Senza Resistenza, nessun Iraq

*redazione de il Manifesto

LE FORZE DELLA RESISTENZA IRACHENA COME ELEMENTO CENTRALE DELLA LOTTA CONTRO LA STRATEGIA USA DI BALCANIZZAZIONE ETNICORELIGIOSA E DI DISSOLVIMENTO DELL’UNITÀ STATUALE ARABA DELL’IRAQ

Il tragico precipitare della situazione in Iraq all’indomani delle elezioni farsa del 30 gennaio, il crollo della già scarsa “sicurezza”, il sempre più diffuso rifiuto dell’occupazione e non solo da parte dell’intera comunità sunnita ma anche di vasti settori di quella sciita e del mondo laico e arabo-nazionalista, l’allargarsi dell’area della resistenza irachena e il suo tentativo di darsi una qualche forma di espressione politica, il blocco della ricostruzione con mancanza di energia elettrica, benzina e gas per cucinare, il fallimento dei partiti filo-Usa e la loro incapacità di andare oltre la difesa dei loro particolari interessi etnici o confessionali, tutto questo ha spinto molti paesi, anche stretti alleati degli Usa, ad annunciare il loro ritiro dall’Iraq entro il prossimo dicembre. La “coalizione dei volenterosi” si è trasformata nella coalizione di coloro che si ritirano.
Persino Berlusconi, con una delle sue sceneggiate, mentre alla Camera il centro-sinistra ritirava emendamenti e ordini del giorno, intervenendo in televisione ha pronunciato la parola “ritiro”, sussurrata invece a mezza bocca, quasi clandestinamente, dal centro-sinistra.
La debolezza e la scarsa credibilità della posizione del centro-sinistra (voto contro il finanziamento, ma senza parlare di ritiro, che ne è la logica conseguenza) deriva in gran parte da un’analisi della situazione irachena del tutto subalterna rispetto a quella Usa. Se si accetta il percorso istituzionale, i modi, i tempi e i principi base del processo creato dagli Usa per il “passaggio dei poteri” agli iracheni (Costituzione provvisoria, Consiglio di governo, Governo provvisorio, Assemblea nazionale provvisoria, elezioni del 30 gennaio per l’elezione dei 275 membri dell’Assemblea nazionale che dovranno redigere la Costituzione ed eleggere presidente, vice presidenti e primo ministro, modalità del referendum di approvazione della nuova Carta costituzionale ed infine elezioni del nuovo parlamento), il cui obiettivo non è altro che quello di dare legittimità all’occupazione dell’Iraq e al saccheggio delle sue risorse, si accetta il terreno scelto dagli Usa, e non si riesce più a spiegare con chiarezza all’opinione pubblica la necessità di un immediato e totale ritiro delle nostre truppe.
I nostri soldati vanno ritirati non solo per rispettare l’articolo 11 della Costituzione, non solo per rispettare la sovranità irachena, ma anche perché è proprio la strategia americana di neocolonizzazzione dell’- Iraq a contribuire – con la nostra complicità – alla realizzazione di quella “distruzione creativa” dell’Iraq che punta ad una sua divisione su basi etniche e confessionali, nei fatti se non ufficialmente, con l’inevitabile corollario di guerre civili e di una sempre maggiore resistenza da parte di un intero paese nei confronti di quel progetto che mina alle fondamenta l’esistenza stessa dell’Iraq come stato unitario nazionale.
In altri termini, è la presenza stessa delle truppe a determinare quei rischi di disintegrazione del paese e di guerra civile per evitare i quali ci dicono che sarebbe invece pericoloso ritirarle. Lungi dal democratizzare l’Iraq, la strategia americana ha posto alla base delle nuove istituzioni irachene un principio etnico-confessionale, favorendo il predominio dei partiti religiosi sciiti filo- Usa e filo-Iran e di quelli etnici curdi, a scapito della comunità sunnita, identificata con il nazionalismo arabo e con la difesa dell’unità del paese.
Ricalcando quanto fatto dai francesi nella seconda metà dell’800 in Libano con l’istituzionalizzazione delle differenze confessionali (un processo che avrebbe portato alla devastante guerra civile che dal 1975 al 1990 ha insanguinato il paese dei cedri), l’Amministrazione americana sin dal primo Consiglio di governo provvisorio ne ha attribuito i seggi sulla base dell’appartenenza etnico-religiosa: tot seggi agli sciiti, tot ai sunniti arabi, tot ai sunniti curdi, tot ai cristiani etc. Lo stesso è poi avvenuto per tutte le cariche dello Stato e per tutte quelle istituzionali.
L’obiettivo di disgregare l’Iraq, balcanizzandolo e dividendolo in tre quattro enclave separate (curdo- Usa a nord, turcomanna tra il nord e il centro, sunnita nel centro e sciita nel sud) per togliere di mezzo dall’equazione del conflitto araboisraeliano uno dei paesi arabi più importanti della regione e per controllare le sue risorse petrolifere, è del resto incompatibile – com’è sempre stato in tutto il medioriente – con un reale processo di democratizzazione.
Questa operazione profondamente anti-democratica, dal momento che precostituisce la divisione del paese e la sua ricolonizzazione, lo smantellamento di qualsiasi forma di welfare intimamente legata all’esistenza di uno stato unitario, e che rende i cittadini non più uguali di fronte allo stato ma soggetti alla volontà dei leader e dei partiti delle varie comunità etniche e confessionali, è stata sino ad oggi oscurata grazie alla complicità dei media, dei governi e di gran parte delle forze politiche, dalla retorica della “democratizzazione” e dalla celebrazione delle elezioni del 30 gennaio.

