Ritiro delle truppe dall’Iraq: l’interlocutore sia la Resistenza

Bisogna realizzare un incontro costruttivo con l’ala politica della Resistenza irachena sia in vista di un avvio del processo di riconciliazione in Iraq, che in vista di un tavolo di trattativa per i tempi tecnici del ritiro degli italiani cui partecipi anche la Resistenza irachena.

LA QUESTIONE CENTRALE PER LA FUTURA DEMOCRAZIA IRACHENA – IL RITIRO DELLE FORZE D’OCCUPAZIONE – NON PUÒ ESSERE DECISA CON L’ATTUALE GOVERNO IRACHENO, NATO DALLE BOMBE AMERICANE

La concomitanza di alcune circostanze rende particolarmente urgente, per quanti sono seriamente impegnati sul tema della pace, precisare contenuti e linguaggi circa il ritiro dei nostri militari in Iraq.
Nell’ambito del centro-sinistra vi è una certa unanimità nel considerare la guerra in Iraq come “immotivata, illegittima, inutile e rovinosa” ed il ritiro del nostro contingente come doveroso. Questo significherebbe che, nel caso in cui si verificasse una vittoria dell’Unione nelle ormai prossime elezioni politiche in Italia, cosa auspicata ed anche probabile, il ritiro delle nostre truppe dovrebbe essere immediato, salvo tempi tecnici da determinare.
Ma qui si apre un ventaglio di possibilità: i tempi tecnici del ritiro dovranno essere trattati con i rappresentanti locali del discusso governo iracheno o con le forze della resistenza o con entrambe?
Il ritiro dovrà avere il carattere di un misconoscimento della partecipazione ad una guerra che il nuovo governo non avrebbe mai voluto? Oppure quello di una metamorfosi dei fini e di un gioco trasformistico in cui non ci sono né approvazioni né sconfessioni della politica dell’alleato americano?
A questo ventaglio di posizioni che molti nel centro-sinistra potrebbero coltivare per sfuggire alla perentorietà dell’affermazione “ritiro immediato” potrebbero aggiungere confusione i radicali, che arrivano nella sinistra con una “dottrina” tutta particolare.
Pannella dice che si è equivocato sulla sua posizione: lui, promovendo le marce antimilitariste e l’obiezione di coscienza era antimilitarista ma non pacifista. Io, per esempio, che sono sempre stato pacifista e avevo partecipato con lui alla marcia antimilitarista di Udine non lo avevo capito. Massimo Teodori, che fino a ieri era radicale oggi non so, è tanto militarista che a Primo Piano dichiara che “gli eserciti regolari”, solo perché tali, possono usare contro i “tagliateste” qualsiasi arma, compreso “fosforo bianco” o altri armi chimiche ed Emma Bonino, che certamente radicale lo è, ignorando non so se volutamente o inscientemente tutte le componenti laiche, nazionaliste e religiose della resistenza politica irachena, grida a gran voce che ritirare le nostre truppe significherebbe “consegnare l’Iraq ai tagliateste”.
Poiché il tempo stringe e già alcuni autorevoli politici del centro-sinistra si sono lasciati sfuggire parole tendenti a esprimere una sostanziale continuità nell’amicizia con gli Usa che poi si esprime come inossidabile fedeltà all’alleanza militare e ad una sempre più velata critica a questa sporca guerra coloniale, è indispensabile porre il centro-sinistra di fronte ad una situazione chiara e fino ad oggi imprevista.
Per fare questo bisogna realizzare un incontro costruttivo con l’ala politica della Resistenza irachena sia in vista di un avvio del processo di riconciliazione in Iraq, che in vista di un tavolo di trattativa per i tempi tecnici del ritiro degli italiani cui partecipi anche la Resistenza irachena.
La parola riconciliazione compare per la prima volta in un documento programmatico delle Forze patriotti – che contro l’occupazione in data 15 febbraio 2005.
Va sottolineato che oltre a chiedere “un calendario chiaro, pubblico, vincolante e internazionalmente garantito del ritiro delle truppe di occupazione” esigono “il riconoscimento della resistenza irachena e del suo diritto legittimo a difendere il proprio paese e le proprie risorse” come “il rifiuto del terrorismo che prende di mira iracheni innocenti, strutture e istituzioni di pubblica utilità e luoghi di culto – moschee, husseniye (centri sciiti), chiese e tutti i luoghi santi”.
Benché la Resistenza non riconosca validità alle elezioni svolte in base alla legge dettata dagli occupanti, tuttavia la parola riconciliazione rimbalza nei confronti delle istituzioni provvisorie create con le elezioni e il presidente Talabani propone una riconciliazione verso quelle forze che sono disposte a deporre le armi.
Mentre la risposta di Al Qaeda, che non combatte in casa sua, è negativa, dura e violenta, non si conosce ancora una risposta della Resistenza nazionalista ma è presumibile che non deporrà le armi. Si può peraltro supporre che, se parla di riconciliazione, sia disposta ad un armistizio fra iracheni.
Per quanto ci possiamo entrare noi italiani e soprattutto noi sinistra italiana sembra che si imponga una iniziativa politica per facilitare l’armistizio fra iracheni, tagliare fuori dalla trattativa gli stranieri e individuare il soggetto con cui definire i tempi tecnici e le modalità del “immediato ritiro” del nostro corpo.
Per fare questo peraltro è necessario che il nostro Ministero degli Esteri dia il visto di ingresso ai rappresentanti politici della Resistenza come il Movimento sciita di Muqtada Al Sadr, il National Iraqi Foundation Congress, il Consiglio degli Ulema, il Consiglio per la volontà delle donne, il Partito comunista per l’Unità popolare, il Fronte patriottico per la liberazione (nazionalista) ecc. altrimenti la Resistenza irachena, per gran parte degli italiani rimane senza volto e viene confusa, soprattutto da chi ama la confusione, con i “tagliateste”.
Qualsiasi cosa ne pensino i nostri padroni di Oltreoceano.
Sarebbe un dignitoso atto di sovranità nazionale e un contributo significativo alla fine di questa guerra criminale.

