Sinistre di alternativa e costruzione europea

L’Unione Europea – mi viene più facile cominciare così – sta passando un periodo di notevoli travagli, e credo che si possa dire che questo è perché se ne è esaurita la capacità di proseguire con le mediazioni tradizionali, cioè con le mediazioni tese a tenere le cose come stanno, orientate cioè ancora da un’idea della crescita economica affidata alla crescita di competitività sui mercati mondiali e basata sullo spostamento di reddito nella direzione del sostegno all’impresa capitalistica e dell’alto della gerarchia sociale (perciò sulla riduzione del prelievo fiscale nelle classi medio-alte, sulla riduzione delle prestazioni dei sistemi di welfare, sulla privatizzazione dei servizi nel loro complesso, sulla precarizzazione del lavoro). Infatti l’Unione Europea è in perdita da parecchio tempo ormai di competitività (di capacità tecnologica, di quote di mercato, di quote di commercio), tanto in rapporto agli Stati Uniti che ai paesi emergenti della periferia capitalistica (intendo con questi termini quei paesi della periferia che sono significativamente partecipi della dimensione mondiale del processo dell’accumulazione capitalistica: i loro sistemi di relazioni sociali interni possono tuttavia essere di natura non esattamente o non totalmente capitalistica, vedi la Cina, e potrebbero addirittura essere oggetto nei prossimi tempi di più o meno significative riforme socialiste, vedi il Brasile).

Inoltre l’unica possibilità dell’Unione Europea di uscire dalla condizione in cui versa di stagnazione economica nonché di recessione dei suoi principali sistemi capitalistici, è che l’attuale ripresa statunitense si consolidi; in altre parole, è di uscirne al traino e solo al traino degli Stati Uniti, e raccogliendo le loro briciole. Questo fatto è di gran lunga il più preoccupante: significa infatti che il meccanismo generale del capitalismo europeo, o meglio il meccanismo che raccorda e orienta gli specifici sistemi capitalistici europei, soffre di qualcosa che li blocca, e che di conseguenza li fa arretrare in rapporto agli altri sistemi. Esattamente si tratta – e non lo dico io ma la totalità degli economisti – del Patto di Stabilità, più precisamente del complesso di vincoli (di parametri, di norme) estremamente restrittivi di bilancio imposti ai paesi membri dell’Unione a partire dal Trattato di Maastricht, argomentati dapprima con l’obiettivo del varo della moneta unica e poi con quello della prevenzione di processi inflativi, quindi ancora con quello della crescita economica, e alla cui pratica presiedono, in modalità diverse, la Commissione Europea e la Banca Centrale Europea. Perché questo? Perché quando si sfascia un complessivo sistema economico e di relazioni tra le classi – come insegna platealmente l’esperienza stessa del passaggio dei sistemi a “socialismo reale” al capitalismo – più o meno fortemente basato su una redistribuzione del reddito a vantaggio delle classi subalterne, ne risente negativamente pure il meccanismo della produzione, e tanto nel senso immediato della contrazione della produzione che in quello, sul più lungo periodo, delle capacità in senso qualitativo e quantitativo di produrre.