ELEZIONI PER LA GUERRA CIVILE

Quello che chiameremo il “miracolo della svolta”, periodico come lo scioglimento del sangue di San Gennaro, ha celebrato i suoi fasti il 30 gennaio scorso tra l’entusiasmo dei grandi sacerdoti dell’occupazione dell’Iraq. I partiti creati direttamente dalle potenze occidentali, come quello del premier Iyad Allawi, o confessionali (la coalizione sciita del Consiglio per la rivoluzione islamica in Iraq, il partito al Dawa, il gruppo di Ahmed Chalabi), o etnici (il listone curdo del Pdk di Massoud Barzani e dell’Upk di Jalal Talabani), giunti a Baghdad sui carri armati degli occupanti e da allora ripagati dagli Usa con il monopolio della vita politico-istituzionale del “nuovo Iraq”, hanno potuto riaffermare con le elezioni farsa del 30 gennaio scorso il loro monopolio sul futuro governo e sulla nuova Assemblea costituzionale.
Il gioco, ancora una volta, è riuscito, sia negando al processo elettorale qualsiasi trasparenza e democraticità, sia rendendo impossibile la partecipazione alle elezioni dell’intera comunità sunnita e di tutti quei movimenti sciiti e laici contrari all’occupazione e favorevoli alla resistenza irachena. Eppure un’intesa che avrebbe potuto permettere la loro partecipazione al voto era a portata di mano. Gli occupanti hanno invece rifiutato le proposte dei partiti sunniti moderati, anche filo-Usa, di molti gruppi sciiti e persino di liberali come Adnan Pachachi, che si erano detti disposti a partecipare alle elezioni ad alcune condizioni: che il processo elettorale fosse gestito non dal governo di Iyad Allawi, espressione degli Usa, e localmente dai partiti che lo sostengono, ma da un gabinetto di unità nazionale; che vi fosse un coinvolgimento delle Nazioni unite e della comunità internazionale; che nella commissione elettorale, nominata dagli Usa con poteri assoluti, venissero inseriti come garanzia delle opposizioni alcuni giudici noti per la loro indipendenza; che venisse proclamata una tregua elettorale nelle zone sunnite (dove abita il 40% degli iracheni), da mesi sotto il fuoco degli occupanti; che venisse fissata una data per il ritiro delle truppe straniere dal paese, in modo che le elezioni fossero realmente un primo passo verso un nuovo Iraq e non, come sono state, semplicemente un modo per legittimare l’occupazione.
Al contrario ai primi di novembre, quando vari settori del mondo politico iracheno e i rappresentanti della comunità sunnita si sono pronunciati per l’avvio di una trattativa con gli occupanti che avrebbe potuto portare ad una più vasta partecipazione, gli Usa hanno lanciato l’attacco che ha portato alla completa distruzione di Falluja. Questa chiusura totale ad ogni possibile trattativa confermerebbe l’ipotesi che l’emarginazione dei sunniti e degli sciiti radicali contrari all’occupazione (in particolare il movimento di Moqtada al Sadr, ma non solo) non sia un “ incidente” che verrà “corretto” nelle prossime settimane “aprendo” a questi settori emarginati dal momento dell’arrivo degli Usa in Iraq, ma il frutto di una precisa strategia che vede l’Amministrazione Bush puntare sul monopolio del potere da parte dei partiti sciiti e curdi pro-occupazione, nel tentativo di “dearabizzare” l’Iraq (magari iranizzandolo o, se necessario, dividendolo) – con in prospettiva una sua uscita dall’Opec –, di cancellare dal paese qualsiasi traccia di unità nazionale e di nazionalismo arabo.
Per arrivare a questo risultato gli occupanti non potevano andare per il sottile, ed ecco che attorno alle elezioni si affollano non pochi interrogativi. Come ha fatto la Commissione elettorale ad indovinare alla vigilia del voto il numero di coloro che sarebbero andati alle urne? Quanti sono gli iracheni e quanti di loro avevano diritto di voto? Quanti iracheni si erano registrati per votare? La percentuale dei votanti è stata calcolata tenendo conto degli aventi diritto o solo degli iscritti? Com’è stato possibile stabilire chi avesse diritto al voto se non è stato fatto alcun censimento?
