Serbia: a 5 anni dai bombardamenti NATO

*Presidente di SOS Jugoslavia Da Kragujevac

La città di Kragujevac, che è definita dai giornali la “pianura della fame”, è la città con la più alta concentrazione operaia, non solo della Serbia ma dei Balcani; oltre alla presenza della Zastava (che era la più grande fabbrica metalmeccanica dei Balcani e al cui interno vi erano lavoratori di 26 etnie diverse), vi erano industrie tessili, alimentari, oltre all’indotto produttivo direttamente legato alla Zastava. Oggi la situazione in numeri è questa: dei 36.000 dipendenti ne restano ufficialmente 16.500, gli altri sono stati licenziati o indotti alle dimissioni. Questi 16.500 lavorano a rotazione, mediamente 4-5.000 ogni mese; quando lavorano percepiscono un salario medio di 165 euro mensili, e nel periodo di non lavoro 70-80 euro mensili. Secondo le statistiche ufficiali, il paniere – cioè la spesa per soli generi di prima necessità per una famiglia di quattro persone in Serbia – oggi è di 270 euro.
Con le privatizzazioni acqua, elettricità, prezzi, affitti, riscaldamento hanno subito dal 2000 ad oggi aumenti medi del 60-65%. La stragrande maggioranza delle famiglie passa gli inverni senza riscaldamento o vivendo in una sola stanza riscaldata a legna, non potendo pagare le bollette (con temperature invernali che arrivano anche a 20° gradi sottozero). Ora devono pagare anche gli arretrati delle bollette energetiche che il precedente governo aveva “condonato”, in quanto riteneva assurdo far pagare bollette a famiglie che, tra embarghi, sanzioni e conflitti, non avevano salari insufficienti per arrivare a fine mese.
Anche la scuola, in avanzato stato di privatizzazione, sta diventando un lusso, non avendo le famiglie soldi per le tasse, il materiale scolastico e i trasporti quotidiani, che prima erano praticamente garantiti dallo stato o contenuti da programmi di difesa sociale. La stessa università ha ormai, a seconda delle facoltà, un costo che va dai 700 ai 1.500 euro.
I dati ufficiali sull’occupazione riferiti all’anno passato sono questi: su una popolazione di circa 10.000.000 di persone (non potendo calcolare il numero dei profughi nel paese, che si aggira intorno al milione) 981.340 sono i disoccupati, 1.269.350 risultano occupati con una media giornaliera di 3,5 ore e mediamente oltre 200.000 lavoratori non ricevono lo stipendio regolarmente. I 2/3 della popolazione serba spende mediamente 1,5 euro al giorno pro-capite; 1/3 di questi spende 0,50 euro al giorno, vivendo quindi in uno stato di povertà grave. Il 60% di questa spesa se ne va per il cibo.

Su tali questioni abbiamo incontrato Cedomir Pajevic, vice segretario del Sindacato Samostalni della Zastava e Ruzica Milosavljevic; che dello stesso sindacato è stata segretaria generale.
( E.V.)

Qual è la situazione nel paese dal vostro punto di vista e dall’interno del movimento dei lavoratori e alla Zastava in particolare?

