Russia: una “sorpresa annunciata”

In un articolo pubblicato alla vigilia delle elezioni politiche russe del 7 dicembre 2003 (La Russia verso le elezioni del 7 dicembre, l’ernesto, settembre- ottobre 2003), abbiamo cercato di indicare le mosse più significative che avevano permesso, a partire dall’estate scorsa, l’impetuosa rimonta nei sondaggi d’opinione condotti a più riprese dello schieramento politico che appoggia la leadership del presidente Vladimir Putin. La capacità dimostrata dallo schieramento centrista, non solo di sfruttare abilmente le possibilità illimitate di condizionamento e pressione che derivano dal ferreo controllo degli apparati dello stato, ma anche di sapersi perf e t t a m e n t e adattare agli umori da oltre un decennio prevalenti nell’opinione pubblica russa, in particolare tra gli strati meno privilegiati, attraverso l’adozione di un linguaggio “populista” intriso spesso di retorica nazionalista e in grado di penetrare tra le fasce meno privilegiate e più colpite dai processi di restaurazione capitalistica, gli aveva, già in passato, permesso di “centrare” l’obiettivo nelle elezioni politiche del 1999, che avevano rappresentato il “trampolino di lancio” per la carriera della figura “carismatica” di Putin. Allora i comunisti e i loro alleati erano stati privati di quella maggioranza parlamentare, che, dal 1994 fino a quel momento, aveva rappresentato un relativo contrappeso al dilagare delle politiche di transizione al capitalismo, e che aveva fatto addirittura profilare, per alcuni mesi, la possibilità di un’inversione di tendenza, attraverso la formazione di un governo da essa appoggiato (con il premierato di Primakov – che oggi, del resto, sostiene la politica di Putin -, dopo la grave crisi economica che colpì la Russia nel 1997-98). Se alla veloce riconversione dei programmi elettorali e degli organigrammi del partito di Putin, “Russia Unitaria”, aggiungiamo il controllo praticamente illimitato esercitato, per tutta la campagna elettorale, sugli strumenti di comunicazione di massa, da parte dell’amministrazione presidenziale, le possibilità di affermazione di questo schieramento apparivano quasi scontate. Quando poi, a poche settimane dallo svolgimento del voto politico, Putin sferrava – con lo spettacolare arresto del magnate petrolifero Khodorkovskij, in procinto di vendere agli americani parte del pacchetto azionario della sua compagnia “Jukos” e a scendere nella competizione politica – quello che viene interpretato come l’attacco più serio mai portato alle cricche oligarchiche formatesi all’ombra del “clan Eltsin”, i giochi sembravano ormai fatti e i sondaggi preannunciavano una vittoria schiacciante di “Russia Unitaria”, in attesa di una riconferma plebiscitaria (80% delle intenzioni di voto) di Putin nelle elezioni presidenziali del marzo 2004. Il principale avversario dello schieramento presidenziale, il PCFR, anch’esso investito (senza avere peraltro la possibilità di difendersi in un sistema mediatico sotto tutela) dall’infamante accusa di connivenza con le forze liberiste e con i loro potenti finanziatori, appariva in seria difficoltà e in procinto di subire un ridimensionamento, seppur di non particolarmente rilevante consistenza. Un’incognita era rappresentata dalla scesa in campo di un blocco elettorale “nazionalista di sinistra”, chiamato “Rodina” (Madrepatria) , diretto da un gruppo di brillanti personalità che, appropriandosi di gran parte del tradizionale bagaglio propagandistico dei comunisti (di cui era alleato fino a pochi mesi prima), si schierava incondizionatamente con Putin (non senza avere ottenuto in cambio un adeguato spazio nei “media” di stato), accreditando la serietà delle sue intenzioni di farla finita con il sistema oligarchico che ha dominato la Russia fino ad oggi. C’è da dire, in ogni caso, che il risultato del 7 