Riflettendo sul dopo Firenze

Commentare l’evento del Forum Sociale Europeo di Firenze in presenza di una vasta opera di criminalizzazione e repressione come quella partita a metà novembre contro il movimento, richiede innanzitutto una chiara presa di posizione. L’inchiesta della Procura di Cosenza e dei ROS, come prevedibile, sta già perdendo pezzi. Fortunatamente, al momento, il movimento in tutte le sue componenti si è assunto la responsabilità della difesa collettiva dei compagni arrestati. E’ un segnale importante che rivela una novità di grande rilievo e che non era affatto scontata. Resta da capire e occorre farlo in fretta, quale sia la “plancia di comando” che ha determinato l’operazione repressiva e quali siano gli obiettivi al quale punta. La grossolanità ma anche la pericolosità delle accuse (i reati associativi e di opinione previsti dal Codice Rocco) rendono questa operazione fragile ma non meno capziosa. Su questo, la contro-inchiesta messa in campo dal movimento avrà la responsabilità di denunciare il ruolo degli apparati dello Stato o di parte di essi, che – alla vigilia della guerra – stanno conducendo questa vera e propria operazione di “guerra preventiva contro il fronte interno”, una operazione che trae la sua legittimità dalla lotta al terrorismo scatenata dall’amministrazione Bush ma anche dalle liste nere di proscrizione di molte organizzazioni varata dall’Unione Europea.
In Italia la plancia di comando di questa guerra preventiva interna sembra essere la stessa di Genova: un pezzo del governo e della magistratura, i ROS dei carabinieri, l’amministrazione americana. Non è casuale che altri settori dell’establishment siano rimasti interdetti e preoccupati di fronte ad una operazione che sembra riaprire quello scontro dentro gli apparati che ha caratterizzato le pagine più funeste del nostro paese. Il problema è come far si che il movimento non sia un vaso di coccio tra due vasi di ferro e riaffermi con forza la propria autonomia. Detto questo, anche per non farci inchiodare dalla spirale repressione-lotta alla repressione, cerchiamo di capire e confrontarci sull’esperienza emersa dalle giornate di Firenze.

Da Firenze a Cosenza passando per Praga

Il Forum Sociale Europeo di Firenze, è stato un evento politico rilevante che può essere letto con occhi diversi.
Ci sono quelli indubbiamente entusiasti dei giovani che hanno vissuto per alcuni giorni dentro “un altro mondo reso possibile” dall’ampia partecipazione di delegazioni straniere, dalla straordinaria babele delle lingue e dei linguaggi, dalle decine di stands allestiti nella Fortezza da Basso, dalla possibilità nei dibattiti di incontrare in carne ed ossa i personaggi come Gino Strada, Giulietto Chiesa, Luca Casarini etc. resi più o meno famosi dal sistema massmediatico.
Ci sono quelli soddisfatti di chi ha partecipato alla discussione nei vari incontri e soprattutto alla imponente manifestazione del sabato.
Ci sono quelli entusiasti e soddisfatti ma critici dei militanti di più vecchia data che hanno smesso di accontentarsi di impressioni “a pelle” e si chiedono come sia possibile capitalizzare politicamente il magmatico movimento che ha riempito Firenze e la scena politica.
A capitalizzare il “movimento” ci stanno provando in parecchi. Alcuni con maggiore ed altri con minore fortuna. Nel forum ospitato da Liberazione il 12 novembre, il segretario del Prc Bertinotti ritiene che “l’egemonia reale sul movimento sia stata ormai conquistata dalla sinistra radicale che avrebbe trionfato”. A suo avviso, “le giornate di Firenze sanciscono la fine di qualsiasi ipotesi strategica di tipo riformista”. Al contrario, la prima pagina dell’Unità del 7 novembre titolava che “a Firenze si erano riuniti 30.000 riformisti”. Nello stesso giorno, mentre Bertinotti dichiarava che non si può leggere questo movimento come se fosse un partito o un sindacato e quindi con una logica novecentesca, Cofferati dichiarava al Manifesto che “nessuno di questi movimenti pensa ad un ruolo di rappresentanza politica, e chiedono invece alla politica di occuparsi di loro”.
Esistono dunque vari tentativi di capitalizzazione politica del movimento ma di segno diverso tra loro. Vi sono un progetto politico più radicale e uno riformista, una sorta di bipolarismo che non semplifica però lo scenario politico e le opzioni possibili del movimento stesso.
La manifestazione di Firenze – il fiume umano che ha messo a tacere i gufi come la Fallaci ed ha dribblato abilmente le trappole poste sul cammino – così come quella tenutasi due settimane dopo a Cosenza, hanno messo in evidenza due particolari rilevanti:

