, peraltro, è cambiato, e all’indomani dell’Autunno caldo in Italia vi sono ormai 4300 consigli di fabbrica in rappresentanza di un milione di lavoratori, e larghe masse politicizzate e sindacalizzate.

IL COMPROMESSO STORICO

Tuttavia, anche le controspinte di destra sono forti, e nei primi anni ’70 emergono chiaramente. Magri forse le sottovaluta un po’. Era proprio la liberazione di Grecia e Portogallo, e quella più graduale della Spagna, dalle dittature parafasciste, infatti, ad allarmare apparati USA e forze reazionarie, e a rendere ancora più stretti i margini di manovra in Italia. In questo senso – ha osservato Barca recensendo Il sarto di Ulm – la proposta di Berlinguer di compromesso storico e il successivo dialogo con Moro furono proprio “il tentativo di rimuovere il veto americano” e di “ripristinare una normalità costituzionale violata” a partire dal 1947, allorché era stata decretata l’impossibilità di un’alternativa di governo1. D’altra parte, ha aggiunto Macaluso nel seminario svoltosi a Roma sul libro di Magri, il compromesso storico non era solo una strategia difensiva o “emergenziale”, ma partiva dall’idea che in un paese occidentale a sostenere le riforme strutturali, e a reggere l’urto delle inevitabili reazioni, non potesse essere un’esigua maggioranza, ma un fronte sociale e politico ampio. Tuttavia molte critiche di Magri fanno riflettere, a partire da quella secondo cui forse per realizzare quella politica occorrevano una sinistra più unita e di converso “una rottura della DC”.

LA “SOLIDARIETA’ NAZIONALE”

Ma a cogliere nel segno sono soprattutto le critiche alla solidarietà nazionale, ossia all’attuazione pratica – molto limitata rispetto al progetto originario – del compromesso storico, dopo le elezioni del 1976: il non aver valorizzato la grande domanda di cambiamento radicale di quel voto appare un limite serio; l’aver sostenuto – con le sinistre al 48% – un monocolore DC retto da Andreotti, una sorta di paradosso; l’aver affidato le sorti di quell’esperimento alla “diplomazia” degli incontri di vertice anziché a un abile dosaggio di azione politica e spinta di massa, un altro limite grave. È vero anche, però, che quella soluzione era vista solo come un primo passo, e il nome di Andreotti, proposto da Moro, era inteso come “garanzia” per una destra DC “riottosa” e più ancora per gli americani. La minaccia USA e la strategia della tensione pesavano, e la contemporanea ascesa di Craxi alla guida del PSI certo non aiutò l’unità a sinistra, mentre la crisi economica e il crescere della violenza politica si facevano sentire duramente. A quel primo passo altri seguirono, in un processo di avvicinamento del PCI al governo che però andava di pari passo col logoramento del suo legame sociale. L’omicidio di Moro, tuttavia, segnò una cesura che non può essere sottovalutata. Se un’operazione politica si misura anche dalle reazioni che scatena nell’avversario, insomma, è evidente che qualche preoccupazione seria ai circoli dirigenti dell’imperialismo il lento avvicinarsi del PCI al vertice del potere istituzionale la creava2. E le stesse riforme varate in quegli anni, dall’equo canone al serv i z i o sanitario nazionale, “furono sostanziose”. Tuttavia, proprio mentre questi processi andavano avanti, lentamente e contraddittoriamente, la ristrutturazione capitalistica con cui le classi dirigenti rispondevano alla crisi cambiava radicalmente lo scenario, avviando la stagione del neoliberismo e ponendo in crisi quel compromesso keynesiano che aveva retto per alcuni decenni, e al tempo stesso facendo avanzare la mondializzazione e la finanziarizzazione dell’economia: tutti processi che toglievano il terreno sotto ai piedi delle forze progressiste, che solo con un’azione coordinata a livello internazionale consapevole del nuovo quadro avrebbero potuto costruire una risposta; e tuttavia “la sinistra europea mancava di idee, di forze e di volontà per proporre un’alternativa”.

