Salfa: un’esperienza vincente

Se vi dovesse capitare di passeggiare per Ancona e chiedere notizie sul Cantiere navale, i cittadini vi parlerebbero sicuramente, nonostante nella nostra città siano esistite ed esistano quattro aziende che si occupano di costruzioni navali, dell’attuale C.N.I. Fincantieri. Non solo perché è di gran lunga l’industria del settore con il più alto numero d’addetti ed ha rappresentato per la città ed il suo hinterland una straordinaria risorsa occupazionale (pensate che fino all’inizio degli anni ’80 vi erano occupate direttamente più di duemila persone, senza contare l’indotto, cosa che faceva della stessa Fincantieri la realtà produttiva più grande dell’intero territorio marchigiano), ma anche perché ha rappresentato per il tessuto sociale, politico e sindacale del nostro territorio un costante punto di riferimento di lotta.

Le innumerevoli battaglie condotte dagli arsenalotti hanno contribuito positivamente alla crescita sociale e politica della nostra città,diventandone un simbolo che ancora rimane nella memoria dei più.

Essere un arsenalotto del Cantiere navale significava far parte dell’aristocrazia del movimento operaio; il rispetto per la dignità che traspariva dai volti segnati da un lavoro faticoso, pericoloso e mal pagato e per l’impegno politico e sindacale era vasto e profondo. La storia è costellata di fatti, di aneddoti che testimoniano come la città fosse legata a filo doppio alla vita del cantiere, considerato il cuore dell’intera attività economica e sociale; la coesione e la solidarietà tra la città e gli arsenalotti era qualcosa di unico e straordinario. Una storia fatta di uomini che con ostinazione e pervicacia si sono adoperati affinché le loro condizioni e le condizioni sociali generali migliorassero.

Ho parlato della grandezza passata del Cantiere non per retorica, ma solo per paragonarlo al presente, un presente ben più difficile. Lentamente ma ineluttabilmente, infatti, il distacco tra la città e il Cantiere si è fatto ogni giorno più marcato e i problemi, anche drammatici, che attraversano il nostro stabilimento (che un giorno avrebbero interessato tutta la città) sono vissuti dai più come marginali, addirittura con fastidio; insomma , quella coesione e solidarietà di cui parlavo sembra sia andata definitivamente perduta.

Tutto questo non è certamente dovuto ad un destino cinico e baro: è evidente che siamo immersi in una mutazione genetica della nostra società che coinvolge e trasforma i pensieri, gli stili di vita e che travolge ed irride ogni richiamo che si discosti dal pensiero unico del mercato, del profitto, della globalizzazione e del trionfo dell’individualità. È, in altre parole, la vittoria del capitale.

L’involuzione del nostro stabilimento incomincia dai famigerati anni ’80.

È di quel periodo la fase di ristrutturazione della grande cantieristica italiana, una fase che interessa principalmente il gruppo Fincantieri e che ha portato alla dismissione di cinque (Trieste-Taranto-Livorno-Napoli-Sestri) realtà produttive, facendo restare in attività solo sette stabilimenti (Monfalcone Marghera-Ancona-Palermo-Castellamare-Muggiano-RivaTrigoso), ristrutturazione che, passati venti anni, ancora non ha fine e crea ancora incertezza ed insicurezza per il futuro produttivo. Il livello occupazionale alle dirette dipendenze della Fincantieri si è via via abbassato, passando dalle 34.000 unità della fine anni settanta – inizio anni ottanta, alle attuali 9.000 circa. In particolare lo stabilimento anconetano ha subito una notevole contrazione della forza lavoro, riducendo il suo organico fino alle attuali 600 unità circa. La ristrutturazione ancora in atto ha inizialmente scontato una forte opposizione sindacale, che però è andata sempre più scemando fino ha raggiungere il livello di condivisione delle scelte aziendali.

