Rivoluzione d’ottobre: un varco verso il futuro

Se – caduto il muro di Berlino il 9 novembre 1989 – invece di scappare precipitosamente (tre giorni dopo, alla Bolognina), si fossero mantenuti i nervi saldi e si fossero avviati un dibattito ed una ricerca in modo serio e responsabile con l’intento di capire ciò che stava avvenendo nei paesi del “socialismo reale” (e che avrebbe condotto, due anni dopo, al crollo della stessa Urss), saremmo certamente molto più avanti nella comprensione delle cause di quel dissolvimento. Che si sia preferito scappare, anziché seguire la strada dell’analisi di quei fatti e di quella storia, specie dopo l’intervista a “Nuovi Argomenti” di Togliatti (che, pur rivendicando ai compagni sovietici una analisi marxista delle cause delle violazioni della legalità socialista e delle degenerazioni – dare la colpa ai difetti personali di Stalin e al culto della personalità era fuori dal marxismo – individuava nella burocratizzazione del partito una delle cause principali); dopo il memoriale di Yalta (in cui Togliatti denunciava i ritardi nel ripristinare la legalità socialista e i principi leninisti di funzionamento del partito); e che si sia giunti in meno di un anno e mezzo (3/2/1991) all’”autosuperamento” del Pci, dimostra semplicemente quale fosse in quel momento il livello di preparazione dei quadri dirigenti del partito di Gramsci e di Togliatti.
Poiché però non si può sfuggire sempre all’obbligo di capire, poiché veniamo da lontano (almeno dal 1848, se prescindiamo dagli utopisti) e abbiamo una lunga storia alle spalle dalla quale non possiamo espellere ciò che non ci piace (possiamo e dobbiamo farlo, traendone insegnamento, per il futuro, non per il passato), poiché andiamo lontano, dal momento che vogliamo superare il capitalismo (essendovi le condizioni oggettive per poterlo fare) e costruire una società nuova, comunista, la cui fase iniziale o inferiore è sempre stata definita socialista, conviene certamente non rinviare oltre il tentativo di capire tutto il nostro percorso storico, se vogliamo guardare avanti e individuare la strada giusta da seguire.

Nella storia dell’umanità si possono individuare quattro grandi fasi, nel corso delle quali vigevano altrettanti modelli di società, ognuno dei quali ha rappresentato un livello superiore di organizzazione sociale: le comunità primitive, lo schiavismo, il feudalesimo e il capitalismo.
Considero la Rivoluzione d’Ottobre come l’avvio, l’apertura della strada per entrare in una nuova fase, per pervenire ad un nuovo stadio di organizzazione sociale, guadagnare un quinto livello del progresso dell’umanità nel quale finalmente non esisterà più lo sfruttamento di tanti da parte di pochi ed esisterà, invece, la possibilità, la garanzia per ciascuno di esprimere pienamente la propria personalità e di soddisfare ogni propria esigenza di ogni genere senza che ciò vada a scapito o a danno di altri. Che l’Urss non esista più non cancella questo significato straordinario per l’intera umanità (occorre guardare all’Urss più che ai paesi del Patto di Varsavia – mentre la Cina, Cuba, il Viet-Nam sono ancora lì – perché il socialismo in questi paesi era stato “donato” dall’Esercito Rosso alla fine della seconda guerra mondiale, e non era una conquista di quei popoli, come lo era invece per i popoli sovietici). Quantunque Roy Medvedev – un dissidente sovietico, “rimasto comunista” (Bertinotti a Livorno il 21/01/2001. Egli però fa parte del partito agrario, non del partito comunista della Federazione russa) –, essendosi chiesto se la Rivoluzione d’Ottobre era ineluttabile, abbia risposto fondamentalmente di sì, resta il fatto che l’Urss non c’è più.