BERLINGUER E I RITARDI DEL MOVIMENTO COMUNISTA IN OCCIDENTE

A questo punto la narrazione di Magri si intreccia con quelle di Liguori e Guerra. Quest’ultimo traccia un ritratto di Berlinguer che parte dalle origini; ma anche nel suo testo il nucleo vero sta nel decennio 1973-1984, con un’attenzione particolare al versante internazionale dell’iniziativa del PCI, che in quegli anni diventa esso stesso un “soggetto della politica internazionale”. Per Guerra, quella della “rottura” con l’URSS, che la maggioranza della storiografia rimprovera al PCI di non aver fatto, o di aver fatto tardivamente e parzialmente, è in realtà “una falsa questione”. Tuttavia egli stesso ritiene che i comunisti italiani non abbiano “portato a fondo la critica radicale del socialismo sovietico”, illudendosi sulla sua “riformabilità”. È questo un tema caro all’Autore, per anni inviato dell’Unità a Mosca e studioso dell’URSS; ma a tale proposito non si capisce perché il PCI avrebbe dovuto escludere a priori una possibile “riforma” del sistema sovietico, pure ritenuta probabile da più parti e di fatto verificatasi in diverse fasi, fino al tentativo gorbacioviano, poi passato dalla “ristrutturazione” del sistema al suo smantellamento. D’altra parte, Guerra insiste giustamente su un’idea centrale del pensiero di Berlinguer, già in nuce nell’ultimo Togliatti: quella cioè non tanto dei “ritardi” dell’URSS, quanto dei “ritardi” del movimento operaio occidentale – che pure agisce nei punti più alti dello sviluppo capitalistico – rispetto al processo rivoluzionario mondiale. È qui che l’A. vede le origini della sempre maggiore attenzione di Berlinguer alla dimensione europea dell’iniziativa del PCI, e non a caso il Segretario appare “riluttante” a parlare di “eurocomunismo”, cui preferisce i concetti di “terza via” e soprattutto di “terza fase”; terza fase di un unico processo storico che aveva nell’Ottobre la sua origine ma che sembrava aver bisogno di nuovo “carburante”. Tuttavia tenere assieme i due corni del problema – centralità della dimensione europea e solidarietà con l’URSS – ossia aggiornare la togliattiana unità nella diversità, si rivelerà molto difficile. Ben presto i due assi dell’iniziativa del PCI inizieranno a divergere, e la divaricazione si farà sempre più acuta, in una sorta di escalation che giungerà infine allo “strappo”.

IL MUTAMENTO NELL’IMPOSTAZIONE DI BERLINGUER

È interessante, in questo percorso, e andrebbe approfondito, il mutamento che avviene a un certo punto nell’impostazione di Berlinguer. Se si legge La proposta comunista, il rapporto al CC del dicembre 1974 in preparazione del XIV Congresso, si è infatti di fronte a un documento pienamente interno alla tradizione comunista. Si parte dalla “crisi di tipo nuovo nei paesi capitalistici”, si prosegue con “l’avanzata del processo di liberazione dei popoli del Terzo mondo” che rimette in discussione i rapporti di forza nel mercato mondiale e un modello di sviluppo basato sulla rapina delle risorse. Ne derivano la necessità di “colpire la logica dell’imperialismo” e “l’esigenza di trasformazioni in senso socialista”, accanto a quelle della “cooperazione internazionale” e del possibile “ruolo di un’Europa democratica”. Si torna a porre inoltre la prospettiva del “superamento dei blocchi”, ponendolo però non più “come un prius” ma come un obiettivo da raggiungersi con l’avanzare della distensione. È in questo quadro, quindi, che il PCI decide di non chiedere la fuoriuscita immediata dell’Italia dalla NATO, considerandola un obiettivo interno a un processo più generale3. Ben diversa “l’affermazione paradossale” (Liguori) del 1976 sul “sentirsi più sicuri” nel blocco occidentale, sebbene proprio il timore di reazioni autoritarie incoraggiate dagli apparati atlantici fosse stato uno dei motivi a base del compromesso storico. E slittamenti simili sono rintracciabili altrove, quasi come se l’avvicinamento del PCI all’area di governo imponesse una correzione di linea, mentre la distanza dal “socialismo reale” iniziava a diventare reciproca contrapposizione. Sul piano interno, intanto, la strategia di Berlinguer si arena, sebbene Guerra rilevi che, almeno sul piano di principio, la legittimazione del PCI a governare è ormai sancita.

TRASFORMAZIONI MOLECOLARI NEL CORPO DEL PCI

Contemporaneamente Craxi rilancia quella campagna sul “cambio del nome” e sull’identità comunista già da anni “cavallo di battaglia” della sinistra liberale di Scalfari e Bobbio. È una campagna aggressiva, che mira a mettere il PCI in una posizione di difesa. Berlinguer reagisce rivendicando il grande patrimonio dei comunisti e del PCI, ma questo attacco finisce per trovare sponde anche all’interno del partito. Il fatto è, come osserva Liguori, che intanto il “corpo del partito” è cambiato: è cresciuto il “partito degli amministratori”, molti sono i quadri giunti dal movimento del ’68 “senza sufficiente rodaggio”, mentre diminuiscono quelli “di estrazione proletaria”. E anche Magri torna su questo aspetto centrale, quello cioè di un “molecolare” mutamento della “composizione materiale” del PCI e della sua stessa cultura. Non a caso negli ultimi anni Berlinguer lotta per rilanciare proprio la “diversità” comunista, la “questione morale” e il tema della “riforma della politica”, a fronte dell’involuzione del “sistema dei partiti” ma anche di quella mutazione dello stesso PCI che certo non gli sfuggiva; e non a caso è su questo “secondo Berlinguer” che insistono, sia pure con accenti diversi, sia Magri che Guerra.