Va da sé che quanto sta avvenendo da una decina di anni in Europa occidentale, tramite la congiunzione di politiche neoliberiste e di restrizioni drastiche della spesa pubblica, non ha gli aspetti dirompenti e socialmente catastrofici di quanto è accaduto in Europa centrale e orientale e nei Balcani, e inoltre ha aspetti controversi: ma benché in forma soft è andata e inoltre sta continuando ad andare così anche da noi. D’altro canto la restaurazione del capitalismo di prima che il movimento operaio europeo cominciasse a fare le sue conquiste, rivoluzionarie o riformiste che fossero, è da più di dieci anni il fatto che unisce tutta l’Europa.
Alla fine in concreto è questo che è accaduto qui da noi: che i paesi che sono stati a monte di Maastricht e dell’euro, maestri di “rigore” di bilancio, Francia e ancor più Germania, fiduciosi di sé in ragione della loro maggior forza economica, hanno cominciato anche loro a pagare pegno, cioè a debordare i parametri massimi di deficit di bilancio consentiti dal Patto di Stabilità. Ora, finché era il Portogallo a sgarrare rispetto a questi parametri, non faceva problema, la Commissione prima richiamava all’ordine e poi eventualmente sanzionava. E però se si tratta della Francia e della Germania, cioè di ben oltre la metà del PIL dei paesi dell’euro, fare lo stesso diventa arduo: intanto perché Francia e Germania coalizzate non sono come forza politica il Portogallo, poi perché se pagano pegno loro, pagano pegno di rimbalzo pure tutti gli altri. Così alla fine le cose sono state portate via ai burocrati di Bruxelles e alle loro formule astratte da ogni dato della realtà, per tornare alla discussione politica tra attori politici; e siccome la Commissione si è inzuccata fino alla fine nel suo ruolo di “custode” dei Trattati e dei Patti, cioè non ha capito né la qualità drammatica degli effetti economici della sua “custodia” né l’aria che aveva cominciato a tirare nei principali governi europei riguardo a questi effetti, e riguardo alla sua incapacità addirittura di capire la necessità di allentare la custodia, la Commissione si è presa una botta sul naso di quelle che fanno assai male, ed esce inoltre dallo scontro più discreditata che mai. Il fatto della Presidenza italiana dell’Unione avrebbe dovuto esso pure aiutare la Commissione a capire cosa veniva maturando, e quindi stimolarla a prendere lei l’iniziativa di una discussione tesa a ridefinire, con i piedi finalmente per terra, i criteri generali delle politiche di bilancio dei paesi membri dell’Unione. Tuttavia Prodi – il massimo responsabile di questo disastro capitato alla Commissione – è stato troppo preso in questi tempi dal fare imboscate pre-elettorali a Berlusconi e dall’ostentare in Italia e in Europa la grinta del leader decisionista, avvalendosi della sprovvedutezza di Berlusconi, per accorgersi se non all’ultimo minuto che Tremonti gli stava tirando un trappolone di ben altra portata.

Sino a ieri, dunque, la discussione in corso tra i governi (nella Conferenza Intergovernativa e nelle varie formazioni del Consiglio Europeo) e tra parte dei governi e la Commissione Europea concerneva essenzialmente gli assetti istituzionali dell’Unione (composizione della Commissione, struttura del Consiglio, competenze di un eventuale Ministro degli Esteri, criteri del voto a maggioranza nel Consiglio, ecc.); ora invece è entrata in campo di prepotenza una polemica dura appunto sui criteri delle politiche di bilancio dei paesi membri. I suoi termini sono attualmente questi. Il Consiglio Ecofin (la formazione del Consiglio che riunisce i ministri economici) ha congelato nei giorni scorsi l’applicazione del Patto di Stabilità sul versante di Francia e Germania, di conseguenza ha bloccato le procedure di infrazione nei confronti di questi paesi avviate dal Commissario Solbes, e la Commissione sta reagendo a ciò con molta asprezza.
La maggioranza del Consiglio Ecofin ha ritenuto infatti che, in condizioni negative del ciclo economico, il Patto non debba essere praticato nei confronti di quei paesi i cui passivi di bilancio debordino quanto il Patto consente (il 3 per cento), in quanto le politiche restrittive di bilancio sono solo suscettibili di accentuare le condizioni negative del ciclo. La Commissione, e con essa una minoranza dei governi europei, non solo non ritiene che quest’effetto negativo possa esserci, ma paventa pure che il venir meno del Patto di Stabilità possa significare l’inizio della fine di ogni possibilità di governo europeo, anzi di governance, per dirla alla Prodi, dell’economia.
Ora, che attraverso il Consiglio Ecofin i governi più determinati a usare il Patto di Stabilità solo quando usarlo non faceva problema, cioè solo nelle fasi espansive del ciclo, quindi più determinati a metterlo ora nel cassetto, siano stati in larga prevalenza governi di destra, non toglie nulla al fatto che siano essi ad avere ragione sotto il profilo basilare della sensatezza della politica economica, quali che siano i contenuti particolari, sociali o antisociali. In più, al di là delle intenzioni, il Consiglio Ecofin ha inferto un colpo micidiale ad uno degli strumenti fondamentali delle politiche antisociali liberiste di questi anni. È stato anche per praticare queste politiche che in questi anni i sistemi europei di welfare sono stati sottoposti a ridimensionamenti più o meno rilevanti. Sicché, paradossalmente, le decisioni prese dal Consiglio Ecofin su iniziativa della destra italiana sono suscettibili di consentire una difesa più efficace dei sistemi di welfare, e dello stesso salario. Il fatto che invece siano state soprattutto componenti europee del centro-sinistra moderato ad alzare la bandiera del “rigore” di bilancio (quindi molte socialdemocrazie, e tra i dirigenti socialdemocratici più convinti i Bersani, Visco e Fassino, e la maggioranza della Commissione Europea, con Prodi alla sua testa) la dice lunga, a sua volta, sull’acquiescenza di quest’area a fronte delle richieste dei comparti più aggressivi del capitalismo europeo, di quelli cioè orientati ad un inseguimento infinito delle condizioni sociali dell’Asia. Di due destre aveva parlato a suo tempo Marco Revelli: si potrebbe oggi precisare che la destra-destra di Tremonti è meno antisociale della sinistra-destra di Prodi, Fassino, ecc.

