Riflessioni sul nuovo quadro internazionale

Su iniziativa del settore esteri del Partido Comunista do Brasil (PcdoB) e dell’Istituto “Mauricio Grabois”, si è svolto a Brasilia il 25-26 settembre 2003 un seminario di approfondimento su “la nuova realtà internazionale sotto la supremazia degli Stati Uniti”. Al seminario, cui hanno partecipato la più parte dei quadri dirigenti del PcdoB, sono intervenuti in qualità di relatori “esperti” anche alcuni ospiti stranieri, tra i quali un italiano, Fausto Sorini, collaboratore della nostra rivista, invitato nella veste di collaboratore dell’ ”Istituto studi politici e sociali”: centro studi internazionale con sede a Parigi, che pubblica la rivista in più lingue “Correspondances Internationales” (www.urbs.org/corint/prince.htm ).
Le relazioni al seminario (per lo più in portoghese, alcune in spagnolo) e un breve resoconto dei lavori sono reperibili consultando la “rassegna stampa” de l’Ernesto (www.lernesto.it). Le indicazioni per il reperimento dei testi si trovano nella medesima rassegna, dove essa pubblica (in italiano) la relazione di Fausto Sorini al seminario, che è una sintesi aggiornata del saggio pubblicato dall’autore sul n°3 (maggio-giugno 2003) della nostra rivista.
In questo numero pubblichiamo il testo integrale della relazione di Josè Reinaldo Carvalho, vicepresidente e responsabile esteri del PcdoB, che esprime una sintesi delle analisi e degli orientamenti fondamentali del suo partito in campo internazionale: un partito che è stato determinante nella vittoria politico-elettorale di Lula e che oggi partecipa con un ruolo significativo a quella esperienza di governo.

1. Stiamo vivendo in una situazione mondiale complessa. Innumerevoli sono i fattori d’incertezza riguardo al futuro dell’umanità, sono gravissime le minacce rivolte alla pace mondiale, alla sicurezza dei paesi e dei popoli, e che impediscono la realizzazione delle loro legittime aspirazioni alla libertà, all’indipendenza e al progresso sociale. Prevale invece un ordine economico e politico iniquo e irrazionale. L’umanità ha già accumulato forze produttive sufficienti da consentire un balzo in direzione dell’abbondanza. La classe operaia ha fatto oggettivamente passi avanti nella direzione della propria emancipazione. Dal punto di vista materiale, il mondo è assai prossimo al socialismo. Paradossalmente, tuttavia, mentre la produzione si globalizza e le relazioni reciproche fra paesi e popoli assumono le dimensioni alle quali stiamo assistendo, per i quattro quinti della popolazione mondiale la condizione umana sta degradando. Un’estesa miseria contrasta con la concentrazione della ricchezza nei poli più sviluppati del sistema. La globalizzazione capitalista sta favorendo unicamente i paesi ricchi, e in questi solo gli strati sociali più abbienti. È quindi naturale che si sviluppi in tutto il mondo la lotta di classe – benché non sempre i conflitti politici del nostro tempo assumano questa forma – e che ovunque si manifesti in forma acuta e spesso anche violenta la lotta fra paesi ricchi e poveri.