L’autorevole quotidiano spagnolo El Pais, in un suo editoriale, dopo aver esaminato tutti questi interrogativi sarebbe giunto alla conclusione che, ad esclusione delle zone curde, alle elezioni del 30 gennaio non avrebbe votato più di un 30- 35% dei presunti aventi diritto.
In ogni caso, il dato che emerge dalle elezioni è che ad esse hanno partecipato solo i partiti che già facevano parte del governo Allawi e che si erano impegnati prima del voto a non chiedere il ritiro delle truppe di occupazione. Questi partiti sono raggruppabili in tre blocchi. L’area del premier Iyad Allawi, ex baathista passato alla Cia e ai servizi inglesi, che ha portato a casa, riproponendosi come il “difensore” del laicismo, un 15% dei voti, con circa 38 seggi; un risultato di tutto rispetto e che, vista la frammentazione dei suoi avversari, gli potrebbe permettere, forte del sostegno Usa, anche di rimanere al governo (difficile ma non impossibile). La lista unitaria sciita (dei partiti filo-Iran e filo Usa), che si afferma come il principale blocco nella nuova Assemblea guadagnando circa il 48% dei voti con 141 seggi su 275, ma molto inferiore al 75% necessario per imporre i suoi voleri e soprattutto estremamente divisa al suo interno. In seconda posizione c’è infine il blocco curdo, con oltre il 25% dei voti, deciso a procedere sulla strada della pulizia etnica ai danni di arabi e turcomanni nella città petrolifera di Kirkuk, che dovrebbe diventare la capitale di un nuovo stato curdoamericano.
Ovviamente l’esclusione di tutti i sunniti dal gioco politico non solo non ha contribuito ad una stabilizzazione della situazione, ma piuttosto non ha fatto altro che rafforzare la resistenza all’occupazione e ha privato le nuove istituzioni, il governo in formazione, l’Assemblea e quindi la futura Costituzione, di qualsiasi legittimità.
A questo punto, invece di continuare a celebrare le elezioni farsa del 30 gennaio non sarebbe male se, parallelamente alla richiesta del ritiro delle truppe, la sinistra cominciasse a mettere in discussione la legittimità della consultazione elettorale appena conclusasi, quella del nuovo-vecchio governo iracheno, quella degli editti dell’Amministrazione provvisoria americana che nessun governo locale può per il momento alterare, i meccanismi e i limiti all’autonomia dei costituenti imposti dall’ex viceré Paul Bremer, il meccanismo di approvazione della Costituzione che dà alle tre province curde la possibilità di bloccare, per conto degli Usa, la nuova Carta costituzionale se questa dovesse riaffermare il carattere arabo e l’unità dell’Iraq contro ogni ipotesi di una sua balcanizzazione. A tale proposito sarebbe ad esempio importante che anche la sinistra italiana riaffermasse con chiarezza la necessità di mantenere l’unità del paese, contro ogni ipotesi di una sua divisione, e di avviare invece una trattativa sia con le forze della resistenza sia con i rappresentanti della comunità sunnita e dei movimenti sciiti e laici contrari all’occupazione, per arrivare alla creazione di un governo di vera unità nazionale che gestisca, con un sostegno diretto dell’Onu e dei paesi che non hanno fatto la guerra, un reale processo di democratizzazione e di uscita, ad una data precisa, degli occupanti dal paese. Purtroppo la direzione sulla quale sta procedendo l’Amministrazione Bush – trascinando con sé tutti i suoi alleati, a cominciare dall’Italia – è del tutto diversa.

