Se il padrone è un “amico”

Lavoro da ormai cinque anni in una grande industria metalmeccanica del novarese, situata in quella che da molti è chiamata la “patria del rubinetto”.
Non sono su una linea di produzione, ho lavorato inizialmente in magazzino “semilavorati” e adesso sono responsabile del nuovo stabilimento delle spedizioni Italia.
Una promozione che ha anche un sapore d’epurazione.
Ad occhi inesperti e a prima vista l’azienda sembrerebbe una piccola isola felice o in ogni modo una fabbrica leggermente “diversa”….Poiché si discosta e molto da quella che è la realtà del paese.
Non vi sono al suo interno lavoratori atipici (interinali, presi in affitto, precari) fatta eccezione per quei periodi in cui il picco di lavoro aumenta e la proprietà assume a tempo determinato, assunzioni che nel 90 per cento dei casi confluiscono nel contratto a tempo indeterminato.
Le garanzie poste a tutela dei diritti dei lavoratori non sono limitate, i diritti sindacali sono garantiti com’è garantita la sicurezza sul posto del lavoro.
Si può parlare tranquillamente di gestione familiare dell’azienda, nonostante sia una S.p.A. in forte espansione.Per questo spesso e volentieri il padrone è visto come uno di noi, soprattutto perché il “padrone” qui è diventato tale insieme agli operai, i rapporti si sono mantenuti di amicizia, quale inganno!
Tutto questo non solo è desolante ma anche fuorviante.
Non esiste una conflittualità vera e propria, il concetto di lotta di classe sembra che non abbia mai varcato i cancelli…e questo non perché c’è stato un passaggio rivoluzionario alla società senza classi, ma proprio per questo tipo di rapporto che esiste ancora oggi, dopo il passaggio di consegne ai figli, anche loro di bassa “scolarizzazione”.
A grandi linee tutta l’area industriale, dal Borgomanerese in su fino ad arrivare ai confini dell’Ossola, zona considerata depressa, ha queste caratteristiche, escludendo la città di Omegna.
Non c’è mai stata una forte cultura operaia, se non folcloristica sfociata nelle Pro Loco, così come manca la cultura imprenditoriale, non per niente lavorano all’interno delle industrie figure manageriali provenienti da “fuori” (Torino, Milano…) ma soprattutto non c’è mai stata una forma di formazione dei lavoratori, magari anche solo per combattere la competitività dell’Est, da parte del datore di lavoro.
Si tende a mantenere il livello basso, tutti con il terzo livello, ergo bassa retribuzione, perché conviene.
Sotto tutti i punti di vista, chi sa non insegna, meno persone hanno il potere meglio è.

Anche il sindacato, la FIOM, attivo al nostro interno è chiamato in causa solo ed esclusivamente per quello che viene definito accordo tra le parti, piattaforma integrativa (il premio di produzione), una sorta di “quattordicesima” che viene data a tutti in quanto non è calcolata su base individuale a cui sta sotto però un accordo verbale tra le parti, un patto di non belligeranza per quanto riguarda eventuali lamentele da parte del lavoratore riguardo livelli contrattuali e/o retribuzione.
Questo tra l’altro è l’unico vero motivo di discussione nelle assemblee sindacali.

Esiste il problema della coscienza di sé, nonostante il diretto contatto con quella che è la produzione lo sfruttamento non è più avvertibile sulla propria pelle, non si tratta di operai che lavorano in condizioni disumane, ma di operai che lavorano in ambienti per la stragrande maggioranza puliti, su linee ad alta automazione, specializzati; perciò la comprensione di sé come sfruttato è finita in soffitta, proprio perché non avvertita.
Forse più che di sfruttamento sul lavoro bisognerebbe parlare di sfruttamento culturale, di annichilimento.

Bisognerebbe avere una concezione chiara del meccanismo dell’accumulazione capitalistica e del rapporto di capitale, su cui s’impernia il concetto dello sfruttamento, bisognerebbe mettere al centro della questione il conflitto capitale/lavoro…di nuovo.
Il fatto che gli interessi delle due classi, che in ogni modo esistono e oggettivamente compongono la società, siano contrapposti non è poi così avvertito, anzi.
Il motore dei cervelli è diventato veramente solo il denaro, se l’unico quotidiano che vedi girare in fabbrica è la Gazzetta dello Sport se al di fuori della festa del paese una volta l’anno, organizzata dalla parrocchia, l’unico punto di ritrovo e sfogo è il bar o peggio il supermercato
Cos’è la vita al di fuori di queste mura: il nulla, deserto.
Lavoro guadagno spendo pretendo.

Stiamo assistendo ad un’omologazione senza precedenti.
Omologazione favorita da un benessere che è però un po’ finto perché si fa fatica ad arrivare al dieci di ogni mese.
Vince su tutto l’egoismo, l’autostima è diventata essere uguali agli altri, si scambia la solidarietà con la carità o finta pietà, ci si lava la coscienza con le Onlus!!!
E’ questo finto “star bene “che porta al disinteresse verso quella che è poi la vera realtà: senza poesia, violazione senza difesa.
Si pensa ai propri di interessi e si perde di vista tutto (e il tutto…) e il deserto culturale che ci sta intorno non facilita le cose, anzi è la prima causa di tutto questo!
È per questo che alle ultime lezioni gran parte degli operai hanno votato il presidente operaio?
Forse ha contribuito a questo anche l’inconsistenza/assenza del sindacato da dieci anni a questa parte?

Si parla della rinascita del movimento operaio, dopo il 23 marzo, dopo il 16 aprile, ma si pensa poco al lungo letargo da cui ci stiamo svegliando e a parer mio anche troppo tardi.
Interroghiamoci su questo, interroghiamoci e tiriamoci su le maniche, perché di realtà come la mia ce ne sono tante.
Ed è su queste, sulla sconfitta latente, sulla rassegnazione della classe operaia che fa leva la becera destra.
Ma qualcosa si muove all’orizzonte, dal ventre arrivano i primi segnali…e anche noi sembriamo uscire da quest’insidiosissima letargia.
Ma sinceramente, bisognava arrivare a tanto?

Adesso che si sta legalizzando il caporalato, adesso che si toccano i più elementari diritti, diritti per cui si è combattuto e a lungo, adesso che il futuro dei propri figli “è qui”, un futuro che è tutto tranne che roseo, adesso ai compagni della RSU e a me nel mio nuovo impegno di referente politico all’interno dell’azienda, sembra meno arduo il compito di far risvegliare queste coscienze, di far capire che questa società bisogna cambiarla, di far capire quali sono i fondamenti dell’alternativa.
Se però il compito di mutamento del sistema sociale è un compito prettamente politico e spetta al partito, il sindacato per primo gioca un ruolo importante in questa prospettiva, sostenere contro i padroni gli interessi dei salariati e le sacrosante rivendicazioni di miglioramento sociale, senza mediazioni, senza ulteriori arretramenti.
Basta con la logica fallimentare delle concertazioni.
Assolutamente dobbiamo riconquistare quello che una volta era nostro, rifondiamo, ma a sinistra, anche se tenuto conto di quella che è la realtà della nostra zona, forse bisognerebbe avere una lavagna vergine su cui riscrivere tutto.
Chiudo con una frase, senza retorica, per riflettere:

Nessuno è libero finche anche un solo uomo sarà in catene.