2. Il dibattito sulla situazione mondiale fa parte della lotta politica e ideologica dei comunisti. In primo luogo perché oggi nulla come gli avvenimenti mondiali finirà con l’incidere fortemente sull’evoluzione delle lotte nazionali. Nel mondo interdipendente in cui viviamo, la mutua influenza fra crisi e conflitti locali e nazionali è enorme. Conflitti interetnici e religiosi ai confini del mondo, apparentemente senza importanza alcuna, talvolta divengono acuti, si generalizzano e provocano scorre telluriche nell’ordine mondiale. La ragione è che gli attuali equilibri sono precari. Mai come oggi è stata tanto attuale l’affermazione di Marx secondo cui ”tutto ciò che è solido si dissolve nell’aria”. Nella seconda metà del XX secolo il mondo ha vissuto la guerra fredda, la corsa al riarmo, le guerre coloniali, la vittoria d’importanti rivoluzioni, la sconfitta nordamericana in Vietnam, la fine del campo socialista riunito attorno all’Unione Sovietica. L’“ordine” mondiale dominante sino alla fine della guerra fredda è collassato. Da quale “ordine” sia stato sostituito, è qualcosa che ha bisogno d’essere analizzato. L’ex presidente Bush senior dichiarò frettolosamente un “nuovo ordine mondiale” in seguito al crollo dei regimi socialisti dell’Est europeo e al momento della dichiarazione della prima guerra del Golfo nel 1991. Un decennio dopo, Bush junior annuncia, per mezzo della sua dottrina sulla sicurezza nazionale, che saremmo a un “nuovissimo” ordine. Vedremo subito – e questo è lo scopo di questo nostro seminario – le caratteristiche di cui si ammanta questo “ordine” e il suo grado di stabilità. Per le loro caratteristiche territoriali e umane, e per gli interessi economici che comportano, pure il Brasile e il continente latinoamericano possono influenzare l’insieme della situazione mondiale. Un’analisi corretta ci condurrà a giuste prese di posizione. La capacità d’intervento dei comunisti sarà tanto maggiore quanto più accurata sarà la loro diagnosi sul quadro in evoluzione. La ricerca tesa alla correttezza di tale analisi e delle prese di posizione non è priva di conflitti ideologici nell’ambito della sinistra in senso lato. Per mancanza d’unità sui criteri di giudizio, non sempre è stato possibile adottare posizioni comuni di fronte ad eventi di grande rilievo, per esempio sulla guerra contro la Yugoslavia e sulle due guerre del Golfo. Molto frequentemente i partiti socialdemocratici sono partiti dalla condanna di Milosevic e di Saddam Hussein, per opporsi alla guerra imperialista solo in seguito. Un’analoga inversione di giudizio ha spesso indebolito la loro solidarietà con il popolo palestinese, tanto grandi sono le riserve che si nutrono verso le diverse forze che compongono la complessa resistenza palestinese quando si tratta di firmare delle dichiarazioni congiunte di appoggio a questa resistenza. Pure la solidarietà verso Cuba soffre a causa dEi condizionamenti in nome della “difesa dei diritti umani” che alcuni inalberano. In questa ottica, aggressori e vittime passano ad occupare il medesimo spazio politico.

Un predominio della barbarie

3. Ovunque si volgano gli occhi, il panorama mondiale presenta caos e gravissime minacce belliciste e antidemocratiche. Direi persino che forse la civiltà umana si è mai trovata di fronte a così tante minacce nei precedenti periodi storici. L’impressione generale è quella di un predominio della barbarie. In meno di due anni l’imperialismo nordamericano ha portato a compimento due guerre, che sono costate ai popoli aggrediti un altissimo prezzo in sangue e in distruzioni materiali. A causa della situazione complessiva che queste azioni hanno determinato, gli altri paesi del mondo subiscono conseguenze politiche ed economiche nefaste. E queste azioni belliciste e militariste del governo nordamericano arrecheranno un enorme pregiudizio agli stessi cittadini statunitensi, che prima o poi avranno ripercussioni politiche interne – ma questa è un’altra storia… Nonostante i costi e le crescenti difficoltà che sta affrontando per mantenere il regime d’occupazione in Iraq e per stabilizzare la situazione in Afghanistan, il governo Bush brandisce nuove minacce contro altri paesi: Iran, Siria e Corea del Nord rimangono nel mirino di possibili azioni provocatorie da parte degli USA, con il pretesto di porre fine al possesso da parte di questi paesi di armi di distruzione di massa e di allontanare la minaccia di regimi che non si adeguano all’ideale politico e allo “stile di vita americano”. In un’ottica più a lungo termine, ma non meno inquietante, si trovano sulla medesima linea di tiro delle minacce nordamericane la rivoluzionaria Cuba, il Venezuela bolivarista e la guerriglia colombiana. Fa pure parte di questo quadro in aggravamento anche l’aumento della tensione che caratterizza il conflitto palestino-israeliano.

