Rilanciare le lotte e la rifondazione comunista

*Comitato Politico Nazionale PRC

Appare evidente che il Prc sta attraversando una delle fasi politiche più difficili del suo percorso, sia negli appuntamenti elettorali che nella sua vita interna: le ultime elezioni amministrative hanno segnato un pesante arretramento, con perdite medie pari al 50-60% rispetto alle politiche del 2006, sebbene i dati più preoccupanti siano un progressivo calo degli iscritti e della militanza. Emblematica è stata la risposta alla manifestazione del 9 giugno a Roma, indetta dal partito in occasione della visita del capo dell’imperialismo americano, Gorge Bush. L’assenza di partecipazione a Piazza del Popolo, se si escludono poche centinaia tra funzionari e parlamentari, ha evidenziato uno scollamento con la base militante mai registrato nei sedici anni di vita del Prc, neanche durante un altro difficile periodo, seguito alla rottura con il primo governo Prodi nel 1998. Non è azzardato ipotizzare un ulteriore aggravamento di questo quadro, a fronte della realizzazione del nefasto protocollo di luglio su pensioni, welfare e lavoro. È inevitabile e vitale avviare una profonda riflessione, e realizzare quei cambiamenti necessari per non assiste-re, impotenti, all’annichilimento del nostro partito. Riflessione ancor più inevitabile, essendo consapevoli che al nostro interno non è così scontata una sintesi condivisa, né sulle cause di questa deriva, né sui possibili rimedi. È evidente che individuare un’unica causa sarebbe riduttivo, ma sarebbe irresponsabile non evidenziare il peso determinante che ha la nostra partecipazione al governo Prodi; oramai non è più sufficiente affermare che dipende dal modo in cui stiamo nel governo. Evitando polemiche retroattive, ritengo un dato di analisi politica affermare che questo governo non solo non ha mai avuto un orientamento che guardasse a sinistra, non solo è impermeabile alle richieste dei diversi movimenti che persistono nel paese, ma oggi più che mai manifesta con grande nettezza un indirizzo liberista, moderato, le cui linee guida sono la compatibilità alle regole di Maastricht, la fedeltà alla Nato e alla sua guida statunitense, la accondiscendenza di fronte all’offensiva clericale. Di fronte a tale offensiva appare sempre più evidente che non è dirimente la discussione su come continuare a stare in questa maggioranza, ma piuttosto se tale scelta è oggi compatibile per una forza alternativa e comunista. Questo cambiamento di visione è necessario, tanto più che tali vocazioni presenti sin dalla costituzione di questo governo hanno poi subìto una forte accelerazione dopo la nascita del Partito Democratico. Questo nuovo partito, che rappresenta il perno dell’esecutivo Prodi, fa della governabilità e della compatibilità al sistema e ai suoi poteri forti il paradigma della propria azione politica, cercando poi di assoggettare a questi criteri tutte le forze politiche dell’Unione. Merita una riflessione accurata anche il tema dei diritti civili e dell’etica laica, che per ragioni di opportunità viene costantemente deluso dall’attuale governo, e che è evidentemente abbandonato all’interno del nuovo soggetto Pd; ma che una società civile non può eludere, pena una egemonia culturale reazionaria sempre più forte e difficile da superare. A questo grave quadro politico corrisponde una forte difficoltà sia dei movimenti, sia delle organizzazioni sindacali confederali, le cui cause sono fortemente intrecciate al tema del governo. È evidente, infatti, che le scelte di Prodi provocano sconcerto e delusione, soprattutto in coloro che in questi anni hanno dato corpo e vita ai diversi movimenti, e speravano in questo esecutivo per l’accoglimento delle loro istanze, mentre esso si rivela sempre più sordo e cieco. Oggi, per queste forze, è inevitabilmente più difficile rimotivare e mobilitare chi pensava di avere da questo governo riferimenti e risposte. Altro nodo