Si ripropone un nuovo “bertinottismo”?

La prima questione da mettere in rilievo , nel dibattito che si è sviluppato in questa Direzione Nazionale, è che la durissima pregiudiziale e ostilità di alcune parti all’interno del nostro Partito rispetto alla proposta forte dell’unità dei comunisti, va assumendo la forma dell’ostilità anche alla Federazione comunista e di sinistra che si va costituendo. Un’ostilità alla Federazione che poggia su di un argomento: essa sarebbe – per queste compagne e questi compagni ostili – un’anticipazione della stessa unità dei comunisti, e va quindi fermata prima che sia troppo tardi…

La fase, per i comunisti e la sinistra di classe, in Italia, è davvero drammatica: la lunga teoria di errori e liquidazionismi ha portato il movimento comunista, i due stessi partiti comunisti italiani ad un passo dalla crisi definitiva, prossima all’estinzione. Da questo punto di vista, oggi, e al di là delle perplessità e delle critiche alla Federazione che noi stessi abbiamo già esposto e che tuttora nutriamo, giudichiamo che allo stato delle cose, sarebbe non solo sbagliato, ma letale, un atteggiamento di avversione alla Federazione che portasse i dirigenti nazionali del PRC a convincere la nostra base militante ad opporsi ad essa, al suo sviluppo sui territori, a dotarla di una capacità di iniziativa sociale e di lotta. Oggi, un’ostilità di questo tipo (organizzata “da destra”) sarebbe nefasta, mentre serve un dibattito libero sulla natura della Federazione e sul rilancio complementare (che invece viene rimosso, nessuno o quasi ne parla più…) dell’autonomia comunista, accompagnati da una seria iniziativa sul campo per il radicamento sociale della Federazione e da una solidarietà nel gruppo dirigente complessivo del partito che può e deve essere tale anche nella dibattito franco e leale sulle nostre prospettive strategiche.

E’ stato detto in questa Direzione ( sia nella relazione introduttiva del compagno Ferrero che in altri interventi) e più o meno con queste parole che dal 18 luglio a Roma ( giorno del lancio della Federazione) sino ad ora, in nessuna parte d’Italia, in nessun territorio ( tranne che in un solo paesino del torinese) vi è stata una minima iniziativa per la costruzione sul campo della Federazione.

Il fatto è che siamo di fronte ad uno stato d’animo generale del nostro Partito, dei nostri quadri e militanti vicino al punto zero. La stanchezza nei Circoli dilaga; la passivizzazione e l’abbandono della militanza sono spettri che si aggirano drammaticamente in ogni parte della nostra organizzazione e la caduta verticale del tesseramento né è un segno probante.

La Federazione – pur utile in sé se prefigura unità d’azione tra soggetti autonomi e diversi – non ha la forza ( questo è il punto) di suscitare nuove passioni, di invertire la tendenza nefasta, di rovesciare positivamente lo stato grigio delle cose.

La Federazione è percepita dai quadri più consapevoli ( molti non sanno ancora come interpretarla) come una risposta tattica, contingente alla nostra crisi e alle nostre difficoltà. Ma essa non risponde alla questione centrale che attraversa l’animo dei nostri militanti, dell’intero corpo del Partito: chi siamo, oggi ? Dove ci dirigiamo strategicamente ? Come usciamo dalla crisi profonda di senso generata dal processo distruttivo del bertinottismo?

La crisi di senso che attraversa il Partito è tra l’altro la stessa che attraversa il Paese intero e tutto il popolo comunista e di sinistra. Di fronte all’egemonia delle idee-forza che mette in campo la destra (reazionarie ma indiscutibilmente “forti”) avremmo bisogno di mettere in campo anche noi un’idea altrettanto forte, in grado di competere con le destre sul piano egemonico. Il punto è che i comunisti e la sinistra – dalla Bolognina al dissolvimento bertinottiano – hanno proposto alla nostra gente, al nostro popolo, alla “classe”, solamente pensieri deboli, proposte deboli, votate alla liquefazione e alla sconfitta, anche drammatica.