dicembre, presentato da molti in Occidente come un vero e proprio “terremoto elettorale”, rappresenta solo parzialmente una sorpresa. Non è certo una sorpresa la grande affermazione di “Russia Unitaria”: in effetti c’è da rilevare che la sua rappresentanza parlamentare viene “gonfiata”, più che dal numero dei voti ottenuti, dalla particolarità dei meccanismi elettorali russi (una miscela di proporzionale e maggioritario). Secondo i dati ufficiali, comunicati il 19 dicembre 2003, “Russia Unitaria” ottiene il consenso di quasi 23 milioni di elettori, superando di poco, con il 37,6% e 120 seggi nella quota proporzionale, il risultato ottenuto nel 1999 dai due partiti centristi (“Unità” di Putin e “Patria-TuttalaRussia” di Primakov-Luzhkov ottenevano complessivamente più del 36%) che sono confluiti nella formazione politica che si schiera a incondizionato sostegno del presidente della Federazione Russa. Ai seggi del proporzionale va ovviamente aggiunta la maggior parte dei mandati attribuiti nei collegi uninominali. A metà gennaio 2004, al termine delle consultazioni avviate dai vertici del partito presidenziale, il suo leader, il ministro degli interni Boris Gryzlov, poteva affermare di disporre di 300 dei 450 seggi della Duma di Stato, e di non escludere, dopo lo svolgimento delle elezioni presidenziali, la possibilità di formare un governo monocolore, senza comunque ritenere di dover apportare modifiche sostanziali agli attuali meccanismi costituzionali. Anche il risultato della sinistra, se prendiamo in considerazione la totalità dei partiti che si presentavano agli elettori con richieste di politiche sociali adeguate e di valorizzazione del ruolo dello Stato nell’economia (oltre ai comunisti, “Rodina”, il Partito Agrario, il “Partito dei pensionati” e la lista capeggiata dall’ex comunista Selezniov), non si discosta molto da quel 30% circa ottenuto nella precedente consultazione politica. Ciò che è veramente cambiato è stata la distribuzione dei voti tra i differenti blocchi elettorali. E questa, forse, è la più significativa vittoria ottenuta dallo schieramento presidenziale, che è riuscito finalmente, dopo un decennio, ad ottenere il drastico ridimensionamento della principale forza di opposizione presente in Russia, il PCFR. Se, infatti, nel 1999, la sinistra era rappresentata quasi esclusivamente dai comunisti che, sulla base di un programma “patriottico”, raccoglievano anche forze “nazionaliste di sinistra”, socialdemocratiche e rappresentanti di settori della borghesia nazionale, il 7 dicembre (in questo caso sì, a dispetto dei sondaggi) il PCFR doveva dividere i voti con altre formazioni, subendo una sconfitta dalle dimensioni clamorose, che per poco non lo ha privato anche della seconda posizione tra i gruppi presenti nella Duma: il Partito comunista raccoglieva 7.647.000 voti (perdendone quasi 8 milioni), scendendo al 12,6%, con 40 mandati nella quota proporzionale e solamente 8 nei collegi uninominali, e registrando un’autentica d e b a c l e in quelle regioni della Russia centrale che in passato sono state definite la “cintura rossa” e dove da lungo tempo il partito ha in mano molte leve del potere locale. In compenso, il blocco “Rodina” (accreditato del 3,5%, alla vigilia del voto) otteneva una grande affermazione. “Rodina”, che ha ricevuto circa 5.500.000 suffragi e il 9,1%, riusciva ad aggiudicarsi una parte considerevole del voto comunista, con un programma che, a molti del tradizionale elettorato del PCFR, è apparso più efficace e “radicale”. Il blocco, diretto dal brillante economista Serghey Glazjev (recentemente eletto presidente del “Partito Socialista Unitario di Russia”) e dal “nazionalista” Dmitrij Rogozin (proveniente dallo schieramento centrista, oggi leader del “Partito delle Regioni Russe” e già presidente della commissione parlamentare per la politica estera, il quale, in