Serata Proletaria

Questa è un’epoca di mutamenti complessi e profondi. Forse non c’è stato mai un altro periodo che abbia concentrato in così poco tempo un così alto tasso di mutamenti tecnologici, delle culture, della comunicazione e dello stesso “senso comune” della vita sociale. Il futuro appare meno prevedibile, e questo accade principalmente nei paesi e per i popoli più ricchi, quelli cioè con forti tradizioni e plausibili certezze: in sostanza nell’occidente industrializzato, ma in particolar modo l’Europa e di certo l’Italia.
La globalizzazione capitalistica è il frutto di decisioni economiche e politiche internazionali relative alla liberalizzazione dei mercati e agli investimenti transnazionali, in vero esiste da sempre come tentativo di concentrare sempre di più il comando del capitalismo, ma se nel passato più recente i processi produttivi avevano una base sostanzialmente nazionale, oggi la “produzione totale” è stata allocata a livello planetario, costruendo una nuova classe con una unica dimensione, quella internazionale. In tal senso, di fronte al dispiegarsi delle contraddizioni economiche, sociali ed ambientali che emergono nel mondo, le politiche nazionali hanno evidenziato tutta la loro debolezza. Questi mutamenti hanno modificato profondamente le condizioni di classe, tanto più nell’Occidente provocando cesure nette non solo nel confronto tra materialità e forma del lavoro, ma anche nella percezione dell’identità e della coscienza di classe stessa. Li vediamo tutti i ragazzi a “partita iva” con la giacca e la cravatta a pensar di esser nuovi imprenditori e a non vedere soluzione per il livello di nuovo sfruttamento senza diritti cui sono sottoposti.
E’ proprio dentro questo contesto che in Italia si è concretizzata la fine della sinistra in termini ideali e culturali prima, politici e di rappresentanza poi.
Da tempo ormai nel nostro paese è l’economia che detta le regole e definisce il contesto a tutto e a tutti. In una società in cui trionfano solamente la competitività, la primitiva legge del mercato e l’esaltazione del vincente, non ci si può poi stupire se la destra trionfa.
Perchè i lavoratori e gli strati più deboli della popolazione non solo non votano più a sinistra ma addirittura tra di loro hanno quasi perso di credibilità le stesse opzioni anicapitaliste e comuniste?
Alla fine degli anni ‘60 gli operai arrabbiati nei confronti di una sinistra forte ma ancora “tiepida” verso di loro e nei confronti di un sindacato presente ma non sufficientemente battagliero, obbligarono entrambi a diventare decisamente più combattivi. Arrivò infatti la stagione dell’ “autunno caldo”e del “potere operaio”, che tante conquiste sociali e civili portò. Oggi invece tra “la nostra gente” l’amarezza è tale che interi settori di proletariato si sentono perduti e si aggrappano non a possibili soluzioni del loro profondo disagio, ma a disvalori e stili di vita che li “consolano” artificialmente: identità territoriale, sicurezza, individualismo e demonizzazione del diverso.
I ragazzi delle periferie incamerano subito questo concetto: chi perde è perduto, contano i soldi e conta solo farli, non importa in che modo, in alternativa eventualmente conta il sembrare forti e spietati.; così si hanno delle nuove generazioni che si dividono tra il “rampantismo” per pochi ed il “bullismo” e la pratica del “branco” per molti.
Una violenza fine a sè stessa assume nelle periferie improbabili rituali nazifascisti, ma alla fine, tutti tornano col cellulare ultimo modello nelle loro case fatiscenti ai margini delle città, miseri appartamenti con tre televisori sempre accesi, nessun libro e soprattutto nessuna solidarietà e nessuna socialità.
Falsi miti di un “arianesimo straccione” che producono disvalori e arroganze, angosce e miseria. A nessuno deve essere consentito di consumare una nuova generazione nella vecchia pratica degli “opposti estremismi” invece che nella lotta al capitale!
La globalizzazione capitalistica comporta da parte dei poteri forti – finanza, élites economiche e politiche, comunicazione – il totale abbandono dei territori di periferia, di quasi l’intero mezzogiorno e di tutte le comunità proletarie, e mentre questi limiti e contraddizioni si manifestano, la competizione interimperialistica si evidenzia nella instabilità internazionale e nella guerra, intesa appunto come unico “mezzo” per risolvere le controversie politiche. E dentro questi processi, la sinistra dov’era e dov’è? Purtroppo inseguiva ed insegue il “nuovismo”, ed in questo profondo processo di sradicamento, invece di riconquistare i territori abbandonati a se stessi, invece di ricompattare le comunità distrutte, si è al contrario impegnata ad apparire moderna, liberal e non violenta. Sí! Era contro la globalizzazione, ma guai ad apparire anche un poco critica nei confronti del processo d’integrazione europeo. Sì! Era contro la guerra,ma ma mai contro fino in fondo alle cosidette ”missioni di pace” dei governi di centrosinistra.
Una sinistra che si è in sostanza appiattita sui comodi privilegi istituzionali e sui proclami astratti per i diritti borghesi, piuttosto che impegnarsi rivendicando obiettivi nella vita quotidiana.
