Sostenere la prospettiva di cambiamento del governo Lula

*Presidente del Partito Comunista del Brasile

Il 2003 è stato caratterizzato, in Brasile, dall’ascesa di forze politiche e sociali nuove, capeggiate da Luiz Inácio Lula da Silva, al governo della Repubblica. Un anno è un tempo troppo breve per un giudizio complessivo sul nuovo governo, ma rappresenta già un significativo tratto di tempo per un mandato di quattro anni. La dimensione della svolta politica – e il suo significato storico – avvenuta con l’arrivo al vertice del potere nazionale di forze politiche e sociali nuove – popolari, democratiche e progressiste –, che precedentemente non avevano mai governato la Repubblica, ha avuto notevoli ripercussioni in ambito internazionale, e si è pure trasformata in una grande speranza per i popoli e paesi progressisti del mondo. Le circostanze in cui è avvenuta la vittoria del novembre 2002 erano difficili. Il precedente governo di Fernando Henrique Cardoso ha lasciato alla nuova amministazione un’eredità perversa – profonda crisi strutturale, che congiuntamente si esprimeva come minaccia di crisi istituzionale e di insolvenza del paese. Oltre ad avere un debito estero di proporzioni storiche inedite, il Brasile si trovava in una fase di sviluppo stagnante che si andava accumulando già da due decenni, di grande vulnerabilità sul piano esterno, con un invecchiamento delle sue infrastrutture e un certo livello di deindustrializzazione, con indici di disoccupazione inediti e una forte caduta del reddito pro capite. Si è trovato in tal modo ostaggio del Fondo Monetario Internazionale (FMI), e in seguito si è sottomesso alle pesanti condizioni imposte da questo Fondo. Una eredità economica e sociale terribilmente amara. La vittoria di Lula è stata possibile solo a causa del logoramento del modello liberista dominante e della crisi del suo modello politico – quindi del suo atteggiamento verso il mutare della situazione –, ma, d’altro canto, nel loro schema vittorioso Lula e il PT sono stati indotti ad accettare pure dei compromessi con l’ordinamento economico dominante, allo scopo di garantire gli accordi e i contratti imposti dai circoli finanziari dominanti e dal FMI. Questi compromessi caratterizzano la duplice natura del governo, che si traduce in un conflitto fra continuità e cambiamento. Nonostante la significativa vittoria di Lula, con più del 60% dei voti validi e la crescita delle forze di sinistra, le nuove forze non sono affatto maggioritarie al Congresso Nazionale, e nemmeno fra i governatori di stato eletti. Questo fatto ha reso necessario allargare la coalizione politica ad altre tendenze interessate ad appoggiare il nuovo governo, sotto l’egemonia del PT, al fine di garantire le condizioni di governabilità. Tutto ciò ha comportato un difficile lavoro finalizzato alla formazione di una maggioranza politica nel Congresso Nazionale e a una costante trattativa con i governatori. In questo processo, il PMDB, sodalizio che riunisce l’area del centro politico, è passato a integrare ufficialmente la base delle forze di governo, che riunisce diversificati segmenti della politica brasiliana, in conformità alle realtà regionali. Il governo ha assunto un carattere democratico, cercando di costituire diversi forum di consultazione aperti alla società, rendendo partecipe il proprio presidente della Repubblica di eventi del movimento sociale, riaffermando il proprio impegno per il cambiamento, riunendo nella propria pratica di amministrazione tutte le forze di sinistra e rinnovatrici del paese. Due elementi dalle caratteristiche contraddittorie si sono andati imponendo, Da un lato, il governo ha adottato una politica estera che, dal punto di vista diplomatico, economico e commerciale, ha significato l’affermazione della sovranità nazionale; ha fermato il processo di privatizzazioni, trasformato la Banca Nazionale per lo sviluppo economico e sociale (BNDES) in una banca per lo sviluppo, adottando una politica basata su grandi investimenti in infrastrutture; il Piano Pluriennale (PPA) colloca lo Stato come elemento insostituibile nell’azione di pianificazione strategica e nella guida allo sviluppo. Oltre a ciò, fra i diversi settori del governo si sta cercando di stabilire un piano energetico mirato allo sviluppo con un importante ruolo statale, si cerca di definire un esteso e sostenibile piano di riforma agraria, di ricostruire le super-intendenze per lo sviluppo regionale (Sudene e Sudam), si investe in tecnologie innovative, si sta per presentare una legge avanzata nel campo della sicurezza biologica. Dall’altro lato, il governo è stato spinto a mantenere una politica macroeconomica ortodossa, basata esclusivamente sul contenimento dell’inflazione e delle tasse, al fine di