Russia Cina Usa

L’attenzione riservata dai media italiani al vertice di Pratica di Mare, che ha ratificato la costituzione del “Consiglio Russia–NATO”, ha suscitato in molti l’impressione di trovarci di fronte – in seguito a un presunto allineamento incondizionato della Russia alle strategie degli USA e dell’Occidente–ad una netta riduzione dell’impegno della Russia in direzione dei suoi tradizionali interlocutori asiatici, a cominciare dalla Cina, considerati, almeno fino all’autunno dello scorso anno, opzione strategica essenziale della politica estera di Mosca.
Eppure la regione asiatica appare quella in cui in maggior misura si sono manifestate difficoltà per il Cremlino, in seguito allo scatenamento dell’offensiva americana che ha avuto come pretesto l’attacco terroristico dell’11 settembre a New York. È proprio l’Asia Centrale l’area del pianeta in cui più alti sono stati i costi che la Russia ha dovuto pagare dopo la sua adesione alla cosiddetta “alleanza contro il terrorismo”.
Mosca ha visto ridurre drasticamente, a vantaggio degli Stati Uniti penetrati nella regione con tutta la potenza del loro gigantesco arsenale militare, l’influenza che esercitava in una zona del mondo in cui negli ultimi secoli era venuta affermandosi la sua egemonia, persino in una serie di paesi di rilevante importanza strategica ed economica (per via delle risorse energetiche) che hanno fatto parte dell’URSS e che tuttora aderiscono alla Confe- derazione degli Stati Indipendenti, che della vecchia unione è la diretta erede.
Le tappe della penetrazione americana in Asia Centrale, ben oltre i confini dell’Afghanistan, sono state descritte, con dovizia di dettagli, in numerosi interventi di studiosi italiani 1, ai quali non è sfuggita la valenza esplosiva del conflitto “sotterraneo”, apertosi tra le due più grandi potenze nucleari, a cui la Russia è in un certo senso stata costretta, e a cui, oggi, cerca di dare risposte che, necessariamente, devono fare i conti con lo stato sfavorevole dei rapporti di forza con gli USA.
La Russia non può che guardare con grande preoccupazione a quanto avviene in una regione in cui passano i suoi confini su una linea di migliaia e migliaia di chilometri, nel momento in cui una agguerrita base aerea militare è già in funzione in Kirghisia (paese confinante con la Cina, destabilizzato da acute tensioni, a cui gli USA non sono certo estranei) e altre sono in costruzione in Uzbekistan e in Tagikistan. E mentre un’altra repubblica ex sovietica dell’Asia, il Turkmenistan – governato da quel Nijazov che, con metodi da emiro medievale, benevolmente tollerati anche dai più solerti “difensori dei diritti umani”, soffoca ogni forma di dissenso –, caduta ormai da anni sotto l’egemonia americana, sottoscrive con l’Afghanistan e il Pakistan il progetto che garantirà alle compagnie USA il controllo delle enormi risorse di gas naturale presenti nel paese, tagliando completamente fuori i russi 2.
Del resto, gli stessi Stati Uniti non hanno fatto mistero della loro intenzione di mantenere (e rafforzare) la propria presenza militare e l’ingerenza economica nell’area, ben al di là delle zone di combattimento con i talebani in Afghanistan, a dispetto delle assicurazioni inizialmente date ai partner russo e cinese. Come ha osservato Giulietto Chiesa, di fronte all’ “escalation” americana “pensare che a Mosca si innalzino fuochi d’artificio di gioia è fuori luogo”3.
E a ben vedere Mosca non ha mancato, in parecchie occasioni, di manifestare il proprio disappunto per la linea di condotta americana. Lo ha fatto, ad esempio, nel maggio scorso, con l’appello di Putin per la costituzione di un comando militare unificato, rivolto in particolare a paesi dello spazio ex sovietico appartenenti come la Russia al cosiddetto “Trattato di sicurezza collettiva”, vale a dire Bielorussia, Arme-nia, Kazachstan, Tagikistan e Kirghisia. E, più recentemente, il ministro della difesa Serghej Ivanov, in una dichiarazione ripresa prontamente dall’agenzia ufficiale della Repubblica Popolare Cinese4, pur riconoscendo che la coalizione “antiterrorista” rimane uno strumento al servizio degli “interessi nazionali” della Russia, ha comunque avvertito abbastanza bruscamente i partner americani che la tolleranza dei russi nei confronti della loro invadenza sta raggiungendo il limite:”Esi- “Esigiamo la massima trasparenza in merito alle loro (degli USA) attività militari nella regione e garanzie circa la durata della loro presenza”.
