Sicilia: la sinistra si arrende di nuovo

*Eurodeputato

Il voto siciliano conferma ciò che abbiamo sempre saputo: al sud non è questione di lingua, pelle o razza se vince spesso la destra, è piuttosto il prezzo pagato a un’idea di politica fabbricata sul primato dell’emergenza. E’ in nome di questa presunta emergenza che ad Agrigento il centrosinistra finge di vincere con un candidato prestato dall’Udc. E’ in nome dell’emergenza istituzionale che il governo Prodi accetta un accordo con il presidente Cuffaro per costruire i quattro più grandi termovalorizzatori d’Europa in una regione che non raggiunge il 5 per cento di raccolta differenziata. L’emergenza laggiù è diventata una situazione di fatto, uno stato dell’arte, un teorema politico. In funzione del quale si costruiscono le alleanze, si vincono le elezioni e si tira a campare. Detto ciò, per prima cosa occorre sbarazzarsi della caricatura offerta dal centrodestra sul voto in Sicilia. Non hanno stravinto: hanno vinto dove era previsto che vincessero; e hanno perso dove invece pensavano di scalzare il centrosinistra. Certo, a Palermo siamo andati sotto, come cinque anni fa, ma 80.000 voti migrano dal candidato del Polo a Orlando. Le liste del centrosinistra, ridotte fino a ieri a poco più del 20%, stavolta chiudono dignitosamente attorno al 40. Conserviamo Gela, che resta il simbolo di un riscatto possibile nella Sicilia dell’oscurantismo mafioso. Conserviamo Caltagirone, città di indole assai democristiana (Sturzo, Scelba…), ma da quindici anni saldamente governata dal centrosinistra. Vinciamo in una ventina di medi e piccoli centri. Insomma, sopravviviamo. Ma non basta a consolarci. E veniamo al secondo punto: in Sicilia il centrosinistra è minoranza. Socialmente, culturalmente, elettoralmente minoranza. Non per colpa di quelli dello Zen che vanno a votare con il “santino” di Cammarata in una mano e il telefonino nell’altra per documentare la propria obbedienza. Quel voto – voto in vendita, sul mercato, corteggiato, inseguito, retribuito – non lo avremmo avuto comunque. Mancano gli altri voti. I voti diffusi, dispersi, indecisi, non previsti, non schierati, non comprati. I voti rassegnati di chi crede che uno come Cuffaro sia inciso nel nostro destino, che il lavoro sta solo in fondo al sacco delle cooperative sociali, che Agenda 2000 è un poco a me e un poco a te, che l’unico lavoro te lo dà la Regione, che l’acqua si deve comprare dai dissalatori, che con la mafia bisogna conviverci e il pizzo bisogna pagarlo, così si risparmia sulle guardianìe e non ti fanno più rapine. Non è letteratura, ma un modello di società che nel Sud ha trasformato ogni diritto in privilegio. Un modello concreto, applicato, spesso vincente. A sinistra s’è reagito in forme paradossali. Rincorrendo nostalgicamente l’epoca dei sindaci come l’ultima età dell’oro (abbiamo ricandidato Orlando a Palermo venticinque anni dopo la sua prima elezione, avevamo ricandidato Bianco a Catania diciassette anni dopo la sua prima elezione). Oppure inseguendo particelle di ceto politico del centrodestra, convinti che espugnare Agrigento con i voti dei cuffariani ci rimetta finalmente in pista per il futuro. Dentro questo costume c’è tutta la rassegnazione di chi sa di vivere in una colonia d’oltremare, e dunque si deve adattare all’oceano, alle tempeste di sabbia, alla solitudine. Ma c’è anche una morale a geometria variabile per cui ciò che ci indigna a Torino si sopporta umilmente a Palermo. Compatibilità, la chiamano. Non é un problema siciliano, e non può essere orgogliosamente risolto (come suggeriva Macaluso) tornando al sano puntiglio comunista d’un tempo (né mafia né Mori): perché perfino la mafia, la sua egemonia, la sua pervasività, sono ormai conseguenza, non più causa. E non è disputando sui giustizialismi e sui garantismi che affrontiamo il cuore del problema. Ovvero: il centrodestra, in Sicilia, un suo modello (pessimo) di società lo possiede. Noi, no. Non lo abbiamo e non lo cerchiamo. La classe dirigente del centrosinistra siciliano è la più obsoleta d’Italia: dirigenti identici e immobili da sei o sette lustri, presidenti di organizzazioni di massa inamovibili da vent’anni. Ho visto miei (ex) compagni di partito con una febbre felice negli occhi per aver candidato ad Agrigento l’ex segretario provinciale dell’Udc. Certo, adesso è diventato sindaco, ma i Ds in compenso sono finiti al 4 per cento e l’intera sinistra non supera il 10 per cento. Dove sta la vittoria? A chi darà retta quel sindaco: ai pochi elettori diessini o ai suoi grandi elettori democristiani? E’ un modello irreversibile? No, non credo. Basta convincersi che il problema non sta solo allo Zen. Che non servono i piagnistei ma provare a ricostruire un’idea di sinistra e di governo che parta dalle contraddizioni della società meridionale per farsene carico, non per ridurle a un baratto. A Gela, Crocetta – orgogliosamente antimafioso, comunista e gay – vince raccogliendo due voti su tre perchè ha scelto di dare rappresentanza politica e progetto di governo a una condizione d’emergenza sociale e morale da quarto mondo. In che modo? Cacciando via i mercanti dal tempio della politica e i mafiosi da quello degli appalti, ripulendo l’amministrazione comunale dai basisti che le cosche avevano fatto crescere lì dentro, pretendendo dalla coalizione un mandato a cambiare, non a gestire.