“Sentirsi tassello intelligente di un mosaico mobile”

*Professore di Storia Contemporanea Università di Pisa Direttore della rivista “900”

Chi si aspettasse dal libro di Rossana Rossanda, La ragazza del secolo scorso (Einaudi 2005), una sorta di diario, resterebbe sicuramente deluso. E deluso sarebbe chi si attendesse pagine fitte di memorie, riflessioni intime, racconti privati dell’esperienza politica individuale. Delusissimo poi si ritroverebbe chi volesse ripercorrere le vicende di un segmento importante della storia della sinistra italiana, quelle del gruppo di il manifesto. No. Nel volume che Rossanda ci consegna non v’è nulla di tutto questo, seppure tracce di memoria vi siano, come anche spunti per porre interrogativi sulla nascita del “quotidiano comunista”, che pure resta estraneo al racconto. Né si troverà nessun ossequio all’attuale indulgere alla memorialistica, alla riduzione al soggettivismo del ricordo, alla presunta autenticità dell’esperienza individuale contrapposta alla monumentalità della testimonianza. No. Il volume di Rossanda è piuttosto un saggio nel senso antico e letterale del termine. È sia ricerca che prova: ricerca (cioè analisi) intorno alle ragioni di trasformazione del Pci in un partito di massa all’uscita dalla guerra, nonché sul suo peculiare percorso – almeno sino a quando Rossanda l’ha condiviso – nell’Italia repubblicana; e prova (cioè esercizio) di maturità, di capacità di distacco da quella storia – anche individuale, oltre che collettiva – per interpretarne le specificità e le caratteristiche peculiari, per coglierne l’unicità e al contempo le origini del rapido tramonto (nel senso dell’individuazione dei fattori costitutivi di tale fenomeno storico dopo che si sono manifestati in esso). Si tratta insomma di un libro scritto con la fluida e coinvolgente penna che già conoscevamo dalle precedenti pubblicazioni e soprattutto dagli innumerevoli e preziosi interventi sul giornale. Ma anche di un saggio denso, serrato nell’argomentazione, teso a ricostruire e interpretare, a capire piuttosto che a raccontare. Che parla di ieri, ma non con lo sguardo rivolto all’indietro. Un saggio non storico ma certo storiografico, e al contempo eminentemente politico, perché mira all’intelligenza del passato per un’esigenza di comprensione del presente (e forse di immaginazione del futuro), perché interroga quella storia – di sé e del partito – per offrire materiali di riflessione per l’oggi, ma senza appiattirvisi, senza perdere il senso del mutamento, della storicità delle situazioni che si susseguono nella vita delle società. Il ricorso alla memoria – un “fatto tra i fatti”, scrive in una iniziale e più che sintetica nota redazionale – è dunque strumentale, non un fine in sé. Il ricordo – con vezzo appena snobistico – non è quindi sottoposto a verifica. Addirittura, nella sua dimensione di notizia del passato (una data, la collocazione nel tempo e nello spazio di un episodio) è spesso confuso, quando non pro- priamente erroneo, sbagliato. Ma sempre vero nella sua essenza, nel suo cogliere e rivelare un dato di realtà, nel suo farsi guida rigorosa all’accertamento del significato storico, politico, culturale dell’esperienza comunista nell’Italia della parte centrale del Novecento. Per questa ragione i primi capitoli, soprattutto i primi tre, via via sfumando sino a scomparire del tutto nei successivi, sono incentrati sul racconto familiare: perché sono quelli in cui si ripercorre l’educazione sentimentale di una giovane ancora inconsapevole di sé e del mondo di allora, degli anni tra le due guerre. Per questo la dissolvenza dalla sfera del privato alla dimensione integrale del politico si consuma nei capitoli sull’esperienza della guerra e la partecipazione alla Resistenza. Perché il racconto registra in presa diretta ciò che realmente accade, cioè il passaggio dal silenzio dell’incoscienza alle domande su quanto andava accadendo intorno, sull’essere