Russia: il ruolo dei comunisti dopo la vittoria di Putin

Il 20 maggio 2000 si è svolto il XVII Plenum del Comitato Centrale del PCFR che ha affrontato le questioni relative a un primo bilancio delle recenti tornate elettorali parlamentari e presidenziali e ha deciso la convocazione per il 2 dicembre 2000 del VII congresso ordinario del partito. La seduta, aperta da un’ampia relazione del Presidente del PCFR Ghennadij Zjuganov, è stata caratterizzata da un dibattito vivacissimo in cui, più che nel passato, non sono mancate dure critiche (da destra e da sinistra) a quella che da alcuni militanti viene considerata l’inadeguatezza del PCFR a far fronte alla situazione, determinatasi dopo l’irruzione nella scena politica di Vladimir Putin. In particolare un invito a lavorare, per costruire un’alternativa possibile nella concreta situazione attuale della Russia, creando, attraverso opportuni compromessi e uno stemperamento dell’identità di partito, un’alleanza strategica di centro-sinistra con settori più moderati dello schieramento politico-sociale, è venuto da G. Seleznjov, speaker della Duma di Stato. Tale posizione, che ha trovato scarsa udienza tra i membri del Comitato Centrale, è stata sostenuta anche dal segretario regionale moscovita S. Nigkojev. Da posizioni di sinistra è risuonata vigorosa la critica di V. Trushkov, anch’egli dirigente moscovita e tra i redattori della rivista teorica comunista Dialog. Egli ha denunciato la mancanza, nella relazione introduttiva, di una precisa definizione di classe del tipo di società che il regime attuale sta instaurando sulle spoglie dell’URSS e di una puntuale denuncia della funzionalità del regime stesso alle esigenze del capitalismo. Su posizioni analoghe, O. Shenin ha sottoposto a critica l’eclettismo degli attuali connotati ideologici del partito, richiamando alla necessità di riferirsi maggiormente al metodo marxista-leninista e al ruolo d’avanguardia della classe operaia, in contrapposizione ad una presunta deriva parlamentaristica. Sempre da sinistra, anche se con toni più sfumati, il segretario regionale di Rjazan, V. Fiodotkin, ha richiesto la formulazione di proposte più precise e determinate sulle questioni riguardanti la proprietà e il controllo della terra. Alle critiche da “sinistra” ha risposto Ju. Bjelov, leader dell’organizzazione di San Pietroburgo, ribadendo l’importanza dei valori del patriottismo nell’attuale fase della storia russa, in cui è seriamente messa in pericolo l’indipendenza stessa del paese; e invitando a una lettura meno schematica del leninismo, ha ricordato che proprio il patriottismo rappresentò la carta vincente nel momento critico vissuto dall’URSS, ai tempi della guerra contro l’aggressione nazifascista. Alle posizioni di destra ha risposto invece, nelle sue conclusioni, lo stesso Zjuganov, ribadendo la disponibilità a una politica di larghe alleanze che, però, escluda cedimenti ideologici su questioni di principio, quali il socialismo, la proprietà e le garanzie sociali, su cui si fonda l’identità dei comunisti.

Della relazione introduttiva di Zjuganov proponiamo i primi due capitoli dedicati all’analisi degli esiti elettorali e del ruolo giocatovi dai comunisti, e la parte dedicata al giudizio sulla politica internazionale del regime.

Che cosa hanno messo in evidenza le elezioni

I risultati delle ultime elezioni parlamentari e presidenziali sono stati pesantemente falsificati. Ci sono stati così sottratti milioni di voti… Ma nello stesso tempo occorre avere coscienza che in certo qual modo questi risultati di fatto esprimono i reali rapporti di forza tra le formazioni politiche nella società. In quale senso? Nel senso che, nelle condizioni attuali, i risultati ufficiali manipolati delle elezioni rappresentano un elemento a sua volta influenzato dal potentissimo fattore rappresentato dalle enormi risorse amministrative, finanziarie e di controllo dell’opinione pubblica di cui dispone il potere. Proprio questo fattore oggi assume un ruolo decisivo. Per questo molti si pongono l’interrogativo: che senso ha per l’opposizione la partecipazione alle elezioni, se in ultima analisi il potere volge sempre a suo favore i risultati? E qui occorre avere ben chiaro che noi stessi siamo in grande misura colpevoli di questa situazione. Non abbiamo utilizzato tutte le possibilità che avevamo di cambiarla… I risultati delle elezioni hanno evidenziato una questione decisiva. Essa non risiede tanto nel fatto che i lavoratori non hanno espresso un voto soddisfacente per noi, quanto nella loro insufficiente preparazione e concretizzare la volontà di cambiamento, uscendo dalla logica della delega elettorale. E il partito non è ancora in grado di indirizzare le masse verso una protesta attiva. Per vincere e per conquistare il potere, ai comunisti e alle forze popolari e patriottiche non basta certo basarsi su atteggiamenti passivi della popolazione, che si limita a deporre una scheda nell’urna elettorale. Noi abbiamo invece bisogno di un sostegno attivo: non è sufficiente il proprio voto, ma occorre convincere anche parenti e amici, e non basta prendere parte alle iniziative di partito, ma bisogna anche dare vita ad azioni di protesta di massa, organizzare scioperi, e così via. È necessaria una pressione sul potere quotidiano, insistente e generale, non limitata alle forme parlamentari, da parte delle masse popolari stesse. Il compito essenziale del partito politico d’opposizione è quello di creare le condizioni perché tale pressione si manifesti. Darle un carattere organizzato e programmato. Impugnare la propria ideologia d’avanguardia, orientare per permettere il raggiungimento di chiari obiettivi immediati e di prospettiva. Come affronta il PCFR tale compito? Finora, in modo non adeguato. Bisogna riconoscerlo con franchezza. Avevamo la possibilità di agire meglio, di ottenere risultati più significativi? L’avevamo. E ancora non l’abbiamo smarrita…

