Sinistra di alternativa e minaccia neo-centrista

Il risultato elettorale ha consentito di tirare un sospiro di sollievo ma ha anche lasciato dell’amaro in bocca. Berlusconi è stato sconfitto e il centro sinistra ha ottenuto la maggioranza dei seggi alla Camera e al Senato. Una nuova fase si apre che potrebbe consentire alle forze democratiche e progressiste di rimediare ai danni prodotti dal governo di centro destra e, finalmente, di dare speranze alle fasce popolari. Nello stesso tempo, però, la misura di tale vittoria è al Senato così risicata da esporre il nuovo governo a rischi continui. All’origine di questa situazione sta certamente la distorsione prodotta dalla nuova legge elettorale, ma essa è principalmente il prodotto del sostanziale equilibrio dei due schieramenti, emerso dalle elezioni. Ed è questo secondo aspetto che deve far riflettere, perché l’instabilità cui si è fatto riferimento non ha solo un connotato politico ma anche sociale. L’azione del prossimo governo di centro sinistra sarà quindi condizionata dall’esiguità della maggioranza parlamentare, ma anche dall’ipoteca costituita dall’esteso consenso raccolto dalla Casa delle Libertà.

INSTABILITA’ E PROPENSIONE NEO-CENTRISTA

Per questo la prospettiva neocentrista è all’ordine del giorno. Un’opzione determinata dalla necessità di allargare il sostegno al governo a livello parlamentare e di conquistare un più ampio consenso sociale. Si tratta di esigenze molto concrete, alle quali si aggiungono propensioni non nuove presenti nelle maggiori forze del centro sinistra. Queste forze (DS e Margherita) da lungo tempo accarezzano un disegno politico di tipo moderato che, in un quadro d’alternanza, punta a raccogliere il consenso delle fasce che si collocano in una posizione intermedia rispetto ai due schieramenti. La via più rapida per raggiungere tale obiettivo, nella situazione che si è venuta a determinare, è quella di costruire una relazione con le componenti di centro della Casa delle Libertà attraverso una torsione in senso moderato del programma dell’Unione. Né può sfuggire che l’appoggio dato da DS e Margherita a Prodi – e ricambiato con il tentativo di limitare l’iniziativa di tali forze e di condizionarne le scelte – ha lasciato non pochi insoddisfatti, desiderosi di riprendersi quel tanto di sovranità che hanno dovuto cedere al leader della coalizione. A maggior ragione se questi stabilisse – come ha fatto – un asse con la principale forza politica dell’area radicale. Che in prospettiva le forze moderate possano essere attirate dalla prospettiva di allargare il perimetro della coalizione, modificandone quindi anche la leadership, non è in assoluto escludibile, anche se al momento sarebbe velleitario.

La sinistra d’alternativa, e in particolar modo Rifondazione Comunista, ha di che essere preoccupata. E’ evidente che un allargamento verso destra della coalizione di centro sinistra costituirebbe una scelta insostenibile, giacché non solo modificherebbe la coalizione di governo ma finirebbe per comprometterne l’asse programmatico. Non solo, un eventuale riequilibrio verso destra ridurrebbe il peso delle forze della sinistra di alternativa. Inoltre, in caso di permanente ricatto centrista e di conseguente indebolimento delle componenti radicali, il loro elettorato di riferimento entrerebbe in fibrillazione. Nello stesso tempo, data l’oggettiva pericolosità di Berlusconi e della sua coalizione, la sinistra d’alternativa è vincolata al sostegno del nuovo governo e, anche in presenza di manovre neocentriste, avrebbe difficoltà a sottrarsi a questo compito. Il che configura una situazione estremamente delicata e non priva di rischi. La sinistra di alternativa può finire fra l’incudine e il martello, oggetto contemporaneamente del richiamo al senso di responsabilità e dal rispetto degli impegni assunti e di un tentativo di emarginazione.

