“Senza tregua”

Il libro Senza tregua, di Giovanni Pesce, fu pubblicato per la prima volta, da Feltrinelli, nel 1967. Con l’ultima uscita, sempre per i tipi della Feltrinelli, siamo alla quinta edizione. Senza tregua è, come scritto nella controcopertina di questa quinta edizione, “ormai un classico della memorialistica partigiana, nonché uno dei rari documenti sul ruolo svolto dai Gruppi di Azione Patriottica (GAP) nella Resistenza e si presenta oggi come insostituibile antidoto contro quella perdita di memoria storica che si profila come uno dei guasti della coscienza civile contemporanea”. Memorialistica, si, ma non solo: nel libro di Pesce, in cui si racconta della lotta partigiana a Torino, emerge un giudizio, politico e morale, sulla concezione stessa della lotta. Ed è questo giudizio, il rapporto dell’uomo (e della donna: il libro di Pesce è pieno di figure di partigiane, a cominciare da “Sandra”, la moglie, nella realtà Noris, dell’autore) con la lotta, con la violenza, con l’uso della forza per la libertà, che rende l’opera di Pesce di una attualità e di una modernità assolute. Perché in Pesce, in ogni pagina, in ogni racconto di azioni contro i nazifascisti, sempre emerge il dolore, persino la paura, di utilizzare la violenza, come emerge l’assoluta necessità di utilizzarla contro gli oppressori e per riconquistare la libertà e la dignità di un popolo, dei lavoratori, di ogni singolo uomo torturato, di ogni singola donna resa schiava. La bellezza di tante pagine di Pesce è struggente, quanto alto è il loro valore morale. In questi tempi di vasti revisionismi ed abiure, nei quali si mette in discussione persino la liceità degli oppressi di utilizzare la forza per liberarsi, nessuna risposta può essere più alta di queste pagine della medaglia d’oro alla Resistenza Giovanni Pesce, che già a 18 anni partì per combattere in Spagna. Per questo abbiamo deciso di pubblicare, e far conosce ai più giovani, uno dei tanti racconti di lotta del libro Senza tregua. E’ il racconto di un attacco dei GAP ad una postazione di torturatori nazifascisti, nella Torino del marzo 1944, a pochi giorni dalla fine delle grandi e memorabili giornate di sciopero.

“La regola, sotto qualsiasi cielo, è sempre la stessa: se ti pieghi al terrore il tallone del nemico ti schiaccerà definitivamente”