Sarebbe impensabile, quindi, che proprio in questa fase di difficoltà alle sue frontiere Mosca non si muovesse nella direzione di un consolidamento e di un rafforzamento delle proprie alleanze e interlocuzioni sulla direttrice asiatica.
Chi abbia seguito le principali iniziative internazionali della Russia, nel mese di giugno, immediatamente dopo lo svolgimento del vertice di Pratica di Mare, avrà notato un’assoluta prevalenza degli impegni con interlocutori asiatici (stati e organizzazioni).
In pochissimi giorni si sono succedute visite e incontri di esponenti politici e diplomatici di primissimo piano sia in Russia, sia in diversi paesi dell’Asia Centrale e Orientale, che con Mosca condividono importanti interessi strategici, e la preoccupazione per la crescente ingerenza degli USA in una regione fino a ieri in larga parte sottratta alla loro egemonia.
Insomma, l’Asia non solo continua a rimanere al centro dell’impegno della diplomazia russa, ma sembra assumere un’importanza ancora più rilevante nelle strategie di politica internazionale di questo grande paese.
Anche se sembra essere sfuggito a molti osservatori impegnati a seguire gli sviluppi della politica occidentale di Putin, abbiamo ad esem- pio assistito ad avvenimenti di grande significato, come la realizzazione di intese, anche, e soprattutto, a carattere militare con il vicino Iran, che sta vivendo una difficile fase delle sue relazioni con gli Stati Uniti.
Per non parlare poi di quanto sta maturando agli estremi confini orientali della Federazione Russa, attraverso frequenti visite ad alto livello e scambi di vedute, nel rafforzamento della politica di collaborazione e buon vicinato con uno dei paesi più invisi all’amministrazione USA, la Corea del Nord, inserita nella lista dei “paesi canaglia”, sorretta tenacemente da Mosca nei suoi sforzi finalizzati a regolare pacificamente la travagliata questione della riunificazione della penisola coreana5.
Ma è soprattutto con la Cina che si intende mantenere e consolidare quel rapporto privilegiato, costruito – occorre riconoscerlo – con l’apporto determinante di Vladimir Putin (definito dai cinesi, in ogni occasione, “grande amico”), e culminato nella firma del “Trattato di amicizia e cooperazione” del luglio 2001, che sembra porre le premesse anche formali per la costruzione di un asse tra i due giganti asiatici, in grado di costituire un poderoso “contrappeso” al dilagare dell’egemonia americana sull’intero pianeta.
Non è dovuto certo al caso che la più importante scadenza internazionale affrontata da Putin dopo la ratifica del “Consiglio Russia-NATO”, sia rappresentata dal secondo vertice dei capi di stato della “Organizzazione per la cooperazione di Shanghai”, svoltosi a San Pietroburgo a metà giugno, che ha approvato, in particolare, lo Statuto dell’organismo e, più in generale, ha definito un nuovo e più avanzato terreno d’iniziative comuni ai sei paesi partecipanti6, che potrebbero addirittura preludere a un imminente ingresso dell’India.
L’avvenimento più rilevante, registrato durante lo svolgimento del vertice di San Pietroburgo, è sicuramente rappresentato dall’incontro tra i due capi di stato russo e cinese, Putin e Jang Zemin, anche a conferma del significato storico del primo anniversario della firma del Trattato d’amicizia tra i due paesi. Alla vigilia dell’incontro, a testimoniare la straordinaria importanza che la controparte russa assegna alle relazioni con la Cina, Putin ha voluto concedere una lunga e approfondita intervista all’importante giornale cinese “Quotidiano del Popolo”, che è stata ripresa anche dall’agenzia nazionale russa RIA Novosti 7.