Questo atteggiamento, da parte sindacale, ha enormemente contribuito alla disaffezione dei lavoratori nei confronti dello stesso sindacato, fino a raggiungere livelli di disinteresse preoccupanti.

Di fatto, il collante solidaristico, la passione politica che da sempre aveva caratterizzato il comportamento degli arsenalotti anconetani veniva meno. Il messaggio sempre più incalzante, che perviene dalla società, del particolarismo, dell’egoismo, del vita mia, morte tua, senza il filtro della politica e della solidarietà sindacale, ha mutato profondamente l’agire e il pensare di molti di noi. La storia recente del Cantiere navale non rappresenta altro che uno spaccato fedele della nostra società ,che sembra aver abbandonato ogni capacità di analisi critica e che si adagia e sottomette a quelle regole , a quelle concezioni che da sempre abbiamo combattuto.

La crisi di rappresentanza che sta attraversando il sindacalismo confederale ed in particolare la Cgil, l’aver sposato, senza pentimenti né ripensamenti, la politica della concertazione, della compatibilità e della produttività, innanzi tutto ha comportato uno strappo profondo e , a mio avviso, irreversibile nel rapporto con i lavoratori, i quali si sentono abbandonati al proprio destino e se ancora si iscrivono al sindacato è unicamente per usufruire di certi servizi (Caaf, Pensione ecc.). Per far capire come tutto ciò sia vero basterebbe analizzare le vicende politiche e sindacali che hanno segnato il Cantiere Navale di Ancona negli ultimi anni.

Si potrà scoprire così come la crisi involutiva e di identità del più grande partito della sinistra italiana e l’abbraccio mortale in cui i Ds hanno stretto il sindacato più rappresentativo, la Cgil, siano stati determinanti per la grave crisi che sta vivendo il nostro stabilimento.

Occorre sottolineare che la trasformazione subita dal sindacato, diventato autoreferenziale, che trae la sua legittimazione non dal consenso dei lavoratori ma dal riconoscimento del padrone, è giunta anche ai livelli più bassi della gerarchia dell’organizzazione, generando nei funzionari la convinzione della loro infallibilità e insostituibilità. Le ristrutturazioni subite dal Cantiere Navale, iniziate negli anni ottanta, hanno portato alla sostanziale modifica del processo produttivo, non solo per l’introduzione di nuove tecnologie, per sistemi più avanzati di progettazione e costruzione delle navi, ma anche e soprattutto per l’utilizzo diverso della mano d’opera. Un profano sarebbe portato a credere che con la scoperta di nuovi strumenti tecnologici la quantità di lavoratori necessari per la progettazione e la costruzione di una nave si siano perlomeno dimezzati.

Niente di più falso: in linea di massima i tecnici e gli operai necessari sono gli stessi di venti anni fa, l’unica e fondamentale differenza sta nella loro collocazione e cioè essere direttamente alle dipendenze del Cantiere Navale o far parte dei dannati delle ditte appaltatrici. È così che il rapporto tra diretti e indiretti si è invertito,fino a raggiungere la quota di uno a due (per ogni operaio della Fincantieri due delle ditte esterne).

L’introduzione selvaggia, da parte dell’azienda, dell’appalto , il suo uso ed abuso, la violazione sistematica delle regole, hanno creato tanti e tali problemi da portare l’azienda in una situazione produttiva ingestibile.

Innalzamento indiscriminato dei ritmi produttivi, precarietà del rapporto di lavoro, disprezzo totale per le più elementari norme di sicurezza, fenomeni inquietanti di caporalato e forme sempre più evidenti di rapporti non trasparenti ed equivoci tra appaltatori e appaltanti (non a caso un anno fa nella sede centrale del gruppo furono arrestati alcuni funzionari della Fincantieri): tutto ciò è crollato sui lavoratori come una valanga. L’azienda, contando sul silenzio compiacente della trimurti sindacale, ha potuto agire indisturbata, stravolgendo l’organizzazione produttiva, relegando gli “arsenalotti” in un ruolo marginale,facendo regredire tutte quelle professionalità che erano il vanto del nostro stabilimento.