A questo punto, infine, appare assai probabile che tutto il complesso dei contenziosi, di varia natura, che sono venuti accumulandosi in questi anni, e che Commissione e governi hanno sinora gestito isolando problema da problema, inventando soluzioni tampone, rinviando, ecc., faccia massa critica. Per dirla in breve, vedo assai poco facili a questo punto il prosieguo e gli esiti del confronto sui temi istituzionali in seno alla Conferenza Intergovernativa. Forse sbaglio, vedremo a breve.

Vorrei poi allargare il contesto di questo ragionamento formulando quest’opinione: ciò che, nell’insieme, accadrà nei prossimi tempi nella costruzione europea, dipenderà solo in parte dagli accordi o dai disaccordi tra i governi, mentre la Commissione credo che non conterà granché, come d’altro canto mi pare giusto che sia. L’Unione Europea, cioè, è troppo fragile e indeterminata in relazione a questioni ed a orientamenti fondamentali per non aver risentito, non risentire e presumibilmente non continuare a risentire e in modo lacerante della politica estera attuale degli Stati Uniti; e questo tanto più vale nel momento in cui emerge in tutta evidenza il fallimento degli orientamenti di fondo della sua autocostruzione economica, e quando dico fallimento lo dico non in astratto, perché non significherebbe niente, ma dal punto di vista delle aspettative e delle convenienze dei capitalismi europei in primo luogo. Per quanti elementi di mediazione o per quanti accordi possano intervenire nei prossimi tempi tra Stati Uniti e Gran Bretagna da un lato e Francia e Germania dall’altro, la contrapposizione che si è creata tra questi paesi non mi sembra reversibile, ovvero mi sembra risolvibile solo attraverso la sconfitta politica e la rinuncia degli uni o degli altri. Quindi sono in corso in Europa alcuni processi, i cui effetti potenziali mi sembrano notevoli. Il primo è quello dell’asse, che sempre più viene consolidandosi, di Francia, Germania e Russia. Se l’Unione Europea fallisse nei prossimi tempi il proprio tentativo di ricomposizione istituzionale e, soprattutto, politica, si può perciò ipotizzare un riallineamento complessivo della costruzione europea su quest’asse, con relativa messa a margine delle componenti filo-USA (della Gran Bretagna e della Polonia in primo luogo, giacché Italia e Spagna sono suscettibili di cambiamenti di governo più o meno a breve termine). Naturalmente ciò comporterebbe anche un cambiamento dell’intero assetto istituzionale della costruzione europea, essenzialmente nel senso dell’affidamento della sua gestione politica in toto ai governi. Il secondo processo è quello del riarmo dell’Europa occidentale e centrale. Condiviso come prospettiva più o meno da tutti i governi dei paesi membri e candidati dell’ Unione, da tutte le forze abituali di governo e dalla Commissione Europea, in primo luogo – benché non solo – per la sua possibile funzione di strumento della ripresa delle economie, il riarmo dell’Europa occidentale e centrale è sempre più attraversato dalla controversia tra chi vuole un dispositivo militare europeo autonomo alla bisogna dalla NATO (quindi dagli Stati Uniti) e chi invece lo vuole tutto interno alla NATO (quindi organicamente dipendente dagli Stati Uniti). Aggiungo infine che lo stesso Trattato di Amsterdam consente a questi due processi di svolgersi abbastanza liberamente, prevedendo una possibilità di “cooperazioni rafforzate” tra specifici paesi dell’Unione Europea su una molteplicità eterogenea di terreni. Esempi importanti già realizzati di ciò, per spiegarmi meglio, sono la stessa moneta unica (che coinvolge solo dodici paesi dei quindici dell’Unione) e l’Accordo di Schengen (che esclude Gran Bretagna e Irlanda, che hanno un loro sistema di sorveglianza delle frontiere verso l’esterno, e Svezia, Danimarca e Finlandia, che assieme agli altri paesi nordici ne hanno un altro). Di fatto, appunto, Francia, Germania e Belgio stanno già muovendosi assieme nella definizione di strutture e comandi militari comuni.