DOPO BERLINGUER

Dopo la sua morte, però, le spinte a modificare l’identità del partito si moltiplicano, soprattutto sul versante degli intellettuali, da quelli interni al partito a quelli vicini a esso, e prima vicini al PSI di Craxi o ai Radicali, come Flores d’Arcais e Veca. La segreteria Occhetto raccoglie queste sollecitazioni. La proclamata appartenenza del PCI alla “sinistra europea” allude a una “omologazione” in corso, e dunque proprio al ripudio di quella diversità; anzi, sottolinea Liguori, la “discontinuità” viene assunta “come valore” in sé: è l’inizio del “nuovismo” occhettiano – l’opposto di quel rin – novamento nella continuità che aveva fatto forte il PCI – il quale si accompagna a un inedito uso dei mass-me – d i a, con ammiccamenti a quella “americanizzazione della politica” da cui la sinistra, com’era ovvio, uscirà con le ossa rotte. In gioco ci sono ormai l’identità del partito e il rapporto con la sua tradizione, e le nuove influenze liberal si sommano al vecchio movimentismo caro alla sinistra ingraiana, tendendo assieme “verso un approdo postmarxista”; il tutto con un eclettismo e una debolezza teorica stupefacenti.

OCCHETTO: “IL SUPERAMENTO DEL SOCIALISMO COME IDEOLOGIA”

Al XVIII Congresso (marzo 1989), Occhetto, pur siglando un compromesso con Ingrao, presenta un documento in cui – osserva ancora Liguori – “andava persa non solo la centralità della lotta di classe, quanto il dato stesso dell’esistenza delle classi”; si proponeva un “partito dei diritti” rivolto ai “cittadini” anziché ai lavoratori. L’attacco di De Giovanni a Togliatti, di lì a poco, segna un altro “strappo” con la tradizione comunista. L’accelerazione giunge però con la crisi del blocco sovietico, il che rappresenta un vero paradosso – e il “fronte del No” lo rimarcherà con forza – per un partito che da decenni, se non dal 1944, aveva fatto della ricerca di una via autonoma la sua bandiera e la sua prassi reale. Tre giorni dopo l’apertura dei varchi del Muro di Berlino (come Liguori ricorda, di questo si trattò, piuttosto che di un “abbattimento” o di una “caduta”), Occhetto emula Gorbaciov, e con una svolta di cui nemmeno il gruppo dirigente è informato, allude al possibile cambio di nome del partito. In Direzione decreta “il superamento del socialismo come ideologia”, sostituito dalle vaghe idee dell’interdipendenza, della “democratizzazione” e del “governo mondiale” di un pianeta in cui si immagina stia venendo meno il conflitto (sociale, geopolitico, militare). Gli anni successivi dimostreranno la fallacia di queste “idee”. Intanto il primo effetto della svolta è la perdita di centomila iscritti, l’abbandono di decine di migliaia di militanti e quadri, mentre la famosa “sinistra dei club” che doveva emergere dalla idolatrata “società civile” non andrà molto al di là dei Flores e degli Adornato.

LA MORTE DEL PCI

Nonostante l’evidente debolezza del progetto, e il fatto che ormai fosse emersa un’opposizione interna che comprendeva dirigenti prestigiosi quali Ingrao, Natta, Tortorella e Cossutta, al XIX Congresso la maggioranza ottenne il 66% circa dei voti. A pensarci bene, una cifra non altissima, considerando il vasto astensionismo, i precedenti abbandoni, e i fattori rilevati da Liguori, dalla tradizionale fiducia del “popolo comunista” verso il vertice del partito, al peso delle “regioni rosse”, in cui il PCI era partito di governo con attorno a sé “un mondo strutturato di attività lavorative e imprenditoriali”, Lega delle cooperative in primis, per le quali certo l’identità comunista era ormai solo una sorta di zavorra. La stessa debolezza del progetto contribuisce peraltro a spiegare la crescente attenzione di Occhetto e compagni verso l’ingegneria istituzionale ed elettorale, vista quasi come scorciatoia per recuperare consensi in fuga e costringere il quadro politico in una logica bipolare in cui il nuovo partito, “democratico della sinistra”, sarebbe stato per forza di cose, in quanto realtà più forte e maggiormente in grado di competere “al centro”, egemone nel fronte progressista. Non si intendeva che distruggendo il sistema proporzionale, e addirittura ammiccando a “premierato” e presidenzialismo, si colpiva un asse portante della “prima Repubblica”, e si favorivano le forze di destra e quelle dotate di grandi capitali, in grado dunque di veicolare l’immagine del leader e di costruire partiti di opinione, e magari di plastica. È quanto accadrà con Forza Italia, sulla cui nascita i dirigenti dell’attuale Partito Democratico farebbero bene a interrogarsi per individuare la loro corresponsabilità.