La nostra attenzione deve essere rivolta prima di tutto al periodo che prende avvio dalle precedenti elezioni del 1995/96. In questi anni, senza voler esagerare, il partito ha svolto un lavoro gigantesco.

1. Siamo stati in grado di proporre alla società una consolidata ideologia patriottica, su cui poggiano le idee, vicine e comprensibili ai più, del rafforzamento dello stato, della cura degli interessi popolari, della rinascita spirituale della Russia, dell’instaurazione del potere popolare e della giustizia sociale.

2. Sono state conquistate serie posizioni parlamentari, è stata accumulata una notevole esperienza di lavoro legislativo. È stata acquisita una non meno rilevante esperienza di quotidiana e tenace contrapposizione al regime, alla sua disastrosa politica.

3. Sono state rafforzate in modo evidente le posizioni dei comunisti e dei loro alleati negli organi rappresentativi ed esecutivi del potere locale. Si è formata la “cintura rossa” delle regioni.

4. È stata creata l’Unione Popolar patriottica di Russia, in cui il nostro partito ha rappresentato la base portante. Si pensava che ciò avrebbe accresciuto le possibilità dell’opposizione e rafforzato la sua base sociale.

Tale è il nostro potenziale, accumulato con un enorme lavoro. Ma l’esperienza ha dimostrato che non abbiamo ancora imparato a utilizzarlo con la dovuta efficacia per ulteriori avanzate. Alcune nostre posizioni hanno subito addirittura un arretramento. Ecco dove stanno oggi i nostri problemi. Il compito, di conseguenza, è quello di elevare, per così dire, il “coefficiente delle azioni efficaci” di tutto il nostro lavoro.

La vittoria ideale dell’opposizione popolare patriottica

Il tratto più evidente delle due recenti campagne elettorali è stata l’”intercettazione” da parte del partito che rappresenta il potere di parole d’ordine e programmi dei suoi oppositori. A tal riguardo, nelle file dell’opposizione popolare patriottica non è mancato qualche smarrimento. In alcuni si è generata la sensazione che l’opposizione fosse stata completamente espropriata dell’ideologia del patriottismo dalla “squadra” di Putin. Che improvvisamente si fosse allentato il nostro legame con le masse. Talvolta anche nel nostro ambiente, è possibile sentire il sorprendente ragionamento, secondo cui la popolarità del Partito comunista e della sua ideologia deriverebbe dalla sofferenza del popolo. Tali affermazioni che talvolta si sentono pronunciare anche da singoli esponenti del partito, riflettono in sostanza la tesi della propaganda ufficiale, per cui i comunisti troveranno terreno fertile solo fino a quando il livello di vita della popolazione resterà basso… Per cui basterebbe, per così dire, “coltivare” la povertà della popolazione per mantenere la nostra sopravvivenza ideologica… Assurdo!

Il partito si distingue da una setta, perché costruisce la sua ideologia non certo sull’orgogliosa affermazione della propria “diversità”.

E nemmeno sulla protesta contro le pesanti condizioni di vita. Non solo sul rifiuto. Il partito ha sempre un ideale positivo. Aspira a far sì che questo ideale diventi patrimonio della maggioranza, patrimonio di tutti. E se noi esaminiamo quanto è accaduto sotto questo punto di vista, allora gli avvenimenti presenti testimoniano di una forte affermazione ideale delle forze popolari patriottiche. Allora occorre ricordare che alla vigilia delle elezioni il regime dominante si era posto il compito di insediare agevolmente Putin sul seggio presidenziale e che ha perseguito lo scopo di liquidare il PCFR, in quanto forza politicamente temibile. Ma noi abbiamo resistito e abbiamo dimostrato di rimanere l’unico partito nel paese che dispone di una forte e stabile base sociale e che è in grado di competere su un piano di parità con il partito al potere. Una sconfitta pesante alle elezioni ha subito proprio il liberalismo, perdendo ogni attrazione agli occhi della maggioranza sofferente dei cittadini russi. Meno dell’8% dei voti per Javlinskij e Titov rappresenta, in sostanza, il “bacino ideale” del liberalismo e dell’anticomunismo.

