Romania: un voto contro il Fondo Monetario Internazionale

Domenica 26 novembre si sono svolte in Romania le elezioni per il rinnovo dei due rami del parlamento ed il primo turno delle presidenziali, in un contesto generale di grave crisi economica e sociale che, da una parte, ha letteralmente travolto la coalizione di governo di centro-destra del presidente Constantinescu (Convenzione Democratica Romena, Cdr), sostenuta fino all’ultimo da Fmi, Usa e Ue, e, dall’altra, premiato tanto l’opposizione di sinistra (Partito della Democrazia Sociale di Iliescu, Pdsr), quanto di estrema destra xenofoba e contraria alla Ue (Partito Romania Mare di Corneliu Vadim Tudor, Prm).
Al ballottaggio del 10 dicembre, Iliescu si è imposto nettamente sullo stesso Tudor (66,83% contro 33,17), grazie anche al sostegno ricevuto, pur se a malincuore, dai tradizionali avversari politici del centro-destra nel tentativo, per ora riuscito, di isolare il candidato dell’estrema destra.
Non è inutile, ai fini della nostra analisi, ricostruire brevemente la storia recente della Romania, paese fondamentale per gli equilibri geo-strategici tanto in Europa Orientale quanto nella penisola balcanica, dove la transizione verso il mercato, a partire dalla fine del 1989, è stata e continua ad essere un processo di straordinaria complessità. Come interpretare, in questo contesto, la vittoria di Ion Iliescu e del suo partito? Chi è Iliescu e perché la sua vittoria, una volta isolato Tudor, preoccupa Europa, Usa e Fmi?
Zoe Petre, prima consigliera dell’ormai ex presidente Constantinescu, ha definito Iliescu “il male minore per la Romania”, anche se “su di lui non cambio parere… Tra l’89 e il ’90 ho provato a credere in Iliescu finché non ha avuto un’involuzione, rifiutando il dialogo con l’opposizione”(1). Comunista della prima ora, uomo molto vicino a Mosca, Iliescu ha ricoperto incarichi importanti, tra i quali quello di ministro della cultura, per poi essere gradualmente messo ai margini a partire dal 1971, una volta prese le distanze da Ceausescu. Fondatore nella primavera del 1989 del Fronte di Salvezza Nazionale (Fsn), insieme a settori importanti dell’esercito e dei servizi di sicurezza (Securitate) e con la piena collaborazione di Mosca e, pare, dello stesso Kgb, Iliescu è stato senza dubbio un animatore non tanto della protesta popolare, quanto del rovesciamento e della successiva uccisione di Ceausescu (dicembre 1989), nel tentativo di imprimere una svolta modernizzatrice ad un regime in crisi e senza più il sostegno della Mosca di Gorbaciov (2). Eletto presidente della repubblica con l’85% dei consensi nel maggio 1990, sfruttando le divisioni all’interno dell’opposizione liberista e filo-atlantica, Iliescu ha tentato di imporre una transizione morbida verso il mercato (una sorta di compromesso tra piano e mercato), attenta alle esigenze sociali di un popolo uscito stremato da un decennio di austerità e, soprattutto, controllata. Su questo, lo scontro con l’opposizione di destra, gli Stati Uniti e le organizzazioni finanziarie internazionali è stato durissimo e senza esclusione di colpi: nel giugno 1990, i minatori del bacino del Jiu sono scesi a Bucarest per sostenere Iliescu, scontrandosi violentemente contro l’opposizione di centro-destra e gli studenti che protestavano da giorni per imporre un’accelerazione delle riforme richieste dal Fmi. Nel settembre 1991, quando, con il sostegno dei minatori di nuovo scesi a Bucarest, Iliescu ha accettato di destituire il primo ministro e presidente del Fsn Roman, favorevole al disegno liberista del Fmi, il dibattito sulle prospettive di sviluppo economico e sulla collocazione internazionale si è spostato all’interno dello stesso Fronte. “Non vogliamo cambiamenti politici – ha sottolineato in quei giorni il capo del sindacato dei minatori Miron Cozma – non vogliamo né le dimissioni del presidente né del governo, ma soltanto quelle di Roman e chiediamo il congelamento dei prezzi” (La Repubblica, 26-09-1991).
