Sinistra moderata, sinistra critica e sinistra sociale nella prospettiva delle elezioni del 2001

Gli ultimi sviluppi della situazione politica, ed in particolare il risultato delle elezioni regionali e dei referendum, hanno sancito la crisi del progetto politico del centro-sinistra. Tale progetto assumeva il primato della governabilità, subordinando a questo ogni altro obiettivo e ipotizzava la possibile affermazione di una coalizione del centro-sinistra, sulla base di un compromesso fra fasce popolari e settori della borghesia, intorno ad un progetto di neoliberismo temperato. Il nuovo assetto istituzionale (con l’introduzione del maggioritario uninominale) doveva, poi, sancire definitivamente la supremazia delle coalizioni, aprendo la strada alla trasformazione dei soggetti politici nel quadro dell’alternanza degli schieramenti. Questi assunti sono crollati, evidenziando, non solo l’inconciliabilità degli interessi delle fasce sociali che si voleva rappresentare, ma rivelando, anche, come la semplice sommatoria di forze prive di un progetto di trasformazione profonda della società sia velleitario e che non vi sono scorciatoie istituzionali che possano consentire di eludere il problema di fondo rappresentato dalla conquista di rapporti di forza favorevoli nella società. A questo punto, a pochi mesi dalle elezioni politiche del 2001, mentre le forze di destra hanno consolidato la loro presenza, è molto difficile per il centro-sinistra riconquistare i consensi perduti e, soprattutto, modificare profondamente gli orientamenti fino a qui assunti.

La sindrome della sconfitta, che ormai attanaglia i gruppi dirigenti del centro-sinistra, finisce anzi con l’accentuare le scelte moderate, nel proposito (illusorio) di recuperare i consensi di centro finiti sotto l’egemonia della destra. Per queste ragioni è assai difficile determinare un’inversione di rotta nel centro-sinistra. Per molti versi, anzi, è impossibile e, non di meno, è compito di quanti a sinistra avvertono la pericolosità della situazione cercare di tracciare un percorso nuovo. Le questioni che allora si pongono, possono essere così sintetizzate.

Cosa è possibile fare nell’attuale situazione? In particolare, che comportamenti assumere, verso quali obiettivi muoversi in vista di una prova elettorale così difficile come sarà quella del 2001?

In primo luogo, occorrerebbe rimettere in discussione alcuni capisaldi della linea fin qui perseguita dal centro-sinistra. Gli obiettivi che si pongono oggi sono, infatti, quelli di recuperare fasce larghe di consenso che sono andate perdute nel corso di questi anni, finendo con l’alimentare un astensionismo di proporzioni sempre più allarmanti. Ma per fare questo occorrerebbe riposizionare la politica del governo su una prospettiva alternativa a quella del neoliberismo, avviando l’intervento su questioni sociali decisive, come la tutela dei redditi più bassi o un impegno straordinario per il mezzogiorno. In poche parole, si dovrebbe avviare un percorso di revisione profonda degli orientamenti fino a qui assunti. Vi sono segnali in questo contesto di ripensamento nel centro-sinistra? Si, vi sono. L’esempio più significativo è rappresentato dalla dissociazione esplicita della sinistra Ds, disimpegnatasi in questi giorni per dissensi politici dalla guida del partito, tuttavia questi dissensi, pur se rilevanti, sono destinati nell’immediato ad incidere in modo molto limitato. Ciò è dovuto, non solo alla stessa collocazione della sinistra Ds nel partito, ma soprattutto alla difficoltà che l’attuale gruppo dirigente dei Ds ha di modificare un orientamento che, per anni, ha costituito il riferimento di un corpo politico in continua ricerca di una propria identità. La battaglia della sinistra Ds, quindi, potrà avere in futuro sviluppi interessanti, ma da qui al 2001 è molto improbabile che possa condizionare significativamente gli orientamenti di quel partito.

È possibile, altresì, che a livello sociale si producano fatti nuovi, con la fuoriuscita dallo schema della concertazione e con lo sviluppo di una nuova conflittualità capace di rilanciare contenuti qualificanti? Anche qui bisogna distinguere fra prospettive immediate e future. Nell’immediato, la partita più significativa è rappresentata dal dibattito interno al sindacato. In particolare, è certamente rilevante che le varie componenti in cui si articola la sinistra sindacale puntino ad un loro ricompattamento per aprire un confronto esplicito di linea nella CGIL, né va sottolineato il peso crescente, specie nel settore dei servizi, acquisito da formazioni extra confederali che hanno dimostrato negli ultimi tempi una forte combattività. E, tuttavia, questi elementi di contraddizione positiva ben difficilmente riusciranno ad incidere nell’immediato sulla situazione. Pesano, infatti, da un lato i condizionamenti a cui sono sottoposti gli stessi gruppi dirigenti della sinistra sindacale e, dall’altro, la frammentazione che caratterizza i sindacati extra confederali. Anche in questo campo, quindi, è assai probabile che evoluzioni significative, capaci di un impatto a livello di massa, si produrranno dopo le elezioni del 2001, anche se non va trascurato l’influenza che certi processi politici e sociali potrebbero comunque avere, specialmente per quanto riguarda gli orientamenti di settori elettorali.