messa “spalle al muro” (p. 59). Il superamento di quell’ultimo “annidarmi nella mia conchiglia” (p. 62) si consuma tra il 1942 e il 1943, tra quando il clima si fa più teso e la guerra più vicina, con l’arruolamento dei giovani compagni di scuola e con la perdita della casa a causa di un bombardamento, e quando il 25 luglio 1943 cade il fascismo in un “afflosciarsi senza decenza” e si consuma una “mediocre resa dei conti”, nella cornice di un “sanguinoso ridicolo” (p. 67). Improvvisamente si interrompe il silenzio, quel non parlare che connota la vita di tanti italiani durante il fascismo, il lungo esilio interno sotto il regime mussoliniano. Un silenzio che era espressione di timore, talora di rassegnazione. E che i genitori di Rossanda interpretano come strumento di difesa delle figlie: tacere e lavorare “per darci i mezzi di venirne fuori come persone, pareva la sola scelta dignitosa che restasse, ed era invece un derisorio, o penoso, sottrarsi all’alluvione” (p. 68). Nell’estate del 1943 si apriva invece un nuovo scenario, dove “cercare da sola, andare fra gli altri, chiedere, ascoltare, sentire. Fu un agosto di collera e di impotenza, era troppo quel che non avevo visto o capito, che avevo allontanato o disinnescato. Sbattevo come una mosca in un bicchiere, un pipistrello sui muri”. Almeno sino a quando non ha luogo l’incontro con i comunisti, anzi con un comunista, più precisamente ancora con un intellettuale comunista, Antonio Banfi. Un professore universitario e una ragazza “in cerca di una bussola” (p. 73), che immagina i comunisti come i poveri, violenti e temibili, della Spagna della guerra civile. Una lista di titoli da leggere, letti senza prendere fiato in due giorni: Laski, Marx, Lenin, De Ruggiero. Ed ecco che “macigni interi cui ero passata accanto andavano a un loro posto, non potevo più fare come se non ci fossero o fossero fatali […] era una presa d’atto senza più rinvii possibili […] addio alla mia intangibilità, addio al sobrio e tiepido futuro, alle lodevoli ambizioni, addio all’innocenza” (p. 74). È certo un accostamento al comunismo che può forse apparire ingenuo ed emotivo (ma si può forse prescindere dall’emozione, il motore primo dell’agire umano?), persino intellettualistico e astratto. Ma è certo un’ insopprimibile esigenza di parola dopo tanto silenzio – la necessità di trovare le parole per descrivere e capire ciò che accade all’intorno – a spingere in quella direzione proprio in quella forma. È il bisogno di capire, di fare senza attendere oltre, che rende possibile l’incoscienza della domanda-invocazione rivolta a Banfi: “mi hanno detto che lei è comunista”. È senz’altro la scoperta improvvisa di un altro mondo, quello operaio, mai davvero guardato prima, e incontrato – quando gli occhi furono finalmente capaci di vederlo – su un tram dove tre uomini anonimi improvvisamente assumono il contorno simbolico, ancorché umano, della “fatica senza luce”, delle “cose del mondo che evitavo, sulle quali nulla si poteva. Come nulla potevo sui poveri, un’elemosina e via. Le teste ciondolavano, scosse a ogni svolta del tram, i visi non li vedevo. Era con loro che dovevo andare” (p. 74). Del resto, che sia la guerra a segnare il distacco di porzioni sempre più significative della popolazione dal regime è stato ampiamente documentato, tanto dalla ricerca storica quanto dalla memorialistica. Ed è un distacco in primo luogo esisten – ziale. Ci si allontana per le sempre più difficili condizioni di vita, che pongono in risalto la distanza tra i proclami propagandistici e la realtà quotidiana. Per l’irrompere della guerra in casa, attraverso i bombardamenti e le notizie di uomini che non torneranno più dal fronte, oltre che per lo svolgersi dei primi combattimenti sul suolo italiano. Per il penoso spettacolo offerto sia dal fascismo che dalla monarchia nell’abbandono del paese e dei suoi cittadini a se stessi, senza alcuna preoccupazione per l’implosione