LE AMBIGUITA’ DELL’UNIONE

Sarebbe ingenuo, tuttavia, attribuire la responsabilità di questa situazione agli effetti derivanti dal risultato elettorale. Si può, infatti, sostenere che i rischi prima richiamati fossero già insiti nel percorso che ha portato all’intesa fra le forze dell’ Unione. Giova infatti ricordare che, da un lato, le disponibilità a confluire in un’alleanza sono state date in assenza di un credibile confronto sui contenuti e, dall’altro, che tale confronto si è prodotto in un ambito semiclandestino, senza un rapporto con quella società civile che apparentemente tutti volevano coinvolgere. Un simile percorso ha, di fatto, comportato la ratifica delle posizioni politiche in campo e ha registrato i rapporti di forza esistenti. Se su alcuni temi vi sono state delle aperture e se il profilo generale dell’intesa è più avanzato di quello dell’Ulivo nel 96, lo si deve alle mutate condizioni politiche e sociali più che ad una capacità d’incidenza della sinistra d’alternativa. Quest’esito non poteva essere sufficiente a collocare l’Unione in una prospettiva compiutamente riformatrice. Né a tale riguardo valgono gli apprezzamenti più volte espressi dal gruppo dirigente di Rifondazione Comunista nei confronti del programma. In quel programma, infatti, se va riconosciuta una sensibilità in tema di istituzioni e rispetto delle regole democratiche (sconosciute al centro destra), se vi sono parti ispirate a principi di equità e giustizia (si pensi alla questione della giustizia e alla riforma della magistratura), se infine vi è una percezione delle contraddizioni sociali più acute e un’impostazione solidaristica, tuttavia non poche sono le parti in cui permangono molte incertezze e quelle che evidenziano un approccio assai discutibile. Senza tornare su elementi già emersi nel dibattito – ma mai approfonditi adeguatamente – gli aspetti più discutibili attengono agli indirizzi di politica economica, al ruolo assegnato allo stato e, infine, alla politica internazionale. Temi che sono tutt’altro che marginali e dai quali dipenderà, in larga misura, il carattere progressista o meno delle politiche messe in atto. Quest’aspetto, relativo ai limiti originari dell’esperienza dell’Unione, è rilevante nel momento in cui la coalizione si accinge alla prova di governo e, come si è detto, il nuovo quadro di instabilità sollecita un’opzione moderata.

Il rischio del tutto evidente è che le ambiguità del programma sottoscritto, di fronte alle sollecitazioni indotte dall’esito elettorale, tendano a sciogliersi mettendo in evidenza impostazioni più conservatrici. I primi segnali si sono avuti subito all’indomani del voto. Non solo si è potuto costatare un mutamento di posizioni di alcuni degli sponsor del centro sinistra. La Confindustria, non a caso, ha dimostrato un atteggiamento “comprensivo” di fronte alla prospettiva del “governissimo” e ha messo le mani avanti rispetto ad una modifica radicale della legge 30. Si sono inoltre avvertite le prime oscillazioni di alcuni esponenti dell’Unione. Così, Fassino e D’Alema, pur rifiutando formalmente le profferte di Berlusconi per la realizzazione di un governo di larghe intese, hanno comunque prospettato un ampio e articolato confronto con l’opposizione. In risposta alle dichiarazioni di Bertinotti sulla regolamentazione delle emittenti televisive vi è stata una retromarcia generale, anche rispetto ad alcune delle proposte contenute nel programma; così, in tema di flessibilità, perfino le forze della sinistra di alternativa, in prima battuta, si sono ritratte dalla richiesta di abolizione della legge 30 avanzata dalla CGIL.

LA SFIDA CHE ATTENDE LA SINISTRA DI ALTERNATIVA

A questo punto sorge spontanea la domanda: quale via deve essere intrapresa dalle forze che si collocano su posizioni radicali per impedire che la nuova prova di governo si traduca in un’inesorabile deriva moderata, che non solo le penalizzerebbe direttamente ma che farebbe venir meno definitivamente la fiducia dell’elettorato nei confronti di un centro sinistra che già una volta si è dimostrato inadeguato nella prova di governo? Allo stato attuale l’unica risposta che viene da queste forze – espressa esplicitamente o implicitamente praticata – è quella del pieno sostegno al nuovo governo, in una rincorsa a chi da miglior prova di affidabilità. Il ragionamento sembra abbastanza chiaro. Di fronte alla minaccia neocentrista, ogni incertezza da parte delle forze della sinistra di alternativa favorirebbe soluzioni più arretrate. Per questo occorre garantire un sostegno non solo leale ma anche assoluto. Difficile contestare che il parziale disimpegno della sinistra di alternativa sarebbe il miglior viatico per la realizzazione di un governo di larga coalizione, ma ciò non implica meccanicamente che tale sostegno debba essere acritico e che debba comportare la rinuncia a svolgere un’azione di condizionamento. Il mantenimento di un’autonomia critica da parte delle forze della sinistra di alternativa è, anzi, una delle condizioni indispensabili per fronteggiare derive moderate della coalizione. La ra- gione sta nel fatto che la forza delle cose muove nella direzione di un più accentuato moderatismo e non vi sono nella situazione odierna controtendenze spontanee.

