Sulla questione della violenza

Io non ho capito perché si sia sollevato adesso questo discorso su violenza e non violenza all’interno delle tradizioni e delle politiche della sinistra. Non ne ho capito né la necessità né l’urgenza. Mi pare ci siano cose ben più importanti e pressanti su cui confrontarsi e su cui decidere. Ad esempio l’analisi della fase che attraversa il capitalismo italiano, nell’attuale orizzonte europeo e mondiale. E qui dentro, la ricerca delle forze soggettive in grado di contestarne indirizzi e sviluppi, derive e decadenze. E poi, l’analisi del sistema politico italiano, istituzioni e partiti, fuori dell’ossessione berlusconiana e più addentro alle contraddizioni strategiche della politica contemporanea: per offrire soluzioni ai problemi quotidiani e di prospettiva della nostra gente e per cambiare, dal fondo, la logica delle cose presenti. Qui mi pare ci sia l’urgenza e la necessità, e si parla invece d’altro, correndo dietro, in modo subalterno, a temi mediatici di opinione.
Ma vediamolo ancora per un momento, e chiudiamolo, il problema della violenza nella storia. Tra l’altro, come dibattito, è partito male. Perché ha assunto subito l’immagine dell’ennesima offerta di autocritica sul passato del movimento operaio, soprattutto novecentesco, che ormai ha una così vasta letteratura, da non aver certo bisogno di un capitolo aggiuntivo. Ma davvero l’errore fondamentale del movimento operaio è stato quello di aver militarizzato le proprie pratiche politiche? Io credo, anche qui, che altri siano stati gli errori del nostro Novecento. La bella stagione del marxismo occidentale degli anni Venti, quella del giovane Lukàcs e di Korsch, non è stata sufficiente per rovesciare il processo di impoverimento dogmatico di tutta l’analisi marxista dentro la costruzione del socialismo in un paese solo. Le conseguenze sono state pesanti: il rapporto di produzione non capitalistico non è decollato, la costituzione dello Stato operaio non si è data, la forma del partito al potere è degenerata. Di qui, conseguenze negative a catena su tutto il resto del movimento comunista mondiale. Qui ci furono le scelte sbagliate, anche se profondamente condizionate dal contesto storico. La pratica, e il linguaggio, della violenza non furono nemmeno delle scelte, semmai delle risposte. Si dimentica che c’è stato qualcosa, opportunamente chiamato “età delle guerre civili europee e mondiali”, aperta nel 1914 e chiusa non nel 1945, ma nel 1989, anzi, secondo me, nel 1991. Se la caduta del muro di Berlino è la data simbolo, il crollo dell’URSS è la data storica che segna la fine di quell’età, anche se un’altra diversa età delle guerre si riapre subito dopo.
Su quest’ultimo punto c’è da fare una riflessione. Il concetto di “guerra infinita” è il programma politico, considerato infamante, dei neoconservatori oggi al governo negli USA. In realtà è la prassi politica del capitalismo moderno. I ceti borghesi di governo democratico-progressisti lo mascherano ideologicamente con parole più accettabili. Ultimamente l’hanno ad esempio chiamato “guerra umanitaria”. In altre fasi, o epoche, hanno tentato, o tentano ancora, specificatamente in Europa, di continuare la guerra con altri mezzi, economici, finanziari, sociali. Ma quello è: stato di guerra permanente. Il capitalismo è un sistema del disordine: questo è la forza del suo sviluppo e al tempo stesso il male della sua esistenza. Impone ordine politico, quando può, con la cattura del consenso, attraverso le istituzioni liberaldemocratiche; quando non può, con il comando assoluto, come è stato nell’età dei totalitarismi e come è nelle situazioni di confine, più arretrate e meno manovrabili. La scelta della violenza, quando e come fa comodo, sta tutta da questa parte. E ha ragione chi, come Rossana Rossanda, ricorda che la violenza non è solo guerra, ma è anche sfruttamento del lavoro, precarizzazione della vita, alienazione della persona, discriminazione di razza, disparità di opportunità, subordinazione di genere. Il capitalismomondo, cioè la cosiddetta mondializzazione, perpetua, stabilizza, aggrava questa scelta di violenza diffusa. Non c’è nessuna meraviglia in questo. Se ne può meravigliare soltanto chi crede che l’attuale rapporto di produzione, di scambio, di consumo, possa effettivamente armonizzarsi con una società di individui liberi e di cittadini autonomi. Il rapporto di capitale poggia su una società divisa, su inconciliabili interessi di parte, che non possono che essere tra loro in conflitto. Come si fa a parlare di violenza e non violenza a prescindere da questo contesto storico di fatto?