L’Associazione Amicizia Italia – Iraq. L’Iraq agli iracheni si propone di sostenere la resistenza irachena contro l’occupazione straniera in Iraq, ivi compresa quella italiana, rifiutando anche una eventuale integrazione di forze militari delle Nazioni Unite o della NATO, nel disegno politico in atto con l’occupazione militare a guida americana.
Il rifiuto totale è anche verso l’ingerenza di poteri esterni che agiscono con atti terroristici per finalità estranee agli interessi del popolo iracheno.
L’atto terroristico, il sequestro di ostaggi, il processo sommario ed altre forme di terrorismo, anche per dichiarazioni recenti e ripetute, provenienti da varie autorevoli fonti, sono del tutto aliene dai metodi della resistenza irachena che aspira ad avere un futuro politico e si candida alle prossime elezioni.
Il primo progetto, in fase avanzata di contatti, si concretizza in un invito all’imam Javadh Al Khalisi, Presidente del Iraqi Foundation Congress che raccoglie sciiti, sunniti, laici, cristiani e curdi..

L’associazione che ha provvisoriamente per presidente, Mario Franzoni (detto Giovanni), ha per vice presidente Kadhim Saadie Sakadhim. Hanno aderito Raniero La Valle e giornalisti come Giancarlo Lannutti (Liberazione), Stefano Chiarini (Manifesto), Marinella Correggia e molti altri. Per informazioni o adesioni rivolgersi al segretario Stefano Toppi 328.4366864, [email protected] o a Giovanni Franzoni 06.4454054. L’associazione ha sede in Roma, via dei Mille,6 – 00185.
Eventuali versamenti possono essere effettuati sul C/C postale 62040001 intestato a Mario Franzoni, con la precisazione: per Associazione Amicizia Italia- Iraq.

Per aderire è sufficiente inviare i propri dati anagrafici, l’indirizzo e la quota annuale di almeno cinque euro. Studenti e disoccupati possono chiedere l’esonero dalla quota di partecipazione.