Significativo, a tal proposito, il commento di Petta sul Corriere della Sera (28-09-1991): “La convivenza tra Roman e Iliescu era fondata su un compromesso: il primo aveva luce verde per la sua riforma economica e il secondo provvedeva alla conduzione della vita politica. Questo compromesso, che ha accumulato un intreccio di contraddizioni tra il liberismo economico del primo ministro e il conservatorismo filocomunista del presidente, doveva presto o tardi fatalmente saltare, ed è infatti saltato facendo affondare Roman e lasciando a galla Iliescu col salvagente dei minatori”. Secondo Roman, “è stato un colpo di stato contro la democrazia e le riforme realizzato dalle forze dell’antico regime” (3). Dopo un aspro e lacerante dibattito alla terza convenzione del Fsn (fine marzo 1992), i sostenitori di Iliescu, favorevoli a ristabilire “i diritti dello stato nel processo economico durante il periodo di transizione “(4) e, di conseguenza, accusati da Roman di voler ricostruire il vecchio regime e bloccare le riforme neoliberiste, si sono organizzati nel Fronte Democratico di Salvezza Nazionale (Fdsn, poi Pdsr), uscito a sorpresa vincitore alle elezioni politiche e presidenziali del settembre 1992 contro il blocco delle opposizioni di destra, liberiste e filo-atlantiche (Cdr), alle quali si era unito anche il Fsn di Roman. Nonostante le rassicurazioni di Iliescu, tradottesi, come già in precedenza, nella formazione di un governo di orientamento riformatore orientato a sinistra, le potenze imperialiste hanno sostenuto apertamente l’opposizione di destra, approfittando anche dell’incapacità del governo Vacaroiu di rispondere alle esigenze del paese.
Dopo aver ricostruito, anche se brevemente, il profilo di Iliescu, occorre a questo punto capire le ragioni dell’affermazione del Pdsr e della secca sconfitta delle forze di centro-destra:
a) la vittoria della Cdr alle elezioni del novembre 1996 ha determinato un’accelerazione delle riforme economiche neoliberiste, di concerto con il Fmi, con il solo risultato di distruggere il sistema produttivo e determinare un netto peggioramento delle condizioni di vita e di lavoro delle masse popolari, portando il paese sull’orlo del tracollo economico, finanziario e sociale;
b) dopo una prima crisi politica dovuta all’uscita della Unione sociale e democratica (Usd, ex Fsn) di Roman dal governo nella primavera 1998, nel corso del 1999 tutto il paese è stato scosso da profonde proteste sociali, inaugurate, ancora una volta, dai minatori del Jiu. La cinica risposta del governo: minacce, repressioni e liberismo. In questo contesto, il sostegno fornito dal governo alla brutale aggressione della Nato contro la Jugoslavia, nonostante i rapporti di tradizionale amicizia tra questi due popoli, si è rivelato del tutto contrastante con gli orientamenti della grande maggioranza dell’opinione pubblica e con gli interessi nazionali romeni, dal momento che l’economia del paese, già sull’orlo del tracollo, ha risentito fortemente del blocco totale del Danubio in seguito alla distruzione dei ponti provocata dai bombardamenti;
c) nel dicembre 1999, il presidente Constantinescu, che non ha mai nascosto le proprie propensioni monarchiche, ha licenziato il primo ministro Vasile, facendo carta straccia della Costituzione e nominando, dopo un braccio di ferro con parte della sua coalizione, a capo del governo Isarescu, già presidente della Banca Centrale e uomo fidato del Fmi.