Le sezioni del partito comunista a Torino e al Nord, durante i fenomeni migratori interni degli anni ‘60 e ‘70, diventarono luoghi di nuova comunità e organizzazione per quei contadini tolti al Mezzogiorno; erano i tempi in cui si urlava: “Nord e Sud uniti nella lotta”. Così come le sezioni dello stesso partito, durante gli spaventosi terremoti che colpirono il Friuli e l’Irpinia, misero in moto una straordinaria macchina di aiuto e di solidarietà, così come ancora quella forma della militanza interveniva concretamente in ogni meandro di lotta: dal territorio metropolitano alle aride campagne. Oggi invece si protesta a parole, e sempre meno, contro il lavoro che non c’è e che uccide, il precariato e la xenofobia, mentre ci sarebbe bisogno di risposte realmente alternative che coinvolgano di nuovo la “nostra gente”, costruiscano forme di solidarietà ed anche reti organizzative.
I fascisti e la destra fanno le “ronde”, danno risposte inefficaci e repellenti, ma la sinistra cosa propone? Pensare ai diritti per la costruzione di una moschea va bene, ma non basta! Sarebbe meglio costruire coscienza dei diritti sindacali e di classe degli immigrati, aiutare la loro trasformazione da individui a nuovi soggetti del conflitto. Solo cosi diventerebbero parte di noi e non altro da noi.
L’accoglienza è una nobile pratica dei cattolici, i comunisti devono in più stabilire un rapporto strategico con gli immigrati sfruttati. Il capitalismo è cambiato e ha cambiato il mondo e l’Italia; purtroppo non ci si accorge di avere ormai un “terzo mondo interno”, così come ci si dimentica della teoria attualissima “dell’esercito industriale di riserva” che oggi ha solo un altro colore della pelle.
Apriamo le nostre ormai rare sezioni, trasformiamole in luoghi di lotta, di solidarietà, di cooperazione sociale perchè è da questi “buchi” nelle periferie che è nata la crisi della rappresentanza democratica della sinistra e dei comunisti.
Ci fosse stata una progettualità simile non si sarebbe persa Roma, e invece hanno ripresentato e, accettato di far ripresentare, il “replicante” Rutelli, dentro un modello di piccoli privilegi del ceto politico della sinistra da una parte ed un modello di comando sulla città, fondato in alleanza con i costruttori edili e la speculazione finanziaria, dall’altra.
Le notti bianche e la festa del cinema non hanno dato certo risposte alle periferie, le cui condizioni di vivibilità sono state cancellate in termini di devastazione lavorativa, ambientale, psichica e individuale.
Nel dopoguerra il forte limite che veniva contrapposto al capitalismo era la resistenza organizzata da parte del movimento operaio che si manifestava attraverso lotte e conquiste ed anche con un “senso comune” fortemente identitario pure nella vita quotidiana.
Il partito comunista, il sindacato ed i movimenti costituivano forme diverse di rappresentanza che avevano il compito di salvaguardare e consolidare la forza dei lavoratori, unica trincea della società contro la violenza del capitale.
L’evoluzione del capitalismo, unita alla contraddittoria caduta del “campo socialista” e al “tradimento” del ceto politico della sinistra, ha provocato una resa della capacità contrattuale del mondo del lavoro ed ha consentito l’affermarsi di una forma di “dittatura” del capitale: la logica del profitto non deve più rispettare alcuna legge, non vi è nulla che possa contenerla. La precarietà è diventata l’unica forma di lavoro in quanto il capitale non ha più bisogno di contrattare alcunché (vedi la fine del contratto nazionale di lavoro, voluta anche dalla maggioranza della Cgil), mentre l’intera scena istituzionale si sta ormai completamente americanizzando con due soli partiti oligarchici e plebiscitari come vaticinava il boss della P2 Licio Gelli.
Il capo del governo e quello dell’opposizione si elogiano a vicenda, intanto che maggioranza e opposizione si mettono d’accordo praticamente su tutto. Questo avviene anche perchè negli ultimi quindici anni, la “sinistra” ha potuto governare più volte (ed era giusto pure provarci, magari senza arrivare ad accettare la guerra contro la Jugoslavia su cui bisogna fare una netta autocritica)) ma il risultato è stato che ogni volta ha saputo solo continuare l’azione della destra, diminuendo ogni difesa sociale, per rendersi strumento di sottomissione al profitto. E’ successo due volte nell’Italia di Prodi, così come nella Gran Bretagna di Blair e nella Germania di Schroeder.
“Democrazia vuol dire potere agli operai” recitava uno slogan dei primi anni ‘70, quando i rapporti di forza nella società parevano volgere al meglio per le classi proletarie. Era una formula un pò rozza, ma in realtà rendeva bene il senso della richiesta: la democrazia è il luogo in cui i lavoratori possono scontrarsi contro il capitale contando su proprie forze organizzate, e al tempo stesso la società può conservare una relativa autonomia rispetto all’economia predatoria del profitto.
