Secolo americano turbocapitalismo e superguerra

Che cosa è accaduto nel decennio successivo allo scioglimento dell’Unione Sovietica? Come si è caratterizzato il sistema capitalistico in questa fase di espansione pressoché globale? Perché un decennio di conflitti unilateralmente gestiti dagli Usa e di conseguente crisi verticale del diritto internazionale? Quale la posta in palio, dal punto di vista economico e geopolitico? Quali le reali prospettive di invertire la tendenza al disastro?
Questo ed altro si è domandato Giulietto Chiesa nel suo ultimo libro, “La guerra infinita”, che costituisce un tentativo, ben riuscito, di squarciare il velo dell’informazione globale, al servizio del capo. Del “ponte di comando”, per dirla con l’autore.

Due sono i grandi settori di indagine che ci interessano più da vicino:
1) l’analisi del sistema capitalistico nella sua attuale dimensione globale, vale a dire in quello che viene definito il passaggio dalla nascita all’affermazione dell’Impero, e le ragioni dell’attuale profonda crisi;
2) il ruolo e la funzione della guerra nel secolo che si è aperto, a partire dalla nuova “dottrina Bush” e dal quadro geopolitico attuale, con le sue possibili e diverse involuzioni o evoluzioni.

1991-2001: un decennio di turbocapitalismo globale Usa

Il tema della globalizzazione capitalistica, la sua genesi, le sue implicazioni e le sue prospettive sono tuttora oggetto di discussione nel variegato mondo della sinistra. La parte moderata, quando non è totalmente subalterna al modello, si domanda con crescente preoccupazione se esistono o meno le condizioni per governare i processi in atto e renderli meno dirompenti. Se, insomma, è praticabile la via di costruire una sorta di globalizzazione dal volto umano, una “nuova globalizzazione”. Quanto alla sinistra comunista ed alle forze di alternativa, la discussione verte innanzitutto sulla lettura stessa della fase: se di netto iato e cesura rispetto al secolo scorso (la “rivoluzione capitalistica”), o se estrema conseguenza dell’offensiva capitalistica degli anni ’80 e della crisi irreversibile dell’URSS. Con tutte le successive implicazioni sul piano dell’analisi dei rapporti economici, politici e sociali.
Vediamo quanto scrive a tal proposito Chiesa:
“La vera data di nascita dell’Impero1 – a voler spezzare il corso della storia in momenti significativi, tanto per tenerli in memoria – è il giorno di Natale del 1991, quando l’Unione Sovietica cessò di esistere… L’Impero nasceva nel momento stesso in cui l’unico, mortale antagonista dell’Occidente periva in silenzio, si afflosciava, si suicidava. Ma la coscienza dell’Impero cominciò a formarsi successivamente, all’inizio della sua adolescenza. Ed è giunto a compimento dopo 10 anni, cioè adesso”.
Si potrebbe aggiungere: indipendentemente dal giudizio che ciascuno di noi attribuisce all’esperienza sovietica. Ma questo elemento ci impone anche una riflessione, che in questa sede può essere solo nominalmente richiamata e niente di più, sulle conseguenze a lungo termine, dal punto di vista soprattutto geopolitico, della rottura tra Cina ed URSS del novembre 1960. Elemento, questo, inspiegabilmente rimosso dalle nostre analisi.
“L’Impero di cui stiamo parlando non è soltanto costituito dagli Stati Uniti d’America. Certo la quota americana di questo impero è maggioritaria, sicuramente decisiva. E noi stiamo vivendo l’Impero essenzialmente come l’Impero americano. Ma sta cominciando ad essere qualcosa di diverso e di più grande dell’America per il potere reale di cui dispone. Qualcosa di più piccolo quanto a popolazione. L’Impero non è più definibile territorialmente. Nella fase transitoria di crescita che attraversa, esso sembra invece coincidere con gli Stati Uniti d’America”.