istituzionale, per la dissoluzione di qualsivoglia autorità in grado di guidare un paese che si apprestava a passare dall’ipocrita “non belligeranza” alla dilaniante cobelligeranza a fianco degli Alleati. In questo quadro, come migliaia di altri suoi coetanei, Rossanda cerca una bussola, un punto di riferimento, una porta d’accesso alla compren sione di quanto accade, e, soprat- tutto, una guida al bisogno di fare, di non rimanere ancora in silenzio, in uno stato di neutralità individuale non più procrastinabile. Nelle sue pagine traspare la necessità della scelta. Ma di una scelta che ha poco o nulla dell’antifascismo consapevole, dell’analisi politica e della pratica della clandestinità. È la scelta dettata dalla passione e dalla situazione, dal sentimento e dalle cose, quasi che Rossanda fosse stata scelta piuttosto che essere stata protagonista dell’atto di scegliere: “alle tempeste del mondo non si sfugge […] una volta sbattuto il muso sullo stato delle cose c’era poco da elucubrare, o di qua o di là, o con i fascisti e i tedeschi, o con il brandello di un altro paese” (p. 77). È in questo senso che il suo, come quello di molti altri in quei giorni, è in prima istanza un antifascismo esistenziale. Ma questa è solo la soglia, l’ingresso in un’altra dimensione, quella in cui vivevano e combattevano la loro battaglia quotidiana i comunisti – “uno qui, uno là, pochi, la compartimentazione era severa […] i più fermi del Cln” (p. 86). Molti di loro erano operai, “figure taciturne [che] sembravano le sole che non avevano dimenticato quel che era successo a loro o al loro padre, ma senza lamenti, come se fosse proprio della loro condizione essere disincantati e memori”. In questa serietà disincantata, nel rigore mugugnante, nella capacità di rammemorare, nella fermezza, nell’essere “naturalmente rossi” (p. 87) non si individuano solo i primi tratti impressionistici della descrizione dei comunisti, e di ciò che di loro attrae giovani bisognosi di intransigenza e rigore morale. In essi già si addensano gli elementi costitutivi dell’immagine che si va elaborando dell’uomo comunista. “Essere comunisti voleva dire essere i più decisi”, ricorda Rossanda. Chi lo diveniva nel corso dei venti mesi partigiani era “gente particolare, nata allora, decisa e, mi pare, risolutamente realista” (p. 88), diversa dai non comunisti, perché “i più sicuri, i più solidi” (p. 89), sino a consolidare una duratura rappresentazione in termini di diversità positiva, maturata “dentro di noi senza che ce ne avvedessimo”. Anche per questo forse dubitò che nell’immediato dopoguerra fosse giusto accogliere nel partito chi “aveva subito gli eventi”, cosicché “i partigiani e la rete clandestina sprofondavano dentro un’altra massa […] un altro fare” (p. 115). È il “partito nuovo” togliattiano, quello che si intravede dietro questa “altra massa” che pratica un “altro fare”. Non era certo il partito di Lenin quello che si andava costruendo, nota Rossanda. Non un partito di avanguardie rivoluzionarie, ma di una classe dirigente condannata alla clandestinità e forgiata alla cospirazione, che ora tentava di costruire un partito di massa, di accogliere la sfida della democrazia – convincere e, su quel terreno, vincere. Le masse andavano condotte al partito, conquistate ad esso, educate al disegno della “democrazia progressiva”. “Era un popolo che si unificava in nome di un’idea forse semplificata della società, fra dubitose domande e meno dubitose risposte […] il partito si sforzava fin ossessivamente a vedersi nel mondo e vedere il mondo attorno a sé […] a ciascuno la sua propria vicenda cessava di apparire casuale e disperante, prendeva un suo senso in un quadro mondiale di avanzate o ripiegamenti” (p. 118). I comunisti, insomma, “configuravano una società altra dentro a questa”, e perciò “si volevano i più uguali e i più disciplinati, gli sfruttati e gli oppressi ma sicuri di capire più degli altri le leggi che