più di un’occasione, ha fortemente criticato gli Stati Uniti), composto da uno schieramento eterogeneo comprendente settori socialisti, “nazionalisti” più o meno radicali (ma anche militanti del PCFR, come il generale Varennikov, che tuttora si definiscono “comunisti”), ha adottato una piattaforma politica che indica la necessità “di unire la nazione sulla base del patriottismo… di costringere il potere ad assumere la propria responsabilità sociale di fronte al popolo…restituendogli finalmente il controllo delle ricchezze nazionali, appartenenti di diritto allo Stato” (dal Manifesto elettorale di “Rodina”, www.gazeta.ru, 22 ottobre 2003) e ha sostenuto, senza tentennamenti, l’offensiva lanciata da Putin contro Khodorkovskij, nello stesso momento in cui il PCFR, al contrario, definiva lo scontro in atto negli assetti di potere russo alla stregua di una semplice “resa dei conti” tra le differenti componenti oligarchiche, in linea con le propensioni autoritarie del presidente russo, descritto come una sorta di nuovo “Pinochet” intenzionato a sostenere la dittatura del proprio clan. In questo contesto non appare neppure sorprendente l’avanzata del “Partito liberal-democratico di Russia”, di estrema destra, diretto dall’ultranazionalista Vladimir Zhirinovskij, che, usando accenti xenofobi, accusando il PCFR di “tradimento” degli interessi nazionali e approfittando dello spazio riservatogli dai “media”, ha ottenuto quasi 7 milioni di voti e l’11,5%, contribuendo di fatto a rafforzare la maggioranza filopresidenziale. Ben oltre le più pessimistiche previsioni, è andata la performance dello schieramento politico che, in Russia, tradizionalmente rappresenta gli interessi della “borghesia compradora” e le aspirazioni delle elite “occidentalizzate” della cosiddetta “società civile” dei grandi centri metropolitani: entrambi i partiti liberali non hanno superato lo sbarramento del 5% e hanno conquistato appena 7 deputati (4 sono andati al più moderato partito “Mela” e 3 all’ultraliberista “Unione delle forze di destra”), lasciando fuori dal parlamento quasi tutti i principali protagonisti del precedente decennio di riforme liberiste. I grandi magnati sono rimasti così apparentemente privi di una rappresentanza politica, e anche le personalità del governo che hanno gestito le scelte economiche e sociali degli ultimi anni – in linea spesso con gli orientamenti dell’ “Unione delle forze di destra”, a cominciare dallo stesso attuale premier Mikhail Kasjanov – vedono a rischio la loro sopravvivenza politica. Quali saranno allora i possibili sviluppi della politica russa nei tempi a venire? Forse per tracciare un quadro più preciso delle intenzioni del presidente e del blocco politico-sociale che lo ha sorretto, occorrerà attendere il risultato delle elezioni presidenziali. In ogni caso, a considerare il rimescolamento dei rapporti di forza all’interno di quello che viene abitualmente definito il “partito del potere”, che ha portato il capofila degli oligarchi (nonché leader dell’ “Unione delle forze di destra”) Anatolij Cjubais a dichiarare che, dopo il 7 dicembre, noi viviamo in un altro paese, può risultare interessante richiamare l’attenzione su quanto afferma A. Jakushev” (studioso vicino alle posizioni di quelle componenti, a sinistra del PCFR, esplicitamente marxiste-leniniste , che oggi, con l’elezione, nelle liste del PCFR, di Viktor Tiulkin, segretario del “Partito Comunista Operaio Russo-Partito Rivoluzionario dei Comunisti”, hanno per la prima volta un rappresentante nella Duma) in un intervento all’indomani delle elezioni (Il panorama politico dopo le elezioni, le prime valutazioni”, www.communist.ru, 8 dicembre 2003): “È possibile affermare che tutte le sensazioni che si avvertivano alla vigilia delle elezioni abbiano avuto una conferma (…) Il partito della borghesia nazionale ha sbaragliato