E qui arriviamo ad un punto di analisi fondamentale, vale a dire il rapporto tra globalizzazione e crisi degli Stati-nazione. L’autore sostiene che ci troviamo di fronte ad “una nuova era che conclude quella degli stati nazione” ma, poche pagine dopo, sottolinea che “il superamento dei confini nazionali non è stato uguale per tutti. C’è stato chi ha potuto difenderli, anzi imporre i propri a quelli altrui, e chi ha dovuto cedere spazio”. Questo perché, altro passaggio di importanza tutt’altro che trascurabile, ci troviamo di fronte ad un processo ancora in atto, ad una fase ancora transitoria e, dunque, non irreversibile. E questo lascia aperta la strada della possibile trasformazione radicale e del superamento stesso del sistema capitalistico. Certo, la fase è di quelle difficili, che mettono a dura prova le forze che si battono per il progresso sociale e, a maggior ragione, per l’alternativa.
Quali sono gli elementi che hanno caratterizzato la fase ascendente dell’Impero? Alcune norme contenute in un “decalogo”, applicato quasi alla lettera nel corso dell’ultimo decennio e che ha condotto l’umanità intera sulla soglia del baratro della guerra permanente. In sintesi, i passaggi più significativi (la numerazione è nostra):
1) “Fai in modo che la tua moneta sia l’insostituibile moneta di riserva per tutti, o quasi tutti, gli altri paesi;
2) Non tollerare alcun controllo esterno sulla tua creazione di moneta…
3) Definisci la tua politica monetaria in base, esclusivamente, ai tuoi interessi nazionali e mantieni gli altri paesi in condizioni di dipendenza dalla tua politica monetaria;
4) Imponi un sistema internazionale di prestiti a tassi d’interesse variabili espressi nella tua valuta. I paesi debitori in crisi dovranno ripagarti di più proprio quando la loro capacità di pagare è minore. Li avrai in pugno;
5) Mantieni nelle tue mani le leve per determinare, all’occorrenza, situazioni di crisi o d’incertezza in altre aree del mondo. Stroncherai sul nascere ogni eventuale aspirante competitore;
6) Intrattieni i migliori rapporti con le élite e le classi medie degli altri paesi, a prescindere dalle loro credenziali democratiche, perché esse sono decisive per sostenere la tua architettura. È essenziale che le élite e le masse di quei paesi non si uniscano attorno a idee di sviluppo nazionale o comunque ostili al tuo dominio e alla tua egemonia”.
Per un decennio lo sviluppo economico statunitense, forte del “decalogo”, pareva non conoscere limiti né confini, tanto da far pensare ad un processo di segno positivo tendente all’infinito. Nonostante i tanti e sempre più frequenti campanelli di allarme, dall’aumento delle contraddizioni su scala planetaria (tra paesi ricchi e poveri, tra ricchi e poveri all’interno dei singoli paesi, tra sviluppo e natura) al collasso delle economie di diversi paesi in seguito alle cure del decalogo (“Tigri Asiatiche”, Russia, America Latina). Il treno dell’Impero statunitense perdeva vagoni ad ogni passaggio, ma la locomotiva continuava a girare a pieno regime. Da un certo punto in avanti, però, la crisi ha colpito direttamente la locomotiva stessa, vale a dire gli Stati Uniti, ben prima del fatidico 11 settembre. E non si tratta di una breve congiuntura, dal momento che “la meravigliosa performance degli Stati Uniti nell’ultimo ventennio era stata realizzata non solo grazie alle proprie qualità e alle favorevoli circostanze, ma a spese del resto del mondo che l’aveva pagata quasi interamente”.
Nel frattempo, però, il delirio dentro e fuori gli Stati Uniti sulle magnifiche sorti e progressive della locomotiva dell’economia mondiale, del “secolo americano”, continuava senza sosta, fino alle Torri Gemelle, quando si è visto che il meccanismo si era inceppato e che gli USA per mantenere la propria egemonia avrebbero dovuto ricorrere alla coercizione.