R. M.: La coscienza tra i lavoratori, è ancora confusa e contraddittoria, perché le privatizzazioni erano state presentate dal nuovo governo, dopo gli avvenimenti dell’ottobre 20001 come la soluzione ai problemi del dopo guerra e agli embarghi. Una massiccia campagna mediatica aveva di fatto convinto e illuso gran parte dei lavoratori che l’unica soluzione stava in questa riforma, e che più profonda e spregiudicata fosse stata, tanto maggiormente avrebbe attirato gli investitori stranieri. Dopo dieci anni di embarghi, sanzioni e guerre, le condizioni di vita e morali dei lavoratori erano ormai allo stremo, e questo discorso venne recepito come speranza di un miglioramento, o perlomeno come un tentativo che li facesse uscire da un lungo stato di difficoltà.
Lo scorso anno la produzione industriale in Serbia ha subito un crollo del 5%, quella agricola del 12%; il deficit del commercio estero nei soli due anni tra il 2001 e il 2003 è stato di 9.215 dollari, il debito pubblico a dicembre ha raggiunto i 19 miliardi di dollari. Siamo di fatto caduti in uno stato di schiavitù da indebitamento, e l’economia stagnante non è in grado di far fronte a impegni che hanno superato il totale della produzione nazionale lorda. L’utilizzo delle capacità produttive è inferiore al 40 per cento e l’80% degli impianti è ormai obsoleto. Il tasso di crescita economica del 2003 è stato dell’1%, e secondo i calcoli degli esperti saranno necessari 30 anni per raggiungere i dati del 1989.
Si parla di 34.000 imprese che devono andare in fallimento, con la conseguenza di altri 450.000 lavoratori che resteranno senza lavoro. Sulla Serbia incombe un’esplosione sociale simile a quella avvenuta in Argentina, così lodata dai finanzieri internazionali per dieci anni finché non è avvenuto il tracollo economico. Invece dello sviluppo economico abbiamo ottenuto una recessione da transizione, una drammatica caduta degli standard di vita, crescita dei debiti e del deficit ed una economia senza liquidità.
La situazione, in particolare alla Zastava, nonostante scioperi e proteste è senza sbocchi reali. Il continuo processo di scomposizione dei reparti produttivi, prospettato come necessario per rendere più appetibile la vendita dell’azienda, non ha prodotto nulla se non disoccupazione, crollo della produzione e smantellamento delle potenzialità strutturali del gruppo. Proprio in questi giorni è stato pubblicizzato l’ennesimo progetto fantasma (periodicamente si fanno trapelare notizie e piani di acquisizione di investitori stranieri, che dovrebbero rilanciare la fabbrica e quindi il lavoro, con l’obbiettivo nascosto di contenere il malcontento e sopire la disperazione e la rabbia).Questo nuovo progetto riguarderebbe la produzione di un nuovo modello di vettura con la Toyota, la quale dovrebbe mettere il motore, mentre le scocche e i pezzi di ricambio sarebbero Zastava. Ennesima notizia fasulla, in quanto le scocche Zastava che dovrebbero essere utilizzate sono quelle prodotte in questi anni senza motori e la maggior parte di esse non può più essere utilizzata, in quanto secondo le regolamentazioni internazionali una scocca prodotta da più di due anni è classificata come scaduta, quindi senza garanzia e non può essere montata. E la Zastava non ha fondi per produrne di nuove. Il nostro pessimismo sulla situazione del paese è legato ad un dato che è come uno specchio in cui leggere il nostro futuro: se la Zastava chiude, la Serbia perde il 40% della propria produzione industriale, come lo sprofondare in un abisso per un paese. Ma purtroppo questo è lo scenario che i fatti ci indicano, E se questa prospettiva, ormai evidenziata sia dai fatti che da dati oggettivi indipendenti da volontà soggettive, non sarà ribaltata, questi saranno gli scenari futuri per i lavoratori della ex Repubblica Federale Jugoslava.

Quali sono state in questi mesi le maggiori proteste e lotte nel paese, e qualche esito hanno ottenuto per i lavoratori?

R. M. : Praticamente in ogni settore lavorativo vi sono continui scioperi o proteste, dal settore delle telecomunicazioni a quello dei lavoratori postali e delle banche, scesi più volte in lotta contro licenziamenti di massa, per il pagamento dei salari e contro le ristrutturazioni e le privatizzazioni. A Smederevo e Sabac lotte nelle fabbriche contro licenziamenti e per aumenti salariali. Nelle acciaierie di Smederevo, le più grandi del paese, la lotta era contro i nuovi padroni americani che, dopo aver acquisito l’azienda avevano immediatamente licenziato circa 1.000 lavoratori, imponendo una paga oraria di 0,40 dollari all’ora. Dopo uno sciopero generale durato settimane, che ha anche coinvolto la città, i lavoratori hanno ottenuto una grande vittoria per questi tempi: un accordo circa i licenziamenti, in parte rientrati e in parte ridefiniti presso l’ufficio collocamento con il sussidio mensile di 60 euro, un aumento salariale che ha portato la paga oraria a 1 dollaro, e la cacciata del manager americano T.Kelly, facente funzione di direttore della fabbrica. Ma anche una vittoria più profonda e importante per il futuro: la Commissione Anticorruzione, dopo le denunce dei lavoratori e del Sindacato, ha bloccato il processo di privatizzazione della fabbrica per presunti illeciti, falsi e truffe avvenute nella compravendita (2).
Scioperi e lotte ci sono stati anche a Nis nelle fabbriche MIN e EI, dove dei 28.000 lavoratori fino al 2000 ne sono ormai rimasti solo 6500, di cui solo 700 percepiscono un salario intero e il resto lavora solo a chiamata per alcuni giorni al mese. Qui la protesta ha per ora solo bloccato i piani, ma non si è ottenuto altro; le trattative continuano. Ci sono stati scioperi anche alla fabbrica Zvevda e alla DES, dei lavoratori del consorzio PKB e dei Centri commerciali. Si è temporaneamente conclusa la lotta dei minatori dei più grandi centri minerari dei Balcani, che hanno ottenuto aumenti salariali, un miglioramento delle condizioni di lavoro che erano peggiorate notevolmente dall’ottobre 2000, blocco del processo di privatizzazione ed in alcuni casi addirittura di chiusura di alcuni centri. È stata anche ottenuta dal Sindacato una vittoria contro lo scorporo della categoria minatori da quella del settore elettrici, che avrebbe drasticamente indebolito entrambe le categorie favorendo i successivi piani di smantellamento già previsti in tutti e due i settori. Questo nel paese è stato salutato come una grossa vittoria sindacale in difesa degli interessi generali dei lavoratori.