Quali le cause, che hanno condotto al dissolvimento del “Paese del socialismo”, frutto di una rivoluzione che doveva portare ad un quinto livello del progresso umano? Sono sicuramente tante, di ordine interno e di ordine esterno, di ordine soggettivo e di ordine oggettivo. Se siano prevalenti le une o le altre è difficile, per me, da stabilire, perché si sono influenzate reciprocamente e non solo sommate tra di loro.
Ricordo che nel Pci tutti stavano ben attenti a non dire cose “fuori linea”, non tanto quando si dovesse esporre in pubblico la posizione del partito su questa o quella questione (il che era giusto, trattandosi di rappresentare il partito e non se stessi), ma nello stesso dibattito interno. Figurarsi quali attenzioni per non andare “fuori linea” dovevano essere poste nel Pc(b) dell’Urss e nel Pcus quando – venuta meno la rivoluzione nel resto dell’Europa, che era ritenuta indispensabile per garantire il successo a quella dell’Ottobre – si decise di procedere ugualmente alla costruzione del socialismo in un paese solo. Non è tanto il fatto che il partito si era fatto Stato, quanto il venir meno del suo funzionamento democratico ad impedire, di conseguenza, il funzionamento democratico delle istituzioni dello Stato, a partire dai Soviet locali. La stessa pianificazione dell’economia – che sarà necessariamente il modo razionale per provvedere alle esigenze degli uomini nel futuro e che sostituirà l’anarchia capitalistica attuale – era una direttiva che veniva dall’alto senza riscontro dal basso e che, per non andare fuori linea o diventare “nemici del popolo” (con tutte le tragiche conseguenze del caso), veniva pedissequamente applicata senza discernimento critico, trasformandosi più che in una imposizione cieca in una obbedienza cieca.
Credo che a produrre questo fenomeno nella vita del partito, e quindi,in tutte le istituzioni dello Stato sovietico, abbia concorso non poco il fatto che la decisione della costruzione del socialismo in un paese solo – decisione difficilmente evitabile in quanto facilmente condivisibile – riguardasse un paese, (che era il più arretrato d’Europa, con oltre il 90% di analfabeti, con popolazioni nomadi o seminomadi, con rapporti sociali di tipo feudale in vaste aree del paese nonostante l’abolizione della servitù della gleba fosse stata legiferata nel 1865, con una borghesia agli albori e con lo zarismo appena abbattuto) che doveva necessariamente raggiungere i paesi più avanzati quasi a marce forzate per avere una speranza di successo. Questa urgenza dell’alfabetizzazione e dello sviluppo economico non lasciava spazio a tentennamenti, a discussioni continue, a perdite di tempo di qualsiasi genere, ma richiedeva uno sforzo quotidiano teso al massimo perché si trattava di costruire fabbriche, scuole, ospedali, case, strade, ferrovie, canali, centrali elettriche, macchine agricole, trattori, camion, aeroplani, navi, eccetera, oltre che armi per la difesa da eventuali attacchi. Dobbiamo ritenere che la grande maggioranza di ogni popolo sovietico condividesse questo intento, tanto che sconfisse gli attacchi militari stranieri al nuovo potere; gli attacchi interni delle forze controrivoluzionarie dai giorni stessi della rivoluzione come quelli di Kornilov e, negli anni successivi, come delle bande dei vari Denikin; e dando vita ai grandi movimenti degli udarniki e degli stakanovisti, che trascinavano le masse lavoratrici a dare il meglio di sé nelle varie branche della produzione. Durante la seconda guerra mondiale si è chiaramente confermata questa grande adesione e partecipazione all’impegno della costruzione del socialismo, a questo tipo di società nuova, che stavano edificando, che esaltava lo spirito patriottico per sconfiggere l’aggressione nazista (che aveva, come scopo dichiarato, quello di annientare il bolscevismo). Davanti ai plotoni di esecuzione nazisti si moriva gridando: “Per la Patria, per Stalin!”, che era anche il grido di quanti andavano all’attacco, preceduto da un altro grido: “I comunisti avanti!”. Senza questo impegno diretto nella costruzione del socialismo dei popoli sovietici, l’Urss e l’Esercito Rosso non avrebbero potuto rifarsi dall’urto tremendo delle forze armate tedesche, che erano giunte fino alla periferia di Mosca e a Stalingrado (così in profondità quasi certamente anche per essersi fidati del Patto di non aggressione con la Germania di Hitler), non avrebbero potuto ricacciare indietro gli hitleriani fino ad obbligare gli Alleati – quando cominciarono ad avanzare sempre più velocemente – all’apertura del secondo fronte con lo sbarco in Normandia, sempre promesso e mai attuato con l’intento di vedere distruggersi reciprocamente tedeschi e sovietici. Senza questo grande coinvolgimento di quei popoli nell’edificazione di una società nuova, l’Urss sarebbe saltata allora.