Se questo è il contesto precedente le elezioni, diviene sicuramente più facile comprendere il netto rovesciamento del quadro politico romeno determinato dalle urne. Anche qui, però, senza schematismi o semplificazioni:
1) al primo turno delle elezioni presidenziali, Iliescu ha ottenuto il 36,35% dei consensi, contro il 28,34 di Tudor e, rispettivamente, l’11,7 del liberale Stolojan e il 9,54 dell’ex primo ministro Isarescu, mentre il presidente uscente, Constantinescu, non si è nemmeno ricandidato. Se l’affermazione di Iliescu è stata netta nei distretti orientali e meridionali, inclusa Bucarest, Tudor si è imposto nei più ricchi distretti occidentali ma anche in alcuni centrali, tra i quali Brasov, cuore della rivolta operaia (28,71% contro il 23,73 di Iliescu). Il candidato della minoranza ungherese, Frunda, ha trionfato in alcuni distretti della Transilvania (80% ad Harghita, 71 a Covasna e buone affermazioni a Mures, Satu Mare e Bihor);
2) al ballottaggio del 10 dicembre, grazie anche al sostegno ricevuto, pur se a malincuore, dalle forze di centro-destra per arginare Romania Mare, Iliescu ha sconfitto nettamente Tudor, che ha reagito in maniera scomposta, minacciando tumulti di piazza ed accusando il suo avversario di essere al soldo del Kgb di Putin. A tal proposito la Petre adombra la tesi del “complotto”, dimenticando le malefatte del governo di centro-destra: “All’inizio della campagna c’è stato un qualche artificio che non ha funzionato. Che Iliescu fosse avvantaggiato lo sapevamo tutti, quel che non capisco è come abbia fatto Tudor a passare dal 7% delle amministrative di giugno al 27% di oggi. Eppure, in questi mesi non è accaduto nulla di traumatico, anzi i conti economici sono un po’ migliorati. Il nostro elettorato all’inizio era diviso tra il liberale Stolojan e il premier Isarescu, e d’improvviso è finito in braccio a Tudor. Qualcosa non mi convince: Vadim è l’unico concorrente che nobilita Iliescu a tutore della democrazia. Con qualsiasi altro candidato democratico non sarebbe andata così” (Il Manifesto, 10-10-2000);
3) l’affermazione di Tudor e del suo partito, si accetti o meno la tesi del “complotto”, deve essere indagata a fondo, ma non giunge certamente inaspettata. Da una parte, la stampa liberale filo-atlantica ha evidenziato, fin dal 1991, il presunto legame esistente tra l’estrema destra nazionalista, antieuropea e xenofoba e settori dell’esercito e dei servizi segreti (Seciritate o Sri), denunciando nel contempo una sorta di “asse rosso-bruno” per bloccare le riforme neoliberiste e l’integrazione atlantica.
Dall’altra, però, le diverse forze dell’estrema destra romena, pur se divise, venivano accreditate complessivamente di un 20% di intenzioni di voto fin dalla fine del 1991 (5), come conseguenza del disordine sociale provocato dal corso neoliberista (oggi, il 60% della popolazione romena vive al di sotto del livello di povertà), delle tensioni etniche con la minoranza ungherese e del processo di disgregazione dell’Urss e di conseguente indipendenza di Moldova e Bessarabia, territori tradizionalmente rivendicati dalla Romania;
4) Il voto politico ha ricalcato in parte quello presidenziale: la vittoria del Pdsr è stata netta (37,09 al Senato e 36,61 alla Camera dei Deputati), mentre l’affermazione del Prm di Tudor è meno evidente rispetto alle presidenziali (21% al Senato e 19,4 alla Camera). Tutti i partiti dell’area di governo, da Roman alla Cdr, sono usciti, nel migliore dei casi, fortemente ridimensionati nella loro percentuale di consenso, riuscendo però a mantenere una grande importanza dal punto di vista degli equilibri di governo;
5) Da questo punto di vista, stante la difficoltà nella costruzione di un governo di coalizione e nel tentativo di tranquillizzare l’Occidente, il Pdsr ha dato vita ad un governo monocolore di minoranza, guidato dal moderato Adrian Nastase, con il sostegno esterno delle forze di centro-destra, che potranno, in questo modo, condizionarne pesantemente la politica (6) Nastase è espressione di quei settori del Pdsr considerati dall’occidente più integrati o integrabili nella logica liberale e atlantica rispetto ad altri (e allo stesso Iliescu), considerati invece più disomogenei, autonomi e potenzialmente antagonisti, anche se oggi indotti dalle circostanze ad un atteggiamento più accomodante. Ancora la Petre: “Le cose potranno migliorare se si affermerà l’ala più aperta del Pdsr. Il governo annunciato contiene buoni elementi, a partire dal presidente del consiglio. Ho l’impressione che il Pdsr non sia riuscito a liberarsi di Iliescu come avrebbe voluto”.