Qual è in questo momento la situazione organizzativa del Sindacato Samostalni e quali le sue dinamiche interne?

C. P. : Dopo l’ottobre 2000 (3) la nuova dirigenza sindacale venne scelta sulla base di lottizzazioni partitiche delle forze DOS. Questo è stato in questi anni un limite e un problema notevole, perché il dibattito interno era caratterizzato da scontri di interesse legati a esponenti di partiti e alle loro contraddizioni. Questo ha penalizzato gli interessi reali dei lavoratori e il bisogno di una strategia capace di contrastare la devastazione sociale avvenuta in questi ultimi tre anni e mezzo. Nel frattempo molti vecchi sindacalisti sono stati rieletti dai lavoratori. La crescita dei problemi e l’assenza di risposte forti hanno costretto anche molti nuovi delegati onesti a chiedere con sempre più forza programmi e proposte di lotta chiaramente connotati contro le politiche governative, fino a far schierare pubblicamente il sindacato, nelle scorse elezioni, per la caduta del precedente governo, nonostante la quasi totalità della dirigenza nazionale sia espressione dei partiti governativi. Ma la spinta ed il malcontento sono ormai così alti che il timore di perderne il controllo ha fatto portato a scegliere l’opzione di assecondare questa rabbia, perlomeno a livello elettorale. Non c’è oggi nella dirigenza del Sindacato Samostalni una chiara e precisa strategia in favore della lotta e il cambiamento, non c’è attualmente né la volontà né la possibilità di muoversi in direzione di riforme attuate negli interessi dei lavoratori e per uno sviluppo che tenga conto delle prospettive e delle condizioni dei lavoratori. Questo per la situazione nel paese è molto grave, perché produce continui patteggiamenti e rimandi delle situazioni sociali tra dirigenza sindacale e governo, reciprocamente intenti non a trovare risposte di prospettiva e strutturali allo sfacelo economico e sociale ma semplicemente a garantire la propria esistenza. E questo rende cupo e incerto il futuro, perché non lascia intravedere neppure in prospettiva una qualche possibile fuoriuscita dalla crisi. Nonostante tutto e nonostante continui tentativi di spaccarlo e indebolirlo, dal punto di vista organizzativo il Sindacato Samostalni resta il più grande sindacato del paese. Gli ultimi dati dello scorso anno gli davano l’85% di rappresentatività fra i sindacalizzati a livello nazionale e il 90% alla Zastava. E questo nonostante in questi anni vi sia stato un proliferare di sindacatini indipendenti e con grandi disponibilità finanziarie di cui spesso non si riesce a capire la provenienza, vista la situazione e le enormi ristrettezze che ci costringono persino a economizzare pure sui quantitativi dei volantini. Oppure vi sono situazioni tragicomiche, come nel caso di uno di questi sindacatini il cui segretario generale era anche ministro del lavoro del precedente governo, praticamente la controparte di se stesso.

La scorsa primavera, in piena fase di emergenza dovuta all’uccisione del primo ministro, è stata varata la nuova “Legge del lavoro”. Quali sono gli aspetti più marcatamente anti operai e regressivi per gli interessi dei lavoratori?