fanno andare il mondo, con semplicità e presunzione. E convinti di essere sempre un po’ al di sotto del loro proprio ideale e quindi moralisti, severi con gli altri e quella parte di sé che rischiava di essere l’altro” (pp. 118-9). È a questo partito che Rossanda dedicherà una parte importante della propria attività e della propria vita, anche accettando di viverla divisa – tra l’essere donna e l’essere persona, tra “groviglio interno e mondo fuori” (p. 109). E sulla rinuncia del femminile per sentirsi persona – quanto lacerante? nel libro non vi sono risposte nette al riguardo, piuttosto la registrazione di un aspetto ineliminabile della scelta della militanza ma anche dell’autonomia individuale – occorrerà riflettere in maniera non scontata per comprendere il rapporto delle donne con la sfera della politica e viceversa per individuare alcuni tratti specifici del “fare” politica e dell’essere individuo nel Novecento. Giunti al dopoguerra, esaurita la fase di formazione e poi di adesione al comunismo, si apre un libro nel libro: scorrono le pagine – oltre la metà del totale – dedicate a riattraversare criticamente i poco più che vent’anni trascorsi da Rossanda come funzionaria e dirigente di partito. E di nuovo si ha l’impressione che la decisione di entrare nell’apparato lasciando il lavoro presso l’editore Hoepli sia il frutto di una scelta senza vere alternative, dell’impossibilità di non essere parte della costruzione del partito, di partecipare attivamente ad un progetto nel quale il singolo confluiva, si amalgamava con tanti altri in una inedita ed entusiasmante dimensione collettiva. “Erano le idee, il progetto, il partito che contava, non il singolo, perché nessuno da solo ce l’avrebbe fatta” (p. 120). Intesa come adesione partecipe, quella dimensione collettiva era stata negata dal fascismo, che l’aveva viceversa promossa come mobilitazione passiva, come inquadramento dall’alto e sotto forma di controllo. Mentre ora, invece, questa mobilitazione attiva dava un senso anche individuale al proprio essere nella società, non si era più soli ad affrontare i problemi del vivere, ma li si condivideva con altri nella sensazione che fossero espressione di una situazione sociale complessiva, che non colpiva il singolo ma la classe. Ed era insieme – solo insieme – che operai e contadini potevano “appendere le pene della loro vita a una ragione più grande, una speranza” (p. 128); era insieme che si doveva fare per mutare quella situazione, laddove il miglioramento individuale avrebbe potuto realizzarsi solo attraverso il miglioramento collettivo delle condizioni di vita. “È che uscivamo dalla guerra con un rifiuto indelebile della disuguaglianza fra gli uomini” (p. 147), ricorda Rossanda. Per entrare in una fase – tra il 1945 e il 1947 – che si è fissata come “l’immagine della lotta di classe allo stato puro in una fase non rivoluzionaria, dentro steccati statuali e internazionali ben fermi” (p. 119). Certo, questo “implicava una precedenza su ogni progetto personale” (p. 121), significava essere assorbiti in una dimensione totalizzante della militanza. Ma non si riusciva neppure a pensarsi diversamente, tanto radicata era la convinzione che si stesse lavorando per un futuro migliore, e che non fosse dato un modo diverso di essere militanti: “per la mia strada personale ci fu sempre meno spazio, ma che mi prenda un fulmine se riesco a definire, prima di trovarmi in comitato centrale, il giorno in cui ne presi atto. Né ero assillata dalla domanda ‘ma che stai facendo?’ Ogni giorno conteneva i lineamenti del giorno successivo. Anche se mi venivano gran botti di malinconia” (pp. 147- 8). E ciò ricorda ai facili critici odierni del senno di poi che allora vi era un modo di sentirsi parte della vita del partito, di essere dentro la storia, anche di dare un senso alla propria esistenza, che non poteva immaginarsi fuori da quella totalità dell’impegno personale. Solo il mutare degli stili di vita grazie al consumo di massa, e il progressivo venire meno del sogno di un futuro diverso, farà sì che “essere insieme non basta più” (p. 120), che l’entusiasmo si traduca in insoddisfazione, che la totalità sia percepita come oppressiva del sé. Ma questo è un sentimento che va storicizzato, cha data solo da quando – tra gli anni Settanta e gli Ottanta – viene definitivamente meno la convinzione della possibilità di un futuro diverso, da quando il senso dell’impresa collettiva, del sacrificio personale che comporta, non appare più ripagato dall’attesa del domani che verrà, lasciando solo l’oggi, frustrante, faticoso, difficile. Ma sino ad allora quella del partito “era un’esperienza piena […] Come far capire che per noi il partito fu una marcia in più? Ci dette la chiave di rapporti illimitati, quelli cui da soli non si arriva mai, di mondi diversi, di legami fra gente che cercava di essere uguale, mai seriale, mai indipendente, mai mercificata, mai utilitaria. Sarà stata un’illusione, un abbaglio […] Ma una corposa illusione e un solido abbaglio, assai poco distinguibili da un’umana realtà […] Fa spavento, e non manca di una certa comicità, la corrusca buona fede dei comunisti. Non vorrei non averla conosciuta. Sentirsi tassello intelligente di un mosaico mobile, intrisi nelle esistenze e nei bisogni altrui, disinteressati e convinti di usare il proprio briciolo di gerarchia per il bene comune, è un’esperienza forte” (p. 213). Il partito, per Rossanda come per molti di quella generazione, “era lo strumento per cambiare o non era niente” (p. 274), “e cambiare si poteva ma sarebbe stato – la guerra lo mostrava – terribilmente faticoso” (p. 296). Questo, in fondo, è il senso originario dell’adesione al Pci: “i comunisti erano i soli a negare l’inevitabilità del non umano. Anche se ne avevano fatte di tutti i colori era perché credevano in questo, erano su piazza per questo principio ed erano abominati non per i loro vizi ma per questa loro virtù […] Finché il Pci organizzò ed espresse i senza mezzi di produzione, i suoi limiti e rozzezze e settarismi o prudenze furono sopportabili” (pp. 296-7). In questa prospettiva, si trattò certamente di “una scelta di ragione”, ma anche di “una parte di me”: “come sopportare che i più fra coloro che nascono non abbiano neanche la possibilità di pensare a chi sono, che faranno di sé, l’avventura umana bruciata in partenza? […] non posso che cercare di cambiare – anche ridurre, lenire (non sono una fantastica) – uno stato di cose al quale non posso stare. Non è una scelta, è una condizione” (p. 296). Questo spiega dunque l’esperienza nel Pci della Rossanda, il suo permanervi anche in presenza di forti perplessità sugli orientamenti prevalenti. Perché al partito non si davano alternative, non almeno alla sua natura di strumento per cambiare collettivamente il mondo. Si poteva criticarlo, anche aspramente. Soffrirne i limiti e le contraddizioni. Ma non lasciarlo per un ritorno al privato o per una diversa – e, almeno sino a tutti gli anni Sessanta, sconosciuta – destinazione. Interrogandosi riguardo alla vicenda di Ernst Fischer, il filosofo austriaco emarginato dal partito che però non abbandonò, conclude che “uscirne [dal partito] significava non potere fare nulla salvo scrivere, nulla di quel che gli premeva al mondo. Neppure io ho lasciato, hanno dovuto mettermi fuori” (p. 181). Inoltre, il partito rappresenta un luogo d’incontro senza pari. Nel dopoguerra il Pci riesce a tenere assieme operai del nord e contadini veneti o del sud, intellettuali che rinunciano al proprio ambiente e trovano nel partito una nuova comunità d’appartenenza (e ciò non è senza ricadute sulla loro chiusura difensiva a tutela dell’ortodossia e dell’acquisita identità), giovani e anziani, uomini e – con i limiti già richiamati – donne. È un partito di tutti, in crescita, convinto del proprio futuro, un potente mezzo di educazione civica collettiva, per