“E in seguito si sarebbe visto quanto grande sia stata questa dose. Ma Bush avanzava subito nuove dottrine strategiche secondo cui l’America non avrebbe più negoziato con alcuno la propria sicurezza nazionale. Ci si preparava cioè a un’unilateralità americana a 360 gradi. Niente più negoziati sul disarmo, in questa logica, ma crudo e unilaterale adattamento dei sistemi d’arma e delle forze armate alle esigenze difensive americane e successiva comunicazione dei risultati al resto del mondo, alleati compresi. Si vedeva anche una certa fretta… Questo atteggiamento avrebbe messo in crisi il suo sistema di alleanze? Ebbene, peggio per il sistema di alleanze. Era l’ideologia della destra mondiale che saliva al potere. Aveva però le fattezze della continuità, perché tutte le sue premesse neo-liberiste erano state create dal predecessore Clinton”.
Dal “decalogo” ai bombardamenti Nato contro la Jugoslavia, anticipazione della Superguerra di Bush con il pretesto dell’11 settembre. Con un antagonista strategico: la Cina. E proprio su questa realtà, la Cina, l’Autore rivolge la propria attenzione fin dall’inizio del libro: se è vero che gli USA possono oggi imporsi grazie al loro strapotere economico e militare, chi potrebbe opporsi ad una simile eventualità in prospettiva?
“Davvero pochi. Forse, addirittura soltanto uno: la Cina. È un’eccezione che riveste un’importanza cruciale. La Cina è l’unico paese al mondo che può prendere decisioni senza chiedere il permesso a nessuno, nemmeno agli Stati Uniti d’America. I dirigenti cinesi sono l’unico gruppo d’individui che non dipende dalle opinioni che si formano a Washington, non sono tenuti a rispettarne i criteri, non devono rispondere delle proprie azioni e non sono ricattabili dall’esterno. Capisco che vi possano essere incrinature in questa situazione e che non tutto è così limpido e inequivocabile. Apparentemente, per esempio, la Cina è impegnata in un processo di avvicinamento al resto del mondo capitalistico, che si è espresso nel suo obiettivo – diventato recentemente reale – di entrare nell’Organizzazione mondiale del commercio. Ma ciò non contraddice affatto la sua completa indipendenza, anche se almeno cinquecento grandi corporation statunitensi hanno loro filiali in Cina e ne ricavano immenso profitto. L’essenziale è capire chi tiene saldo il manico. Né deve trarre in equivoco il fatto che l’attuale amministrazione americana abbia sostanzialmente consentito l’ingresso della Cina nel Wto. Si tratta delle inerzie di linee politiche seguite da amministrazioni precedenti nei confronti della Cina, oscillanti tra l’impulso punitivo (per la sua irriducibile diversità) e l’intenzione di mettere in atto una manovra aggirante, condita di ammiccamenti e di concessioni. Il dialogo avviato con la Cina di Mao dal duo Kissinger-Nixon aveva raggiunto la sua versione finale nella versione clintoniana di partner privilegiato assegnata alla Cina di Jiang Zemin… Non a caso, l’amministrazione Bush – a suo modo realistica – tra le prime cose fatte, ha incluso la nuova definizione della Cina come “antagonista strategico” (10 settembre 2001)… Qui siamo. Sarà bene tenere presente questo aspetto nel corso di tutta l’esposizione successiva.
Cosa dire invece dei protagonisti della scena mondiale dislocati in altre aree? Certo, la Russia non è in condizione di fronteggiare gli Stati Uniti. Sotto nessun profilo, né quello militare (dal momento che la parità strategica è saltata rovinosamente e fulmineamente negli anni tra il 1993 ed il 1995) né quello economico. Ma nessun altro dei paesi europei è in grado di fronteggiare gli Stati Uniti. E non c’è bisogno di dimostrazioni. Neppure il Giappone o l’India. Qui finisce l’elenco: altri protagonisti mondiali non esistono in natura”.

