Salvare l’Italia dai suoi capitalisti

IL DECLINO ECONOMICO ITALIANO È IL RISULTATO DEL FALLIMENTO DI UN’INTERA CLASSE IMPRENDITORIALE E DI VENT’ANNI DI POLITICHE LIBERISTE. O CAMBIAMO TUTTO O PERDIAMO TUTTO: LA SFIDA DI FRONTE ALLA SINISTRA È OGGI QUESTA

Oramai l’onda lunga della liquidazione di ogni autonomia del sistema economico italiano è arrivata al suo vertice: le banche. Con l’avvio dell’Opa dello spagnolo Banco di Bilbao sulla Bnl e dell’olandese Abn Ambro sulla Banca Antonveneta, si è messo in moto un processo che porterà rapidamente il sistema di credito italiano nel quadro degli scambi e delle guerre delle grandi multinazionali. Non è dato sapere ora quale sarà la conclusione effettiva di queste vicende, ma esse sono indicative di una nuova fase: giunge per le banche quello che è già successo per l’industria.
La Banca d’Italia in questi anni ha invece tentato una differenziazione. Essa ha sostenuto la privatizzazione e le svendite nel sistema industriale e produttivo, concentrando la difesa degli interessi “nazionali” sul sistema bancario.
Questa linea non poteva tenere. Non c’è arrocco sulle banche che tenga, se tutto il sistema produttivo declina e diviene oggetto dello shopping delle grandi multinazionali. Così la linea del governatore della Banca d’Italia viene paradossalmente aggredita da destra dalle altre cordate dei poteri forti. La Confindustria di Montezemolo e il Corriere della Sera sono i primi a criticare lo statalismo del Governatore, quel Governatore che in realtà, in questi anni, è stato l’alfiere delle politiche economiche e sociali liberiste. Paradossalmente la destra leghista e populista di Berlusconi pare ergersi a difesa degli interessi nazionali, mentre in realtà è semplicemente alla ricerca di cordate amiche, con le quali difendere e consolidare i propri interessi.
Il centrosinistra, come sempre in questi casi, non ha mai nulla di davvero importante da dire. La sua parte moderata è affascinata e risucchiata dai poteri forti anti- Berlusconi. La sinistra radicale è ancora troppo debole per poter incidere. In mezzo c’è la confusione, l’affermazione di tutto e del contrario di tutto, della botte piena della piena affermazione del mercato, e della moglie ubriaca della difesa degli interessi nazionali. Ancora una volta il centrosinistra come schieramento appare fuori mercato, mentre il mercato aggredisce il sistema economico e produttivo del paese.
Per capire cosa sta succedendo, bisogna però andare un poco indietro, ai processi di riorganizzazione avvenuti negli ultimi vent’anni nel sistema economico italiano. Negli anni Ottanta l’Italia aveva ancora un sistema industriale in grado di competere sulla soglia delle realtà più avanzate. Questo sistema si fondava sui patti tra grandi famiglie, Mediobanca, partecipazioni statali, sistema bancario. C’era un intreccio di poteri tra pubblico e privato che sicuramente andava dipanato. Si manifestava già allora la debolezza strutturale della classe imprenditoriale italiana nei confronti del mercato internazionale. Nasceva allora la tentazione degli investimenti nella finanza e nei servizi, per avere rendite sicure. La politica economica degli anni Ottanta era un misto di acquiescenza verso il liberismo reaganiano e di sottogoverno craxiano e democristiano. Da quel sistema, dunque, si doveva uscire, ma se ne è usciti da destra, con una grande svendita del sistema Italia al mercato globalizzato.
Vent’anni dopo, di quel sistema non resta praticamente più nulla. Liquidato il sistema delle partecipazioni statali, sparite o in crisi le grandi imprese, finito il governo di Mediobanca negli equilibri del potere, posti lautamente in pensione tanti imprenditori. Carlo De Benedetti una volta scrisse che le grandi famiglie, un po’ alla volta, da potenti sarebbero diventate semplicemente ricche. È esattamente quello che si è verificato. Una colossale rendita si è redistribuita nella classe imprenditoriale, mentre il sistema industriale ha intrapreso la via del declino.