R. M. : Uno è sicuramente quello di una completa liberalizzazione dei licenziamenti, anche questo spacciato come una necessità per favorire gli investimenti stranieri e quindi teoricamente per creare posti di lavoro. Un altro, che ha già conseguenze disastrose e ridimensiona completamente il rapporto tra le parti sociali, governo e sindacati, è quello relativo all’abolizione del Contratto collettivo nazionale, che di fatto significa che il sindacato non ha più alcuna possibilità di influire sulle decisioni del governo. Nella vecchia legislazione. dove vigeva il Contratto collettivo nazionale, vi era per esempio una clausola dove era sancito che un eventuale contratto locale o aziendale poteva avere “solo” condizioni e intese “migliori” di quelle stabilite a livello nazionale, e che se erano peggiori o regressive degli interessi dei lavoratori non poteva essere ratificato. Tutto questo oggi non esiste più. Ecco altri esempi che rendono l’idea: nella vecchia legge la parte riguardante il “diritto alla protezione del lavoro” il Sindacato era titolare del diritto a trattare e a poter rifiutare qualsiasi decisione in merito presa dalle direzioni aziendali. Oggi questo non esiste più. Nella precedente legge nessun aspetto o controversia di natura sia economica o disciplinare o produttiva riguardante singoli lavoratori, poteva essere presa senza la presenza e accettazione del Sindacato. Oggi il sindacato non viene neanche più consultato. È sancito che legislativamente è unicamente riconosciuto il rapporto tra lavoratore e datore di lavoro. Nella precedente legge i licenziamenti erano quasi impossibili se non legati ad aspetti di legislazione penale (azioni illegali), e pure questi dovevano essere vagliati e accettati dal Sindacato, che aveva il compito di verificare e garantire che fossero applicati tutti i diritti in difesa e tutela del lavoratore. Oggi ciascun lavoratore, essendo solo nel rapporto con l’azienda, è di fatto senza più protezioni sociali e senza più alcun potere contrattuale. Inoltre è stato sancito il “diritto” al licenziamento legato ad esigenze aziendali. In pieno liberismo selvaggio, di fatto ogni lavoratore è alla mercé del proprio datore di lavoro. Le conseguenze dirette e concrete sulla vita dei lavoratori si possono vedere in questi due esempi di situazioni di lavoro alla Zastava, che neppure durante embarghi e bombardamenti erano mai accaduti e sarebbero stati anzi considerati illegali. Uno riguarda la Zastava automobili, dove attualmente sono occupati come dipendenti ancora 3600 lavoratori, e dove ogni mese vengono chiamati a rotazione dall’Ufficio di collocamento 800 lavoratori disoccupati per integrare il sussidio mensile di disoccupazione (45% del salario, mediamente circa 60 euro mensili, che tra l’altro scadrà nel 2005, e allora questi iscritti al collocamento non avranno neppure questa minima entrata). Essi accettano di lavorare a queste condizioni: senza nessun contratto specifico se non la conoscenza dell’ammontare del salario a fine mese stabilito dall’azienda, nessun diritto sindacale, orario legato esclusivamente alle esigenze aziendali, nessuna paga o retribuzioni ufficiali ma stabilita di volta in volta, niente maturazione di ferie, nessun diritto alla mutua malattia – se un lavoratore si assenta viene sostituito da un altro –, nessun diritto ad usufruire delle leggi di protezione della sicurezza. L’altro esempio riguarda un reparto Zastava che si chiama TER COM, composto da lavoratori invalidi di cui l’80% provengono dall’ufficio di collocamento disoccupati: la maggioranza sono donne, e tutte hanno malattie come leucemia e tumori, le condizioni di lavoro sono spaventose, ma il ricatto è che se qualcuno protesta perde anche quei pochi soldi e si ritrova di nuovo senza salario. Noi stessi come responsabili sindacali non possiamo fare nulla pur sapendo qual è la situazione, perché gli stessi lavoratori ci chiedono di non muoverci per il terrore di perdere anche questo. Tutti coloro che lavorano qui hanno problemi di salute, o perché invalidi o perché malati accertati, ma nessuno di essi ha mai presentato finora alcun certificato medico, spesso occultando il proprio stato per paura di non lavorare (4). Questa è la realtà della classe lavoratrice serba nel 2004; solo quattro anni fa nessuno di noi avrebbe neanche lontanamente immaginato che un lavoratore avrebbe potuto conoscere un simile stato di degradazione sociale e perdita di dignità. Ma questo è ciò che ci hanno portato i cambiamenti del “nuovo corso”, e con questo dobbiamo convivere quotidianamente e combattere in una vera e propria lotta per la sopravvivenza.

Subito dopo la fine dei bombardamenti a giugno ‘99 l’ex governo aveva stanziato un sesto del budget federale della Repubblica serba per il Progetto di ricostruzione della Zastava, ritenendo prioritario per il futuro del paese il rilancio della fabbrica e della produzione, insieme alla ricostruzione dei ponti e delle infrastrutture. Il progetto stabiliva 3 fasi di ricostruzione, Ad ottobre 2000 erano completate quasi due fasi su tre, Da allora a oggi, la ricostruzione è stata terminata?

C. P.: In parte abbiamo già risposto. Per quanto riguarda la ricostruzione è molto semplice: la ricostruzione si è fermata ad ottobre 2000, da allora tutto si è fermato, Il governo successivo non ha più investito nella ricostruzione della Zastava, non ritenendola una scelta economica strategica e funzionale alla ripresa economica, anzi giudicandola un’azienda ormai obsoleta. Non solo, dall’ottobre 2000 è cominciato il processo di scomposizione del gruppo, per permetterne la privatizzazione e la vendita. Dopo tre anni e mezzo i risultati sono sotto gli occhi di tutti.. Dei 36.000 lavoratori presenti nell’ottobre 2000, 16.000 sono stati licenziati nei mesi successivi e 11.000 sono iscritti all’Ufficio Collocamento Zastava (5). Oggi gli iscritti all’Ufficio Collocamento Zastava sono 6750, in quanto 4250 si sono autolicenziati o sono stati incentivati alle dimissioni. Per quanto riguarda la produzione, fino al 1990 uscivano 220.000 vetture all’anno. Il dato più rilevante per dare l’idea dello sfascio dell’attuale situazione è che la produzione durante gli anni ’91-’99 – anni dello sfascio della Jugoslavia, di embargo e sanzioni – era di 20.000-30.000 annue, mentre per esempio nel 2003 il Piano prevedeva 23.000 vetture ma in realtà ne sono poi state prodotte 8.000.