Per troppo tempo non abbiamo più potuto né scegliere né identificare la destra e la sinistra in rapporto al capitale e al lavoro, e per quale motivo dovremmo ora, parlando della ricostruzione, non attenerci rigorosamente a idee, a contenuti e a forme organizzate che tengano conto di questa durissima lezione? Perché dovremmo rimpiangere questa sinistra, che quando era al governo (pensiamo agli ultimi due anni del governo Prodi con quasi un centinaio di deputati e senatori comunisti) non ha saputo eliminare neppure una delle leggi berlusconiane, né ha saputo impedire il massacro sociale del TFR, del Welfare e delle pensioni? Per non parlare poi della subordinazione atlantica ed europea alle guerre imperialiste! Perchè dovremmo ricostruire una sinistra e ancor di più un nuovo partito comunista se non partendo dall’analisi degli errori del passato? Perciò bisogna non costruire un nuovo ceto politico autorappresentativo, del quale più nessuno avverte il bisogno, ma una nuova struttura di resistenza e attacco al servizio delle nuove classi proletarie.
Oggi il lavoro è in frantumi ed in più è diventato una merce come le altre. Dove una volta c’era un’azienda con un unico contratto sindacale, oggi c’è ne sono dieci, dal part-time al lavoro interinale. Dove una volta c’erano i settori produttivi, dall’agricoltura al terziario, oggi esiste una “mucillaggine” produttiva.
Il lavoro frantumato non è politicamente né visibile né percepibile. Questa è invece la visione ideologica e identitaria tra vecchi e nuovi lavori che bisogna ristabilire.
Fare una dura critica al “lavoro come merce” significa parlar chiaro e cioè ricordare ai legislatori, sia di centrodestra che di centrosinistra,che se un automobile o un frigorifero si possono sostituire o rottamare così non si può fare con le persone in carne ed ossa. Cosa che purtroppo avviene nelle leggi e nelle relazioni sindacali che informano oggi il mondo del lavoro.
Si tratta di costruire un “filo rosso” che colleghi tutte le situazioni di lavoro; alla politica spetta la capacità di offrire un “fuoco” intorno a cui costruire, per unire la ricchezza di esperienze, di rappresentanza sociale e di movimento che le contraddizioni odierne del mondo del lavoro fanno emergere con grandi potenziali di lotta; al sindacalismo spetta la rappresentanza dei lavoratori e del conflitto e quindi diventa fondamentale un impegno decisivo sulla rappresentanza sindacale basato anch’esso sul principio “una testa, un voto”, con buona pace di un certo sindacalismo confederale teso proprio a garantire la propria riproduzione.
Fare questo vuol dire anche stabilire un’idea per un nuovo inizio.
Finchè si farà politica ,o più semplicemente si andrà a votare, per soddisfare le individualità, vincerà sempre la destra o prevarrà una falsa sinistra, perché il mestiere della destra è “parlare al ventre delle persone e dare voce agli egoismi”. Quando invece si tornerà a militare per il “bene comune”, per la collettività e quindi per una idea, la politica di una vera sinistra potrà tornare se non a vincere almeno a combattere e ad appassionare.
Per questo serve attaccare duramente chi, specie a sinistra, continua con l’elogio del libero mercato. Qui in Italia chi lo fa non si accorge neanche che così non si selezionano neanche i migliori, anzi è quasi regola il contrario. Basti vedere le elites delle professioni prive di ogni mobilità sociale (se sei figlio di un operaio farai l’operaio, se sei figlio di notaio seguirai la professione paterna). Addirittura nel mezzogiorno ed in altre parti del paese esiste una sorta di società “al contrario” dove sono puniti gli onesti e premiati i delinquenti.
Per non parlare della critica che bisogna fare al capitalismo in quanto responsabile del collasso ambientale del pianeta, una sorta di “comunismo salvatore” si imporrà prima o poi per la sopravvivenza, perché il pianeta ha dei limiti, le sue risorse non sono infinite. Questo è uno dei motivi innovativi che anima la “rinascita” del continente latino-americano. Seguendo la irriducibile lotta di Cuba e della rivoluzione castrista, le classi dirigenti di larga parte di quelle immense terre hanno scelto il socialismo del XXI secolo, da Chavez a Morales, passando per Correa sino a Lula, sono tutti impegnati in questo coraggioso processo di emancipazione dagli USA e dal famelico e distruttivo modello di sviluppo yankee.
Il PCI divenne più grande quando abbandonò il carattere ideologico a favore di quello programmatico? Sarà anche vero in parte, ma erano certo altri tempi, con altri rapporti di forza e poi chi ci dice che il disastro di oggi non nasca proprio da lì, cioè da quando le anticipazioni della cosiddetta “contaminazione” della Bolognina favorirono la quasi integrale sostituzione dei quadri dirigenti di origine proletaria provenienti dalla Resistenza con personaggi figli della borghesia ?
E poi ancora sempre guardando al passato, non è forse vero che il progressivo appannarsi della diversità comunista ed il graduale inserimento del PCI nella logica del “sistema dei partiti” aprirono la strada , tra il 1976 ed il 1979, con i governi di “unità nazionale” all’inizio e al consolidarsi della “mutazione genetica” di quel partito? Non sarà un caso che quelle vicende siano state vissute come un “tradimento” da parte di coloro che il !5 giugno 1975 (data della conquista delle grandi città: Torino, Roma e Napoli ebbero per la prima volte un sindaco comunista) si erano accostati per la prima volta al PCI.