Consideriamo alcuni fatti. In primo luogo, la situazione economico finanziaria del paese è ancora estremamente seria. Il debito pubblico italiano resta altissimo. Le misure di riduzione del debito, se attuate in tempi brevi, imporrebbero una forte compressione della spesa, ma ciò vanificherebbe qualsiasi politica tesa alla riduzione dei divari sociali. Nel frattempo la pressione fiscale necessaria per recuperare risorse sufficienti a ridurre il debito, senza comprimere la spesa sociale, è oggi insufficiente. Ciò significa che bisognerebbe accrescerla, ma già in campagna elettorale è emersa la difficoltà a vincere molte resistenze a tale riguardo. Per converso, la modestissima ripresa non configura uno scenario incoraggiante per ciò che riguarda la capacità del sistema produttivo di recuperare competitività, accrescere la capacità produttiva e conseguentemente contribuire a risanare – attraverso l’incremento del gettito fiscale – la finanza pubblica. Per molti versi, anzi, resta a carico dello Stato il compito di rilanciare l’economia, supplendo alla carenza del sistema delle imprese.

Ancora, l’inadeguatezza dei salari e gli alti indici di disoccupazione e di precarietà, congiunti alla situazione di crescente difficoltà in cui si dibattono alcune fasce sociali, richiederebbero un intervento di sostegno al reddito, pena il protrarsi del ristagno della domanda interna e il perdurare di una condizione assai critica a livello sociale. Ma anche qui le resistenze da parte delle imprese in tema di salario, assunzioni, condizioni di lavoro è tale da costringere lo stato a svolgere un ruolo di supplenza (magari disponendo un intervento sul cuneo fiscale). In poche parole, senza un’azione delle componenti politicamente più avanzate dell’Unione e delle grandi organizzazioni di massa, ben difficilmente il nuovo governo potrà uscire dal dissesto finanziario, rilanciare lo sviluppo e ridurre le disuguaglianze sociali. E, tuttavia, per le forze della sinistra di alternativa la difficoltà sta nel riuscire ad esercitare un’azione di condizionamento, senza sfasciare l’attuale coalizione di centro sinistra, allargando la propria area di consenso. È possibile tutto ciò? E se sì a quali condizioni, con che mezzi e avvalendosi di quali forze?

ALCUNE POSSIBILI RISPOSTE

1. Le risposte vanno cercate a più livelli. Il primo è quello dei rapporti di forza. La sinistra di alternativa ha nell’attuale maggioranza una forza non trascurabile, frutto non solo dei voti raccolti ma anche del vantaggio offerto dalla legge elettorale. Questo significa che, dal punto di vista strettamente numerico, essa è in grado di svolgere un ruolo importante, e tuttavia essa resta minoritaria rispetto all’ala moderata, frammentata e senza adeguate connessioni coi movimenti. Il primo obiettivo dovrebbe quindi essere quello di consolidare uno schieramento di sinistra di alternativa politica e sociale. Un tale schieramento non può e non deve essere concepito come un nuovo soggetto politico basato su una predefinita opzione politico- culturale. Per questo la proposta della Sinistra europea è inadeguata, così come le proposte tese a creare aggregazioni elettorali a prescindere dal programma condiviso. Ciò di cui vi è bisogno è una sinistra di alternativa unificata sulla base di un patto programmatico, che si dia una disciplina comune nei comportamenti e che tessa un’intensa relazione con le forze sociali.

2. La seconda condizione è che si assuma una posizione intransigente contro l’allargamento della coalizione di governo a componenti del centro destra, e ciò non solo in caso di intesa fra i due poli (governissimo) ma anche in quello di intese parziali con singole forze dello schieramento avversario. Questa posizione parte dal presupposto che sia possibile da una collocazione di maggioranza (seppure risicata) modificare gli equilibri esistenti nel paese. Questa scelta, naturalmente, non risolve il problema delle pratiche consociative mascherate, condotte a livello informale, al di fuori di un confronto pubblico. Che questo rischio sia ben presente nell’attuale situazione si può comprendere se si tiene conto che a fronte di una più che prevedibile pulsione consociativa si oppone la difficoltà a superare la dura contrapposizione che in campagna elettorale si è manifestata fra i due schieramenti. Ma per arginare questo rischio non vi è che il confronto sul piano dei contenuti.

