Sulla categoria di imperialismo

Era sistemare in soffitta la categoria d’analisi storico-politica di “imperialismo”, oppure essa può rivendicare ancora qualche utilità? E se è praticabile quest’ultima possibilità, quali aspetti di questa categoria sono tuttora validi?
Conosciamo l’uso che ne fa Lenin e la centralità che questa categoria riveste nel pensiero del leader bolscevico a partire dallo scoppio della guerra. Lenin riassume un ventennio del ricco dibattito sull’imperialismo, sviluppatosi nel movimento operaio e socialista europeo, e al tempo stesso rilancia la pregnanza teorica di questa categoria nella ricognizione sulla situazione politica creata dalla guerra: attualità della rivoluzione e nuova epoca del capitalismo, segnata appunto dall’imperialismo, sono le due coordinate entro cui si muove la rottura rivoluzionaria d’Ottobre, contrassegnando al tempo stesso le origini del movimento comunista mondiale. Ma oggi? Individuerei almeno in due aspetti lo scarto d’epoca fra quella fase e l’attuale.
Il primo è che, nell’analisi della tradizione teorica marxista, l’imperialismo si realizza in una politica d’aggressione per conquistare mercati e materie prime, entrambi necessari per sostenere lo sviluppo capitalistico in Occidente. Il cannone anticipa il capitale e spiana la strada a quest’ultimo; laddove nulla o ancora ben poco può il capitalismo, questi lascia la parola al cannone e alla baionetta. Il mercato riconosce esplicitamente di essere poco autosufficiente; e la guerra al di fuori dell’Europa diviene la conditio sine qua non perché il mercato funzioni in Europa. In proposito già attardata, per le condizioni storiche dell’epoca, risulta l’analisi del pensiero borghese, da Spencer a Schumpe-ter.
E oggi? Oggi, ridotto il mondo a un gigantesco mercato, si tratta di eliminare progressivamente tutte quelle situazioni o regimi politici sospettati di agire – o di poter agire in futuro – quali variabili indipendenti, schegge impazzite che rischiano di danneggiare i meccanismi finanziari, prima che produttivi. Cos’altro è la dottrina della “guerra infinita”, se non il progetto di eliminare quanti, dalla Irak all’Iran, dalla Siria a Cuba, potrebbero turbare la pace necessaria al sistema capitalistico mondiale?
Insomma, se nell’epoca dell’imperialismo classico si trattava di utilizzare il cannone per esportare il mercato laddove non c’era, perché questa era la via obbligata per far funzionare in modo più agevole il centro del mercato, ora che il mercato è un dato storicamente già realizzatosi, si tratta di evitare che possa entrare in una fase di fibrillazione in seguito all’azione di soggetti politici statuali e non statuali visti come variabili indipendenti. Si badi che non sto dicendo che Saddam – o qualche altro sanguinario tiranno che calca la scena mondiale – equivale alla figura dell’emiro afgano, giudicato dalla vulgata staliniana come un soggetto oggettivamente rivoluzionario perché si opponeva alle mire espansionistiche del colonialismo inglese. Sono il mercato e la classe politica che lo dirige a vivere la figura di questo o di qualche altro tiranno più o meno fondamentalista come un ipotetico eversore delle spinte espansive del mercato capitalistico.
La tradizione del pensiero economico e sociologico borghese che si era confrontata coll’imperialismo si era detta convinta che la guerra era una situazione di necessaria eccezione. Oggi possiamo osservare che la guerra è divenuta non più un’eccezione, ma la regola del panorama storico in cui viviamo. Intanto la guerra interna per sradicare le conquiste delle classi subalterne che bloccavano l’elasticità e la flessibilità del mercato del lavoro e i livelli di reddito acquisiti nella fase storica precedente; poi la guerra all’esterno per completare l’opera. È forse un caso che le guerre di questa fine-inizio secolo siano giunte dopo la fase di guerra in Occidente scatenata dal liberismo contro le classi subalterne? Il liberismo, guerrafondaio lo è sempre stato, fin dall’Ottocento. Non è stato, il liberismo, anche un’economia politica della guerra? Ed è stato più guerrafondaio ed espansionista il liberismo alla Gladstone o Disraeli, oppure il prussianesimo autoritario di Bismarck e Gugliemo II? E Crispi e Giolitti non avevano anticipato Mussolini nelle avventure coloniali? La tradizione coloniale francese non fu sostanzialmente elaborata dal pensiero liberale, democratico e radicale dei vari Ferry, il quale rivendicava che le razze superiori hanno il dovere di proteggere e guidare le razze inferiori? Visti nel rapporto che instaurano con la guerra, credo non sia una forzatura storica osservare che la differenza fra i fascismi e i liberismi-liberalismi è che i secondi provocarono le guerre fuori dall’Europa, mentre i primi si svilupparono con la prospettiva di impegnarsi nella guerra in Europa, cercando di rielaborare nel continente europeo categorie politiche create in precedenza, all’epoca dell’espansionismo coloniale e imperialistico.
Il secondo aspetto è che oggi mi pare difficile parlare di una pluralità di imperialismi. Mentre per l’imperialismo classico la situazione storica e politica era caratterizzata dal fatto che a movimentare la politica mondiale erano diversi soggetti, dalla Germania agli Usa, dal Giappone all’Inghilterra ecc., oggi l’America domina sovrana. Cambia qualcosa la presenza di un unico soggetto della politica imperiale? Cambia quanto meno che diminuiscono o divengono certamente meno acuti i momenti di tensione e di attrito fra i soggetti statuali: quale Stato possiede la forza politica per opporsi a una qualsiasi scelta americana in politica estera? E non è forse vero che solo il movimento pacifista si è rivelato essere l’unica potenza in grado di opporsi alle guerre americane?
Qui non v’è dubbio che sarebbe da evitare la tentazione di precipitare nell’antiamericanismo, ossia in un atteggiamento che privilegia i motivi e i momenti della critica culturale del sistema americano. Storicamente è esistita anche una versione di sinistra dell’antiamericanismo; tuttavia l’antiamericanismo ha visto una forte presenza della cultura della destra, di cui è anzi diventato uno dei motivi caratterizzanti. L’antiamericanismo vede gli alberi, ma non la foresta.
Non abbiamo bisogno di andare a scuola dalla tradizione antiamericana: disponiamo del Capitale. Per dire meglio, possiamo rapportarci all’America così come Marx utilizza il laboratorio inglese.