alcuni – molti – il solo luogo di acculturazione e alfabetizzazione politica, addirittura un veicolo di emancipazione. Non appare quella macchina burocratica rigida e impacciata, onnivora e pesante, che l’esperienza del suo ultimo tragitto – più che della fase stalinista – e un distorsivo senso comune hanno rappresentato. Si pensi alla stessa attribuzione a una Rossanda meno che trentenne della responsabilità della Casa della Cultura di Milano, con la garanzia da parte della federazione cittadina del partito di avere carta bianca. E meno che quarantenne chiamata a Roma a dirigere la sezione culturale. Lo immaginate possibile oggi, in questa ossificata e gerarchica gerontocrazia dove i giovani invecchiano nello stato di perenni “ragazzi di bottega”, per poi trovarsi di colpo invecchiati senza aver vissuto una piena, non subalterna e non conformista, maturità? Ma il Pci non sono solo i comunisti, ma anche il suo gruppo dirigente, le sue strategie. Qui il quadro si fa assai impietoso. Ed è quello di una élites politica incapace di capire il paese nel quale deve operare, come anche di condurre sino in fondo l’originalità del partito italiano, il suo essere di massa ed accettare il confronto sul terreno della democrazia, staccandosi definitivamente dal legame con Mosca (e non tanto sul piano dei rapporti internazionali, quanto della convivenza della cultura del partito nuovo con quella settaria, elitista e convenzionalmente rivoluzionaria del modello sovietico). Il silenzio del partito sull’Est non fu rotto nel 1948, al momento dei fatti di Praga, sopravanzato dalla preoccupazione per le prime elezioni politiche e per ciò che sarebbe stata l’Italia, per la necessità di difendersi dagli attacchi e dalla propaganda anticomunista – la cui reale posta in gioco era il rapporto tra le forze sociali piuttosto che il pericolo sovietico – della Dc. Non fu rotto nel 1956, quando la stessa Rossanda vive una pesante lacerazione, cui fa risalire il precoce incanutimento dei capelli, addensata nel ricordo di una foto in cui due operai ridono sotto il corpo di un funzionario comunista ungherese impiccato ad un lampione: “i comunisti che si fanno odiare hanno sempre torto. E quello era un odio massiccio, sedimentato, non si arriva a queste enormità senza un’offesa lungamente patita” (p. 176). Se in una prima fase il silenzio e l’imbarazzo furono possibili grazie al “senso di esenzione dalla responsabilità” (p. 132) garantito dal partito nuovo togliattiano, in seguito “non vi furono fra i comunisti italiani né vere domande né vere risposte. Né una vera ricerca. […] Quel che fecero i partiti comunisti fu di mettere delle toppe e augurarsi che la trama tenesse senza sbregarsi del tutto. Fino all’ultimo per il Pci l’Urss restò il cugino poco presentabile ma potente, con il quale non aprire un conflitto frontale […] E così il Pci andò cieco e ammutolito fino al 1991” (p. 184); “il non dire fu l’errore più grande – fu questo a minare le fondamenta e a produrre il crollo del 1989. Questo fu la vera doppiezza, non la doppia lealtà” (p. 186). L’incapacità di misurarsi tempestivamente con la questione sovietica ha avuto un corrispettivo nell’inadeguatezza a cogliere i problemi del paese, a interpretarli politicamente, a comprenderne gli effetti disgregatori sulla stessa base del partito. Tra i rilievi che più tornano nell’excursus di Rossanda vi è infatti la registrazione dell’inadeguatezza del Pci nel leggere il paese, le sue caratteristiche sociali, politiche, culturali. Alcuni esempi: negli anni successivi la sconfitta del 1948, nell’Italia di De Gasperi e Scelba, “eravamo così pesti che ci sfuggì per un pezzo che la Dc non si limitava a reprimere, costruiva un nuovo blocco sociale” (p. 141); ed inoltre “per molti anni non sapemmo bene dove il paese stava andando […] eludemmo il che fare in una fase che non era solo restaurazione ma ricollocazione delle figure politiche e sociali” (p. 143). Negli anni