La battaglia per l’egemonia mondiale: dalle prove generali alla Superguerra

La Guerra del Golfo e l’aggressione Nato contro la Repubblica Federale Jugoslava vengono considerate, nonostante il terrore e la distruzione che hanno seminato, “prove generali”. Questo è, senza dubbio, un passaggio centrale. “In realtà da lassù, dal ponte di comando, si era previsto un appuntamento più lontano nel tempo: quello con la Cina, individuata come la futura, grande antagonista. Lo sarebbe diventata – dicevano i calcoli del Pentagono – intorno al 2017. La sua crescita economica, demografica, tecnologica, militare indicava circa vent’anni di tempo per poterla condizionare, assorbire, contrastare, all’occorrenza combattere. Non si poteva certo giungere impreparati a quella scadenza. La Cina era già, alla metà degli anni novanta, l’unico paese al mondo in grado di prendere decisioni senza chiedere il permesso a nessuno, Stati Uniti inclusi. Si doveva dunque neutralizzarla al più presto o, in alternativa, prepararsi a fronteggiarla. E la prima cosa da fare, per non perdere tempo, era allargare il divario tecnologico-militare a tal punto da renderlo insuperabile per un tempo molto più lungo. Anche questo era il significato del progetto di scudo spaziale riesumato dai tempi reaganiani, prima da Clinton e poi, con maggiore decisione, da George Bush. Gli stati-canaglia erano nient’altro che dantesche donne dello schermo. Ci si preparava, ci si prepara, a contrastare la Cina con strumenti di cui essa non avrà l’equivalente nemmeno nel 2020… La scelta radicale non può più essere procrastinata. Manca, per una decisione definitiva, l’autocoscienza dell’Impero. L’11 settembre la produce”.
Se la guerra con l’Iraq del 1991 è stata la prima “guerra ad estensione temporale arbitraria” (prosegue tuttora, dopo dieci, lunghi anni), vi erano ancora troppi lacci e lacciuoli (legittimazione ONU e Statuto Nato). Occorreva rimuovere ogni ostacolo, ogni elemento che potesse anche solo teoricamente limitare il potere decisionale degli Usa. “Ed ecco la guerra umanitaria contro la Jugoslavia… Il 24 aprile 1999, con i bombardamenti sulla Jugoslavia in corso, il vertice atlantico di Washington decideva all’unanimità (e come avrebbe potuto essere altrimenti?) di cambiare finalità e natura, si autoinvestiva della funzione di gendarme mondiale… La guerra veniva elevata a mezzo legittimo per la soluzione delle crisi di ogni genere: economiche, sociali, politiche e religiose… E siamo finalmente giunti alla guerra afghana, come epilogo della lunga fase preparatoria e, al tempo stesso, come nuovo paradigma delle guerre future. Difficile da definire, perché inedito”.
Una guerra senza regole, senza un fronte definito, destinata a combattersi con forme e tempi diversi, a volte persino senza un nemico precedentemente identificato. Con un solo regista, attualmente: gli Stati Uniti d’America. Con un preciso obiettivo: la penetrazione diretta ed il controllo delle aree di produzione e di passaggio verso ovest delle risorse energetiche, con particolare riferimento al Caucaso e all’Asia Centrale ex sovietici. Possibilmente attraverso una presenza militare diretta e senza curarsi troppo del malessere sempre più evidente della Russia. E magari tagliando fuori Cina, India ed Iran, in un mosaico tanto complesso quanto decisivo.
Sarebbe interessante investigare il ruolo, in pratica ed in potenza, delle forze comuniste in almeno due paesi dell’Asia Centrale, Tagikistan e Kirghizia. Nel primo caso, i comunisti possono contare sul 20,6% dei consensi, avendo davanti solamente il partito del presidente Rakmonov, fortemente influenzato ancora oggi da alcuni principi politici e sociali di matrice “sovietica” (da qui i tentativi Usa di destabilizzazione attraverso il sostegno agli integralisti islamici). Nel secondo caso, invece, il Partito Comunista Kirghizo, pur essendo la prima forza politica del paese con il 27,7% dei consensi, non solo non ha responsabilità di governo, ma deve fare i conti con un governo fantoccio, sostenuto direttamente dagli Usa, che ha di fatto annullato le elezioni e costretto il partito in una condizione di semi-clandestinità2.
Gli Stati Uniti possono fare affidamento, dal punto di vista generale, su un nuovo impianto di relazioni internazionali che cancella, di fatto, ogni possibilità di allargamento dei processi decisionali e tende a strutturarsi a piramide, con al vertice, incontrastata, la sola Washington. Da una parte, la già ricordata “dottrina Bush”3, dall’altra la “nuova impostazione nucleare” (Npr). “Si era avuta l’impressione – leggendo i giornali – che la Russia fosse ormai diventatoa un alleato strategico sicuro. Invece non è così. Anzi: la Russia è ora minacciata di un “primo colpo nucleare”, invece che di un “colpo nucleare di risposta”, com’era previsto dalla precedente dottrina. La Cina, come s’è visto, non è ancora considerata come una potenzialità offensiva, ma la si potrebbe colpire con armi nucleari in caso di “un confronto militare sullo status di Taiwan”. Entrambi sono paesi nucleari dotati di forze strategiche intercontinentali, ma non è mai accaduto che una crisi politica, anche di significato regionale, potesse essere trattata con armi nucleari. Adesso, con la nuova Npr, questo è possibile. Gli altri obiettivi potenziali della Npr sono, se possibile, perfino più curiosi. La lista comprende la Libia, la Siria, l’Irak, l’Iran, la Corea del Nord”.
Con buona pace del Trattato di Non Proliferazione, con rischi concreti di una generalizzata corsa al riarmo.