Alla luce di quest’analisi sommaria, c’è da chiedersi, allora, quali possibilità restino, nell’immediato, per agire. Ho l’impressione che, almeno per quanto riguarda la fase, omai breve, che ci separa dalle elezioni politiche del 2001, l’unico fatto che, alla fin fine, potrà rivelarsi significativo sarà l’affermazione in tali elezioni di un punto di vista critico capace di incalzare il centro-sinistra in nome di una volta di strategia e pratica politica. Quale può essere questo soggetto? Sebbene ormai da diverso tempo si sia aperto un dibattito sul ruolo della sinistra di alternativa e sulla sua possibile organizzazione, confesso che, nel breve periodo, mi pare sia molto difficile determinare in quest’ambito processi politici di tale rilevanza da incidere significativamente sull’esito delle prossime elezioni politiche. Per questo ritengo che, alla fin fine, anche correndo il rischio di cimentarsi in previsioni erronee, ciò che farà la differenza sarà il risultato elettorale che conseguirà Rifondazione comunista. Naturalmente, ammesso che queste valutazioni risultino fondate, non è affatto scontato l’esito dei processi, né tantomeno è scontata l’affermazione di Rifondazione comunista alle prossime elezioni del 2001. Che fare, dunque, per far crescere nel frattempo intorno a Rifondazione comunista un consenso più ampio, capace di segnare una discontinuità sul piano delle proposte politiche? Personalmente ritengo che decisiva risulterà in questa fase un’iniziativa forte nei confronti della base sociale del centro-sinistra e del lavoro dipendente.

È del tutto evidente che questi due terreni di iniziativa non esauriscono il campo dell’azione politica. Nessuno immagina, infatti, di azzerare nei prossimi mesi, l’impegno verso altri soggetti sociali e politici. Il problema, tuttavia, è quello di identificare delle priorità. Nel centro-sinistra la contraddizione a breve più significativa non sarà, per le ragioni prima esposte, quella fra settori diversi dei gruppi dirigenti, ma fra ceto politico e base elettorale. I segnali sono già evidenti nello scollamento elettorale, nei flussi elettorali in uscita, nell’abbandono (seppure ancora limitato) di fasce di quadri. Intercettare questo disagio, però, non è facile. Esso implica, da un lato, una battaglia esplicita nei confronti del governo Amato e della politica moderata del centro-sinistra, e dall’altro, una propensione unitaria che costituisce la base di comunicazione per fasce elettorali che, comunque, si pongono il problema della prospettiva politica.

Per questo, accanto all’opposizione al governo Amato, è essenziale diventare protagonisti di una battaglia sul territorio contro le giunte del centro-destra, sfidando il centro-sinistra ad un impegno comune. Sul secondo fronte, quello relativo al mondo del lavoro, occorre prendere atto che, nelle ultime elezioni regionali è emersa una nuova sensibilità in fasce rilevanti del lavoro dipendente, sia pubblico che privato, che non solo esprimono bisogni in gran parte disattesi dal sindacato, ma che cominciano ad avvertire l’estrema inadeguatezza delle politiche del centro-sinistra. Nei confronti del lavoro dipendente va, quindi, attivata un’azione forte che si saldi con l’impegno a sostenere la costituzione di una sinistra sindacale, rifiutando un approccio “verticista” che, anziché alimentare il protagonismo delle fasce più politicizzate e combattive dei lavoratori, si rassegni a delegare ad alcuni esponenti di spicco tutta l’operazione.

In questo contesto, quale spazio deve avere l’interlocuzione con le forze della sinistra alternativa? Con che modalità e verso quali obiettivi deve muoversi? Rispetto alle fasce elettorali del centro-sinistra e a quelle del lavoro dipendente certamente la galassia di forze che, talvolta impropriamente, vengono accomunate sotto questa dizione, sono ancora una minoranza, e tuttavia sarebbe sbagliato non tenerne conto almeno per due motivi: in primo luogo, perché in questo arcipelago si esprime una domanda di alternatività che certamente è contigua al nostro progetto politico e, in secondo luogo, perché alcune di queste forze hanno maturato in questi anni, attraverso un percorso interessante, posizioni obiettivamente vicine a quelle di Rifondazione. Queste risorse vanno giocate anche nella prospettiva delle prossime elezioni politiche, aprendosi ad una interlocuzione vera che faccia maturare relazioni, convergenze programmatiche reali, possibilità di intese. Scorciatoie organizzative che preludono alla costituzione di un nuovo “polo” o di nuovi soggetti politici che trascendano l’esistenza stessa di Rifondazione comunista sono, invece, obiettivamente improponibili.

Queste breve riflessioni sull’evoluzione a medio termine della situazione politica eludono una riflessione approfondita sul tema della costruzione dell’alternativa nel nostro Paese. Non si tratta di una dimenticanza o di una sottovalutazione dell’importanza della questione, ma il riconoscimento che la partita si giocherà in larga misura dopo le elezioni politiche e che il risultato che si avrà in quella circostanza sarà determinante per individuare gli sbocchi. È del tutto evidente, comunque, che se non si produrrà una rottura (in primo luogo politica) nel centro-sinistra, in concomitanza della crescita di una sinistra di alternativa, ben difficilmente potrà aprirsi la prospettiva dell’alternativa.