LA GUERRA SPORCA

Gli Usa e il governo Allawi sembrano decisi – nonostante insistenti voci di primi contatti con la resistenza – a perseguire una soluzione militare che dovrebbe distruggere qualsiasi forma di nazionalismo iracheno e arabo, e più in generale qualsiasi ipotesi di una futura rinascita dell’Iraq come stato arabo, il tutto nell’interesse di Israele e con la complicità dell’Iran. Un progetto questo che vogliono portare avanti ad ogni costo, rispolverando le pagine più buie della “guerra sporca”, dall’operazione Phoenix (40.000 morti) in Vietnam agli squadroni della morte nel Salvador, al terrorismo dei contras contro la popolazione nicaraguegna.
Il settimanale Newsweek ha annunciato che tali piani sarebbero allo studio del Pentagono, ma in realtà squadroni della morte composti da peshmerga curdi, da miliziani filoiraniani e da ex baathisti riciclati dalla Cia sono già in piena attività in tutto il paese, coadiuvati da oltre 20.000 mercenari stranieri. Altrimenti a cos’altro sarebbe servita la presenza a Baghdad come ambasciatore, dal giugno del 2004 al marzo 2005, di John Negroponte, già diplomatico in Honduras da dove gli Usa organizzavano le attività degli squadroni della morte in Centramerica?
L “irachizzazione” dell’occupazione, affidando sempre più la repressione della resistenza alle milizie locali, e soprattutto la scelta dell’“opzione centramerica” con il tentativo di trasformare, almeno in parte, lo scontro tra occupati e occupanti in una faida tra diverse etnie e confessioni, sta così insanguinando sempre più le strade dell’Iraq. Per realizzare questo progetto, che rischia di far scomparire l’Iraq come entità statale, gli Usa non solo hanno imposto la scelta del criterio etnico-confessionale come base della vita politica del paese, ma hanno anche utilizzato tale principio nella repressione della resistenza, usando soldati sciiti e curdi nelle aree sunnite e soldati sunniti e curdi in quelle sciite.
Dall’inizio dell’occupazione, gli Usa hanno subito dato campo libero non solo alle bande criminali dei saccheggiatori di tutte le proprietà statali (brusco avvio del libero mercato), ma anche, nel nord, alle milizie curde, che hanno portato avanti una vera e propria pulizia etnica a Kirkuk e nei paesi limitrofi a danno degli arabi (e in parte dei turcomanni) con la cacciata dalla città di almeno 60.000 abitanti, la repressione delle manifestazioni di piazza contro l’occupazione con decine di vittime e con la violazione dei luoghi santi dei turcomanni sciiti, mentre nel sud è stata data luce verde allemilizie dei partiti filo-iraniani, alle quali è stato affidato il mantenimento dell’“ordine”, come è successo anche nella stessa Nasseriya. Ciò ha provocato, nel sud del paese e nella stessa capitale, l’uccisione di migliaia di veri o – nella maggioranza dei casi – di presunti iscritti al partito Baath, spesso semplici laici o nazionalisti arabi da parte delle milizie del Consiglio supremo per la rivoluzione islamica in Iraq (Sciri) addestrate in Iran e di quelle del partito islamista “al Dawa”.
Parallelamente, la comunità sunnita subiva il licenziamento di centinaia di migliaia di dipendenti pubblici, insegnanti e – con lo scioglimento dell’esercito – di oltre 400.000 soldati, membri della sicurezza e della polizia. In tal modo questa comunità, minoritaria in Iraq ma da sempre centrale nella vita dello stato unitario, e tutti coloro che si sono schierati contro l’occupazione hanno cominciato a vivere in un clima di terrore e di paura, nel quale sono fioriti i più svariati gruppi della resistenza ma anche dell’area più vicina ad al Qaida.
Contemporaneamente mani oscure hanno iniziato a compiere vere e proprie stragi nei pressi di luoghi di culto sunniti, sciiti e cristiani, cercando di soffiare sul fuoco delle differenze etniche e religiose. Stragi che in molti casi non sono state rivendicate da alcun gruppo, opera evidentemente di agenti provocatori o di stranieri. Nonostante la gravità della situazione, dal momento che in Iraq le tribù – il vero collante della società – sono composte sia da sunniti che sciiti, per il momento queste manovre degli occupanti non sono riuscite a provocare una vera guerra civile, ma certo questa possibilità non può escludersi per il futuro.
Lo scenario post-elettorale si presenta sotto quest’aspetto ancor più oscuro: gli Usa sembrano puntare ora non più solo sull’asse curdi-sciiti per piegare i sunniti, ma – riproducendo lo schema adottato durante la guerra Iran-Iraq e tendente ad impedire che nessuna delle due parti in conflitto riuscisse a prevalere – a soffiare anche sul fuoco della disperazione sunnita e ad usarla per ricattare, sopratutto nel sud del paese, gli stessi sciiti. Strumento di questa operazione dovrebbero essere, o magari già sono, alcune milizie create dai consiglieri Usa utilizzando uomini dell’ex partito Baath passati con il primo ministro Iyad Allawi. Le armi necessarie all’operazione sarebbero arrivate in Iraq a bordo di aerei cargo dell’esercito americano provenienti dalla base militare pachistana di Chaklala. Parallelamente l’amministrazione Usa ha varato un nuovo piano di irachizzazione della repressione, che prevede l’invio in Iraq di oltre 10.000 “consiglieri” che comanderanno, in pratica, i vari reparti dell’esercito iracheno presso i quali sono distaccati, e saranno coordinati dagli ufficiali Usa presenti nei comandi, nel ministero della difesa e degli interni, nonché dei vari servizi iracheni in costruzione.