La trimurti, comportandosi come le tre scimmiette (non vedo non sento non parlo), abbandonando al loro destino fatto di soprusi i lavoratori delle ditte, ha contribuito ha creare una divisione pericolosa tra i lavoratori della Fincantieri e gli altri operai, facendo nascere fenomeni di intolleranza dagli esiti imprevedibili. Un fatto che non si dimenticherà mai è quello accaduto circa un anno fa, quando un lavoratore di una ditta appaltatrice perse la vita in un incidente sul lavoro, causato dalle precarie condizioni di sicurezza in cui si operava (e si opera). Gli ineffabili sindacalisti della Rsu, dopo alcuni giorni dal luttuoso evento, hanno proclamato 15 minuti, si proprio 15 minuti, di sciopero,facendo passare, con questo atteggiamento, il concetto che la vita di un lavoratore valga molto meno della produttività e degli interessi padronali.

Questo episodio spinge ad un’ulteriore riflessione sull’inadeguatezza sindacale: come è possibile che, dopo anni dall’introduzione della legge 626 e del delegato della sicurezza in ogni luogo di lavoro, le morti bianche, gli incidenti sul lavoro siano in continuo aumento e che l’Italia ne abbia il poco invidiabile primato in Europa? Come è possibile per il sindacato immolare sull’altare del profitto, della precarizzazione e della flessibilità la vita di chi dovrebbe tutelare? La situazione interna allo stabilimento combinata alla politica sindacale nazionale , ha provocato progressivamente un sentimento di frustrazione da parte dei lavoratori, un sentimento che ha portato alla loro autoemarginazione, facendo emergere insospettabilmente anche al nostro interno elementi degenerativi di qualunquismo da cui sembravamo immuni. La roccaforte della sinistra politica e sindacale della nostra regione, il Cantiere, sembra caduta anche essa nella maledizione del nostro tempo, sembra anche essa incapace di dire e fare qualcosa di sinistra.

È in questo quadro triste e desolato che un gruppo di compagni da sempre in prima linea nelle battaglie dei lavoratori e critici nei confronti dell’atteggiamento sempre più elitario ed incomprensibile del ceto burocratizzato sindacale, hanno maturato la convinzione che la Cgil sia oramai, irreversibilmente, altra cosa da sé, irrimediabilmente attardata in logiche consociative. Riappropiandosi di temi ormai desueti nel linguaggio sindacale (solidarietà, conflitto, lotta e rivendicazione salariale) questi compagni operai hanno iniziato un confronto con gli altri lavoratori, cercando di interpretare i loro interessi, le loro esigenze, mettendo a disposizione l’entusiasmo, l’impegno politico-sindacale, l’onestà e la trasparenza delle idee.

Nasce così il Salfa (Sindacato Autonomo Lavoratori Fincantieri Ancona) che, partendo da una visione critica, alternativa, orientata a sinistra, come novello David affronta il Golia Fim-Fiom-Uilm e, sfidandolo sui contenuti, partecipa dieci mesi fa alle elezioni della Rsu, sbaragliandolo, vincendo la competizione, diventando il primo sindacato nel Cantiere, relegando la Fiom/Cgil ad un ruolo secondario.

Da qui occorre ripartire: se si lotta per giusti principi, se si interpretano correttamente le esigenze dei lavoratori, si può creare qualcosa di positivo, si può gettare un sasso nelle stagnanti acque del conformismo che ci circonda. Cambiare si può e si deve e l’esempio del Cantiere, che ha ridato voce e dignità a chi aveva creduto di averla persa per sempre, serva da stimolo a quanti, e sono convinto che sono tanti, non si sono rassegnati ad avere una visione della nostra società totalmente subordinata al capitale e alla sua legge generale: il profitto.