3. A tale riguardo occorre sostenere una pregiudiziale generale, e cioè il rifiuto di qualsiasi arretramento rispetto al programma sottoscritto. Si tratta di una posizione non esaustiva, poiché vi sono parti del programma che non indicano soluzioni precise e che, pertanto, non possono essere assunte come vincoli insuperabili. Occorre allora cominciare ad ancorarsi ad alcune proposte che nel programma sono espresse chiaramente. Ciò vale per le riforme istituzionali, per le già citate proposte di riforma della magistratura, per l’approvazione delle norme sul conflitto di interessi, per l’eliminazione di una serie di leggi volute dal centro destra in materia di detassazione, falso in bilancio, ecc., per l’inasprimento della pressione fiscale sulle rendite e la lotta all’evasione fiscale, per l’incremento salariale ottenuto attraverso l’intervento sul cuneo fiscale, per la riforma degli ammortizzatori sociali, per la parificazione del trattamento contributivo e delle garanzie del lavoro dipendente, per il salario di cittadinanza, per la crescita della dotazione di alcuni servizi (asili nido, sanità), per l’elevamento della scuola dell’obbligo, e via di- cendo. In questo caso il punto essenziale è varare un programma dei primi cento giorni in cui alcune fra le proposte di maggior rilievo sociale siano contenute.

4. Ovviamente restano in sospeso molte questioni, anche di grande importanza. Per queste il programma non costituisce un vincolo sufficiente, ed è qui che occorre mettere in atto una capacità di iniziativa sociale e politica in grado di correggere alcune impostazioni. Non esiste nel programma dell’Unione un’indicazione chiara sui meccanismi di recupero dell’inflazione. Un ampio sostegno alla legge di iniziativa popolare presentato da un arco di forze politiche e sindacali costituisce una delle migliori occasioni per far entrare a pieno titolo nel programma di governo l’assunzione della proposta di una nuova scala mobile. Le proposte in tema di lotta alla precarietà sono insufficienti e anzi rischiano di essere ulteriormente depotenziate. Esiste un’iniziativa a tale riguardo della CGIL. Una saldatura con i settori sindacali più sensibili, magari anche attraverso l’appoggio alla proposta avanzata dalla sinistra DS, sarebbe a tale riguardo quanto mai opportuna. Il ritiro dei nostri soldati dall’Iraq è una delle proposte del programma dell’Unione, ma essa è espressa con notevole ambiguità. Un’azione di massa e un accordo fra alcune forze parlamentari per l’indicazione di una data certa e ravvicinata si rende necessaria. Va da sé che un’iniziativa politica autonoma che faccia leva sull’iniziativa delle organizzazioni di massa e dei movimenti implica una battaglia per rivendicare e praticare l’autonomia di questi stessi soggetti. Ciò vale in primo luogo per la CGIL, dove la ritrovata autonomia non può essere compromessa da un ritorno ad una mortificante pratica concertativa.

5. Non solo. La questione sociale deve essere assunta come la priorità dell’azione di governo. Una sinistra di alternativa può svolgere un ruolo essenziale se si fa portavoce delle principali istanze sociali. Nasce da qui la possibilità/necessità di costruire nell’ambito dell’Unione forum tematici che promuovano: l’inchiesta sociale, il coinvolgimento dei soggetti locali e la produzione legislativa. Si pensi alla questione del Mezzogiorno. Essa è paradigmatica del disagio sociale esistente nel paese. Il programma dell’Unione individua una serie di interventi condivisibili, ma si ferma all’impostazione generale, non li gerarchizza e spesso non affronta con la dovuta criticità alcune questioni. Supplire a questi limiti dovrebbe essere uno dei compiti principali dei parlamentari della sinistra di alternativa, dell’intellettualità progressista e delle espressioni più avanzate dei soggetti sociali.

6. Come giustamente è stato sottolineato nel recente Comitato Politico Nazionale, il nuovo governo dovrebbe caratterizzarsi per la capacità di promuovere una partecipazione diffusa alle sue scelte. Quest’affermazione – del tutto condivisibile – ha bisogno di alcune precisazioni. Il coinvolgimento passa, in primo luogo, per una rinnovata solidarietà fra governo centrale e mondo delle autonomie. Ma tale patto implica che regioni ed enti locali ritornino a disporre di risorse adeguate. Siano, cioè, messi nelle condizioni di svolgere a pieno titolo le loro funzioni. È inoltre necessario che le principali linee di azione del governo (la finanziaria, in pri – m i s) siano, non solo il risultato di una concertazione con le autonomie locali, ma che siano anche il frutto di un orientamento condiviso con i principali soggetti sociali. Inoltre, che alcune scelte (per esempio quelle in materia ambientale) ottengano il consenso dei cittadini, non potendo affrontare tale materia in palese contrasto con le popolazioni dei territori interessati. Non solo, occorre che la trasparenza – condizione essenziale per una partecipazione democratica – sia garantita con un’informazione adeguata. E, infine, si pone un problema di bilancio delle esperienze compiute. Perché non prevedere assise di livello nazionale, ampiamente rappresentative dei soggetti sociali, come mezzo permanente per definire i grandi orientamenti delle scelte di governo e sottoporre a verifica i risultati ottenuti?