LA STRATEGIA USA DI “DISTRUZIONE CREATIVA” DELL’IRAQ

Vi è una contraddizione di fondo tra la pretesa esistenza di una exit strategy e la politica seguita dall’amministrazione Bush in Iraq. Una contraddizione che toglie qualsiasi credibilità al ritornello di Bush, Blair e Berlusconi secondo il quale “ci ritireremo” dall’Iraq quando il governo iracheno sarà in grado di avere il controllo della situazione. In realtà, sin dal loro arrivo gli occupanti hanno teso ad impedire che l’Iraq abbia un forte e legittimo governo che goda della fiducia della popolazione, che sia in grado di prendere decisioni autonome, che difenda gli interessi e le risorse nazionali, che abbia alle sue dipendenze un forte esercito in grado sia di mantenere l’ordine che l’unità del paese nei confronti delle tendenze secessioniste. Da qui la decisione di sciogliere l’esercito, l’introduzione del criterio etnico confessionale nella vita politica e istituzionale che condanna il paese ad un perenne instabilità, il varo di una Costituzione provvisoria che impedirà la nascita di un forte esecutivo e al contrario favorirà la divisione del paese.
Il fatto che le truppe irachene non siano in grado di assicurare il controllo del paese non è una fatalità, ma dipende da precise scelte politiche degli occupanti: dal già ricordato scioglimento dell’esercito, al rifiuto di fissare una data per il ritiro che fa apparire qualsiasi esecutivo come un mero strumento nelle mani degli occupanti, dalla esclusione dalla vita politica e istituzionale dell’intera comunità sunnita e degli sciiti anti-occupazione, al sostegno dato dagli Usa al progetto di divisione del paese con la nascita di uno stato etnico curdo-americano e la conseguente pulizia etnica curda ai danni della maggioranza araboturcomanna di Kirkuk (la cassaforte petrolifera del paese) che ha suscitato lo sdegno della stragrande maggioranza degli iracheni, al varo di un meccanismo di approvazione della nuova Costituzione tramite referendum che dà alle tre province curde separatiste del nord (un 15% della popolazione) un diritto di veto che potrà bloccare a tempo indeterminato il varo della nuova legge fondamentale dello stato.
Quella elaborata dall’amministrazione Bush non è una §exit strategy §, ma una strategia per distruggere l’Iraq e mantenerne il controllo a tempo indeterminato. Seguendo la strada segnata dai neocons Usa, la situazione in Iraq è destinata non a migliorare progressi-vamente ma a peggiorare sempre più. In altri termini, nel settembre 2005 o anche nel marzo 2006 la situazione sarà ancor più drammatica di oggi. L’aver introdotto il criterio etnico confessionale ha messo in modo un meccanismo perverso , che rischia di rivolgersi anche contro i desideri degli occupanti.
Basta vedere quel che è successo nel corso delle trattative per la creazione del nuovo governo iracheno post-elettorale. Esclusi completamente i sunniti dalla nuova Assemblea, la lista unitaria sciita ha avviato lunghe e defatiganti trattative con il blocco dei partiti curdi, che hanno finito per allungare sempre più i tempi della formazione del nuovo governo. In realtà, al di là del fatto che su pressione Usa i due blocchi potrebbero comunque trovare un accordo rimandando di qualche mese lo scontro finale, le richieste e gli interessi di cui sono portatori sono profondamente contrastanti e inconciliabili. È vero che il blocco sciita e quello curdo sono entrambi a favore dell’occupazione Usa, e che i sunniti e coloro che sono contro la presenza delle truppe straniere sono rimasti fuori del parlamento, ma in ogni caso nessun partito arabo potrà mai accettare la divisione del paese, il non scioglimento delle milizie curde e il passaggio del petrolio di Kirkuk nelle mani dei curdi e quindi degli americani. Anche perché lo stato iracheno a quel punto vedrebbe dimezzare le sue entrate. Lo sanno bene i leader della coalizione sciita, tentati di accettare il diktat curdo in cambio del petrolio del sud dell’Iraq, ma timorosi della loro stessa base e dell’opinione pubblica del paese assai contraria a qualsiasi spartizione. Inoltre, a rendere difficile un’intesa con i partiti curdi c’è il fatto che molti turcomanni della zona di Kirkuk, emarginati dai curdi, sono in realtà sciiti e quindi correligionari dei loro fratelli del sud, e che il leader radicale sciita Moqtada al Sadr, insieme alla comunità sunnita e ai nazionalisti arabi, ha messo in guardia la coalizione dal mettere in pericolo l’unità del paese. Se il “Consiglio supremo per la rivoluzione islamica in Iraq” (Sciri) o il partito “al Dawa” dovessero accettare il piano Usa, rischierebbero da una parte di rafforzare il loro concorrente nell’area di governo, Iyad Allawi (che cinicamente gioca la carte del nazionalismo iracheno), e dall’altra di perdere gran parte dei consensi a favore del leader sciita radicale (nazionalista) Moqtada al Sadr.
Più in generale. l’avanzare di un progetto di divisione del paese non farebbe altro che unire tra loro i settori della resistenza sunnita con quelli sciiti contrari all’occupazione americana, e quindi finirebbe per allargare ulteriormente l’area del consenso e del sostegno alla resistenza irachena.