È saltata e si è dissolta invece quasi mezzo secolo dopo, la vigilia di Natale del 1991. È in questo arco di tempo che, evidentemente, è venuto meno l’impegno nella costruzione del socialismo e la fiducia nella riuscita dell’impresa. È bastato che Gorbaciov cercasse di smuovere la stagnazione quasi ventennale di Breznev, con l’annuncio della perestroika e della glasnost, per produrre non un movimento per la ristrutturazione del socialismo con un allargamento della democrazia mediante la trasparenza delle informazioni e delle decisioni, ma dei movimenti e dei processi politici contrari al socialismo, che – con il ruolo determinante di Eltsin – hanno finito per avere il sopravvento. Questi movimenti sono venuti alla luce durante il periodo di Gorbaciov, ma erano evidentemente latenti da tempo nel seno della società sovietica. Dovevano esserci necessariamente diversi motivi di insoddisfazione nei popoli sovietici se, non nella maggioranza delle persone, ma almeno in una cospicua minoranza avente comunque forza sufficiente per destabilizzare non solo il governo dell’Urss ma anche il suo sistema sociale.
Fra le cause di questo fenomeno non possono esservi solo quelle interne, come il venir meno del funzionamento democratico del partito che permeava tutta la società, ma anche altre cause, come il fatto che l’Urss, pur ricoprendo un sesto del mondo, era circondata dai paesi capitalistici, che hanno fatto di tutto e di più per riuscire ad abbatterla.
L’Urss era partita praticamente da zero dopo la Rivoluzione d’Ottobre, e ha dovuto ripartire quasi da zero, per la seconda volta, al termine della seconda guerra mondiale, che era costata enormi distruzioni materiali ed oltre 22 milioni di morti. Gli Usa, invece, non ebbero distruzioni di sorta né nella prima né nella seconda guerra mondiale, lasciando sul campo circa trecentomila soldati morti. La differenza è enorme. Credo sia da mettere nel conto, anche, il grande impegno internazionalista dell’Urss e del Pcus, a cominciare dalla guerra di Spagna, per proseguire con l’aiuto materiale ai vari partiti e ai vari popoli in lotta per la loro emancipazione e liberazione dal colonialismo che hanno preso le mosse dall’esempio della Rivoluzione d’Ottobre e che hanno potuto contare sull’aiuto concreto del nuovo Stato sovietico.
C’è stata una fase, dopo la seconda guerra mondiale, nella quale sembrava che l’Urss stesse per farcela, perché grande era il suo prestigio dopo la vittoria sul nazifascismo, dopo la conquista dello spazio (il primo uomo nello spazio fu un comunista sovietico), dopo l’allargarsi del “campo socialista” non solo ai paesi dell’Est europeo ma alla Cina, a Cuba, al Viet-Nam e dopo il grande movimento di liberazione dei popoli coloniali in tutti i continenti, mentre nei paesi capitalistici la classe operaia otteneva conquiste economiche, sociali, politiche, di libertà democratiche e di civiltà: sembrava impossibile ormai che dovesse fallire, come invece è accaduto.