Quali erano le difese e gli ammortizzatori sociali prima dei “bombardamenti umanitari”, e qual è la situazione attuale?

R. M.: Per quanto riguarda i lavoratori Zastava vi erano una serie di diritti che contribuivano alla difesa dei salari, per esempio un pasto gratuito al giorno, il 50% delle spese dei trasporti erano rimborsate, i lavoratori che erano in ambiti di lavoro più disagiati avevano diritto a forniture di alimenti specifici contenenti vitamine e proteine, nel contratto collettivo erano contemplati controlli sanitari periodici e sistematici da parte del presidio sanitario dell’azienda. Inoltre nel periodo di malattia il lavoratore percepiva l’80% del salario; ora il 60%, ma praticamente nessuno si mette in malattia per timore di essere licenziato. Ad ogni lavoratore assunto che proveniva da un’altra città veniva assegnato una sistemazione nel quartiere delle case operaie Zastava in legno, e ovviamente negli ultimi anni sempre più disagiate, in attesa di un alloggio in città; ogni lavoratore aveva diritto per lui e la sua famiglia ha tutta una serie di attività ricreative, sportive e culturali aziendali praticamente gratuite. Di tutto questo ora non resta più nulla. Per quanto riguarda misure più generali e sociali come le mense popolari dove si poteva mangiare a costi simbolici, oggi non esistono più. Negli ultimi dieci anni le bollette energetiche non erano state riscosse per non affossare le condizioni minime di vita del popolo; ora, con le privatizzazioni, alle famiglie è stato imposto il pagamento di tutti gli arretrati, pena la sospensione delle erogazioni. Per cui le famiglie si trovano senza salari e con debiti pregressi da pagare in rate mensili per gli anni futuri. Per quanto riguardava prezzi, affitti e sanità, il governo trattava con il Sindacato e stabiliva programmi sociali a costi calmierati contrattati tra le parti sociali. Ora tutto è stato liberalizzato, e non c’è più nessun controllo o limite.

Com’è la situazione sanitaria tra i lavoratori?

R. M.: Purtroppo i bombardamenti “umanitari” della Nato, oltre alla miseria e al degrado umano e morale, ci hanno anche lasciato un’altra terribile conseguenza : i danni causati dalle bombe all’uranio impoverito sulle persone e nell’ambiente. Su questo argomento purtroppo i dati ufficiali e le documentazioni precise sono molto carenti se non assenti. Per vari e ovvi motivi: in primo luogo perché a livello governativo e dei media nonc’è interesse a rendere pubblici dati che potrebbero dare l’idea della tragedia che incombe sulla vita del popolo serbo, anche e soprattutto per il futuro. Ma su questo vi sono certamente persone più documentate di noi per rispondere. Di certo vi è che, tra il migliaio di lavoratori volontari che hanno partecipato alla sgombero delle macerie sono già 63 i deceduti e centinaia di altri sono affetti da tumori e leucemie. Nel presidio sanitario della Zastava i farmaci più richiesti sono psicofarmaci, antidepressivi e i medicinali per le malattie di natura epatica. Già questo può essere considerato un dato indicativo. Così come è ufficiale che l’area della Zastava è stata dichiarata nel 2000 ambiente degradato e a rischio da parte dell’ONU. Un dato ufficiale filtrato negli ultimi mesi dice che nella regione della Sumadija, che ha in Kragujevac il capoluogo, si sono rilevati oltre 1.000 nuovi casi di ammalati di tumori e malattie epatiche.

Quale tipo di attività e lavoro sindacale svolgete e in quali condizioni?