1) La partecipazione dei soggetti non organizzati in entrambe le occasioni è stata superiore a quella dei gruppi organizzati (partiti, sindacati, reti etc.). Da tutte le città italiane la gente è partita per partecipare indipendentemente dai mezzi forniti dagli apparati. La divaricazione numerica tra coloro che hanno raggiunto Firenze con i treni speciali ed i pulman (più o meno 40.000 persone) e il fiume che ha riempito le strade è apparso evidente. A Cosenza le previsioni attendevano circa 20.000 persone, ne sono arrivate più del doppio. Al contrario, le mobilitazioni di Praga contro il vertice NATO hanno visto un esito assai diverso nonostante fosse uno degli appuntamenti del calendario del movimento fissato a Firenze.

2) Viene sempre meno il vincolo di appartenenza “politica” come elemento decisivo di orientamento. Si è ormai messa in moto una soggettività di massa che non condivide pienamente l’offerta politica ma neanche la respinge totalmente. Ci si muove sulla base di convinzioni maturate autonomamente e di una griglia assai più consolidata sul piano “etico” che su quello propriamente politico. Il no alla guerra e al liberismo sintetizzano al momento in modo sufficiente questa griglia di lettura della realtà e i parametri dell’opposizione al sistema politico ed economico dominante. Eppure sembra essere proprio questa espressione “etica” del movimento il suo punto di forza nella comunicazione con il resto della società e con gli altri settori sociali. La critica radicale alle ingiustizie, alle disuguaglianze e alla guerra si trova sempre più in sintonia con la fine della egemonia liberale e liberista che ha caratterizzato i “maledetti anni Novanta”.

3) Questo movimento sta dimostrando infatti una forte capacità di comunicazione sociale. La simpatia con cui è stato accolto dalla gente di Cosenza, dice qualcosa di più di quanto era già accaduto a Firenze, così come l’accoglienza ricevuta dagli operai della Fiat di Termini Imerese rivela che quello che si è messo in moto è qualcosa di più di un movimento e qualcosa di meno di un nuovo blocco sociale “antagonista”.
Una anticipazione di questa tendenza l’avevamo vissuta già il 9 marzo nella manifestazione nazionale in solidarietà con la Palestina (che è andata assai oltre le aspettative e le possibilità organizzative sul tappeto) o nelle manifestazioni dei sindacati di base a febbraio ed aprile. Sotto alcuni aspetti anche il “movimento dei girotondi” che a settembre ha riempito Piazza S.Giovanni sulla questione della giustizia ha presentato queste caratteristiche.
Anche se per alcuni aspetti simile, la diversità con la manifestazione della CGIL del 23 marzo è invece abbastanza evidente. Lì il peso dell’apparato organizzativo e del senso di appartenenza – oltre che l’orgoglio di accettare la sfida con il governo e con la cedevolezza degli altri sindacati confederali – è stato decisivo per la riuscita della mobilitazione.
Un contenuto condiviso e corrispondente ad una esigenza reale e forte sul piano “etico”, muove la gente alla partecipazione con un livello di autonomia assai superiore a quello che abbiamo conosciuto negli ultimi venti anni.

Una “militanza nomade”