Cinquanta “il partito continuava a dire che il capitalismo italiano era vecchio e inerte e che toccava a noi sollevare le bandiere lasciate cadere dalla borghesia” (p. 164), ma al centro- nord lo schema non funzionava, poiché il padronato sapeva anche riorganizzare investimenti e lavoro. Nel 1956, all’VIII congresso, vinse la linea del centro del partito, quella che voleva che il Pci continuasse ad essere ciò che era stato, senza variazioni di strategia: “noi milanesi – la critica alla “sensibilità meridionalista” del gruppo dirigente, al guardare l’Italia “da sotto in su”, è una costante del giudizio di Rossanda – li definivamo più che ‘stalinisti’, ‘romani’, innamorati d’un popolo quasi plebe, degli umiliati e offesi invece che dei proletari […] Gli operai non erano pittoreschi, erano classe operaia o niente, senza politica niente” (pp. 189-90). E, conclude, “il ‘che cosa’ del socialismo li interessava meno del ‘come’ arrivarci, e scontavano di arrivarci con una minorità sociale, dalla quale – pensavo – era dipeso quel che era avvenuto con Stalin […] cominciai a sospettare che per molti di loro la ‘via italiana’ volesse dire nessuna discontinuità nella struttura sociale e nello stato” (p. 192). Ciò che più pesa nel giudizio critico di Rossanda è però la mancata occasione degli anni Sessanta, quando la sempre più impetuosa trasformazione del paese – e la ridefinizione degli equilibri politici con l’esperimento della formula di centrosinistra – rimette in movimento gli assetti preesistenti, apre nuovi spazi al partito nel proporsi come il potenziale interprete delle inquietudini sociali e culturali (“è il crescere che dà coraggio. Se c’era un momento da afferrare per il ciuffo, era quello”, p. 315). L’attenuarsi dei toni della guerra fredda, la rottura dello storico equilibrio tra bassi salari e bassi consumi con l’accesso al consumo di massa, le nuove culture giovanili – dei giovani rampolli della borghesia quanto dei giovani operai, inclini ad una ridefinizione dei rapporti tra politica, lavoro e vita, alla rimessa in discussione dei modelli di famiglia: tutto ciò apriva nuovi territori all’azione del partito, nuovi spazi da frequentare all’interno delle contraddizioni del processo di modernizzazione all’italiana, che spostavano di nuovo a sinistra la società. Invece, “il Pci non avrebbe colto quella maturazione, né l’avrebbe rappresentata” (p. 251). Dal convegno sulle Tendenze del capitalismo italiano (1962) al successo elettorale del 1963, dall’XI congresso del 1966 all’atteggiamento verso il Sessantotto, il partito descritto da Rossanda pare mancare ogni appuntamento decisivo, rivelando una strutturale inabilità a misurarsi con la modernità in cui l’Italia andava baldanzosamente facendo il proprio ingresso. “Ma gli intellettuali comunisti del mezzogiorno parevano considerarla un incidente di percorso, un vuoto rispetto alle magnifiche sorti che avrebbero saldato direttamente un nobile passato a un libero futuro […] da Roma in giù si divagava su un’autonomia del politico che appena uscito da uno schema positivista perdeva di vista i rapporti di produzione, la sua base materiale” (p. 262). Al punto che “il Pci non avvertì le modifiche della costituzione materiale del paese o temette di esserne incalzato, né il mutamento nella soggettività sociale – penso che Aldo Moro lo abbia capito più che le Botteghe Oscure” (p. 268). Che gli anni Sessanta costituiscano il momento più importante – non solo della storia del Pci, ma del suo stesso tragitto nel partito – Rossanda lo rende evidente anche nello spazio dedicato a discuterli: praticamente un terzo dell’intero volume è consacrato a quel decennio. E non v’è da dubitare della crucialità dei lunghi anni Sessanta, come qualcuno li ha definiti a ricomprendervi il decennio successivo. Ma certo l’enfasi di queste pagine è dovuta anche alla vicenda politica personale, all’essere quello il momento in cui Rossanda e i suoi “compagni