Sì ai diritti

Dunque ci siamo; siamo praticamente entrati nel vivo di una lunga campagna per il referendum estensivo alle piccole imprese del diritto delle lavoratrici e dei lavoratori ad essere tutelati contro i licenziamenti arbitrari ed ingiusti. La data della convocazione del referendum non è ancora stata fissata, almeno al momento in cui scriviamo, ma oramai questo tema è entrato prepotentemente nell’agenda politica e sociale del nostro paese. La questione del lavoro e dei suoi diritti torna ad essere nuovamente e dopo diverso tempo una questione centrale nello scontro politico e sociale.
Già questo è un risultato importante e significativo, al quale il nostro partito ha contribuito in modo corretto e determinante.
Lo abbiamo fatto fin dall’inizio pensando e progettando i quesiti e la nuova stagione referendaria. Lo abbiamo fatto insieme a semplici cittadini, come ad altre forze politiche. Lo abbiamo fatto cercando di legare assieme i temi, i diritti al e nel lavoro, la tutela della salute e dell’ambiente, la difesa della scuola pubblica, repubblicana e gratuita.
Le sentenze della Corte Costituzionale hanno decimato i quesiti. Rimanderemo ad altri tempi, quando le motivazioni delle sentenze saranno note, un esame dettagliato e critico di questo giudizio. Restano comunque due quesiti: quello sull’estensione dell’articolo 18 alle piccole imprese e quello contro l’elettrosmog. È un buon abbinamento. I temi dell’ambiente e del lavoro sono uniti, il cittadino e il lavoratore ricompongono così la loro identità.
Dicevo che abbiamo lavorato a questo referendum fin dall’inizio, quando ancora era un’idea vaga, o meglio una semplice ipotesi. Posso dire che anche il nostro Congresso ha contribuito a dare un forte impulso affinché la campagna della raccolta delle firme partisse. È stato il modo concreto per riaffermare la centralità del tema lavoro e di superare in positivo anche alcune polemiche congressuali, che ora dovrebbero apparire a tutti lontane e risolte, almeno su questo punto.

Ora dobbiamo porci concretamente il problema di vincere il referendum. È un obiettivo ambizioso, certo. Significherebbe rovesciare la situazione, passare dalla difesa al contrattacco, ribadire un protagonismo dalle classi subalterne che era stato mortificato ed opacizzato dall’avversario di classe.
Significherebbe, allo stesso tempo, ottenere un risultato concreto e non simbolico, perché permetterebbe di arginare l’arbitrio padronale da un lato e di avviare un processo di riunificazione, sulla base di diritti più avanzati ed estesi, del lavoro dipendente. L’esito del referendum non modificherebbe certamente le condizioni dei lavoratori con contratti individuali, i cosiddetti co. co. co., ma questa osservazione che viene ipocritamente avanzata dai detrattori dell’attuale referendum, va rovesciata nel suo contrario. Proprio la vittoria del Sì per estendere i diritti ai lavoratori delle piccole imprese può aprire le strade per allargare i diritti per tutti, mentre non è vero il contrario. Per questo ritengo utile che la campagna per il Sì si accompagni anche a quella di una proposta di legge popolare per i lavoratori atipici. È in base a queste considerazioni che possiamo concretamente porci l’obiettivo di vincere il referendum. Se guardiamo all’insieme dei lavoratori dipendenti non tutelati dall’attuale art. 18, scopriamo che parliamo ad oltre il 62% degli occupati, secondo dati di parte confindustriale risalenti all’anno 2000. Tenendo conto che la tendenza è sempre di più indirizzata verso forme di occupazione precaria, quella percentuale è sicuramente ulteriormente salita in questi ultimi tre anni. In sostanza chi vuole cancellare l’art. 18 – come il governo ha ribadito di voler fare, malgrado le precedenti dichiarazioni del Presidente del Consiglio, fissando per metà febbraio l’inizio della discussione sul relativo disegno di legge al Senato – sceglie di mettersi contro tutti i lavoratori. Chi pensa di limitarsi solo a difendere l’art. 18 così com’è finisce per proteggere solo una minoranza, anche se consistente, del lavoro dipendente. Chi lo vuole estendere alla piccola impresa e, grazie a questo, prepara concretamente il terreno per estendere i diritti a tutte le forme di lavoro atipico, già oggi parla in nome della maggioranza dei lavoratori con il concreto e possibile obiettivo di rappresentarne la totalità.