preoccupante è dato dalla “sindrome da governo amico”, presente anch’essa in parte dei movimenti, ma che soprattutto attanaglia la Cgil, impedendole di rivendicare una sua autonomia, portandola a rinunciare alla mobilitazione durante la trattativa di luglio, accettando così ricatti e accordi che se presentati da un governo di centro-destra avrebbero avuto come risposta lo sciopero generale. È in questa situazione di empasse e titubanza dei movimenti e della Cgil che il governo Prodi, totalmente conquistato dalle ricette del commissario europeo Almunia e del ministro dell’economia Padoa Schioppa, prima realizza una finanziaria che con i tagli al cuneo fiscale regala miliardi alle imprese, poi, con il protocollo di luglio, assesta un colpo durissimo alle classi lavoratrici: infatti non cancella la legge 30, introduce scalini che aumentano l’età pensionabile a 62 anni, garantisce i lavori usuranti solo fino a 5.000 persone all’anno, dal 2010 taglia i coefficienti per il calcolo delle pensioni. Tutto questo dopo aver confermato il raddoppio della base Usa a Vicenza, incrementato l’impegno nella guerra in Afghanistan, sotto- scritto il progetto USA sullo scudo antimissile; dopo aver rinunciato a una legge sulle unioni di fatto e non aver modificato almeno le linee guida della legge 40 sulla fecondazione medicalmente assistita. Un governo, quindi, che con chiarezza porta avanti un preciso e coerente progetto di riduzione del deficit e del debito pubblico scaricandolo sulle spalle dei lavoratori e dei pensionati, che vedono ridursi il potere reale d’acquisto, e usufruiscono di uno stato sociale sempre più ridotto e privatizzato. Tale progetto incontra il pieno sostegno di Confindustria, nonostante le rituali dichiarazioni di insoddisfazione da parte di Montezemolo, ma si sa… “l’appetito, vien mangiando”. Non si può non prendere atto che il governo Prodi non ha avviato alcuna strutturale riforma per il risarcimento sociale, né mostra alcuna volontà politica di farlo, ad eccezione di qualche laconica dichiarazione di intenti immediatamente smentita dalla concretezza dei fatti. Qual è la risposta del partito? Dopo l’iniziale entusiasmo e ottimismo per la partecipazione a questo governo, di cui ci siamo definiti per troppo tempo la “sentinella”, a fronte dello sviluppo della situazione e delle sconfitte subite si è avviata una discussione interna che presenta gravi limiti, con proposte che ritengo fuorvianti e sbagliate. A parte la ventilata mobilitazione a partire dall’autunno, la proposta più organica emersa dal dibattito e sostenuta da gran parte del gruppo dirigente è quella di fare “massa critica”, al fine di costituire un nuovo soggetto politico/partito attraverso la convergenza di Prc, PdCI, Verdi e Sinistra Democratica di Mussi. Una convergenza da realizzare a tappe, di cui la più importante dovrebbe essere la presentazione di una lista e di un simbolo unici alle elezioni amministrative del 2008. Questo nuovo soggetto dovrebbe, da una parte, reggere la concorrenza del Pd e, dall’altra, condizionare da sinistra le linee del governo. Tale proposta è sbagliata principalmente perché del tutto politicista, in quanto non si capisce su quale programma si dovrebbe realizzare questo nuovo soggetto/partito. Come si può pensare di realizzare un progetto così strutturato con chi si è definito soddisfatto del protocollo di luglio, per noi inaccettabile, e non aderisce alla manifestazione del 20 ottobre? Come si costruisce un progetto comune di politica internazionale con chi non ha aderito neanche alla pur sbiadita piattaforma di Piazza del Popolo del 9 giugno? Non nego, anzi auspico, la possibilità di lavorare con queste forze su alcuni e definiti obiettivi, una vera e propria unità d’azione; ma le evidenti e rilevanti differenze politiche, con forze che pure non aderiscono al Pd, rendono non realizzabile con loro un unico soggetto politico strutturato; a meno di non aver già