Ancora una volta Iliescu, dopo la vittoria, si è prodigato in ampie rassicurazioni sulla reale volontà di accelerare il corso delle riforme, con particolare riferimento alle privatizzazioni, e di non osteggiare l’integrazione del suo paese nell’Ue e nella Nato, anche se da una posizione non subalterna né nei confronti dei grandi centri dell’imperialismo mondiale né delle organizzazioni finanziarie internazionali:
a) riguardo la collocazione internazionale, Iliescu è deciso a giocare un ruolo fondamentale per la stabilità dell’Europa Orientale e dei Balcani. Ma, per fare questo, “La Nato deve rivedere la sua politica ad est, evolvere in direzione della pace e della stabilità. Ma questo si fa aggredendo i problemi di fondo che sono quelli dell’economia, della lotta contro la povertà e per la giustizia sociale”. Dopo aver criticato con nettezza l’aggressione dell’Alleanza Atlantica contro la Jugoslavia, il neo-eletto presidente ha dichiarato di voler ricostruire relazioni positive con Cina e Russia, elemento quest’ultimo “essenziale per entrambe le parti”, concludendo che “senza dimenticare gli obiettivi essenziali dell’integrazione nell’Ue e nella Nato, le relazioni della Romania con il mondo devono essere rafforzate e diversificate”(7);
b) riguardo le riforme economiche, Iliescu ha chiarito che “una vita decente per il popolo romeno dev’essere al centro di qualsiasi politica, lo devono capire anche il Fmi e la Banca Mondiale se non si vuole consegnare il paese al nazionalismo e all’estremismo xenofobo. Dobbiamo rilanciare l’economia e l’agricoltura e per questo serve un atto di responsabilità di tutte le forze democratiche romene e degli organismi internazionali, che spero di avere come partenr leali, interessati a sostenere le riforme” (Il Manifesto, 12-12-2000). Nell’intervista rilasciata all’agenzia di stampa ROMPRESS il 7 novembre, Iliescu ha sostenuto l’utilità degli stati nazionali anche nel processo di globalizzazione in atto, sottolineando la necessità di riformarne “obiettivi e priorità, rafforzare la loro supervisione sul mercato e le funzioni di regolazione e l’organizzazione di una solidarietà sociale nazionale”.
Per concludere, integrazione sì ma dignitosa: “I governi di centro-destra si sono presentati davanti alle istituzioni e ai funzionari della Ue e della Nato come alunni di scuola primaria che non hanno svolto i propri doveri. Noi vogliamo essere considerati un interlocutore degno di dialogo, con diritti uguali a tutti gli altri paesi e non come parenti poveri che vanno con la mano tesa davanti ai più ricchi e potenti del mondo. Dobbiamo sostenere con dignità la nostra causa” (8). Saranno disponibili, Nato e Ue, a sostenere questo percorso? Sarà disponibile il Fmi a considerare le esigenze sociali del popolo romeno? Per ora, Iliescu risulta, con ogni probabilità, assai più gradito alla Mosca di Putin che a Washington e Bruxelles.

Note
1. Il Manifesto, 10-10-2000.
2. In Romania, il dibattito sugli avvenimenti del dicembre 1989 rimane aperto e le diverse posizioni permangono del tutto divergenti, quando non antitetiche. Questo, perché dalla lettura di quegli avvenimenti dipendono l’analisi successiva sui difficili primi anni ‘90 e la collocazione dei diversi soggetti nell’attuale quadro politico, elementi che non favoriscono certamente una ricostruzione il più possibile obiettiva. Rivoluzione popolare o complotto sostenuto dall’esterno? Rivoluzione “tradita” o reale democratizzazione del paese? Quale continuità esiste, se esiste, tra la Securitate e il Servizio Romeno di Informazioni? Su questo, tra gli altri, si segnalano J.B. Naudet, “Roumanie: les métamorphoses de la Securitate”, in Le Monde, 24 luglio 1991 e J. Simpson, “Diez días que enloquecieron al mundo”, in El Pais, 24 dicembre 1994. Oltre a questo, è indicativa l’intervista a Petre Roman su El Pais, 22 dicembre 1999 (“Los comunistas contaminaron la revolucion”).
3. H. Tertsch, “Roman acusa a Iliescu de ser un obstáculo para la democratización rumana”, in El Pais, 11 febbraio 1992.
4. J.B. Naudet, “Le Front de salut national est au bord de la scission”, in Le Monde, 28-03-1992.
5. Su questo, J.Y. Potel, “Déclin du Front de salut national”, in Le Monde Diplomatique, novembre 1991. Su Romania Mare, si segnalano, oltre al già citato articolo di Naudet su Le Monde del 24 luglio 1991, anche B.G. Harbour, “El antiguo poeta de Ceausescu lidera hoy un partido filonazi”, in El Pais, 22 dicembre 1999 e M. Bran, “Les débordementd de Romania Mare”, in Le Monde, 13-12-2000.
6. Il 28 novembre, su richiesta del Pdsr, è stato sottoscritto un memorandum contenente gli impegni reciprocamente assunti dalle parti, tra i quali la disponibilità a sostenere il governo fino al novembre del 2001, per poi procedere ad una prima verifica.
7. La prima citazione è tratta dall’intervista rilasciata da Iliescu a Il Manifesto del 12-12-2000, mentre le rimanenti da un’altra intervista di Iliescu all’agenzia di stampa ROMPRESS il 7 novembre.
8. Intervista a El Pais, 30-11-2000.