Putin, pur evitando come è nel suo stile qualsiasi eccesso polemico verso terze parti, a cominciare da Washington, ribadisce le direttrici fondamentali della politica estera del suo paese, così come sono state definite ufficialmente già nel primo anno del suo mandato8, che spiegano il ruolo strategico attribuito alle relazioni con la Repubblica Popolare Cinese: i propri “interessi nazionali” come “bussola” di ogni iniziativa diplomatica della Russia e – a smentire tutte le teorizzazioni sulla “pacificazione dell’impero”, sotto comando USA – la ricerca tenace delle condizioni per la costruzione di un “mondo multipolare”, che opponga resistenza a qualsiasi volontà egemonica, da qualunque parte provenga.
Come afferma Putin nell’intervista, proprio “la Repubblica Popolare Cinese è sicuramente in grado di esercitare un peso enorme e un ruolo fondamentale non solo in Asia, ma in tutto il mondo, con il fine di creare un sistema in cui sia ad Ovest che ad Est possano agire paesi inseriti in organizzazioni regionali, cementate da un’unica idea: la creazione di un mondo multipolare e il senso di responsabilità per il destino dell’umanità”. “È così che – continua Putin, rilevando l’immutato valore dell’accordo strategico firmato nel 2001 con la Cina – la partnership strategica si deve riempire di contenuti concreti, perché la cooperazione tra Russia e Cina è fattore indispensabile del rafforzamento della pace e della sicurezza internazionale”. “La base oggettiva della nostra collaborazione strategica – prosegue il presidente russo – è rappresentata da fondamentali interessi nazionali comuni e, soprattutto, dal medesimo approccio allo sviluppo delle relazioni bilaterali ed ai processi di costruzione della pace”.
Putin approfitta anche della rilevante occasione offerta dall’intervista per ribadire, all’indomani del vertice in Italia, la sua netta contrarietà a qualsiasi ipotesi di allargamento della NATO, in particolare in quelle aree dello spazio ex sovietico in cui la Russia condivide interessi e preoccupazioni comuni con la Cina. “Fin dall’inizio abbiamo sostenuto che l’allargamento della NATO non poteva essere giustificato da alcuna necessità obiettiva. E ciò ha ancor più valore per i paesi della CSI, molti dei quali hanno già fatto la scelta di garantire la propria sicurezza attraverso il meccanismo del Trattato di sicurezza collettiva”. E in tal modo, ancora una volta, Putin ribadisce la sua preferenza verso l’opzione di un comando unificato delle repubbliche ex sovietiche, a garanzia della stabilità nella regione centroasiatica, in aperta contraddizione con quelli che sembrano essere gli orientamenti prevalenti delle cancellerie occidentali.
Un’altra conferma del valore essenziale attribuito al ruolo del partner cinese era venuta quando, alla vigilia del vertice di Pratica di Mare, il ministro della difesa russo Serghej Ivanov aveva ritenuto di recarsi in visita a Pechino, per incontrarsi con il suo omologo cinese. In quella occasione, quasi ignorata dalla stampa occidentale, sono stati perfezionati alcuni importanti accordi che incrementano la già enorme collaborazione militare tra i due paesi e che dovrebbero elevare le forniture di armamenti alla Cina, che fino ad ora già rappresentano, secondo stime credibili, quasi il 40% del totale complessivo delle esportazioni russe di produzioni belliche9.
La visita di Ivanov, considerato tra gli esponenti della compagine governativa russa meno favorevoli alle aperture all’Occidente – in quanto, in contrapposizione ad altri potenti gruppi oligarchici, egli sembra essere il rappresentante di quei settori dei vertici militari e dell’apparato militare-industriale, che potrebbero subire seri danni da una condotta politica tutta sbilanciata verso l’Occidente – aveva anche lo scopo di rassicurare i vertici delle forze armate di Pechino. Infatti, secondo quanto riportato da alcune fonti10, alcuni alti gradi dell’ “Armata popolare di liberazione”, nelle fasi che avevano preceduto la costituzione del “Consiglio Russia-NATO”, avevano manifestato qualche preoccupazione di fronte alla possibilità che l’avvicinamento di Mosca all’ Alleanza atlantica si traducesse in una drastica riduzione della collaborazione con la Cina, e avevano lasciato intendere di non escludere una maggiore diversificazione delle importazioni di materiale bellico, che avrebbe sicuramente prodotto pesanti contraccolpi sul mercato russo.