Per questo l’obiettivo di vincere il referendum è possibile e realistico. Ed è per questo che esso viene temuto da molti o vissuto con imbarazzo da altri. Il governo ha scelto la strada dello scontro. Ha portato a conclusione il disegno di legge sulla privatizzazione del collocamento, la liberalizzazione dell’intermediazione della manodopera, l’introduzione di ogni forma di flessibilità e di precarietà. Ora insiste perché si passi all’attacco dell’articolo 18.
Abbiamo la possibilità di resistere a questo attacco e lo faremo. In ogni caso se la modifica regressiva dell’art. 18 andasse in porto, il referendum estensivo avrebbe in sè il potere di abrogarla non solo da un punto di vista logico-politico, ma anche giuridico. In altre parole, la battaglia difensiva sull’art. 18 è oggi necessariamente assorbita da quella estensiva e quindi tutti coloro che erano sulla prima posizione si trovano di fronte ad una secca alternativa: o rinunciarvi, rifluendo addirittura nel campo avversario, o scegliere il Sì. Il carattere netto dell’alternativa è anche chiarito dal fatto che in una consultazione referendaria una terza strada non esiste, essendo l’astensione soltanto una variante del no, poiché provoca lo stesso effetto di ricusazione dal quesito.
Saranno certamente determinanti nelle prossime settimane i pronunciamenti delle forze politiche e sindacali. Tra queste ultime è di particolare rilevanza quello della Cgil. Il suo segretario ha dichiarato che comunque la Cgil non militerà nel campo del no. Sarebbe stato, in effetti, contro natura e contro logica una scelta del genere, viste le battaglie condotte da questa organizzazione, la raccolta di 5 milioni e mezzo di firme di cittadini a favore dei diritti, l’impegno diretto nella promozione del referendum da parte della sua principale categoria, la Fiom. Ma tra il non dire No e scegliere Sì c’è ancora un pezzo di strada che potrebbe essere percorso ed è giusto sperare e porsi l’obiettivo che ciò accada.
Quanto alle forze politiche, il quadro dei pronunciamenti è già chiaro. La questione dell’estensione dell’art. 18 pone uno spartiacque nella lotta al liberismo. Da una parte stanno le forze della sinistra d’alternativa che pensano ad un processo di liberazione del lavoro come pilastro di un altro mondo e di un’altra società possibili; che progettano una nuova politica economica e sociale; che non si disinteressano affatto dei problemi della piccola impresa e dell’artigianato, ma credono che questi non possano essere risolti diminuendo i diritti dei lavoratori, ma piuttosto riformando il credito, estendendo gli ammortizzatori sociali, migliorando al formazione. Dall’altra parte sta chi pensa che la logica dell’impresa e del profitto devono prevalere sempre e comunque, e che l’esercizio concreto dei diritti ne sia solo una variabile dipendente. In questo senso, non per il suo carattere simbolico – come ho già det-to – ma per il suo merito specifico – e a questo merito bisogna stare se si vuole vincere la battaglia – la questione dell’estensione dell’art. 18 è un elemento costituente della sinistra d’alternativa, è la precipitazione concreta nel nostro paese della lotta al liberismo.
Ed è con il no alla guerra e al liberismo, senza se e senza ma, che nel mondo si sta costruendo l’identità della sinistra d’alternativa e del movimento contro questa globalizzazione capitalistica.