Rifondazione si spacca e apre la crisi di governo

ROMA – Prosegue il clima di alta tensione tra il governo e Rifondazione dopo lo scontro che ha coinvolto le istituzioni: da una parte la presidenza della Camera e, dall’altra, l’esecutivo. Ieri, dopo la conferma da parte di Bertinotti delle sue parole, è giunta la dura replica del sottosegretario Enrico Micheli a cui sono corrisposte altrettanto dure prese di posizione di Rifondazione. Ieri Romano Prodi ha fatto un disperato appello al senso di responsabilità: «Non facciamoci male da soli, non si va da nessuna parte se si continua a commentare i provvedimenti del governo con il solito “si poteva fare di più”: il benaltrismo oggi è il qualunquismo di sinistra. Sono sereno e vado avanti, non mi preoccupo perché non è nel mio carattere». Ma dal Prc i toni sono ancora alti: «Ormai si è aperta una dialettica politica. Oggi il presidente del Consiglio non è in grado di svolgere il ruolo di garante nell’Unione. Sarebbe opportuno e del tutto logico che avvenisse rapidamente una smentita», dice il segretario Franco Giordano, che propone: «Il vincolo politico va ricostruito con la verifica di gennaio. Penso però che sarebbe utile guardare alla società italiana sin d’ora, e in questo senso anticipare la verifica». Il ministro Paolo Ferrero spiega che sul terreno sociale «c’è una delusione profonda rispetto all’azione del governo». Intanto l’area dell’Ernesto di Rifondazione comunista va all’attacco e annuncia una conferenza stampa del suo stato maggiore, a cominciare dal senatore Fosco Giannini, dal deputato Gianluigi Pegolo, e dal capogruppo Prc alla Regione Emilia, Leonardo Masella. Diserteranno gli Stati generali e chiederanno a gran voce l’uscita dal governo e il congresso di Rifondazione comunista, sulla linea di quanto proposto dall’assemblea degli autoconvocati di Firenze. Per dare ufficialità all’incontro è stata scelta proprio la sede nazionale di Rifondazione a via del Policlinico, nella sala intitolata a Lucio Libertini. “Contro le politiche del governo Prodi, contro la Cosa rossa, per l’autonomia del partito della Rifondazione comunista”. In parole povere: ritiro immediato della delegazione Prc dal governo, poiché è stato lo stesso Bertinotti a chiudere con questa esperienza; no alla Sinistra arcobaleno e perciò rifiuto di partecipare all’incontro alla nuova Fiera di Roma; conferma della data di marzo per il congresso del Prc senza rinvii, sulla base di una piattaforma in stretto collegamento con quella uscita dall’assemblea del 25 novembre autoconvocata dalla base del partito a Firenze. Giannini non ha dubbi: «Siamo di fronte a un colpo di stato interno. Ai militanti e agli iscritti di Rifondazione comunista viene messo un bavaglio in bocca e di fronte alla liquidazione del loro partito non possono dire nemmeno una parola. Lanciamo un appello a tutti: protestate, reagite, riprendete in mano le sorti del Partito della Rifondazione comunista». Sulla “Cosa arcobaleno” calca la mano Pegolo: «C’è bisogno di un soggetto pesante, non di una sinistra light. L’impostazione vada ribaltata e, lasciando stare costruzioni forzose di nuove forze politiche, occorrerebbe realizzare un tessuto di relazioni e una convergenza sulle cose da fare. Sarebbe più credibile e anche più utile». Infine, Masella parla di doppio fallimento per Bertinotti, che ora ammette il flop «completo della linea governista. Ma dopo un errore cosi erave. che ha distrutto il nostro partito sia nel rapporto .con i movimenti che con l’elettorato, quale credibilità può avere per continuare a dettare la linea al partito e al resto della sinistra? Il suo progetto di nuovo partito non più comunista con Mussi sarà un altro clamoroso fallimento».