ristabilire la fiducia del mercato finanziario internazionale, di osservare i termini dell’accordo stabilito con il FMI e di stabilizzare l’economia, dedicandosi alla riduzione del debito pubblico e aumentando ancor più il tasso d’interesse. È prevalsa sul piano interno una politica di pesante aggiustamento fiscale e di alti interessi, che ha ripristinato la stabilità economica, contenuto la spinta inflazionistica, ripristinato la fiducia dei mercati finanziari, ottenuto un surplus commerciale record, facendo tornare positivo per la prima volta dal 1994 il saldo nelle transazioni in conto corrente. Il credito estero è stato ripristinato, giungendo a livelli mai visti alla Borsa Valori di San Paolo. In contropartita, sommato all’effetto cumulativo avvenuto con i governi precedenti, è ancor più calato il tasso di investimento pubblico e privato, cadendo almeno al 18% del PIL (il minore degli ultimi anni), e i tassi di disoccupazione hanno raggiunto livelli allarmanti, prossimi al 13% nelle sei regioni metropolitane più importanti del paese – secondo l’Istituto Brasiliano di Geografia e Statistica (IBGE) – e si prevede il livello di variazione del PIL per il 2003 intorno allo zero. Il governo, attraverso la posizione assunta dal Ministero del Tesoro e dalla Banca Centrale, ha deciso di rinnovare l’accordo con il FMI secondo le modalità già vigenti di contenimento del debito pubblico statale per altri 15 mesi. All’opposto, sul piano esterno ha prevalso una politica estera affermativa e sovrana. Nell’applicazione di questa politica, il Brasile ha rifiutato la linea bellicista dell’imperialismo nord-americano, ha fatto propria la difesa della pace e del rafforzamento degli organismi multilaterali di difesa collettiva e ha stabilito alleanze strategiche con altri grandi paesi in via di sviluppo. Il Brasile si afferma come paese leader dell’America Latina, rilancia il Mercosul, conseguendo fino ad ora una situazione positiva nei negoziati per l’Alca con la sua linea tesa a restringerne l’ampiezza e a modificare le pretese degli USA. Nell’ambito dell’Organizzazione Mondiale per il Commercio, ha lavorato alla formazione di un’alleanza di paesi in via di sviluppo contro il protezionismo dei paesi ricchi. Il viaggio del presidente Lula in Medio Oriente è stato una chiara dimostrazione dell’atteggiamento del governo brasiliano nella definizione di una nuova politica estera, cosa che contribuisce al riscatto della identità nazionale e a una politica di sviluppo del paese. Queste due realtà contrastanti si riflettono nella società brasiliana, dove il movimento sociale e organizzato – i lavoratori delle città e delle campagne, i movimenti dei senza terra e dei senza tetto – si sono già mossi in difesa dei propri interessi non corrisposti e delle aspettative frustrate, nonostante la grande fiducia deposta nel governo Lula. Al Congresso Nazionale, alcuni progetti dell’ Esecutivo sono stati modificati, e l’attuale governo ha adottato un atteggiamento diverso da quelli precedenti in relazione alle richieste popolari e parlamentari. Tale dualismo tende a riflettersi in un crescente dibattito sui media, fra i partiti politici, le associazioni e i sindacati, nelle università. I grandi media e i rappresentanti della conservazione prendono partito a favore del continuismo sul piano interno ed estero. La lotta per la riforma agraria viene da loro ridotta a una lotta contro la proprietà privata e il capitalismo, cercando di provocare una radicalizzzazione politica. Il piano energetico viene considerato un “ritorno allo statalismo”. L’utilizzo della tecnologia nazionale per l’arricchimento dell’uranio su grande scala viene considerato una “politica avventurista”. La politica estera e il suo centro d’elaborazione ed esecuzione, Itamaraty, sono sulla lista nera delle forze conservatrici e degli Stati Uniti. L’opposizione conservatrice si va riorganizzando con il PSDB – la nuova destra – come partito centrale d’opposizione. Insomma, nel primo anno di governo si può osservare un certo rinnovamento politico, si è bloccata la crisi finanziaria, il paese va riscoprendo la propria sovranità nelle relazioni con l’estero, il processo di privatizzazione è stato fermato, ma si nota ancora un certo dualismo sulla via del progetto da seguire. È importante mettere in risalto come il dibattito sull’assoluta necessità della ripresa dello sviluppo, la sua centralità, dia forza a quei settori, dentro e fuori il governo, interessati a un progetto nazionale di sviluppo democratico, e che stanno arrivando alla convinzione che, se agli inizi – dato lo stato di crisi ereditato e in relazione al rapporto di forza esistente – è stato giusto ricorrere a una politica macroeconomica ortodossa, tuttavia questo orientamento non