Veniamo ora rapidamente ai comunisti europei. La loro frequentazione e quella delle altre formazioni della sinistra più o meno antagonista o di alternativa che dir si voglia in Parlamento Europeo, ha solo incentivato in questi anni la mia propensione allo scetticismo sulla capacità di queste formazioni di emanciparsi vuoi dal trauma del tracollo in Europa del “socialismo reale”, dall’introversione settaria e nazionalista e dai ritardi drammatici di analisi e di orientamento che ne sono seguiti, in particolare su che cos’è l’Unione Europea, su come ci si debba muovere, ecc., vuoi dai ricorsi alla frase scarlatta in luogo dell’agire politico, vuoi dagli accodamenti alla socialdemocrazia. Inoltre le distanze di concezione e di orientamento non solo nel contesto delle sinistre di alternativa, ma tra gli stessi partiti comunisti, oltre a essere gigantesche sono tali praticamente su tutte le questioni attinenti, in un modo o nell’altro, alla costruzione europea. Infine si tratta di formazioni ridotte quasi sempre ai minimi termini o poco più (l’unica eccezione sono i comunisti di un paese prossimo all’entrata, la Repubblica Ceca), spesso in crisi nei loro rapporti con la società, spesso internamente assai divise. Aggiungo a questo che mi pare abbastanza in esaurimento la spinta propulsiva delle formazioni non comuniste o post-comuniste, troppo orientate a occupare gli spazi abbandonati dalla socialdemocrazia, quindi con un’immagine sociale in via di opacizzazione. Inoltre che mi pare assai dubbia la capacità di una forte crescita a breve delle formazioni emergenti, di orientamento più radicale, in ragione della loro incomprensione sostanziale del carattere estremamente complesso e altamente contraddittorio della costruzione europea e quindi della loro attitudine alla frase scarlatta e agli schemi tattici estremizzanti, e questo nonostante la loro superiore capacità di relazione ai nuovi movimenti new global e pacifisti.

Tuttavia la speranza, diciamo così, dev’essere davvero l’ultima a morire. Siamo quindi impegnati come Rifondazione Comunista in un tentativo di creazione di un organismo politico europeo, che rassembli il più possibile delle forze della sinistra di alternativa, su una base politica comune antiliberista, pacifista e che veda nella costruzione europea un luogo tanto necessario quanto fondamentale della propria battaglia politica. Mentre a mio avviso proprio non ha senso – per via di quanto ho appena scritto – e perché in molti paesi i comunisti sono praticamente scomparsi, che l’obiettivo sia quello di un organismo europeo dei loro partiti.

Ed è proprio la crisi dell’Unione Europea che si è aperta – di alcuni aspetti della quale ho sommariamente parlato – a offrire una possibilità di ripresa, ovviamente a condizione, alle sinistre di alternativa. Mi limito così in ultimo ad accennare a cosa significhi secondo me quest’“a condizione” in termini di orientamenti di massima sulla costruzione europea. Si tratta del fatto cioè che l’esistenza, in una forma o nell’altra, in una composizione di stati concreta o in un’altra, di una costruzione europea, va tutelata. Ci è servita sino ad oggi ad allontanare, dopo mille e cinquecento anni, la guerra dall’Europa occidentale e, nonostante tutto, a consolidarvi forti tessuti democratici e forti sistemi di welfare.
Non so come questi risultati si possa pensare anche solo di scalfirli, o come si possa pensare che senza costruzione europea non saranno messi, prima o poi, in discussione e alla radice. Si tratta inoltre del fatto che è preferibile in questa prospettiva che l’attuale costruzione europea, e cioè l’Unione Europea, sopravviva come entità politica anziché essere sostituita, nell’essenziale, da un consesso di stati gestito dai governi: perché l’Unione, per il solo fatto di essere una costruzione politica, costituisce un terreno più propizio a lotte di classe per la democrazia, per politiche economiche e sociali progressive, per politiche di pace e di solidarietà con le popolazioni della periferia capitalistica.
Si tratta poi del fatto che la fine, invece, di qualsiasi possibile costruzione europea, rappresenterebbe non una vittoria ma il trionfo dell’attuale politica degli Stati Uniti, di egemonia planetaria: perché un mondo multipolare ci risarà solo se riuscirà ad affermarsi, in una forma o nell’altra, una costruzione europea autonoma dagli Stati Uniti. Infine si tratta del fatto che l’Europa, a seguito delle politiche antisociali liberiste e delle politiche restrittive di bilancio di cui ho detto, si trova ormai infilata nel tunnel del proprio declino: ed essa potrà tentare di venirne fuori solo alla condizione che una costruzione europea, in una forma o nell’altra, sia in campo. I singoli paesi, cioè, per proprio conto non sono in grado di farcela.
Forse anche qui sbaglio. Ma anche qui vedremo a breve.