Lo storico Giorgio Galli ha scritto ”…in quel periodo, la scelta astensionistica rispetto al governo da parte del PCI – ambigua e deludente comunque la si voglia considerare – avvenne proprio mentre fervevano spinte innovative nella società italiana, che proprio il voto delle amministrative del 1975 e le politiche del 1976 aveva confermato. Tale vicenda saldò la frustrazione della base PCI a quella dei militanti della nuova sinistra senza peraltro”recuperare” i gruppi conservatori (per i quali il ruolo del PCI non può che essere all’opposizione e mai essere legittimato a governare né a partecipare ad una qualsiasi forma di maggioranza parlamentare)”. Chissà quanto questo avrà pesato nell’adesione giovanile quasi di massa al fenomeno del terrorismo di sinistra.
E’ altamente probabile che i margini concessi dal Kejnesismo alle politiche redistributive del PCI si siano bruscamente ridotti per poi scomparire del tutto con l’arrivo delle nuove tecnologie e, soprattutto, con il neoliberismo che non sopporta più neanche la benché minima politica di riformismo sociale. Non sarà un caso se nel decennio che va dal 1968 al 1977 i forti movimenti cercarono, con un forte scontro sociale, di ritardare quell’ondata di privatizzazioni e di liberismo che, in Italia, giunse almeno con una decina di anni in ritardo rispetto alla quasi totalità degli altri paesi europei.
Negli anni a venire venne distrutto, mattone dopo mattone, pezzo dopo pezzo, ogni bastione di idealità e di pasione politica. Anche i simboli lasciarono il posto ai nuovi totem del pragmatismo e della governance. Quello che è accaduto nell’aprile 2008 però è stato qualcosa di più che la mancanza di un simbolo, certo fondamentale, come la “falce e martello”. Quello che è mancato e su cui invece si è basata la destra, è stata la forza, la coerenza, la bellezza di un’ideologia di riscatto dei più deboli che oggi non c’è più.
Infatti per tornare ai tempi del “nuovismo” nel PCI, periodi in cui molti hanno lavorato per schiantare ogni barlume di identità proletaria, da allora ad oggi, la strada in negativo è stata tutta percorsa. Se ad un operaio del Nord dici per oltre vent’anni che le ideologie non esistono più; se ogni volta che governa la sinistra fa una riforma delle pensioni che lo frega; se gli porti via il TFR; se gli consegni un sindacato sempre più concertativo e se infine lo fai rappresentare anche plasticamente da dirigenti come Rutelli, Fassino o Bertinotti non risulta poi così difficile che quell’operaio faccia un semplice ragionamento e dica: “non mi difendete più, non mi rappresentate più, almeno le tasse che pago per uno stato troppo inefficiente, lasciatemele qui” e che dunque voti anche la Lega. L’impopolarità del governo di Prodi è stato anche questo.
In questi ultimi due anni di governo infatti questo processo si è moltiplicato indefinitivamente, deteminando poi le premesse del disastro. Mentre i lavoratori, i precari, i pacifisti, i giovani di Genova, le popolazioni della Val di Susa e di Vicenza si sono sentiti traditi ed abbandonati.
Eppure di segnali ne erano arrivati! I fischi indirizzati ai sindacalisti alla Fiat Mirafiori erano infatti il sintomo di una classe operaia che non si sentiva più rappresentatala da una sinistra che “tanto diceva e che nulla faceva”. Nel migliore dei casi erano “strilli” sulle agenzie stampa subito sedati dalle “rassicuranti” interviste in cui si ricordava che “mai si farà cadere il governo”.
Ricordate quel 9 giugno dell’anno scorso, quando come quartieri generali della “sinistra radicale” ci si ritrovò a Roma in una Piazza del Popolo deserta, soli mentre il nostro popolo, in oltre centomila persone, aveva giustamente scelto di manifestare contro Bush, al di là delle indicazioni di subalternità e compatibilità col “governismo”?
E poi ancora l’ultimo grande segnale dato dalla manifestazione del 20 ottobre: un milione in piazza per chiedere ai due partiti comunisti al governo di dimostrare la loro identità, commisurandola alla loro “utilità sociale” nella battaglia contro il pessimo protocollo su pensioni e welfare!
Ed anche lì nessuna comprensione di cosa stava accadendo, poi ancora la miopia sull’abolizione della “falce e martello”e di quello che rappresentava ed infine è arrivato lo tzunami.
Ora si riparte , ma, per favore, non facciamo più errori!
Lo spazio è breve, ma alcune verità si possono ricordare in poche righe: la sinistra istituzionale è stata vittima del “voto utile”? In parte certo, anche perché notandosi poco la differenza tra PD e Arcobaleno, molti hanno votato l’originale (tanto più con premio di maggioranza) e non la fotocopia. Però anche l’UDC era minacciata dal voto utile e invece ha preso addirittura più voti. E allora? Certo molti altri compagni non hanno votato, alcuni hanno scelto il PCL o Sinistra Critica, ma appunto quando si perde in tutte le direzioni il problema sta non solo nell’assenza di credibilità del progetto ma anche nei gruppi dirigenti che lo hanno “coltivato”.