R. M. : Prima di tutto occorre far capire in quale condizioni oggettive si svolge il lavoro sindacale, in quanto i lavoratori e ancor di più i disoccupati, hanno una dispersione anche territoriale che rende molto difficili e rari i contatti. La stragrande maggioranza vive in quartieri o agglomerati periferici o addirittura fuori dalla città. Per scendere alla fabbrica spesso fanno chilometri a piedi perché non possono spendere i soldi per i trasporti. Molti di loro vanno a fare lavori in campagna o come occasionali a giornata, ovviamente in nero e pagati pochi euro al giorno, anche in altre città o regioni, per cui non sempre si possono rintracciare o hanno la disponibilità ad essere presenti sia moralmente che fisicamente. Quello che si deve capire, perché condiziona totalmente ogni altro aspetto, è che in questi anni in Serbia la lotta dei lavoratori e del popolo è semplicemente una lotta e una vita per la sopravvivenza, con tutto ciò che questo comporta in ogni aspetto della vita quotidiana. Non sappiamo se potete capire veramente fino in fondo cosa significa alzarsi ogni mattina e non sapere quale sarà la tua giornata, non sapere cosa comprare perché con una disponibilità di 4 o 5 euro al mese, quando ci sono, bisogna mangiare, vestirsi, curarsi, pagare la scuola per i bambini, i trasporti, scaldarsi ecc. Provate a immedesimarvi e a pensare come sarebbe la vostra vita di tutti i giorni. Queste sono le condizioni dei lavoratori. Va aggiunto anche un altro dato, che è quello della mancanza di fondi del Sindacato stesso, per cui anche solo fare un volantino qualsiasi ha spesso costi quasi impossibili da affrontare. Nonostante questo, i delegati veri e più vicini ai lavoratori, ai loro interessi, ai loro bisogni, cercano innanzitutto di non perdere i contatti con essi, di essere sempre pronti e disponibili a recepire le loro richieste e problemi diretti, a sostenere loro esigenze specifiche. Cerchiamo di denunciare continuamente situazioni e problemi che opprimono la condizione dei lavoratori, cerchiamo di sostenere, organizzare e rafforzare ogni protesta e conflittualità anche spontanea nei reparti o fuori dalla fabbrica, ma purtroppo non tutti i nuovi dirigenti e delegati hanno questo atteggiamento, e molti sono in realtà “burocrati” adagiati nella loro posizione non certo organizzatori delle lotte. E questo è un grande problema che si somma a quelli già detti. Una cosa in cui comunque crediamo fermamente e ribadiamo, al di là dei giudizi e delle valutazioni sulle attuali dirigenze e programmi, è che questo Sindacato è l’unica arma seppur limitata che hanno i lavoratori e va assolutamente salvaguardata la sua esistenza organizzata, perché questa sarà anche l’unica possibilità per cercare di rovesciare e cambiare il futuro dei lavoratori della Serbia. Oggi abbiamo solo degli stracci addosso, ma senza di esso saremmo completamente svestiti.

Una vostra riflessione finale sulle prospettive e su un futuro che, alla luce della situazione descritta, appare molto difficile per il popolo serbo.

R. M.: Quanto esposto può solo avvicinare coloro che leggeranno a comprendere qual è la vita quotidiana e le condizioni in cui vivono i lavoratori. La realtà da vivere è sicuramente anche più difficile. Già solo il dato ufficiale, frutto di un’indagine governativa, che dice che l’80,3% dei giovani vuole andare via dalla nostra patria, e solo il 17,7% ha ancora speranza che qualcosa cambi e gli permetta così di restare, deve far capire quanto tremenda è la situazione del nostro paese, perché la gioventù significa futuro, e senza gioventù nessun paese può avere un futuro. Per questo è diventato drammaticamente urgente pensare e lavorare a un cambiamento, a dei programmi economici e politici e a una leadership. Se non accadrà questo, il nostro futuro sarà molto molto difficile. Tutti i giorni si parla soltanto di svendite, chiusure, fallimenti, non si parla mai di una qualche soluzione trovata ad un problema. Si parla continuamente di scorpori, e pezzo per pezzo questi rendono ogni azienda sempre più piccola e marginale. E poi sarà forse venduta, ma in questa progettualità non c’è futuro, perché significa di fatto cancellare la potenzialità produttiva di un paese. Significa, per chiunque abbia un minimo di cognizioni economiche o del mondo del lavoro, proporre un’agonia, magari non cruenta ma una lenta agonia. Negli ultimi mesi sono persino arrivati a ventilare ai lavoratori un ulteriore scenario d’architettura sociale: la Zastava, quella che per decenni è stata una grande e immensa fucina di lavoro, di vita, di speranze, di dignità, potrebbe diventare una grande area economica, commerciale, di uffici, negozi, magazzini, ma senza più i 36.000 lavoratori e famiglie che l’hanno popolata e resa una fonte di vita e di futuro per mezzo secolo, senza più produzione di nulla. Forse, se tutto va bene, dicono, qualche centinaio di posti di lavoro nuovi si creeranno. E gli altri? Quest’anno la novità è stata la notizia che la Fiat si è rifatta viva dopo anni di disinteressamento e silenzio, ma non per qualche ipotesi di rilancio o investimento, ma per chiedere il rimborso dei debiti pregressi e la valutazione finanziaria del suo pacchetto azionario. Come dire, un’altra tegola su qualsiasi ipotesi di trovare acquirenti o investitori che facciano ripartire la fabbrica. Di fatto questo rende impossibile immaginare la possibilità che qualcuno compri un’azienda che già prima di fare un investimento ha già debiti da saldare. L’insieme delle situazioni dà forse il senso di una situazione talmente attorcigliata attorno a contraddizioni e problemi che riesce veramente arduo non pensare ad un futuro nero per i lavoratori della Zastava e forse della stessa classe lavoratrice della Serbia, che probabilmente ha ancora davanti a sé periodi non certo facili. Per impedire tutto questo c’è una sola strada: cambiare le riforme e cambiare i dirigenti. Se i lavoratori riusciranno ad imporre questo, la speranza ritroverà una ragione di essere.