di strada” combattono la loro più importante battaglia politica dentro il partito dal quale verranno cacciati a fine decennio proprio per le posizioni assunte in quello scontro interno. E di lì, come ampiamente noto, sarebbe sgorgato “il manifesto”. In quelle pagine – qui richiamate nella loro essenza di giudizio – si concentra dunque la cifra dell’interpretazione di Rossanda della storia del Pci e dei comunisti. Già, perché nel volume – oltre le intenzioni dell’autrice, credo – si profila sempre più marcato un dualismo tra il partito come luogo dei suoi militanti, i comunisti appunto, e il partito- partito, come lei stessa lo definisce, cioè la dirigenza che elabora la linea politica e l’apparato che si incarica di metterla in opera. Il partito- luogo è quello che Rossanda rievoca per la sua generale valenza politico- culturale: è il partito-educatore, che alfabetizza e contribuisce all’emancipazione; è il partito-strumento per cambiare, fuori del quale, se non proprio impossibile, è comunque assai difficile “fare assieme”, impegnarsi per mutare – migliorare – il mondo. Mentre il partito- partito – egemonizzato da una dirigenza romano-meridionale lontana e ostile al farsi della modernità capitalistica, e per questo attardato a misurare il caso italiano in base a modelli astratti di sviluppo, a imperniare la sua azione sul momento politico-istituzionale e considerare strumentale la dinamica economico- sociale – appare strutturalmente incapace di recepire i profondi mutamenti in corso, quelli che erodono le fondamenta stesse su cui il partito si era edificato. Manca l’obiettivo di agganciarsi al mutamento sociale, di intravedere dietro l’ideologia del miracolo economico la realtà di un sistema dei consumi di massa che mette in discussione comportamenti sociali, stili di vita, culture del lavoro, pratiche della militanza, forme delle relazioni sociali e generazionali. Da questa “grande trasformazione” – sembra suggerire Rossanda – si sarebbe potuti uscire con un più forte radicamento sociale della sinistra comunista, con un partito che si facesse portatore di un diverso progetto di modernità. Se ne uscì invece barcamenandosi, guardando con ostilità moralistica alle forme esteriori del mutamento, non comprendendone gli assi strutturali che agivano in profondità sul corpo sociale, strumentalmente tentando di indirizzare il conflitto sociale e di capitalizzarne politicamente la capacità di controllarlo, almeno finché tale capacità vi fu. Così che questa mancata occasione – assieme alla rimozione della questione sovietica – pose le basi degli sviluppi successivi: favorì nel decennio successivo, e oltre, la vittoria del progetto di una modernizzazione non solidale, di una mobilitazione individualistica della società, di una atomizzazione del soggetto sociale, della definitiva rinuncia a qualsiasi ipotesi di alternativa al capitalismo. Portando a concludere che l’eredità positiva della storia del Pci non è stata tanto nella sua capacità di mutare la società italiana, quanto nell’attitudine a cambiare gli italiani che vi militarono. E se così è, forse il giudizio siglato su Togliatti può essere letto anche come un giudizio sintetico e conclusivo sull’esperienza del Pci nel primo trentennio repubblicano: “quanto lo avrei criticato negli anni Settanta lo rivaluto oggi, una volta accettato che il suo obiettivo non fu di rovesciare lo stato di cose esistenti ma garantire la legittimità del conflitto. Non so se fosse arrivato a pensare che era la condizione in assoluto migliore in occidente, o se al presente non si potesse fare altro. Propendo per la prima ipotesi, il nostro avanzare e mutare il paesaggio politico senza lacerazione e tragedie […] C’era il tempo per crescere e elaborare avanzando passo per passo, passi gramsciani, i caduti delle guerre di posizione essendo comunque meno di quelli delle guerre di movimento. A condizione di non cessarle, le guerre di posizione” (pp. 226-7).