Evidentemente la “guerra fredda” (iniziata nel corso di quella calda con il dilazionamento dell’apertura del secondo fronte e con lo sgancio – del tutto ingiustificato militarmente – di due bombe atomiche sopra Hiroshima e Nagasaki per dire al mondo chi lo avrebbe comandato, ufficializzata poi con la dottrina del “contenimento del comunismo” di Truman e con l’incredibile discorso di W. Churchill a Fulton il 5/3/1946 davanti allo stesso Truman nel quale sostenne che occorreva aggredire l’Urss e distruggere subito il suo sistema sociale, profittando del suo stato di prostrazione per aver sostenuto il maggior sforzo bellico e ricorrendo anche all’arma atomica, di cui gli Usa detenevano allora il monopolio) ha avuto i suoi deleteri effetti. Uno di questi può essere stato quello di temere fortemente, da parte dei dirigenti sovietici, che l’imperialismo potesse ricorrere alla forza militare per abbattere l’Urss (specie dopo la disastrosa esperienza del Patto di non aggressione con Hitler). Questa paura deve aver indotto i dirigenti sovietici a compiere ogni sforzo per restare almeno al passo con i progressi militari degli Usa e della Nato (costituita a Washington il 4/4/1949, a cui fu contrapposto il Patto di Varsavia il 14/5/1955, dopo oltre sei anni di intensa attività diplomatica per ricomporre l’alleanza antinazista e antifascista che aveva vinto la seconda guerra mondiale), per essere in grado di rispondere prontamente, senza più farsi sorprendere, ad un eventuale nuovo attacco, oltretutto minacciato apertamente.
Questo sforzo, che perpetuava un centralismo praticamente assoluto quantunque ormai anacronistico, assieme a quello per la ricostruzione e all’impegno non solo politico e morale dell’internazionalismo in tutti i continenti, ha impedito all’economia socialista di soddisfare l’esigenza di benessere dei popoli sovietici. I quali, se avevano capito e fortemente sostenuto le scelte dell’indispensabile industrializzazione, della collettivizzazione dell’agricoltura e l’enorme peso della “Grande Guerra Patriottica”, nonché gli oneri dell’internazionalismo, non potevano forse più capire che questo sforzo dovesse durare in eterno. Tanto più che – specie dopo il rapporto segreto di Krusciov che deve necessariamente aver scosso i sovietici più di tutti gli altri, dopo la rottura con la Cina quando c’era da attendersi una forte collaborazione, e dopo Breznev – perdurando nel partito e nella società il metodo dell’obbedienza acritica alle “direttive” dall’alto piuttosto che richiedere una partecipazione democratica attiva ad ogni membro della società, cominciando dall’interno del partito, si è determinata una situazione nella quale ognuno si limitava ad eseguire passivamente gli ordini ricevuti.

Questo timore di un nuovo attacco brigantesco ha indotto a richiedere uno sforzo per gli armamenti superiore alle possibilità dell’economia sovietica, tale che, alla fine, ha fatto mancare quel consenso al governo dell’Urss che c’era stato fino a tutta la seconda guerra mondiale e fino al XX Congresso del Pcus. L’eccesso di centralismo nella pianificazione dell’economia ha perdurato troppo a lungo rispetto alle esigenze storiche iniziali. Molto probabilmente, invece, occorreva rivitalizzare la costruzione (ricostruzione) del socialismo, stimolando la partecipazione democratica popolare e ridando vigore ai soviet, anzi dando per davvero “tutto il potere ai soviet”, togliendolo in grande parte al soviet supremo, che lo esercitava impedendo a quelli inferiori di attivarsi ed esplicare una propria creatività. Ma il timore di farsi cogliere impreparati – che era una delle accuse più gravi mosse a Stalin – ha evidentemente avuto il sopravvento nella politica dei dirigenti sovietici, sacrificando tutto – il benessere, la democrazia, la libertà – alle spese militari, forse rassicurati su questa linea, che poi si è rivelata disastrosa, dal positivo effetto nel frenare l’aggressività dell’imperialismo anglo-americano, che ebbe l’annuncio di Molotov: “La bomba atomica non è più un segreto”.

Voglio dire che dobbiamo ancora discutere molto per capire cosa è realmente successo, perché le cause, interne ed esterne, soggettive ed oggettive, sono molte e molto intrecciate fra di loro, tanto che non sarà affatto agevole stabilire il peso di ciascuna (comprese quelle che non ho nemmeno citato) nel determinare i diversi effetti, i quali, divenuti a loro volta causa, hanno prodotto il risultato finale.
Forse bisognava – dopo la mancata rivoluzione nel resto d’Europa per responsabilità dei capi della II Internazionale – non tentare quella “scalata al cielo”. Personalmente, però, mi sento di dire che io stesso mi sarei battuto per provarci, perché ciò avrebbe significato, come ha significato, diventare un esempio, un punto di riferimento, un punto di appoggio per le classi sfruttate ed oppresse di tutto il mondo, per altri popoli ed altri paesi, che in effetti si sono mossi ottenendo dei risultati positivi in tutti i continenti.
Sta di fatto che, ai miei occhi, la Rivoluzione d’Ottobre e gli oltre settant’anni di esistenza dell’Urss hanno aperto una breccia, uno squarcio sul futuro, verso la conquista di un quinto stadio della civiltà umana, verso una società di liberi ed uguali: la società comunista.