La fine dell’Olivetti resta un aspetto simbolico ed emblematico della crisi produttiva italiana. Nel disinteresse dei governi di centrosinistra di allora e di tutte le istituzioni importanti, l’Italia ha liquidato la sua industria informatica nel nome di quella dei telefonini, che poi a sua volta è stata ceduta all’estero. Questa vicenda andrebbe studiata nei manuali, su come si fa perdere competitività a un intero paese. Ma si sa, quelli erano gli anni in cui imperversava il mito del “piccolo è bello”, il modello Nord-Est e tutta la conseguente ideologia privatistica e populistica che imbeveva le pagine dei rapporti Censis. Ora quel modello è in crisi, e soggetto alla più brutale delocalizzazione si dibatte nella richiesta di improbabili dazi verso la Cina. È semplicemente l’espressione di un altro fallimento della cultura imprenditoriale italiana.
Gli anni Novanta hanno quindi segnato la fine della politica industriale governata. Bene o male, ma governata. Ad essa si è sostituito l’affidamento al mercato dei processi di ristrutturazione del sistema produttivo. Ma la classe imprenditoriale privata non è stata in grado di coprire il vuoto lasciato dalla fine del sistema pubblico. È cominciata la svendita del patrimonio industriale alle multinazionali. Un solo piccolo esempio. I lavoratori di Terni hanno dovuto lottare contro la ThyssenKrupp per difendere il proprio stabilimento, ma non sono riusciti a salvare la produzione del “magnetico”. Terni è stata privatizzata incautamente negli anni Novanta, e qui le responsabilità sono del centrosinistra. Ma è anche vero che nomi altisonanti della siderurgia italiana, Riva eccetera, erano all’interno della nuova società, per tutelare gli interessi del paese. Ebbene, costoro, dopo un paio d’anni si sono fatti liquidare dalla multinazionale tedesca e si sono dedicati ai loro affari.
Perché non ricordare un altro nome simbolo del made in Italy, Benetton? Questa ricca famiglia del Nord- Est ha smantellato il suo impero industriale, e oggi conta in borsa meno che vent’anni fa. Però, con le autostrade, i ristoranti, le partecipazioni bancarie, ha conquistato una ricchezza che è seconda solo a quella di Berlusconi. Anche la famiglia Agnelli non se la passa poi male, nonostante la sua estensione. Le operazioni finanziarie di questi anni hanno sicuramente messo nei guai la Fiat come industria, molto meno la più antica famiglia industriale italiana. Tronchetti Provera sta liquidando produzioni di grande valore industriale di ciò che resta della Pirelli, perché deve pagare i debiti contratti per acquistare Telecom. Si può andare avanti nell’elencare imprese nelle quali si sono acquistate società con i loro stessi soldi, e poi si sono rivendute intascando guadagni.
Durante Tangentopoli il ministro Formica, per descrivere la situazione dei partiti, usò la metafora del convento. Quella secondo la quale il convento era povero, ma i frati ricchi. Oggi siamo di fronte alla stessa situazione. Le industrie sono povere e deboli, le famiglie industriali sono piene di soldi. Non si affronta la crisi industriale italiana se non si parte da qui, dal drenaggio di risorse sottratte agli investimenti a favore delle varie proprietà e dei vari top manager.
Con l’Euro, anche la via di fuga della svalutazione competitiva della Lira è stata sbarrata. È bene ricordare che l’ultimo a tentare questa strada fu il governo Amato. Questi, nel 1992, svalutò la Lira e bloccò brutalmente i salari cancellando la scala mobile. L’accordo successivo del 23 luglio 1993 sanzionava la compressione salariale e permetteva alle imprese di vivacchiare, scaricando sul costo del lavoro tutti i problemi di competitività. Così è mancata l’innovazione, la spinta alla crescita produttiva, al salto di qualità nella competizione sui mercati. Ma la via della competizione solo sul costo del lavoro non aveva il fiato per arrivare al cambio di millennio. Allora la Confindustria, con il convegno di Parma del 2001, tentava di andare oltre. Non più solo congelamento ma riduzione drastica dei salari, con l’attacco al Contratto nazionale e sull’articolo 18. Questa linea, come si sa, è stata fermata dalle lotte della Fiom e della Cgil. Queste lotte sono riuscite a rendere questa linea per il momento impraticabile, ma, per dirla tutta, non sono invece state in grado di imporre una vera svolta. Non si attacca più frontalmente il sindacato, ma neppure si investe, e tutto questo non può che preparare una nuova crisi. Quella che stiamo vivendo.