Per evitare quindi ulteriori fughe verso un vicolo definitivamente “cieco”, ricordiamo con “buon senso” che l’Arcobaleno non era l’unica scelta possibile e mettiamo davvero in campo tutte le nostre energie per ripartire con una opzione realmente anticapitalista contro l’americanizzazione della politica, riconoscendo quindi la necessità di essere totalmente alternativi al PD.
Una nota positiva dopo il disastro dell’Arcobaleno è l’importante appello per l’unità dei comunisti. Positivo perché va incontro all’esigenza di un confronto rapido e necessariamente pubblico tra le realtà della sinistra anticapitalista in Italia. L’appello sarà ancor più efficace se invece di ripiegarsi su una pure sacrosanta ricerca di identità cercherà di costruire una controtendenza organizzata e coerente, senza sottrarsi in alcun modo a rivedere le contraddizioni accumulate e non risolte in questi ultimi vent’anni.
In tal senso una riflessione approfondita la merita la questione dell’Europa,dove la borghesia, soprattutto dopo l’unificazione tedesca e gli accordi di Maastricht, si è mossa consapevolmente e in modo organizzato per realizzare il suo progetto. E’ intervenuta con forza e determinazione in tutti gli aspetti essenziali dell’economia e della società. Ha dedicato grande attenzione alla questione della formazione e dell’e- ducazione, con la «strategia di Lisbona» e con le successive direttive nel campo della formazione. Ha regolamentato la concorrenza, con tutti i sistemi di authority e di garanti, è intervenuta sui contratti di lavoro, chiedendo piena concorrenza tra i lavoratori e flessibilità.
Non ha respinto brutalmente gli immigrati, ma ha richiesto un disciplinamento e una loro integrazione subordinata all’interno della UE. Culturalmente puritana, questa borghesia preferisce da sempre una certa regolamentazione (in taluni casi fino all’eccesso della definizione degli standard di alcune produzioni o delle norme di sicurezza), piuttosto che il capitalismo da giungla. In questo senso il modello di capitalismo europeo è piuttosto distante da quello statunitense. Questo modello fu in fondo ben espresso da Prodi nel suo libro sull’Europa di qualche anno fa, in cui coniava la formula del «liberismo temperato».
Il nucleo storico della grande borghesia europea, quello che ha cercato di tessere le fila del progetto di costruzione europea, con la brusca accelerazione dell’ingresso di dodici nuovi Paesi tra il 2005 e il 2007 (di cui ben dieci appartenenti all’ex blocco socialista), si è mossa e si muove lungo direttrici di prudente e controllato sviluppo capitalistico, teme i grandi sconvolgimenti, adopera la BCE come strumento importante di controllo dell’inflazione, vuole bilanci in pareggio (i parametri di Maastricht). La borghesia europeista si fonda ancor oggi più sul capitale industriale che non sul capitale della speculazione finanziaria, che però avanza fortemente. Essa mira a fare dell’Europa un’area stabile (una sorta di Repubblica Federale Tedesca allargata…) esente da tempeste monetarie e finanziarie. Le borghesie tedesca e francese – con il Benelux – intendono lasciarsi alle spalle il secolo dell’instabilità, dell’inflazione selvaggia, della disoccupazione incontrollabile, che potrebbero favorire ondate di protesta o la ricomparsa di fenomeni di tipo populista e anche nazifascista. La politica del capitale europeo è limitatamente aggressiva, con una politica militare moderata ma in crescita. È una borghesia che vuol dominare serenamente, “pacatamente” seduta sul suo capitale. La tempesta maggiore che essa ha attraversato è stata il crollo dei Paesi dell’Est con il disfacimento di Stati e le guerre jugoslave degli anni Novanta. Ma, pur tra incertezze ed errori, in particolare in Jugoslavia, essa è riuscita, dopo un quindicennio, ad assorbire gli Stati dell’Europa orientale, al punto da imporre a tutte le loro econo- mie una transizione regolamentata secondo i parametri monetaristi di Maastricht. Senza particolari colpi di teatro, la borghesia europeista è riuscita ad affrontare la crisi più grave del secondo dopoguerra, a irreggimentare lo sconquasso delle società dell’europa orientale, rendendo attraente la prospettiva dell’ingresso nella UE. A tutti i candidati impone il diritto della UE e le sue regole.
Tra queste regole si è da tempo insinuato un anticomunismo che ha recentemente portato alla messa fuorilegge dell’organizzazione giovanile dei comunisti cechi (il terzo partito in quella nazione), all’incriminazione dei dirigenti del Partito comunista ungherese e alla legge vergogna con cui il corrotto governo polacco obbligava all’autodenuncia i cittadini che avessero avuto incarichi statali nel periodo del socialismo reale. (Il momento più drammatico della crisi europea è stato quello dell’annessione della Germania Est, che i soci europei hanno dovuto digerire, accettando di pagarne i costi).