Il movimento operaio ha risposto alle condizioni in cui si è trovato ad operare con una grande storia di lotte e di organizzazione. Le forme proposte, le forme scelte, sono state al suo interno diverse. E anche su di esse c’è stata inevitabile lotta. Io penso che oggi bisognerebbe farsi eredi di tutta intera questa storia. Non ricomporre ciò che è stato separato, ma superare, andare oltre, le rispettive tradizioni. Perché oggi il pericolo maggiore – con un intento più o meno apertamente dichiarato – è di fuoriuscire da questa storia, nel senso di abbatterla, di azzerarla, con varie mosse, o di archiviazione o di demonizzazione. Si ritorna all’ovile democratico-progressista, da cui, con l’opera di Marx e prima ancora, con le lotte sulla giornata lavorativa, l’esistenza proletaria era già definitivamente uscita. È un’operazione di restaurazione, per una sorta di capitalismo senza operai o, ed è la stessa cosa, con operai senza fabbrica. Fuori del rapporto di capitale rimarrebbe solo o la “gente”, mediaticamente integrata, oppure la “moltitudine” selvaggiamente in rivolta. Contro tutto questo, si tratta, a mio parere, di ricostruire il filo di una storia lunga, quella delle classi subalterne, con l’irruzione in essa del soggetto operaio, che rovescia la subalternità in volontà di liberazione umana, con l’organizzazione della propria forza in alternativa alla violenza capitalistica. Questo filo va ripreso, riallacciato e continuato. Dopo il passaggio operaio, la storia delle classi subalterne non è più quella di prima. Esse devono farsi classi potenzialmente egemoni, in grado di dirigere i grandi processi di mondializzazione sia dell’economia che della politica, indirizzandoli ad altri fini, di utilità collettiva, di interesse pubblico, producendo cultura alternativa di governo e pratica di azioni positive. Per questo però è necessaria la condizione preliminare di un mutamento, se non di un rovesciamento, dei rapporti di forza all’interno delle strutture di potere. Come si realizza questa condizione? È la non violenza il nuovo strumento di questa realizzazione?
Se ponessimo il problema in questo modo, già la discussione farebbe un passo avanti. Può darsi che ci sia stata una contraddizione tra mezzi e fini nel nostro passato novecentesco. È ben detta nei tanto citati versi di Brecht: noi, che volevamo portare nel mondo la gentilezza/ noi, non potemmo essere gentili. Il che vuol dire: non noi ci siamo militarizzati, noi piuttosto siamo stati militarizzati.
Costretti alla guerra di classe, nell’età in cui tutto, a cominciare dalla politica, era solo guerra. La scelta dei mezzi riguarda l’efficacia dell’azione. Domando a tutti se si poteva essere non violenti, non dico negli anni Trenta, ma negli anni Cinquanta, con il mondo diviso in due blocchi militari contrapposti, in uno stato di guerra civile interna e internazionale. Qualche singola figura, rispettabile, di pacifista integrale c’è stata, ma come testimonianza di verità, non come organizzazione di una lotta. E là dove la non violenza ha vinto, come nella conquista dell’indipendenza di un sia pur grande paese, era perché quel processo andava comunque, lì come in altri luoghi, a vincere nel tempo. Ma andate a toccare, allora come oggi, il rapporto di classe e vedrete se la pratica della non violenza serve a minimamente intaccare il livello esistente di potere.