può essere permanente. Il mantenimento e consolidamento di tale politica sono critici, portando essa a uno sviluppo contenuto, non dando sufficiente slancio alla capacità produttiva nazionale, non invertendo i tassi elevati di disoccupazione, e inoltre potrebbe condurre il paese a una nuova crisi. Si sta formando l’opinione che il mutamento e il cambiamento della linea della politica macroeconomica passano necessariamente per il ruolo insostituibile dello Stato come agente di crescita, togliendo il freno agli investimenti produttivi, aumentando la spesa e il credito pubblici in connessione con una sostanziale riduzione del tasso di interesse reale, avendo di mira l’aumento degli investimenti pubblici nella infrastruttura economica e nella universalizzazione dell’educazione, salute, previdenza e bonifica, nella concretizzazione di società pubblico-private, nell’ampliamento del surplus commerciale e del mercato interno dei beni. In questo anno di governo, avendo in vista la definizione di una transizione per dar vita a un nuovo progetto per il Brasile, grosso modo si sono delineate quattro tendenze: la tendenza dominante, fautrice dell’attuale politica macroeconomica basata su un pesante aggiustamento finanziario (taglio delle spese pubbliche statali) nel medio e lungo periodo (dieci anni, secondo il Ministro del Tesoro); la tendenza maggioritaria nel PT, che pretende di armonizzare la politica dominante di marcato aggiustamento finanziario con una politica di grandi investimenti nell’infrastruttura economica e sociale; la tendenza che unisce partiti e leadership interessate a un progetto nazionale di sviluppo, basato su una politica macroeconomica che abbia come punto di riferimento la crescita, togliendo i freni all’investimento produttivo e ampliando il mercato interno; e una tendenza, di settori “di sinistra”, che difende un programma di carattere democratico-popolare, anticapitalista, di immediata applicazione. Il dispiegarsi dell’attuale situazione e della politica del governo per il 2004 sono in relazione con l’evoluzione del quadro internazionale, delle condizioni politiche in America del Sud e dell’affermazione del Mercosul, dell’epilogo dei negoziati per l’Alca, del miglioramento della diversificazione commerciale estera e delle alleanze strategiche. Nel campo economico internazionale, l’anno è stato segnato dalla simultanea recessione nei tre centri del capitalismo mondiale – Stati Uniti, Giappone e Unione Europea –, e si prevede una certa tendenza alla ripresa nel 2004, sopratutto negli Stati Uniti. L’Asia si sta caratterizzando come il polo più dinamico dello sviluppo economico mondiale. I grandi deficit fiscale, commerciale e nei conti correnti degli USA spingono alla caduta del dollaro e alla relativa valorizzazione sopratutto dell’euro, cosa che ha già provocato importanti sviluppi nel quadro economico e commerciale mondiale. In generale persiste una tendenza all’instabilità e all’incertezza nel piano economico mondiale; in gran parte non si modifica il quadro di vulnerabilità estera dei paesi dipendenti, e aumenta il fossato economico che li separa dai paesi capitalisti dominanti. Internamente, in Brasile, lo scenario probabile é quello della fuoriuscita dalla recessione con il mantenimento della politica macroeconomica ortodossa, con un aumento della pressione da pare della base che appoggia il governo per una flessibilizzazione di questa politica e per un aumento degli investimenti associato a un importante ingrediente: il governo Lula e il suo partito debbono saper rispondere anche alle domande e pressioni politiche in favore del cambiamento, alle quali fanno riferimento le forze interessate a una rapida ripresa dello sviluppo e il livello di crescita della mobilitazione del movimento sociale. Tale complessiva situazione – superamento della recessione, dimensione della pressione politica favorevole al cambiamento e livello della mobilitazione popolare, nel contesto di una congiuntura internazionale favorevole o meno – è quel che potrà caratterizzare il grado di cambiamento nel secondo anno di governo. L’attuale realtà politica non presenta altre strade possibili per la sinistra: il cambiamento passa per il governo Lula. Il suo esito dipende dal raggiungimento del progetto democratico, di sviluppo nazionale. Il suo fallimento significherebbe una sconfitta politica di grande portata per le forze di sinistra. La ripresa dello sviluppo deve essere all’ordine del giorno, articolandosi con il movimento sociale, le cui parole d’ordine si concentrano su lavoro, reddito, terra e tetto. L’ampiezza e l’unità del movimento sociale, al’interno delle nuove condizioni politiche, sono lo strumento fondamentale per riuscire ad aprire una nuova prospettiva per il Brasile.