abdicato all’idea di realizzare un soggetto moderato, ingabbiato nel paradigma governista, per cui il governo non sarebbe più un mezzo ma un fine. Non solo, ma la creazione di questa cosiddetta “cosa rossa” non assumerebbe neppure come minimo comune denominatore “un’identità anticapitalistica”, data la natura e l’aspirazione socialista, governista, filo Nato, di alcune sue componenti e questo segnerebbe l’affossamento della rifondazione di un’identità, di una pratica e di un partito comunista nel nostro paese. È evidente la difficoltà che vive il nostro partito, e più in generale la sinistra, i movimenti, i sindacati, assediati, da una parte, dall’offensiva liberista del capitale industriale e finanziario, e dall’altra dal timore che qualsiasi iniziativa di lotta possa provocare drastiche lacerazioni nel governo e il ritorno delle destre. Ritengo che il Prc, e non solo, debba uscire da questa morsa mortale. Va rilanciata con forza la nostra estraneità a una deriva bipolare e governista e va rimessa al centro della nostra iniziativa la mobilitazione sociale, sulla base di programmi chiari, che abbiano come priorità il ripudio della guerra le istanze del mondo del lavoro, un’etica laica dello stato e la creazione di una reale società interculturale. La manifestazione del 20 ottobre deve essere per noi solo un primo appuntamento, dovremo essere in prima fila in tutte le mobilitazioni che rivendicano un modello economico, sociale, ambientale alternativo a quello attuale. In questo quadro il no della Fiom e dei metalmeccanici all’accordo governo – sindacati confederali su pensioni e welfare rappresenta una risposta forte e netta contro gli attacchi subiti da salari, diritti e stato sociale ormai da anni nel nostro paese. Un “no” che può riaprire le porte ad una nuova stagione di lotta, ad un nuovo protagonismo delle lavoratrici e dei lavoratori, contro la stagione del riflusso e della disillusione del movimento operaio. A noi tutto questo consegna l’opportunità di riallacciare rapporti e relazioni con un mondo di lavoratori, giovani e precari da cui da tempo ci stiamo allontanando. Per questo sbagliata è la decisione del nostro partito di non dare una indicazione di voto contrario nel referendum, evidentemente perché mossi più dalla preoccupazione politicista e moderata di non allentare i rapporti con alcuni pezzi della “cosa rossa”, invece che dalla volontà di entrare in connessione con tanta parte del mondo del lavoro. Intrecciata a questa iniziativa politica va respinta qualsiasi ipotesi organizzativistica, che punti a diluire l’autonomia e l’identità della rifondazione comunista in un nuovo soggetto, con vocazione governistica e bipolare, che si rivelerebbe per noi solo una gabbia. Dobbiamo liberarci dal ricatto: attenti che se cade Prodi arriva Berlusconi e anche per voi sarà peggio. Sono le politiche liberiste realizzate dal centro-sinistra che stanno rafforzando le destre, ed è ormai evidente che la nostra crisi nasce dalla presenza in questo governo, poiché il malessere sociale crescente prima di tutti colpevolizza le forze della sinistra alternativa. La scelta per noi non può essere su quale albero impiccarci. Se questo governo non cambierà i protocolli di luglio, in maniera sostanziale e non con qualche ritocchino, se dovesse essere riconfermata la linea di Padoa Schioppa, non solo dovremo votare contro, ma dovremo ritirare la nostra delegazione governativa. Certo il tema è delicato, serve una profonda discussione su questo, ma non attraverso un generico “referendum” tra il nostro popolo, di cui non sono chiare le modalità e le forme, come propone il segretario Giordano, ma attraverso la discussione nel congresso ormai prossimo. Quello è l’ambito in cui chiamare tutto il corpo del partito a discutere, e dove le diverse opzioni politiche e strategiche che esistono devono essere formulate con limpidezza, al fine di consentire una vera discussione e una scelta chiara.