La Federazione, oggi, (pur potenzialmente utile in sé) rischia di apparire – ai militanti comunisti – un proseguimento delle idee-deboli rappresentate dalla lunga teoria liquidazionista che si è dispiegata da Occhetto in poi : al posto dell’idea-forza comunista e l’idea-forza del partito comunista di quadri e di massa si sono via via succedute proposte quali “la carovana occhettiana”, il partito debole ( “amazzonico”) del PDS e poi il florilegio bertinottiano, dalla Sinistra europea alla proposta compulsiva – negli anni – del “nuovo soggetto politico”; dall’Arcobaleno alla “rifondazione socialista”, dallo scioglimento nel movimentismo al partito mass-mediatico. Ora siamo a questa Federazione che – se non accompagnata da una idea-forza – rischia di essere percepita (e di diventare realmente) una variante delle diverse ipotesi bertinottiane. E se assieme alla Federazione non viene ripresa di petto la “questione comunista”, la Federazione rischia di illanguidirsi in un progetto di sinistra vaga, “izquierdista”, dal pensiero e dalla identità deboli, assai affine alle tesi della Seconda mozione congressuale.

E’ qui la tua “disattenzione”, compagno Ferrero: sembra che tu non voglia prendere atto –assieme a tanta parte del gruppo dirigente – che in Italia ( per colpa di chi lo ha distrutto e liquidato) il movimento comunista è al lumicino, rischia l’estinzione. E lo stato d’animo particolarmente depresso di tutti i nostri e le nostre compagne ne è solo la proiezione emozionale.

Rispetto a ciò- da comunisti – saremmo chiamati a prendere il toro per le corna, assumendoci il compito primario del rilancio dell’autonomia culturale, politica, organizzativa, economica del Partito comunista, nel quadro di più ampie convergenze a sinistra. Ma ciò non avviene, questo compito non è assolto e davvero questa inerzia appare surreale, stravagante e persino drammatica, se guardata anche alla luce del recente Congresso di Chianciano, nel quale l’autonomia comunista, la persistenza comunista del PRC è stata fortemente messa in discussione e giunta vicinissima ad essere liquidata da Bertinotti e Vendola. Come dire: abbiamo rischiato l’infarto cinque minuti fa e non ci è servito a niente, abbiamo ricominciato subito a fumare.

E’ ora di capirlo: la nostra base (comunista!) si riattiva solo- anche per un obiettivo tattico come la Federazione – se nel contempo è chiaramente rilanciato il progetto per il quale i nostri militanti si sono iscritti e hanno scelto il sacrificio: l’opzione strategica comunista, il partito comunista.

Per questo ci siamo battuti e rilanciamo l’idea ed il progetto dell’unità dei comunisti;

e rispetto a ciò non vi è stata mai una risposta razionale da parte del gruppo dirigente del PRC, da parte del Segretario, nel senso che mai il “no” alla proposta è stato seriamente argomentato. Mentre, quantomeno la nostra base e i nostri iscritti, avrebbero il diritto di conoscere le argomentazione politiche vere di un simile e pesante rifiuto.

Rispetto alla proposta relativa alla nuova rivista del Partito (“Rifondazione Comunista”), trovo surreale che a dirigerla vi siano compagne/i come Lidia Menapace e Alessandro Valentini, che a tutto sono interessati meno che al processo politico e di ricerca relativo alla rifondazione del partito comunista;

che sono contrari (l’una) all’idea stessa di partito e (l’altro) all’idea di un partito comunista, di cui si teorizza il superamento in una nuova forza laburista.

Ma le nostre stesse risorse finanziarie, al lumicino, non suggerirebbero di investire più decentemente quel filo d’aria che ci è rimasta ? E anche in questo caso: sarà possibile chiedere un surplus d’iniziativa ai nostri militanti se continuiamo con scelte così stralunate?

* Sintesi redazionale dell’intervento di Fosco Giannini alla Direzione Nazionale del PRC del 7 ottobre 2009.