“Mettere le braghe” a questo movimento non è e non sarà semplice per nessuno. Al di là della volontaria o involontaria corsa alla sovraesposizione mediatica di alcuni “leader”, nessuna componente sembra avere, da sola, una capacità di leadership e di egemonia riconosciuta collettivamente. Non ce l’hanno gli “antagonisti” ma non ce l’hanno i pacifisti o i cattolici, non ce l’hanno i pezzi dei DS che si sono buttati dentro il movimento ma non ce l’ha il PRC che pure più degli altri ha investito su di esso, non ce l’hanno i sindacati di base ma neanche la CGIL.
Come ha sottolineato con lucidità Piero Bernocchi in una recente assemblea a Roma, la manifestazione a Camp Darby, per esempio, si è rivelata pienamente legittima e corretta sul piano dei contenuti e delle indicazioni della lotta contro la guerra (le basi militari) ma ha rivelato anche che quando le iniziative non riescono ad essere condivise da tutte le anime del movimento, viene meno un contesto che consente a questa “militanza nomade e discontinua” di collocarsi e partecipare pienamente ed in massa.
Questa contraddizione tra obiettivi coerenti e minore partecipazione spiega in parte anche la “diserzione” dei movimenti europei alle manifestazioni contro il vertice NATO di Praga. Ma guardando un pò a ritroso, è la stessa contraddizione su cui i movimenti pacifisti europei hanno “sorvolato” negli anni ’80 evitando qualsiasi riferimento nella piattaforme alle basi militari presenti nel nostro paese o alla NATO. Dunque si dovrà convivere ancora con il paradosso per cui ci si mobilita contro la guerra ma non contro i centri decisionali della guerra stessa, si andrà in piazza contro gli effetti ma non contro le sue cause ed i suoi responsabili.
Esiste dunque un problema di unità e di autonomia di questo movimento che va compresa e salvaguardata fino in fondo. Ma difendere e valorizzare l’unità e l’autonomia di questo movimento non significa rinunciare a darvi il proprio contributo critico e propositivo. E’ ormai consapevolezza comune che nelle sedi decisionali, lì dove il movimento deve decidere le forme e i contenuti della sua espressione politica unitaria, si debba fare un passo indietro sul piano delle proprie posizioni ed un passo avanti sul piano dell’unità. Ma la fretta di arrivare ad una sintesi politica di questo movimento sarebbe un errore grave.

I passi avanti e i nodi irrisolti di Firenze

E’ vero che nelle sedi di discussione e di elaborazione – sedi che ancora stentano a definirsi pubblicamente e democraticamente – nulla impedisce che la discussione vada portata fino in fondo sul piano dei contenuti e dei punti di vista. In tal senso la democratizzazione delle sedi decisionali dovrà trovare un suo criterio pubblico e condiviso. Sforzi in tal senso ci sono e vanno riconosciuti con estrema onestà. Nel Social Forum di Firenze come in quello di Porto Alegre, in realtà c’é stato spazio per tutti e le polemiche sulle esclusioni – seppur giustificate – possono trovare ampie possibilità di non ripetersi. L’organizzazione patriottica basca Batasuna ad esempio, a Firenze è stata ben visibile e questo non era affatto scontato. Il problema semmai è un altro ossia chi e come abbia l’autorevolezza di fare la sintesi e tirare le conclusioni politiche di eventi che vedono quaranta o cinquanta conferenze, seminari e laboratori tenersi contemporaneamente, con organizzatori diversi e su temi diversi. La piena agibilità dello spazio politico e dell’evento coglie appieno l’esigenza di autonomia e partecipazione di tutte le componenti e dei soggetti, ma come e quando si discutono ed approvano il documento finale e si fissano i calendari del movimento? A Porto Alegre, ad esempio, l’assemblea mondiale dei movimenti sociali – che pure è stata una delle parti più suggestive ed interessanti del Forum Sociale Mondiale – ha approvato “per acclamazione” un documento già discusso e preparato. E’ indubbio che tra le migliaia di persone e la babele di lingue nell’auditorium Viana di Porto Alegre o nella Stazione Leopolda di Firenze, sarebbe impossibile discutere approfonditamente e rigorosamente di un documento. Ma il problema resta aperto ed in qualche modo il Consiglio Internazionale del Forum Sociale Mondiale dovrà provi rimedio presentando proposte che aiutino la democratizzazione di un movimento che trae la sua forza propria dalla sua dimensione internazionale.