Note

1 Segnaliamo in particolare i numerosi articoli di Manlio Dinucci, Tommaso Di Francesco e Giulietto Chiesa apparsi, in particolare, su Il Manifesto e, per quanto riguarda Chiesa, su La Stampa.
2 Manlio Dinucci, “Approvato il gasdotto talebano”, Il Manifesto, 4 giugno 2002.

3 Giulietto Chiesa, “Putin ha un amico a Washington, ma Bush ha un amico a Mosca?”, La Stampa, 15 maggio 2002.

4 “Russia to limit US military presence in Central Asia”, Xinhua News Agency, 12 giugno 2002.

5 Dmitrij Kosyriov, “In Corea Mosca non intende giocare un ruolo di secondo piano, lasciando la leadership agli americani”, www.rian.ru 20 maggio 2002.

6 Sulla formazione e le finalità dell’ “Organizzazione per la cooperazione di Shanghai”, a cui aderiscono, oltre a Russia e Cina, anche Kazachstan, Uzbekistan, Tagikistan e Kirghisia, S.R., “Dopo l’accordo di Shanghai”, L’Ernesto, n.4 luglio agosto 2001. Sull’attuale ruolo dell’organizzazione, vale la pena di riportare il giudizio di un osservatore politico russo, fedele interprete di posizioni “ufficiali”: “…dopo l’abbattimento del regime dei talebani in Afgha-nistan, l’installazione in Asia Cen-trale di basi militari americane e di altri paesi, dopo che la regione è venuta acquisendo un’importanza straordinaria per la politica energetica mondiale, è apparso evidente che i piani approntati la scorsa estate, che prevedono la costruzione di un’organizzazione a pieno titolo, balzano al centro della politica mondiale…Dopo l’inizio della guerra in Afghanistan, è apparso chiaramente che l’Organizzazione di Shanghai, appena venuta alla luce, avrebbe potuto giocare un ruolo decisivo nella creazione di forme di collaborazione in Asia Centrale, anche se al momento attuale, apparentemente la partita sembra essere condotta da americani ed europei…Alla base dell’organizzazione ci sono solide fondamenta: la consapevolezza da parte delle nuove realtà dell’Asia Centrale che esse, più che in precedenza, sono obbligate a collaborare nel suo ambito…La posizione dell’organizzazione in merito alle questioni della difesa è stata illustrata in modo preciso, a Pechino, dal vice ministro degli Esteri della Repubblica Popolare Cinese Liu Guchan, che ha affermato che la presenza militare americana in Asia Centrale ha creato una situazione del tutto nuova. Ma le azioni degli USA non sembrano svolgere un ruolo decisivo ai fini del rafforzamento della sicurezza nella regione, poiché il problema afghano non è stato ancora risolto e le radici del terrorismo non sono state estirpate. Perciò – ritiene Liu Guchan – tutti i problemi della stabilità e della sicurezza dovrebbero essere risolti dai paesi centroasiatici stessi, è ciò richiede azioni determinate da parte dell’Organizzazione per la cooperazione di Shanghai… Non solo a Pechino, ma, seppure in diversa misura, in ciascuna delle sei capitali, oggi è opinione comune che l’operazione americana in Afghanistan non sia terminata, che le prospettive di stabilità in questo paese, come del resto nel vicino Pakistan, non siano del tutto chiare, e che, di conseguenza, gli americani, i tedeschi e gli inglesi non debbano essere considerati la forza decisiva nei giochi politici regionali. Tale forza dovrebbe essere rappresentata dai paesi medesimi della regione, e a tal fine è più che mai necessaria la collaborazione nell’ambito dell’Organizzazione di Shan-ghai”, Dmitrij Kosyriov, “I pilastri dell’ Organizzazione per la cooperazione di Shanghai sono praticamente pronti”, www.rian.ru, 13 maggio 2002.

7 Intervista del Presidente della Federazione Russa al giornale cinese Quotidiano del Popolo, www.rian.ru 5 giugno 2002.

8 “La concezione della politica estera della Federazione Russa”, www.mid.ru

9 Dmitrij Kosyriov, “Nell’agenda diplomatica di Mosca è prevista una settimana orientale”, www.rian.ru 2 giugno 2002.

10 Nezavisimaja Gazeta, 3 giugno 2002.