LA RESISTENZA IRACHENA

È difficile comprendere quel che sta avvenendo in Iraq e la vitalità della resistenza irachena se non si parte dalla considerazione che in realtà la guerra del 2003 non è mai finita, ma ha solo cambiato modalità, passando da uno scontro tradizionale ad un conflitto di guerriglia. Del resto non v’è dubbio che una parte dei soldati, degli ufficiali, delle strutture direttive dell’esercito, del partito Baath e della Guardia repubblicana scomparsi nel nulla quel giorno d’aprile, siano ancora in servizio, anche se con le più svariate divise e ideologie. L’Iraq non ha mai firmato alcuna resa ufficiale con gli occupanti. L’interrogativo al quale nessuno ha potuto dare ancora risposta. è se tutte queste strutture siano passate alla clandestinità in modo organizzato o se invece l’abbiano fatto solo alcuni gruppi al loro interno, divenuti una sorta d’agenzie di servizi per i vari settori della resistenza che nel frattempo si erano organizzati autonomamente. In ogni caso questi nuclei avevano e hanno grandi mezzi, e soprattutto – già negli anni novanta – erano stati capaci di formare alla guerra di guerriglia migliaia e migliaia di cittadini iracheni. A questo va poi aggiunta, nell’autunno che precedette l’invasione americana, la liberazione di decine di migliaia di prigionieri comuni ma anche politici, tra i quali il fior fiore dell’islamismo radicale rinchiuso nelle carceri irachene, e la distribuzione a gran parte della popolazione, soprattutto nelle zone più fedeli al regime, di milioni di kalashnikov. L’impressione è che in realtà il regime si fosse preparato da tempo ad una possibile invasione, studiando soprattutto sui manuali sovietici e jugoslavi in particolare là dove questi consigliavano, di fronte a forze così soverchianti, una ritirata nel cuore di tenebra del paese, fisico ma anche psicologico, dal quale poi fare il vuoto attorno agli occupanti.
In realtà il nazionalismo baathista, già all’indomani della prima guerra del Golfo, si era trasformato in una miscela di fondamentalismo musulmano, tribalismo locale e nazionalismo iracheno che rifletteva assai meglio la realtà politico-sociale del paese rispetto al precedente laicismo panarabo così caro ai suoi fondatori. Saddam Hussein e i suoi del resto venivano proprio, anche se può sembrare strano, dall’ala moderata e pragmatica del partito e non da quella ideologica. Grazie ad un lunghissimo lavoro di pianificazione e di raccolta di dossier accumulati su ogni cittadino iracheno, molti ufficiali medio-alti dell’esercito, del partito e dei servizi, sarebbero ora in grado di indirizzare, se non di dirigere, buona parte della resistenza irachena, anche quella islamista.
A tale proposito c’è da tener pre-sente che, secondo la stampa del tempo, il genero di Saddam, Hussein Kamel, fuggito in Giordania nel 1995, avrebbe dichiarato di essersi deciso a quel fatale passo quando il presidente aveva ordinato a tutti gli ufficiali superiori, e quindi anche a lui, di iscriversi a corsi intensivi d’approfondimento del Corano e del mondo che ruota attorno ai movimenti islamisti. Alcuni anni prima inoltre il raìs aveva già fatto scrivere sulla bandiera nazionale “Allah è grande”. Questo lavoro di preparazione, unito al sentimento nazionale e patriottico degli iracheni, allo scioglimento dell’esercito da parte degli americani e alla brutalità delle truppe di occupazione starebbe quindi dando ora i suoi frutti.
Il dibattito è aperto, ma secondo alcuni la vecchia struttura della sicurezza e della difesa del paese, dopo aver divorziato del tutto da ogni forma di ideologia baathista classica ed aver assunto le più svariate coloriture islamiste, diventando altra cosa da quel che era, sarebbe ora ancora più solida e operativa di quel che si pensi.