Questo per l’immediato passato. È vero che oggi le cose si pongono in modo diverso. Ma si tratta, secondo me, non di un diversità radicale, tale da rovesciare i termini storici del problema. È in atto un mutamento nelle forme della guerra. E non da oggi. Il passaggio fondamentale è stata la scoperta e l’utilizzazione dell’arma totale, quella sì di distruzione di massa. L’atomica ha concluso una guerra mondiale e ne ha aperta un’altra, in altra forma. La guerra fredda prevedeva tante guerre, locali, ma condotte da potenze mondiali. Questa forma della guerra si è andata ripetendo fino ad oggi. Con una novità intervenuta negli ultimi anni: una delle potenze mondiali, il terrorismo, non risulta più strutturata in un’alleanza militare di Stati, di nazioni, con eserciti regolari, a loro volta regolati da sia pur formali norme di diritto internazionale. La guerra non solo ha cambiato forma, ma non è più “messa in forma”. A tal punto che la risposta al terrorismo acquista anch’essa un carattere terroristico. Che cos’è la “guerra preventiva” se non un atto di terrore messo selvaggiamente in atto dall’alto dell’Impero? Qui la scelta della non violenza può conquistare un senso. A due condizioni. Se si accompagna a un richiamo forte alla soluzione politica dei conflitti in campo. E se questo richiamo ha veramente la forza di farsi sentire. Un ritorno di politica internazionale, un nuovo primato della politica estera, una sovranazionalità ormai dell’interesse pubblico, devono essere non predicati ma imposti all’arroganza del potere unico da una dimensione mondiale di potenza, che non può essere quella sola dei pacifisti, ma di tutti i movimenti di lotta che mettono in questione l’attuale organizzazione sociale e i presenti equilibri politici del pianeta.
Attenzione. Come la violenza non è riducibile alla guerra, così il capitalismo non è riducibile a guerra. Se è vero che la violenza, su base capitalistica, si esprime in tanti modi, è anche vero che c’è una sorta di modo non violento del capitalismo. Lo Stato di diritto è nato qui, lo Stato sociale anche, quello che oggi si chiama “politicamente corretto” pure, e così la tolleranza del diverso, il rispetto delle norme, e il famoso pluralismo culturale e il multicentrismo internazionale. Tutte dimensioni dell’orizzonte borghese, non da esso pacificamente acquisite, ma ad esso imposte da lotte, da mobilitazioni, da spinte di movimento, anche da iniziative di partito Le componenti classiche del movimento operaio, sia quella socialdemocratica che quella comunista, hanno sempre considerato più favorevoli al conflitto di classe le condizioni avanzate: meglio il terreno sociale del capitalismo più sviluppato che quello più arretrato, meglio il terreno politico liberaldemocratico che quello totalitario. In questo coerentemente sono state grandi forze motrici di progresso e di libertà. Negli ultimi decenni è accaduto che la sinistra, nelle sue maggioranze, con questa faccia “bella” del capitalismo si è praticamente identificata. Il processo, già in atto prima, si è accelerato e quindi concluso con il crollo dell’URSS. La cosiddetta fine del comunismo internazionale ha portato quel che restava delle socialdemocrazie a definitivamente abbandonare qualsiasi opzione socialista. È la prova che il movimento operaio era qualcosa di unico, cosa che la sinistra attuale non riesce ad essere. Senza il comunismo non c’è lotta per il socialismo. Io chiedo sempre: senza le guerre di Bush, il capitalismo americano vi andrebbe bene? La stessa domanda qui da noi: tolto di mezzo Berlusconi, tutto il resto andrebbe a posto?
Ecco perché il tema all’ordine del giorno non è l’autocritica del movimento operaio, ma una nuova critica del capitalismo contemporaneo. È l’analisi, la ricerca, la riorganizzazione delle forze di contrasto all’interno del suo mondo. È la ricomposizione di una prospettiva strategica, che leghi il passato al presente e il presente al futuro. Non basta dire: un altro mondo è possibile. Bisogna dire: come vogliamo che sia fatto questo nuovo mondo. Rendere visibile, afferrabile, praticabile l’alternativa e fare serio, maturo, necessario l’antagonismo. Solo questo tipo di lavoro, pratico e teorico, può ricaricare la speranza, motivando le azioni e mobilitando le coscienze. La violenza diventa inutile quando si ha abbastanza forza e conoscenza e consapevolezza.