Queste le valutazioni e riflessioni di due riconosciuti e stimati esponenti sindacali che, senza remore, ci hanno descritto la realtà che ogni giorno milioni di lavoratori della Serbia affrontano, causa uno strangolamento economico durato quasi dieci anni prima e una criminale guerra “umanitaria”. Per chi da anni conosce e documenta questa situazione anche attraverso Progetti di Solidarietà con i figli dei lavoratori disoccupati della Zastava, con i figli dei profughi del Kosovo Metohija, con gli orfani delle guerre imposte a questo popolo, queste analisi sono confermate sempre in peggio ad ogni viaggio. Sulle macerie di un dignitoso e forte paese cresce un esercito fatto di disoccupati, di emarginati, di poveri, di uomini, donne, giovani senza più diritti, senza più futuro. Sono completamente uscite dalla loro vita parole come gioia, interessi, serenità, cioccolato, abiti decenti, spensieratezza. Parallelamente cresce il numero dei nuovi ricchi, di una nuova borghesia parassitaria, che si forma spesso da un giorno all’altro, attraverso speculazioni di guerra, banditismo bancario, rapine delle proprietà pubbliche, contrabbandi, ruberie e ricatti politici ed economici. Molti di loro hanno trovato nella politica la carta vincente per perpetuare il loro dominio ed esistenza, molti di loro governano quelli che ormai sono i resti di un paese che fino a pochi anni fa cercava di rendere partecipi e soggetti attivi i propri cittadini, i propri lavoratori. Certamente molte responsabilità ed errori sono stati commessi, e sicuramente i risultati ottenuti non erano ottimali, come è normale che sia in qualsiasi processo storico e sociale; così come era evidente la necessità di cambiamenti, ma in funzione degli interessi popolari, cioè della maggioranza di una società. Le ingiustizie che oggi si riversano sui lavoratori e sul popolo serbo e jugoslavo non dipendono solo da ciò che questi nuovi arrivati sono riusciti ad accaparrare per sé stessi, ma anche dal fatto che essi decidono come devono essere il sistema sanitario, l’insegnamento, la vita quotidiana di milioni di persone. Questa è la felicità capitalista che avevano promesso sventolando la bandiera della libertà e della democrazia. Il loro unico obbiettivo era la distruzione di ciò che poteva turbare lo svolgersi dei loro traffici, dello sfruttamento, dei loro disegni geopolitici. Questo il prezzo pagato dai lavoratori serbi e jugoslavi per avere una falsa felicità. Perché questa felicità sbandierata non riguarda la gente normale ed onesta; ad essa è riservata soltanto la sofferenza ed il peso da portare per permettere a questa nuova borghesia di raggiungere i suoi obbiettivi. Volevano distruggere un sistema sociale e ci sono riusciti. Ora la stragrande maggioranza della popolazione vive in condizioni molto peggiori di quel “male” di cui essi parlavano e contro cui si sono scagliati con la loro scientifica opera di distruzione e asservimento.
Nelle parole dei due dirigenti sindacali l’amarezza e il senso di sconfitta, sono netti e realistici; eppure la speranza è che dalla terra cementata dai banditi neoliberisti, dall’erba investita dalle radiazioni, dalla terra violentata dalle bombe all’uranio impoverito, i germogli della speranza, della nuova vita, di nuove lotte per una riconquistata dignità rompano tutti i reticolati in cui sono oggi imprigionati, ed i lavoratori serbi riprendano in mano il loro destino ed il loro futuro.
Fino a quel giorno anche noi abbiamo un compito, quello di mantenere un informazione costante e di offrire una solidarietà concreta, che non mostri solo la nostra indignazione per i nostri governi guerrafondai, ma porti segni tangibili anche se modesti. Non risolveremo il problema,ma almeno non lasciano morire la speranza e riproporremo una solidarietà internazionalista capace di ricostruire ponti di amicizia e pace tra i popoli ed i lavoratori. Non lasciamoli soli, e soprattutto non dimentichiamo che sono in questa situazione perché hanno cercato di resistere al FMI e alla Nato, non per scherzi del destino.
La condizione in cui sono stati relegati è un monito per qualsiasi paese e popolo che non accetti i diktat dell’imperialismo USA. Ed essere oggi a fianco del popolo iracheno e palestinese nella loro lotta per la sopravvivenza, essere impegnati nella battaglia per la pace contro le guerre infinite, va fatto senza dimenticare il popolo serbo e jugoslavo “colpevole” di resistenza alle aggressioni e alle imposizioni e di dignità nazionale. Questo l’impegno ed i compiti che la nostra Associazione “SOS Yugoslavia” si è data insieme ad altre, e che da cinque anni mantiene nella misura delle proprie forze e possibilità.