Ad esempio, vi sono fondati sospetti che lo stesso vice-presidente iracheno, Izzatt Ibrahim, sunnita, fervente nazionalista e membro praticante di varie sette e confraternite sufi ed esoteriche, anche se gravemente malato abbia ancora una forte influenza, diretta o indiretta, su parte della resistenza irachena. Al suo fianco vi sarebbe stato, almeno per un certo tempo, Rafi Tilfah, già direttore della sicurezza generale (Dsg), che secondo l’ex ispettore americano dell’Onu Scott Ritter, recatosi più volte nei suoi uffici, avrebbe avuto una mappa assolutamente perfetta dei movimenti e dei militanti islamisti presenti in Iraq e non solo. Un tesoro inestimabile per chiunque avesse voluto organizzare un qualsiasi movimento di resistenza. Inoltre la Dsg avrebbe tenuto abitualmente ad ufficiali ed esperti delle varie armi, in un capannone vicino ad un aeroporto in disuso ad Abu Ghraib, il “Direttorato per le operazioni speciali”, corsi su come condurre una resistenza clandestina basata essenzialmente sull’uso di micidiali bombe artigianali da collocare lungo le strade (le famose Ied che fanno strage di marines); e secondo lo stesso ex ispettore americano, già mesi prima della guerra molti di questi ufficiali avrebbero ricevuto l’ordine di mettersi in borghese e scomparire nella società, magari passando all’opposizione.
Il secondo elemento necessario per condurre una resistenza così efficace è senza dubbio la conoscenza del terreno e di tutti coloro che lo abitano. A tale proposito, sempre secondo Scott Ritter, nel quartiere generale dei servizi segreti nella zona bene di al Mansour, a Baghdad, vi sarebbe stato un ufficio speciale incaricato di redigere rapporti su tutti gli abitanti della zona compresa tra il palazzo presidenziale e l’aeroporto internazionale di Baghdad, l’area che ancor oggi è la più pericolosa per i convogli americani.
Secondo vari studi sulla guerriglia, ogni 100 resistenti vi dovrebbero essere tra 1.000 e 10.000 abitanti che li sostengono e li proteggono. Se quindi è vera la valutazione fatta dal nuovo capo dei servizi iracheni filo- Usa, gen. Muhammad Abdullah Shahwani, secondo il quale la resistenza irachena avrebbe un nocciolo duro di almeno quarantamila combattenti attivi, sarebbero centinaia di migliaia gli iracheni che la sostengono attivamente, un vero piccolo ma ben addestrato esercito. Gli ispettori Onu americani avrebbero passato i loro rapporti sulle operazioni speciali ai servizi Usa, ma questi non sembra ne abbiano fatto buon uso. Anzi. Il fatto che in caso d’occupazione nessuno avrebbe dovuto insegnare agli iracheni come resistere agli eserciti invasori, non sembra affatto sia stato tenuto in considerazione dalle truppe occupanti.
Del resto, al di là delle posizioni ideologiche, sia la resistenza nazionalista che quella islamista concordano sull’obiettivo di impedire la stabilizzazione dell’Iraq sotto il controllo americano. Detto questo, le loro agende sono tuttavia diversissime: gli uni pensano ad un Iraq libero e moderatamente islamico, gli altri vedono la resistenza in Iraq come parte della guerra santa contro “l’Occidente che calpesta il suolo dell’Islam”.
Vi è poi un terzo gruppo, quello che farebbe riferimento al giordano Abu Musab al-Zarqawi, che negli ultimi mesi – soprattutto da quando Osama bin Laden l’ha nominato capo della resistenza in Iraq suscitando lo sdegno degli altri leader locali – ha accusato un certo isolamento sia per il suo disinteresse per le sorti dell’Iraq e degli iracheni, sia per il fatto che il suo capo è giordano, e pure per i suoi toni apertamente razzisti nei confronti degli sciiti, risorsa preziosa per chiunque voglia combattere gli americani in Mesopotamia.
Inoltre, se degli ex baatisti operano in alcune zone sotto il comando degli sheik locali fondamentalisti, in altre, come nei quartieri di Dora, Gazhaliya, Sayidiya, i militanti del Baath sono usciti recentemente allo scoperto distribuendo volantini e comunicati, come quello redatto il mese scorso, in occasione della giornata delle forze armate, nel quale si annuncia alla popolazione che “l’esercito iracheno si è riorganizzato per la lotta popolare di liberazione nazionale”. Certamente è un testo al quale è difficile credere, ma forse in esso ci potrebbe essere un briciolo di verità.