il partito della borghesia compradora (…) Al potere sono arrivati quei patrioti, che negli anni ’90 occupavano ruoli di terzo o addirittura di quarto piano. Il loro programma è ben noto: uno stato forte, un nazionalismo non eccessivo, “civilizzato” e, ciò che più importa, una revisione incondizionata della grande proprietà e dei grandi proprietari. Alla vigilia delle elezioni sono già apparse “voci” su piani relativi alla creazione del cosiddetto “petrolio di stato”, in cui in un modo o nell’altro dovrebbero confluire le compagnie private. Questo, probabilmente, costituisce il programma massimo, mentre in quello minimo lo stato ricaverebbe quei profitti che oggi sono oggetto di discussione. Il grande capitale dovrebbe essere o statale o “patriottico” (un eufemismo per dire nelle mani dei “suoi” uomini d’affari) secondo i desideri di Putin. Tutto ciò è, in grado significativo, il programma del PCFR dell’ultimo decennio, che adesso potrebbe essere adottato senza la partecipazione del PCFR”. Affinché le cose procedano in questa direzione, sembra oggi spingere più di tutti – mantenendo apparentemente per ora fede agli impegni presi in campagna elettorale – il blocco “Rodina”, l’altro vero vincitore della consultazione del 7 dicembre. È Serghey Glazjev ad affermare in un’intervista (“Come prima, siamo all’opposizione di questo governo”, www.politcom.ru, 10 dicembre 2003) la sua richiesta di un cambio radicale della compagine governativa, troppo condizionata dalla “pressione delle lobby nella passata Duma”, incapace di garantire “la realizzazione della giustizia sociale, la creazione delle condizioni della crescita economica e un’equa distribuzione del reddito nazionale” e responsabile del fatto che “lo stato non riceva in pratica entrate dalla sua proprietà”. Sarà comunque dopo le elezioni presidenziali, che andrà precisandosi il quadro della situazione. Quando, in particolare, verranno decise le sorti del gigante statale “Gazprom” (che conta per circa l’85% della produzione di gas, mantiene il network delle pipelines e il controllo delle esportazioni verso l’Europa), di cui i responsabili degli attuali ministeri economici, già contrari all’attacco contro Khodorkovskij, chiedono una profonda ristrutturazione, che preveda la separazione delle sue operazioni e la liberalizzazione dei prezzi nel mercato del gas. Allora, molto probabilmente, avremo modo di verificare le reali intenzioni del presidente russo. Per ora, è certo che rimane aperto il contenzioso con alcune società straniere come la ExxonMobil e la Chevron Texaco, dopo la rescissione del contratto, firmato 10 anni fa, che accordava enormi agevolazioni in materia di sfruttamento di importanti giacimenti petroliferi, e il lancio di una nuova gara che potrebbe aggiudicarsi la compagnia Rosneft, controllata dallo Stato. Inoltre mai come in questo momento le relazioni russo-statunitensi hanno marcato una fase di gelo. Ne è testimonianza la recente visita di Colin Powell a Mosca, alla cui vigilia il Segretario di Stato USA non ha risparmiato dure critiche (“Powell troubled by Russia democracy”, www.gazeta.ru, 3 febbraio 2004), con un implicito riferimento alle modalità del “caso Khodorkovskij”, alle carenze del sistema democratico russo, in cui mancherebbe “l’essenziale equilibrio tra i rami esecutivo, legislativo e giudiziario del governo” ed ha voluto riaffermare l’intenzione di continuare nella politica di ingerenza negli affari interni delle repubbliche della CSI (Georgia, Moldavia, Bielorussia, Ucraina, stati dell’Asia Centrale), per favorirne l’integrazione nel sistema di alleanze politiche e militari degli Stati Uniti. E non è privo di significato che, negli stessi giorni in cui avveniva la visita di Powell, il vicepresidente degli industriali russi, Jurghens, in un’intervista a “gazeta.ru” abbia parlato della possibilità dell’affermazione