L’atmosfera euforica dello sciopero generale è sfumata. Più di uno che parlava apertamente nei giorni dello sciopero, ora sussurra circospetto o tace. Da Pratolongo, con cui m’incontro all’indomani, apprendo che la reazione nazifascista è pesante soprattutto nelle fabbriche. Arresti, torture, deportazioni, pattugliamenti nei reparti: gli operai lavorano sotto il controllo degli sgherri di Zerbino e per un nonnulla si procede al loro arresto, all’interrogatorio, al pestaggio. Le “punizioni” in qualche caso vengono comunicate direttamente in foglietti affissi all’ingresso delle fabbriche. Vogliono demoralizzare le maestranze. Vi sono stati casi di reazioni spontanee alla violenza fascista, ma le nostre organizzazioni hanno dissuaso gli operai alle azioni isolate votate all’insuccesso. Sono proprio queste che il nemico vorrebbe per individuare i più decisi e colpire meglio. Le direttive sono invece quelle di rafforzare l’organizzazione clandestina e di intensificare il sabotaggio della produzione bellica, la propaganda antifascista e la diffusione della stampa. Dalle fabbriche cominciano a giungere i primi frutti di quest’opera. Le sottoscrizioni per sostenere la lotta armata sono aumentate notevolmente e le iniziative di solidarietà vanno diffondendosi ovunque. Dove le condizioni lo permettono anche la protesta di massa contro gli arresti e le intimidazioni viene effettuata con efficacia. Le donne sono in prima linea in questa battaglia. Appena si sa che un compagno è stato arrestato le operaie e gli operai si fermano, restano immobili accanto ai torni, alle presse. La sospensione del lavoro dura alle volte per ore. Qualche volta riesce a fermare in tal modo la mano del nemico. Ma il panorama non è roseo. Accanto alle fabbriche in cui è possibile reagire, vi sono quelle in cui la repressione ha colpito duramente e gli arresti hanno creato larghi vuoti nell’organizzazione. Lì, il terrore è spietato. La regola, sotto qualsiasi cielo, è sempre la stessa: se ti pieghi al terrore, il tallone del nemico ti schiaccerà definiti fossero soli, se si sentissero abbandonati di fronte alle repressioni, i progressi svanirebbero. Tocca a noi. Siamo pochi, ma possiamo mobilitarci nel giro di un’ora. Ancora una volta è il nostro momento. Il ritrovo tedesco di via Paleocapa è un ottimo bersaglio. È qui che i tedeschi si riuniscono per concedersi un po’ di relax dopo le torture e i rastrellamenti. Gli aguzzini di via Asti si mescolano alle SS, esempio di ferocia ai fascisti repubblichini. Dopo le atrocità, baldoria. E quasi ogni sera in via Paleocapa c’è baldoria. A malapena si osservano le regole dell’oscuramento; dall’interno, specie a tarda ora, scoppiano rauchi cori di ubriachi e risa femminili. Sentinelle vigilano costantemente. Il ritrovo è circondato da una rete di uomini che passeggiano ininterrottamente sotto i portici. Il piano va elaborato attentamente. Effettuo varie visite attorno al ritrovo, percorro passo passo il nostro futuro itinerario. Più ci penso e più questa impresa assomiglia a un viaggio senza ritorno. La zona è al centro di un nucleo di case abitate da molti ufficiali tedeschi e fascisti. La fuga non sarà facile e neppure l’accostamento. Gruppi di sentinelle (precauzione recente) pattugliano il ritrovo. Ogni pattuglia segue l’altra a pochi secondi di distanza, un cerchio continuo. Alle 19,15 puntualissime e con aria disinvolta, arrivano Nuccia e Ines. Il nostro potrebbe sembrare un appuntamento amoroso. In realtà se ne vanno subito lasciando le loro borse cariche di esplosivo. Nessuno ci nota. Raggiungo i due gappisti in una specie di tana dove sono riusciti a nascondersi. Nessuno ci può vedere, ma noi da una fessura possiamo scorgere Manioche fa da “palo”.. Controlla il movimento delle pattuglie e ci darà il segnale per l’azione accendendo un fiammifero. Sono di nuovo inquieto. Le pattuglie si spostano troppo rapidamente. Camminano troppo in fretta. Il pattugliamento mi fa pensare di nuovo al cerchio. La velocità con cui procedono scompiglia tutti i miei progetti. Non tracciano più una serie di segmenti attorno ad un edificio, ma qualcosa che si avvicina ad una linea ininterrotta. Mario accende il fiammifero. Mi sembra impossibile che dia il segnale di via libera in quelle condizioni. Ma ormai non si può tornare indietro. Dobbiamo muoverci perché ora Mario si sposterà dall’altro lato per proteggere la nostra fuga. Perdo in queste riflessioni almeno due preziosi secondi. Ho la testa in fiamme: temo di non riuscire a controllare i miei atti. Spero solo che Mario non abbia commesso un colossale errore. I gappisti, al mio cenno si alzano. Abbiamo tutto il nostro esplosivo a portata di mano. La pattuglia si avvia a girare l’angolo. Ci sono almeno duecento metri tra noi e il ritrovo tedesco. È chiaro che le micce sono troppo lunghe se le accendiamo all’ultimo momento. La pattuglia che sopraggiungerà noterà il bagliore rosso e darà l’allarme; saremo sorpresi e probabilmente l’attentato non avrà alcun risultato. Accendiamo perciò le micce prima di muoverci. Il lieve anticipo di Mario è stato provvidenziale e saggiamente calcolato. “Di corsa”, dico, “corriamo divisi verso il palazzo”. Loro dove la pattuglia è appena sparita, io dall’altra parte, incontro alla nuova. Mario mi fa cenno che sta per sopraggiungere. Gli altri hanno già collocato i loro ordigni, io sono a pochi passi dall’obiettivo. Dall’interno giungono distintamente voci eccitate, canti gutturali e musichette di moda. Si divertono. Colloco la mia bomba nel vano di una finestra, in modo che la miccia resti celata. Ormai deve mancare pochissimo all’esplosione. Mi allontano di corsa, mentre la pattuglia si affaccia sulla piazza dove è l’ingresso del ritrovo. Vedo Mario fuggire e noto che gli altri due gappisti sono già spariti, un attimo ancora e un triplice boato rompe il silenzio. Lo spostamento d’aria manda in frantumi i vetri delle finestre tutt’attorno, mentre dal palazzo si leva una immensa fiammata. Il colpo mi ha un po’ stordito ma riprendo la fuga, senza correre troppo. Sarebbe pericoloso. Nel buio risuona il crepitare di qualche arma automatica. Sparano. Probabilmente pensano ad un attacco massiccio. Rientro alla mia base; anche gli altri tornano sani e salvi.

Abbiamo incontrato Giovanni Pesce, per porgli queste due brevi domande:

Caro Pesce: perché questa quinta edizione di “Senza tregua”? Come saprete il regista Marco Pozzi ha trasformato il mio libro in film e questo film è stato proiettato alla scorsa Biennale di Venezia. Alla fine della proiezione centinaia di persone, fra le quali tantissimi giovani, si sono levate in piedi ad applaudire, chiedendo del libro “Senza tregua”, da tempo senza ristampa. Ed e’ anche per questo motivo che ne è stata fatta questa quinta edizione… Rileggendolo, troviamo il tuo libro di una straordinaria attualità, in questi tempi di revisionismo profondo in cui Pansa può gettare fango sulla Resistenza, in cui le piazze vengono intitolate ai “martiri delle foibe”, in cui si parla di Resistenza “angelicata” e in cui ci viene persino detto che occorre condannare ogni violenza in modo assoluto, anche quella a cui i popoli sono costretti per liberarsi dagli oppressori , dalla tirannia. Che ne pensi? Credo che tu abbia completamente ragione. Sono di nuovo tempi difficili. Dilaga la guerra imperialista così come dilaga il revisionismo storico. Ho combattuto per la libertà, assieme a tutti gli altri e contro nemici feroci e oggi credo che sia più che mai legittima la forza, la lotta, affinché i popoli possano resistere e liberarsi dai nuovi e altrettanto feroci oppressori di un tempo. La Resistenza non mi appare davvero “angelicata”, semmai, oggi, drammaticamente “demonizzata”. Dei compagni palestinesi, uomini vicini ad Arafat, mi hanno invitato in questi giorni in Palestina, a portare il mio saluto e la mia solidarietà a quel popolo in lotta. Nonostante i miei 86 anni credo che partirò…