L’incognita russa

Se la Russia non può competere con gli Usa sul piano economico e militare, gli Usa, dal canto loro, non sono in grado di tagliare fuori Mosca dal grande gioco euro-asiatico. Partendo da un presupposto fondamentale: che l’attuale presidente Putin non è Eltsin, “manutengolo degli interessi occidentali”. In questi ultimi due anni, la Russia ha tentato di ritagliarsi un ruolo di maggiore rilievo ed autonomia, a partire dal tentativo di integrazione di quello che era lo spazio ex sovietico. “È vero – sottolinea Chiesa – che Mosca è relativamente debole, che non è più una potenza globale. Ma è anche vero che nell’area in questione – il suo cortile di casa – Mosca è ancora molto forte, temibile, in grado d’influenzare molte situazioni”. Dalla Bielorussia, ostile al “decalogo”, allo stesso Afghanistan. Nonostante la Cecenia. E’ pur vero che Putin ha lanciato un salvagente a Bush non diminuendo la produzione di petrolio nonostante le decisioni Opec, ma lo ha fatto soprattutto per rilanciare il mercato asiatico rispetto a quello mediorientale: “In questo caso la Russia diventerebbe, insieme a tutti gli altri paesi del Caspio, salvo l’Iran – altro nemico da sgominare – il più prezioso alleato nella complessa riorganizzazione dei mercati petroliferi mondiali. Un alleato cui si possono concedere favori speciali. Resta da vedere che cosa può ottenere Putin da questa partita”. Con un occhio puntato sulla Cina, che “sa di essere stata già eletta a nemico principale nel futuro appena più lontano, quando l’attuale clash of civilizations contro il mondo islamico sarà terminato… Come componente della Grande alleanza, non si può dire che la Cina abbia entusiasmato… La Cina non serviva a Washington. Pechino non voleva abbracci troppo stretti. E temeva – con tutte le ragioni, come si è visto – che l’operazione militare americana si sarebbe conclusa con un’estensione della presenza degli Stati Uniti nell’Asia centrale… Sono soprattutto le basi americane in Asia centrale a dare molto fastidio a Pechino, assieme ai sospetti che Putin possa diventare un vicino troppo impegnato a scambiare cortesie – tattiche fin che si vuole – con l’Impero”.

Divide et impera

Sintetizza Chiesa “Il vero punto all’ordine del giorno è un nuovo ordine mondiale la cui agenda sia interamente, totalmente definita dall’Impero. I veri obiettivi di questa guerra sono più vasti e lontani. Sono tre: la Cina, l’Europa e la Russia. Ci si prepara a creare le condizioni perché tutti e tre questi potenziali antagonisti reali siano sottomessi o ridimensionati o distanziati al punto da rendere impossibile una loro eventuale rincorsa”. Con ogni mezzo possibile e con ogni armamento a disposizione. Da questo punto di vista, andrebbe aperto un ragionamento anche sull’India, dove il quadro politico, pur se sensibilmente peggiorato nel corso degli anni ’90, risulta tutt’altro che stabile e definito.
“Sarà essenziale, in ogni caso, ai fini della strategia dell’Impero, che non si crei nessun asse prioritario tra Europa e Russia. Perché l’Europa ha ciò che la Russia non ha: i capitali. E perché la Russia ha ciò che l’Europa non ha: i missili strategici nucleari. E perché entrambe sono Europa. Così come tra Russia e Cina: la prima ha quello che la seconda non ha ancora: i missili strategici e la tecnologia; mentre la seconda ha i capitali, che la prima non ha. Ed entrambe sono Asia. Ecco dunque che la Superguerra si mostra per ciò che è: l’antidoto decisivo per impedire a tutti i potenziali antagonisti di unirsi, di emergere, di contrapporsi all’Impero. Ora e nel lungo periodo. Prima poteva non essere necessario, quando la globalizzazione americana era trionfante. Ora è essenziale, mentre la globalizzazione è calante. Per questo occorre cambiare le regole e imporne di nuove”.
Con buona pace di quel “Direttorio Mondiale” immaginario che governerebbe senza contraddizioni di sorta la globalizzazione nelle sue diverse fasi di sviluppo e di crisi.

Note

1 Come si vedrà nel corso dell’analisi, l’Autore utilizza il termine “impero” in un’accezione del tutto differente da quella di Negri, senza negare il ruolo giocato dagli stati nazionali sullo scacchiere mondiale anche nell’epoca della crisi della globalizzazione capitalistica. Su questo argomento, la rivista l’ernesto ha prodotto diversi approfondimenti, ai quali si rimanda.
2 Entrambi i partiti agiscono all’interno dell’Unione Partiti Comunisti-PCUS. Su questo, vedi le interessanti schede contenute in International Correspondence, new series, n. 3-2001.
3 Assai interessante è quanto scrive Piero Sansonetti su L’Unità del 27 settembre 2002 (“Dottrina Bush: comandiamo noi, il mondo s’adegui”).