di “una variante russo – venezuelana ”, lasciando intravedere quale potrebbe essere l’atteggiamento degli imprenditori privati. In questo contesto, appare interessante seguire l’evolversi del dibattito interno al Partito Comunista della Federazione Russa, per valutare i contraccolpi che la sconfitta elettorale ha provocato nelle file dell’organizzazione. Anche in questo caso, occorrerà certo attendere l’esito delle elezioni presidenziali (a cui i comunisti si presentano con la candidatura “di basso profilo” del loro alleato “agrario” Nikholay Kharitonov), perché si dispieghi, in tutta la sua drammaticità, il confronto serrato sulle prospettive strategiche, di cui si sono avute le prime avvisaglie tra la fine del 2003 e l’inizio del 2004, quando alcuni membri del Comitato Centrale (messi in minoranza) hanno posto la questione delle dimissioni dell’intero gruppo dirigente. Il presidente del PCFR, Ghennadij Zjuganov, non sembra ammettere la necessità di una sostanziale autocritica, ponendo l’accento prevalentemente sulle caratteristiche di non legittimità di una consultazione elettorale truccata, sulla presenza di brogli e manipolazioni che avrebbero determinato l’esito del voto e sulla debolezza organizzativa delle strutture del partito. E continua a negare l’esistenza di contraddizioni esplosive all’interno del “partito del potere”, riducendo lo scontro a un semplice avvicendamento tra le diverse “famiglie oligarchiche”, tutte, a suo avviso, in qualche modo subalterne al disegno strategico dell’Occidente. È una lettura che, comunque, deve apparire sbagliata a molti dei quadri del partito, dal momento che ha suscitato la dura presa di posizione di alcuni tra i più significativi esponenti del Comitato Centrale (citiamo i segretari del Comitato Centrale S. Potapov e T. Astrakhankina, esponenti di forti organizzazioni locali come V. Iurcik, Iu Nikiforenko e Iu Guskov, il vice direttore del settimanale del partito Pravda Rossij V. Trushkov, il capofila della “sinistra” A. Shabanov) e di G. Semighin, presidente del Comitato Esecutivo dell’“Unione Popolare Patriottica di Russia”, che già in passato si era contrapposto a Zjuganov. Alla base delle critiche di merito nei confronti della linea adottata in campagna elettorale, avanzate, ad esempio, da S. Potapov (http://www.leviy.ru/news/2004/27012004u36.htm) ci sono le contestazioni alla scelta della rottura con quelle componenti del “movimento patriottico” che hanno dato vita con successo a “Rodina” e, soprattutto, alle “ambiguità” del rapporto instaurato con alcuni settori dell’oligarchia, con cui il partito è sembrato ricercare intese tattiche, concentrando i suoi attacchi esclusivamente sulla politica di Putin e sul blocco che lo sostiene. Anche se, in quella sede, la fronda è risultata, tutto sommato, contenuta, il dibattito che sta coinvolgendo le organizzazioni locali sembra mettere in evidenza la forte volontà di vasti settori del PCFR di interrogarsi sul ruolo e sulle prospettive strategiche dei comunisti nella nuova situazione politico-istituzionale e di lotta feroce ai vertici del potere che sta vivendo la Russia. Ne è testimonianza la tumultuosa riunione del Comitato cittadino di Mosca (http://www.kprf.ru/414506), convocata dopo la pubblicazione di una “lettera aperta”, firmata da 62 quadri comunisti della capitale, in cui si riprendevano le critiche a Zjuganov e si rinnovava la richiesta di dimissioni dell’intero gruppo dirigente. Nell’aspro dibattito è intervenuto, a sostegno dei “dissidenti”, anche il Segretario dell’organizzazione locale A. Kuvajev che, in più occasioni ultimamente, ha richiesto una “sterzata a sinistra” del partito e il ripristino di una “pratica leninista” di lavoro politico. Saranno, ovviamente, i prossimi mesi a chiarire se la grave crisi apertasi nel PCFR verrà ricomposta, evitando nuove laceranti scissioni.