Contenuti, forme di lotta, alleanze sociali: questioni aperte

Per dare qualche esempio dei problemi ancora aperti, l’analisi sulla lotta alla guerra e al liberismo che al momento rappresentano il mini-paradigma sul quale questo movimento riconosce le proprie discriminanti, non può scantonare in eterno da un confronto che entri nel merito dei problemi. Lo stesso problema si presenta nel confronto sulle “forme di lotta”.
a) C’é un’area del movimento niente affatto minoritaria che – confortata drammaticamente dalla realtà dei fatti – ha mantenuto o ha recuperato la categoria dell’imperialismo come chiave di lettura della crisi di sistema che sta portando alla guerra. E’ evidente come tra questa analisi e quella di altre aree (ARCI, Rete Lilliput, CGIL etc.) vi è un’ampia convergenza nella mobilitazione contro la guerra ma una evidente divergenza sui processi e sui soggetti che portano il sistema capitalista alla escalation militare. Questa convergenza è destinata a durare nel tempo se su questo si apre un confronto franco che salva gli elementi di unità ma riconosce e legittima quelli di divergenza. In caso contrario, non è difficile prevedere che l’area pacifista e quella antimperialista potrebbero separarsi e rendere del tutto occasionali gli elementi di unità e convergenza.
b) In secondo luogo la discussione sulle forme di lotta – anche alla luce del pressing repressivo imbastito dalla magistratura contro il movimento – è un nodo che prima o poi andrà affrontato evitando di farsi schiacciare nella strettoia “violenza-non violenza”. Da questo punto di vista, occorre riconoscere che l’appello alla “disobbedienza” sembra rappresentare – meglio di altri – il livello di rottura praticabile da un movimento mosso più dalla dimensione etica che da quella politica. Tra le migliaia e migliaia di giovani senza o con scarsa memoria storica ed esperienza politica, il ragionamento sulla disobbedienza sembra al momento funzionare meglio della strettoia tra il dogma della non violenza sul quale si vorrebbe imbragare il movimento e l’antagonismo tradizionale ma minoritario rivendicato da alcune sue componenti. Se fino a Genova era possibile accusare il movimento di praticare forme di lotta troppo radicali intorno a contenuti “riformisti”, stiamo assistendo ad una sorta di rovesciamento che vede crescere una radicalizzazione dei contenuti e una moderazione delle forme di lotta. Il no alla guerra “con o senza o l’ONU” segna indubbiamente un salto di qualità rispetto alle ambiguità sulla “guerra umanitaria” contro la Jugoslavia. Allo stesso modo la rivendicazione di un reddito per precari e disoccupati sganciato dalla miseria degli ammortizzatori sociali o dalla precarietà dei contratti di lavoro oggi offerti, indicano una radicalità crescente che ha trovato interesse e non ostilità tra gli operai della Fiat di Termini Imerese o dell’Alfa di Arese.
c) L’altro terreno che richiede infatti confronto e approfondimento è quello delle alleanze sociali, delle saldature con cui questo movimento intende partecipare al conflitto sociale più complessivo. Sul piano formale, il sindacato è ormai “dentro” questo movimento, lo sono da più tempo i sindacati di base, lo è diventata anche la CGIL.
Se pensiamo che l’ultimo movimento di massa – quello del settantasette – si era preso a mazzate con il sindacato ed aveva cacciato Lama dall’università, la novità non può che apparire rilevante. Resta certo il dubbio di quanto su questo spostamento “a sinistra” della CGIL abbia influito la vittoria di Berlusconi e la nascita di un governo di centro-destra. Nella “Coscienza di Cipputi”, un libro uscito recentemente, abbiamo parlato di “fine dei maledetti anni Novanta”, un decennio in cui liberismo e concertazione hanno convissuto dentro l’ambizione dell’Ulivo mondiale (o quantomeno europeo) e nel quale un ruolo decisivo è stato svolto anche dalla CGIL. Ma occorre riconoscere che Cofferati – sia nelle interviste o negli interventi che “parlano al movimento” sia in quelli diretti ad interlocutori diversi – sta rivelando posizioni inimmaginabili fino a due anni fa.
Non solo, da settori della stessa CGIL stanno emergendo segnali interessanti nel rapporto tra rappresentanza politica e movimento dei lavoratori che trovano attenzione anche dentro il sindacalismo di base.
La rivendicazione del riformismo nei termini “radicali” indicati da Cofferati contiene elementi di novità ma non per questo occorre rinunciare a marcare le differenze di progetto e di strategia con una opzione “rivoluzionaria”. Resta il dubbio sulla possibilità che questo progetto riformista aggiornato si esaurisca nell’interlocuzione e nella leadership di Prodi nelle prossime elezioni.
Dopo i cinque anni di governo dell’Ulivo non basta più indicare il meno peggio per guadagnarsi la fiducia e il consenso del popolo della sinistra, forse neanche di un popolo più disponibile a farsi recuperare dal centro-sinistra come quello dei girotondi, tantomeno – vogliamo augurarci – di questo movimento. Altrimenti occorrerebbe dare ragione all’Unità quando parla di “30.000 riformisti riuniti a Firenze”. Se così fosse sarebbe bene capirlo e capirci da subito.
Ci attende dunque una fase tumultuosa e positiva di confronto, iniziativa e sperimentazioni dentro e fuori questo movimento di cui vanno difese con forza l’autonomia e l’unità.