Tuttavia questo modello di liberismo temperato potrebbe trovarsi oggi di fronte a scelte drammatiche e a imprevedibili scossoni sociali. La borghesia europeista è finora riuscita a promuovere sviluppo. Paesi come l’Irlanda e la Spagna hanno conosciuto forti ritmi di crescita grazie agli investimenti europei. È riuscita a integrare aree diverse. Ha imposto degli standard nella formazione, nei brevetti, nella sicurezza dei prodotti, ha regolamentato il mercato. Insomma la burocrazia di Bruxelles ha svolto benino il suo lavoro… Ma ora diventerà tutto più difficile.
Sul piano della politica internazionale, la borghesia eu ropea è interessata alla penetrazione imperialistica in tutte le aree del pianeta, e le sue pallottole sono i capitali, la tecnologia e il mercato, e non ancora la guerra aperta e diretta. Essa partecipa con forze di stabilizzazione delle aree in conflitto, ma non intende sviluppare – perché non ne ha ancora la struttura –il militarismo classico. Piuttosto essa ha bisogno di un esercito di pronto intervento in tutto il mondo – capace di schierarsi nel giro di ventiquattro ore con 60.000 uomini ben addestrati ed equipaggiati – per imporre stabilità.

Essa è sostanzialmente estranea alle vecchie forme di colonialismo, cioè di occupazione diretta di un territorio, di cui si assume l’amministrazione. Essa è interessata alla stabilità e al controllo, che intende imporre magari anche con la forza delle armi. Per la sua struttura economica attuale, la UE non ha nella guerra la soluzione per la crisi economica, preferisce la partecipazione a missioni «di pace» che puntano a una pressione militare sul tipo della missione in Libano. In ciò essa diverge dagli USA, ma ne è speculare rispetto alla scelta di comando. La grande borghesia europea ha cercato di costruire il suo potere economico e politico sviluppando il ceto medio, per averlo come alleato contro l’insorgenza del proletariato.
Al capitale europeo preme la stabilità sociale e questa può essere solidamente garantita da un ceto medio piuttosto soddisfatto della sua condizione, in modo da divenire calamita anche per la piccola borghesia e il proletariato. Il modello ideale di rapporti sociali della borghesia europea è la naftalina, la decongestione del conflitto, il sindacato corporativo e consociativo.
L’esplosione sociale va evitata e, se non è possibile, isolata, chiusa da un cordone sanitario. Non a caso i modelli vincenti di relazioni sociali e politiche nella UE sono stati quello democristiano e quello socialdemocratico, spesso complementari. Si tratta di un riformismo o liberismo temperato, di un gradualismo di una borghesia che aborre l’estremizzazione del conflitto, che è disponibile alla concessione untuosa e fumosa, che preferisce vincere per governare a lungo piuttosto che stravincere mettendo totalmente in ginocchio l’avversario di classe. Che va invece narcotizzato.
Da queste idee, da queste progettualità nasce in Italia il Partito democratico. L’Europa si muove come se fosse un’isola relativamente felice, al riparo dalle prossime tempeste che stanno per scatenarsi. Si è allargato il suo mercato interno, il suo PIL cresce poco, ma stabilmente, il conflitto sociale è limitato e regolamentato, nessuno scossone politico è all’orizzonte e la BCE governa la moneta e fronteggia la moderata inflazione con un contenuto aumento dei tassi di sconto. L’euro tiene e il tasso di cambio col dollaro è sopra quota 1,50. Per la borghesia europeista ritorna la questione di trasformare in un vero e proprio Stato quella che è oggi qualcosa di più di un’unione monetaria e doganale, ma molto meno di una nazione che possa intervenire sull’arena internazionale con una propria politica estera.

Il progetto di trattato per una Costituzione europea è stato respinto dalla Francia e dall’Olanda nelle uniche consultazioni popolari referendarie che si sono svolte. Era pretenzioso e farraginoso, sostanzialmente neoliberista. Era l’espressione più autentica del volto del capitale europeista, dei freddi «gnomi» di Bruxelles, custodi della stabilità monetaria, della regolamentazione del conflitto, del controllo sociale.

Manca a questa Europa una legittimazione popolare. Nonostante la UE sia fortemente presente nella economia e nelle regolamentazioni, nonché nella scuola e sanità, essa è distante anni luce dai cittadini che in essa non si riconoscono. È uno «strano animale». La grande borghesia europea – al pari dei moderati nel Risorgimento italiano – vuole realizzare il mercato nazionale ma senza l’apporto delle masse, ritenute pericolose. Tutto si svolge nelle segrete stanze della burocrazia euro- peista, ma così non si costruisce certo un popolo europeo. Tutti gli Stati moderni sono nati da una guerra o da una insurrezione nazionale, da una rivoluzione. La UE nasce fredda, con accordi diplomatici tra capi di Stato. Le manca «l’anima del popolo”!
Come si collocano i comunisti di fronte all’Unione europea? Occorre prendere lucidamente atto che la costruzione europea non è stata il prodotto di una spinta progressiva delle masse, ma il risultato di accordi di vertice delle diplomazie occidentali, guidate dal grande capitale industriale e finanziario. Questa UE è l’unione dei capitali, voluta dai capitali, molto meno o nient’affatto l’unione dei popoli.