PRIMI NEGOZIATI CON LA RESISTENZA?

Lo scorso 5 marzo, dopo due settimane di bombardamenti sulle città di Ramadi, Hit, Hadhita e su decine di piccoli centri che si trovano lungo la valle dell’Eufrate in direzione del confine con la Siria, l’esercito Usa ha posto fine alla propria offensiva nella provincia di Anbar. Al momento del ritiro, sabato 5 marzo, gli americani avrebbero anche liberato la moglie incinta di un leader della resistenza di Ramadi, presa in ostaggio la sera prima in un ospedale locale come forma di pressione sul marito in clandestinità.
Il dato interessante della fine delle operazioni a Ramadi – chiesta tra l’altro agli Usa dal movimento della pace italiano per favorire il rilascio di Giuliana Sgrena – non sta tanto nel fatto in sé, quanto nelle trattative che l’hanno preceduta tra gli occupanti e alcuni esponenti dell’ Associazione degli Ulema sunniti, che rappresenta oltre 3.000 moschee e più in generale tutta la comunità sunnita completamente emarginata dagli occupanti a livello politico-istituzionale. Sono gli stessi Ulema che si sono mobilitati nel caso di Giuliana Sgrena con duri comunicati di condanna del rapimento e inviti ai sequestratori a rilasciarla. “Se sono musulmani e se sono resistenti la tratteranno molto bene e la rilasceranno presto”, ci aveva rassicurato Abdel Salam al Qubaisi lo scorso 7 febbraio nella sede dell’Associazione, la moschea di Um al Qura alla periferia ovest di Baghdad.
La mediazione portata avanti dagli Ulema si sarebbe inserita in un più vasto processo negoziale, iniziale e ancora fragile, tra gli stessi americani, le autorità religiose sunnite, alcuni esponenti della resistenza nazionalista e alcuni esponenti del partito Baath e del vecchio regime. In realtà gli Ulema, rimasti soli a rappresentare la loro comunità, avevano già avuto un certo ruolo negoziale ai tempi del primo assedio a Falluja, lo scorso aprile (portato avanti anch’esso dallo sheik Abdel Salam al Qubaisi), ma erano poi stati ignorati ed emarginati per molti mesi dagli Usa, decisi ad escludere i sunniti dal processo politico-elettorale.
Per partecipare alle elezioni del 30 gennaio, nel corso di un primo incontro ai primi di gennaio con i rappresentanti dell’ambasciata americana sponsorizzato dall’ambasciatore francese, gli Ulema avevano formulato un’unica richiesta: la fissazione di una data per il ritiro delle truppe Usa dal paese. Il rifiuto di Washington fu però totale. All’ indomani delle elezioni, i rappresentati dell’Associazione degli Ulema hanno poi lanciato un invito pubblico alla comunità sunnita affinché desse vita ad un soggetto politico unitario in grado di rappresentarla. Un organismo, però, che goda anche della fiducia dei principali gruppi della resistenza (ad eccezione dei settori vicini ad al Qaida) e che possa in qualche modo negoziare per loro conto con gli occupanti.
Tra i consiglieri spirituali della nuova rappresentanza politica sunnita ci dovrebbe essere, tra gli altri, anche il famoso Ahmed al Qubaisi, in esilio negli Emirati, noto per aver detto no sia a Saddam Hussein che a Paul Bremer, e nume tutelare della moschea di abu Hanifa ad Adhamiya.
Parallelamente, secondo quanto hanno riferito sia fonti locali sia il settimanale Ti m e, vi sarebbero stati nelle ultime settimane i primi contatti tra alcuni alti ufficiali americani, un esponente della resistenza e un esponente del partito Baath. La delegazione della resistenza avrebbe chiesto agli Usa di porre termine all’offensiva contro le zone sunnite e soprattutto di fissare una data per il ritiro delle truppe.

UN FRONTE CONTRO L’OCCUPAZIONE

Nell’ambito di questo processo di formazione di un punto di riferimento politico per la comunità sunnita e per coloro che combattono contro l’occupazione, lo scorso 15 febbraio è stato formato un nuovo Fronte Patriottico, composto da varie forze sunnite, sciite e laiche, che ha proposto ai partiti al governo con gli Usa un “dialogo nazionale” a condizione che venga fissata una data precisa per il ritiro delle truppe di occupazione. L’iniziativa è stata promossa dall’Associazione degli Ulema musulmani, dall’Università dello sheik sciita Jawad al Khalisi, dal movimento del leader sciita radicale Moqtada al Sadr, dal Fronte Patriottico di liberazione (arabi nazionalisti ed ex baathisti), dall’Iraqi National Foundation Congress, dal Partito dell’avanguardia nasseriana, dal Consiglio per la volontà della donna, dall’Unione progressista degli studenti, dal raggruppamento arabo di Kirkuk e dall’Unione delle donne repubblicane. Il nuovo fronte della resistenza politica all’occupazione ha avuto nei giorni scorsi due incontri, i primi di questo genere, con i due raggruppamenti, quello sciita e quello curdo, che hanno vinto le elezioni farsa del 30 gennaio boicottate dalle opposizioni.
Nel corso degli incontri, che hanno avuto luogo nella moschea di Um al Qura a Baghdad, sede dell’Associazione degli Ulema, per bocca del portavoce Muthanna al Dhari il Fronte dell’opposizione ha proposto l’apertura di un “dialogo nazionale” sulla base di alcune irrinunciabili condizioni: fissazione di una data – garantita internazionalmente – per il ritiro delle truppe di occupazione, riconoscimento del diritto del popolo iracheno a resistere con le armi alle forze occupanti, abolizione del criterio etnico-confessionale introdotto dagli Usa nella vita politico-istituzionale irachena, liberazione dei prigionieri dalle carceri Usa, un cessate il fuoco generale, rifiuto di qualsiasi divisione dell’Iraq su basi etniche o confessionali.
Non sembra che per il momento la risposta dei partiti filo-Usa a queste richieste sia stata positiva. In ogni caso, il fatto stesso che tali incontri si siano svolti testimonia la nascita e la legittimità di questo nuovo Fronte, deciso ad opporsi con ogni mezzo all’occupazione americana dell’Iraq.