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Note

1. Data dell’assalto al parlamento e della destituzione di fatto del precedente governo di unità nazionale da parte delle forze di opposizione filo occidentali, della DOS. ndr

2. In sintesi è successo che per ristrutturare la Sartik sono stati spesi tre anni fa 2 miliardi di dollari, quindi altri 700 milioni di dollari lo scorso anno per ammodernarla e poterla vendere poi… al prezzo di 35 milioni di dollari all’acquirente americano. Il quale, dopo denunce e indagini, si è rivelato un semplice complice e prestanome di alcuni esponenti del governo DOS. Ora anche le banche che avevano garantito i prestiti si sono rivolte al Tribunale Internazionale per andare fino in fondo alla vicenda. ndr.

3. Per chi non conoscesse bene la situazione, va ricordato che dopo gli avvenimenti del 5 ottobre 2000, culminati con l’assalto al parlamento, vi fu in tutto il paese una vera e propria campagna intimidatoria e violenta, di cacciata e allontanamento di quasi tutti i dirigenti sindacali, accusati di far parte del vecchio regime e quindi dimessi spesso con la forza, e sostituiti d’ufficio da nuovi dirigenti espressi per lottizzazioni partitiche della DOS, salvo poi, in molte situazioni, essere reintegrati dai lavoratori alle prime scadenze elettorali nei posti di lavoro. Su questi avvenimenti abbiamo come Associazione moltissima documentazione anche video, che testimonia le violenze e le prevaricazioni. Su quel periodo io stesso ho prodotto molti articoli e resoconti degli avvenimenti, alcuni di cui sono stato testimone diretto, uno in particolare riguarda il coraggio e la fermezza della stessa R. Milosavljevic, aggredita e minacciata da picchiatori della DOS, senza che essa facesse un passo indietro. Per chi volesse avere la documentazione, contattarmi o vedere nel sito www.resistenze.org. ndr.

4. Sono riuscito personalmente a entrare in contatto con una lavoratrice del reparto, che mi ha affidato la lettera che riporto. Non servono altre parole nel rendere l’idea della situazione. Ndr.

Lettera di una lavoratrice della Zastava

“…ho deciso di scrivere questa lettera per raccontarle la mia vita. Sono una lavoratrice della Zastava automobili e come invalida di 3° categoria lavoro nell’officina cosiddetta TER COM (Costituita per invalidi ).
Lavoro al ritocco dei particolari siccome a causa della guerra non abbiamo lavorato per lungo tempo. Poi abbiamo cominciato a fare qualsiasi lavoro, anche quelli che non competono agli invalidi. Abbiamo ripulito i reparti bombardati, e si sa benissimo che questi sono posti radioattivi.
Mentre facevo questi lavori parecchie volte ho avuto delle allergie e sono stata sottoposta a terapie. Poi ho lavorato dove vi è il PCB-Piralene lasciato nell’ambiente dalle bombe, ed avevo problemi di respirazione. Sono andata dal medico e mi ha trovato delle cisti in gola e al seno.
Ma questo non è stato sufficiente ai dirigenti, e per l’ennesima volta hanno portato nel nostro reparto altre sostanze chimiche per le lavorazioni. Mi hanno poi portata due volte al Pronto soccorso, e così anche altre mie colleghe. L’ultima volta, nel mese di febbraio, mi hanno salvato la vita per un soffio.
Adesso sono in malattia fino a fine mese, poi dovrò tornare al lavoro. Ma sono molto preoccupata, perché so che un giorno mi troveranno morta. L’ambiente di lavoro è disastroso e anche le condizioni di vita in esso sono disastrose. Io devo lavorare per sostenere la mia famiglia, perché mio marito è stato licenziato ed è anche lui malato; una figlia va a scuola e l’altra ha finito di studiare ma è disoccupata perché non c’è lavoro… io la prego di leggere questa mia lettera ad altri.
Se vuole può verificare tutto quanto ho scritto.
Il mio lavoro consiste nella pulizia di particolari e componenti bombardati, lavaggio pezzi, scelta delle viti da montare e scarto di quelle non più utilizzabili, e della pulizia dei reparti. Non posso rifiutare di fare questi lavori nonostante si sappia che sono radioattivi. Ci sono anche altre mie colleghe che sono ammalate. Io penso che tutto sia conseguenza dei bombardamenti. Io sono invalida, ma queste malattie le ho avute dopo. La ringrazio dell’aiuto e la prego, se è possibile, di attivarsi anche tramite qualche organizzazione che lavora nel campo della protezione delle vite umane e di provare ad aiutarci… S.M.“

5. Si tratta di una lista di lavoratori della Zastava che, pur non lavorando, risultano ancora dipendenti e che avrebbero la precedenza in una eventuale riassunzione. Da non confondersi con l’Ufficio di collocamento cittadino che riguarda i disoccupati in generale , circa 30.000, di cui le donne sono il 33% in più degli uomini. ndr