Sulla base di ciò, alcuni partiti comunisti ed anticapitalisti sono critici, altri si battono decisamente contro la UE, altri ancora sono per un recupero dello Stato-nazione, unico a essersi costituito – generalmente – sulla base di un movimento nazionale e popolare.
La politica dei comunisti nei confronti della UE potrebbe essere analoga a quella che essi hanno nei confronti della grande industria: non ne propongono la distruzione luddista, ma il rovesciamento della sua direzione. All’Europa dei capitali va contrapposta l’Europa dei popoli, che bisogna costruire analizzando però gli attuali rapporti di forza politici nei ventisette Paesi europei, così favorevoli alle destre e ai riformisti borghesi, quindi bisognerà impegnarsi in questa fase, almeno in Italia , ad un lavoro di forte contrasto alle politiche di unità comunitaria.
La democrazia partecipata e il conflitto di classe sono la nostra bandiera e dobbiamo quindi estendere i collegamenti e l’agire di classe dei comunisti in tutto il continente. E’ ormai irrinunciabile una forma di consultazione e coordinamento tra i comunisti, a partire dall’Europa. Non tanto per creare –sic et simpliciter- una nuova Internazionale Comunista, ma in quanto il confronto e un punto di vista d’azione, condiviso tra i comunisti è un obiettivo oggi necessario e possibile da conseguire.
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I punti principali dalla nostra riflessione, oltre all’impianto classico di critica al capitalismo mai così in crisi come oggi, proseguono ricordando quanto mai sia attuale la questione comunista, a partire dalla considerazione di chiusura “dell’anomalia del caso italiano”. Per cui si passa dalla Bolognina del 1991, quando “un italiano su tre votava ancora comunista” al 2006, solo due anni fa, dove chi votava i due partiti comunisti era superiore ai 3 milioni di unità, ad oggi con l’apocalisse dell’arcobaleno.

Se non cominciamo da questo non riusciremo a spiegare ma nemmeno a raccontare gli ultimi due anni disastrosi di partecipazione al governo. L’applauso finale (bipartisan, nessuno escluso) a Mastella è stato paradigmatico di questa parabola non solo governista. “Al Ministro della giustizia va tutta la solidarietà umana e politica per un atto di coerenza, di alto senso delle istituzioni e dello Stato “ titolava infatti una agenzia Ansa del 16 gennaio alle ore 12.25 a nome di un gruppo comunista in Parlamento!!!
Quattro sono i punti essenziali su cui incentrare la nostra analisi ed il nostro impegno:
L’antimperialismo. Contro quello americano , quello dominante,, ma anche quello europeo, nascente. Per intenderci via le truppe dall’Afghanistan ma anche dal Libano.
Il mondo dei lavori dovrà essere al centro dell’iniziativa politica come dirimente asse della centralità del conflitto tra capitale e lavoro, senza per questo dimenticare le forme vecchie e nuove di discriminazione di genere e di tendenza sessuale, nonché la battaglia per la laicità dello Stato.
La necessaria e totale alternatività al PD, come conseguenza all’analisi per cui questo partito, nell’americanizzazione della politica, è il più funzionale ai poteri forti, caratterizzato come è nella narcotizzazione e conseguente neutralizzazione del conflitto di classe.
La formula dell’appello ai comunisti, a tutti i comunisti ovunque collocati, senza alcuna preclusione. Tutti un passo indietro per costruire una direzione collettiva protesa ad un vero ricambio sostanziale e generazionale.

Infine, ma non per questo meno importante, serve ricordare che, con la vittoria della destra, le classi dominanti del nostro Paese, nell’affrontare le crisi di sovrapproduzione capitalistica e l’accesa competizione internazionale, stanno lavorando per costruire un sistema in cui ogni spazio residuo di agibilità politica venga annientato in una sorta di ridimensionamento degli ambiti della democrazia formale e di entrata in una nuova “democrazia autoritaria”, ch e mira a distruggere definitivamente lo Stato sociale e cioè a colpire i disoccupati, l’assistenza , i pensionati, le lotte per la casa, le risorse per la disabilità.
Da una parte la formazione del partito democratico, dall’altra l’accettazione definitiva della concertazione da parte dei vertici confederali per costituirsi, in quanto interlocutore sindacale affidabile ed unico, al tavolo con governo e padronato.
In questo quadro si evidenziano i problemi relativa ad un controllo sempre più pervasivo del mondo della comunicazione di massa, asservito non tanto al Berlusconi politico, quanto al modo di essere e pensare “berlusconiano”, che sta diventando il senso comune di larghissime masse, senza più esser contrastato “da un pensiero altro”. Un Berlusconi che vince nella politica, ma che stravince nel senso comune di massa con disvalori i cui effetti sono sotto gli effetti di tutti.