Con la rivalutazione del 40% dell’ Euro rispetto al Dollaro, l’economia industriale italiana subisce i peggiori termini di mercato possibili, rispetto anche agli altri paesi europei. Francia e Germania hanno una qualità della bilancia commerciale che permette di reggere il dumping del dollaro. L’Italia no. Per questo il nostro paese rischia di diventare il grande malato d’Europa, quello su cui si scaricano tutte le contraddizioni, quello più vicino al rischio di catastrofi industriali e finanziarie. Sono debolezze accumulate in tutti i settori in vent’anni, che esplodono tutte assieme nel momento della stretta dei mercati, delle monete, della politica comunitaria.
Diamoci uno sguardo intorno. Nel mondo non c’è affatto crisi economica. Quest’anno il Pil mondiale crescerà di oltre il 4,5%. Tra enormi ingiustizie e disparità sociali allucinanti, il Pil mondiale cresce. È l’Italia che si è fermata, così come l’Europa di Maastricht, che va poco meno peggio del nostro paese. La verità è che tutti i paesi che, nel bene e nel male, dalla Cina all’Argentina agli stessi Stati Uniti, se ne infischiano delle regole liberiste e governano con lo Stato le proprie politiche economiche, tutti questi paesi crescono. Chi non lo fa arranca. L’Europa non lo fa e l’Italia, dentro l’Europa, è l’anello più debole della catena.
Con buona pace di chi, anche a sinistra, teorizzava la fine degli Stati e una sorta di mercato mondiale autogestito, la realtà va nella direzione opposta. Gli Stati, intrecciati con le multinazionali di riferimento, decidono. I poteri forti nazionali gover-nano la “liberalizzazione” dei mercati. Si va verso oligopoli e monopoli mondiali, nei quali i gruppi dirigenti delle multinazionali agiscono in stretto rapporto con i poteri politici del paese di riferimento. Insomma, su base mondiale, si afferma un modello di capitalismo monopolistico legato allo Stato molto simile a quello analizzato da Lenin e Luxembourg agli inizi del Novecento. Torna prepotentemente lo Stato, ma non certo con il volto keynesiano degli anni Quaranta-Settanta. È uno Stato che tanto più governa i processi economici, organizzando i monopoli – come dicono i tedeschi, difendendo i “campioni nazionali” –, tanto più affida al mercato la convivenza sociale. Anni fa Jospin, candidato sfortunato alle presidenziali francesi, lanciò lo slogan “Sì all’economia di mercato, no alla società di mercato”. Sta accadendo esattamente il contrario. A livello economico siamo di fronte a mercati sempre meno liberali, a intrecci di poteri forti tra Stato e multinazionali, mentre nella società, con lo smantellamento dello stato sociale e dei diritti, si diffonde il mercato. Società di mercato e interventismo statale nell’economia, questa è la nuova dimensione del liberismo.
L’Italia giunge a questo passaggio avendo segato quasi tutti i rami sui quali poteva assestarsi una politica economica pubblica. Nello stesso tempo il governo Berlusconi propone vecchie ricette liberiste di redistribuzione della ricchezza dai poveri ai ricchi, attraverso i tagli allo stato sociale e la riduzione delle tasse ai più ambienti. C’è il rischio che il nostro paese subisca i danni sociali delle politiche liberiste senza avere nessuna capacità di risalire la china sul terreno del sistema industriale. Per questo l’Italia è il paese nel quale è all’ordine del giorno, più che altrove, una svolta sul piano delle politiche economiche e sociali. Si tratta di combinare una politica di redistribuzione della ricchezza verso il lavoro, con una politica industriale che veda al centro l’intervento pubblico. Senza la Fiat – intesa come industria –, lavoro e ricerca, l’Italia si svaluterà pesantemente nella competizione internazionale. Ma solo il pubblico può salvare la Fiat, e solo i lavoratori, se ben pagati, potranno valorizzare questo salvataggio.
Si tratta allora di mettere in discussione tutte le scelte di una classe imprenditoriale che ha fallito in tutti gli obiettivi che si era data. Si tratta di mettere in discussione vent’anni di politiche liberiste, in tutte le loro sfaccettature. Se non si farà questo – questa è la nostra particolarità –, il nostro paese continuerà a sprofondare nel declino. Altre nazioni europee possono permettersi politiche industriali “di sinistra” e politiche sociali “di destra”. Noi no. O cambiamo tutto, o paghiamo tutto. Questa è la difficoltà, ma anche il fascino della sfida che le sinistre e il mondo del lavoro hanno di fronte.