Abbiamo superato anche tutti gli altri nostri oppositori, sebbene, almeno a parole, facessero riferimento all’ideologia statal-patriottica. Praticamente nessuno oggi rischia più di costruire la propria piattaforma ideale sull’anticomunismo. E così è possibile affermare che nella società è venuto a crearsi un netto “consenso ideologico” attorno al ruolo determinante dello stato. E di questo dobbiamo solo rallegrarci. Ma, proprio per questo, dobbiamo proseguire con maggior concretezza e determinazione… E non dimenticare mai che il richiamo patriottico a uno “stato forte” è una parola d’ordine, su cui sono possibili non solo posizioni diverse, ma addirittura tra loro in contrapposizione. Quando tali parole d’ordine vengono sostenute da Putin e persino dal gruppo degli oligarchi, non si deve prestar fede. Il problema non sta tanto nella verifica del grado di sincerità delle loro affermazioni, quanto piuttosto in ciò che essi intendono per intervento dello stato, nel significato che essi attribuiscono alla funzione dello stato. È chiaro, ad esempio, che uno “stato forte” è necessario agli oligarchi per il mantenimento delle proprietà saccheggiate e per l’oppressione dei lavoratori. Allo stesso tempo, anche per restituire al popolo la proprietà rubatagli e la dignità nazionale, è necessario uno stato non meno forte.

Ma questo stato deve essere completamente diverso per contenuti e struttura. Abbiamo bisogno di un forte stato del popolo lavoratore. E per ottenere la realizzazione di tale stato, il partito ha definito la sua linea politica, fin dal 1993.

La politica internazionale del regime e i compiti del partito

… (Nel programma presidenziale, n.d.t.) viene in sostanza confermato il vecchio corso delle “riforme liberali”, che dovrebbero agganciare la Russia alla “civiltà mondiale”, attraverso l’ingresso nel “mercato mondiale”. E nello stesso tempo tale corso porta all’annientamento della Russia come entità storico-culturale, economica e geopolitica. In presenza di tali propositi, non potremo certo appoggiare questo programma, anche in futuro. Tutto ciò si produce sullo sfondo di un ulteriore peggioramento delle posizioni internazionali della Russia. La ratifica del Trattato START 2 non è stato un episodio isolato, ma un elemento della strategia generale di isolamento del nostro paese. Il disegno dell’Occidente rimane inalterato: rendere la Russia debole e indifesa, ottenendo così un illimitato accesso alle nostre ricchezze naturali. Prosegue non solo il rafforzamento della Nato, ma anche la creazione attorno alla Russia di un “cordone sanitario”, controllato dall’Alleanza atlantica. Tale processo si sviluppa con il tacito consenso di coloro che determinano la politica estera della Russia. I rapporti di collaborazione con la Cina e l’India si mantengono sul piano dei buoni propositi. Il Cremlino ai arrende volentieri al ricatto americano per quanto riguarda i nostri rapporti con Iran, Iraq e Cuba. Inoltre si sta preparando la definitiva consegna della Yugoslavia.

Già è iniziato il processo di pieno ristabilimento dei rapporti con la Nato. Putin sta percorrendo chiaramente la stessa strada percorsa da Gorbaciov e Eltsin, quella dei cedimenti unilaterali, dell’abbandono degli alleati tradizionali. La situazione è complessa, ma non del tutto senza via d’uscita. Non siamo soli nel contrapporci all’Occidente della Nato. Da poco si è concluso all’Avana l’incontro dei capi di stato e di governo del “Gruppo 77” e della Cina.

In quell’occasione, di fatto, all’unisono è stata manifestata una forte insoddisfazione per la condizione delle relazioni internazionali, in primo luogo sul piano economico: la grande maggioranza dell’umanità, più di 4 miliardi di persone, condivide il nostro punto di vista a proposito delle condizioni del pianeta. Il 1° maggio in alcune capitali europee si sono svolte dimostrazioni anticapitaliste. E ancora prima manifestazioni di settori importanti dell’opinione pubblica hanno avuto luogo a Seattle, dove praticamente è stato sabotato il Forum dell’OMC. Da dimostranti è stata disturbata anche la seduta del FMI a Washington. Così, dappertutto, si stanno mettendo in movimento forze considerevoli che sono seriamente preoccupate per come viene gestito il mondo dagli USA e dai loro alleati. Il nostro popolo capisce perfettamente che il pericolo di un attacco esterno si è accresciuto. Ne sono esemplare testimonianza le azioni di protesta senza precedenti, che hanno avuto luogo lo scorso anno, dopo l’inizio dell’aggressione contro la Yugoslavia. Il PCFR, essendo l’organizzazione politica più forte del paese, deve farsi carico responsabilmente della posizione della Russia a livello internazionale. Il partito non solo deve reagire ad ogni sfida lanciata al nostro paese, ma anche assumere le adeguate contromisure, che siano in grado di impedire sviluppi negativi. Ed è anche un nostro dovere internazionalista e di classe. La Russia può rappresentare la forza essenziale per bloccare l’avanzata del “nuovo ordine mondiale”. Per questa ragione su di noi sono puntate le speranze dei nostri amici e alleati in tutto il mondo.

(traduzione di M. G.)