UN IMMENSO PATRIMONIO AZZERATO

Con la fine del PCI, infatti – sottolinea giustamente Liguori – “un immenso patrimonio politico e culturale veniva messo fuori gioco”, proprio in un momento cruciale per il Paese, e si aprivano le porte alla “fine della partecipazione politica di massa”. Al contrario, osserv a Magri, la storia e il patrimonio del PCI gli avrebbero consentito “di non essere travolto dalla crisi della Unione Sovietica, di evitare la dissoluzione e l’abiura, dunque di tenere in piedi e rifondare in Italia una sinistra di ispirazione comunista rilevante e vitale […] Se una tale sinistra fosse stata ancora in piedi nel momento del disfacimento della Prima repubblica, lo svolgimento non solo della storia del PCI, ma anche della democrazia italiana avrebbe assunto caratteri diversi”. Dal canto suo, il “fronte del No” non seppe rimanere unito. La decisione di Ingrao di entrare comunque nel nuovo partito lo indebolì, lasciando, anche dopo il formarsi di Rifondazione comunista, vaste energie disorientate e disperse. Né il PRC avrà la forza di avviare un percorso adeguato per la rifondazione di una forza in grado di salvare e rilanciare il patrimonio dei comunisti, e dei comunisti italiani in particolare, ma anzi sarà esso stessa vittima di un diverso (ma anche simile) “nuovismo”. Quel patrimonio invece, osservano da punti di vista diversi i nostri tre autori, è ancora vivo e vitale, e rimane una risorsa preziosa per qualsiasi disegno di rinascita della sinistra nel nostro paese, a patto che su quella storia si torni a riflettere con lucidità e onestà intellettuale, ragionando sulla forza e anche sui limiti di quella esperienza. È evidente infatti che se la dissoluzione del PCI, come quella dell’URSS e del blocco sovietico, ha potuto procedere in modo tanto spedito, è anche perché un processo di disgregazione interna era già avviato da qualche tempo. E tuttavia il punto centrale, comune ai tre volumi in questione, è forse il seguente: è esistito quello che Guerra chiama l’italo- comunismo? La risposta dei tre autori, confortata da buona parte della storiografia, è sì. Ma fino a quale punto questo “italocomunismo” traeva la sua forza, oltre che una parte dei suoi problemi, dall’esistenza di un forte movimento comunista mondiale e dal suo legame con esso? E d’altra parte, fino a che punto le potenzialità di un percorso autonomo e originale sono state espresse, ossia hanno avuto la forza di marcare un’egemonia? In quale misura e in quali termini, infine, questo peculiare patrimonio si può oggi rilanciare? A giudicare da quanto oggi si applica il pensiero di Gramsci in alcune importanti esperienze in corso in America Latina, la risposta a quest’ultimo interrogativo sembra incoraggiante. Quanto all’Italia e all’Europa, toccherebbe a noi, comunisti di questo paese e di questo continente, provare a dare qualche risposta.

NOTE

1 L. Barca, Magri e il sarto di Ulm. Perché il deltaplano voli, in www.eticaeconomia.it.

2 In una lettera a Brandt del gennaio 1976, Kissinger afferma che l’accesso al governo di partiti comunisti “avrebbe posto in crisi il sistema occidentale”, prefigurando una possibile “proliferazione del modello jugoslavo”. A maggio, un documento del Foreign Office britannico ipotizza per questa eventualità la realizzazione di “un colpo di stato asettico e chirurgico” per “rimuovere il PCI”. Negli
stessi mesi, il presidente USA Ford incarica Bush sr., allora a capo della CIA, di “fare qualcosa per l’Italia”, e conclude: “Nessun membro di un partito comunista […] deve far parte di un governo di un paese NATO. Punto e basta”. I vertici di Oslo e Puertorico e la riunione riservata svoltasi a Parigi, all’indomani delle elezioni di giugno confermano questo orientamento (A. Guerra, La solitudine di Berlinguer, Roma, Ediesse, 2009, pp. 123-130).

3 E. Berlinguer, La proposta comunista, Torino, Einaudi, 1975.