Tali politiche passano anche inevitabilmente attraverso scelte militari, poliziesche e repressive, con cui, nel panorama globale si accetta il ruolo imposto dall’imperialismo come “fase suprema del capitalismo” e, nel nostro paese, si tende a criminalizzare ogni barlume di opposizione sociale, alimentando le guerre tra poveri e sovradimensionando il pericolo della manodopera immigrata, nonché mantenendo inalterata la crisi ed il collasso del Mezzogiorno, ormai definitivamente in mano alle grandi organizzazioni criminali che sono spesso un tutt’uno con la finanza, l’economia e la politica.
Stabilità dei governi, politiche repressive della sicurezza e tavolo della concertazione sindacale saranno i punti del paradigma di “normalizzazione” reazionaria del paese. Tutto ciò che sarà al di fuori verrà considerato non compatibile o addirittura messo fuori legge. I primi a farne le spese saranno innanzitutto i movimenti di lotta che, nell’ultimo periodo hanno costituito l’unico punto di riferimento per una opposizione alle politiche antiproletarie sia dei governi di centrodestra che di quelli di centrosinistra.
Servirà poi una proposta forte in difesa della democrazia costituzionale. Rotto l’equilibrio democratico con l’introduzione del “maggioritario”, ogni ulteriore scivolamento istituzionale che si allontani dal patto costituzionale, dovrà esser letto sempre come un attentato alla democrazia repubblicana. Maggioritari, doppi turni, sbarramenti, bipartitismi, presidenzialismi ecc. sono ferite insanabili alla democrazia nata dalla Resistenza. Il sistema parlamentare proporzionale con “una testa, un voto” deve essere la nostra barra su cui misurare ogni azione di modifica del quadro istituzionale.
Per ripartire serve innanzitutto un edificio ideologico all’altezza dei tempi.
La parola ideologia potrà disturbare e allora si parli di idee, di progetti, di fini e di simboli. Ma alla fine sempre qua dobbiamo arrivare.
Abbiamo bisogno di un progetto di racconto finalizzato per l’Italia, dobbiamo parlare alla maggioranza della popolazione, pur sapendo che saremo minoranza (ma mai minoritari) per un lungo periodo. E questo indipendentemente dagli appuntamenti elettorali, essendo in effetti necessario un progetto di “lungo-medio periodo”, per ridare dignità alla pratica dell’anticapitalismo e progettualità concreta ad un comunismo inteso come utile socialmente da parte del nuovo proletariato,che è composto ormai dalla maggioranza della popolazione.
L’identità a cui facciamo riferimento è senza dubbio da ricercare nella storia di idee e di lotta del Partito Comunista italiano, ma non solo in questo partito. Molte altre formazioni politiche, anche se meno rilevanti, di orientamento comunista, operaista e della nuova sinistra, per non parlare della originale esperienza di Rifondazione comunista, hanno dato un contributo di idee e di battaglie importantii. Detto questo, non possiamo però rinunciare ad una seria ed ordinata lettura del ‘900, che esalti le elaborazioni e le conquiste raggiunte, ma individui anche, nel quadro di riferimento storico, le ragioni oggettive e soggettive per cui i comunisti in Italia si trovano nelle condizioni attuali. Solo così si eliminerà il rischio di realizzare un identitarismo residuale interessato a vivere di una rendita ormai ad esaurimento. Se ciò avverrà nell’impatto con il conflitto di classe, sarà nuovamente credibile un partito comunista, il cui ultimo fine resta il rivoluzionamento dei rapporti sociali di produzione per una società senza sfruttamento fatta di liberi ed eguali.

Saremo giustamente diffidenti verso chi parla delle prossime scadenze elettorali come solo obiettivo da cui ripartire. E’ “buona pratica” evitare un elettoralismo tanto miope quanto inefficace. Sia benvenuta dunque la dura lezione dell’Arcobaleno se si capisce che non è possibile cambiare semplicemente con un altro schema elettorale, ma che bisogna invece mettere in campo una sfida strategica.
La “confusione” di esperienze politiche, movimenti, reti ed associazioni devono trovare un punto, uno spazio, magari inedito di organizzazione. Si è partiti da un appello per l’unità dei comunisti, lo si allarghi agli anticapitalisti, agli antagonisti, a chi vuole “superare lo stato di cose presente”, meglio se giovane e privo di “incrostazioni” politiche .
Parafrasando Lenin, dobbiamo offrire un punto di vista comunista sulle questioni decisive e organizzare una forza in grado di farlo marciare. Ci saranno i congressi dei Comunisti italiani e di Rifondazione, ci sono gli appuntamenti di riflessione di altri comunisti e di altri anticapitalisti… Ci vorrà tempo e fatica. Abbiamo bisogno di tutte e tutti voi! Della vostra intelligenza, della vostra forza, del vostro impegno, della vostra creatività, insomma abbiamo bisogno di voi!!
Il nuovo partito comunista dovrà essere il partito del nuovo proletariato con profondità di principi, con lezioni antiche di “costume”, creatività e forza organizzata, autorevolezza nell’analisi e nella proposta. In una parola, “alzare il tiro” per ricostruire verso di noi una vera fiducia “proletaria”. Proletaria per ridare senso e identità alla nostra azione. Proletaria per appartenenza e per scelta. Proletaria, appunto!!

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