4. La gravità della situazione mondiale e i pericoli che corrono la libertà, l’indipendenza e la sicurezza dei popoli provengono dalle posizioni e dalla politica dell’imperialismo nordamericano. Si tratta della più brutale offensiva imperialista contro i popoli e le nazioni sovrane. Il pericolo di un nuovo totalitarismo, che non è la medesima cosa del nazifascismo ma una specie di fascismo, aleggia sopra il mondo. Il nucleo dirigente del governo Bush, egemonico al Pentagono e al Dipar-timento di Stato e convinto della propria predestinazione a dominare il mondo – designazione divina compresa – ha elaborato una strategia di dominio imperiale che segnerà per molto tempo le relazioni internazionali e la cui applicazione avrà effetti terribili per l’umanità. Potrà apparire spaventoso, ma siamo ancora solo agli inizi nell’applicazione di tale strategia. Ultimamente sono stati pubblicati migliaia di documenti e libri che argomentano questa strategia e non è disprezzabile il dibattito intorno alla politica estera e di difesa – che molti preferiscono sintetizzare come politica di sicurezza nazionale – che avviene nei circoli governativi, accademici e dei media degli Stati Uniti. In questo dibattito il campo è diviso fra coloro che difendono l’“hard power” e quelli che difendono il “soft power”, ma entrambi sono sostenitori dell’egemonia USA. La differenza consiste nel maggiore o minore uso della forza e nei modi di condurre la politica estera, distinguendo fra unilateralisti e “multilateralisti assertivi”, secondo l’espressione di Madeleine Albright, segretario di Stato nel governo Clinton. Questa dicotomia non dice nulla di sostanziale ai fini della nostra analisi. Evitiamo di cadere nella trappola della stretta terminologia utilizzata nel dibattito sul modo di condurre la politica estera nordamericana, benché esso non sia indifferente nei suoi effetti tattici. È noto che nell’attuale amministrazione vi sono delle divisioni, soprattutto fra il segretario di Stato Colin Powell e il quartetto Rumsfeld-Condoleeza Rice-Cheney-Wolfowitz. Questo ricorrente dibattito nella società nordamericana, che si riflette nei circoli del potere e nella lotta fra gruppi d’influenza sulla politica estera e di difesa, emerge in modo intermittente con varie sfumature e coinvolgendo varie figure. Basta ricordare come già 30 anni fa, con il governo Gerald Ford, il segretario alla Difesa James Schleisinger – uno della linea dura – sia stato esonerato dall’incarico perché dissentiva dalla politica del segretario di Stato Henry Kissinger – che pure non era “mite” – di mantenimento della distensione fra le due superpotenze. Fra la gran quantità di documenti sulla politica estera e di difesa degli USA due meritano particolare risalto per il carattere ufficiale che hanno assunto (in sé formano la cosiddetta dottrina Bush) e perché i loro autori fanno parte del nucleo duro della Casa Bianca. I testi in questione sono il “Defense planing guidance” (guida per la pianificazione della difesa), noto anche come “Pentagon paper”, scritto da Paul Wolfowitz e pubblicato nel marzo del 1992, e il più recente – del settembre 2002 – “Rebuilding America’s Defense” (ricostruendo la difesa americana), opera collettiva di Dick Cheney, Donald Rumsfeld, Paul Wolfowitz, Jeb Bush Lewis Libby. Possiamo notare un salto qualitativo nell’azione egemonica dell’imperialismo nordamericano, alla quale hanno contribuito alcuni fattori risalenti alla cosiddetta era Clinton – quando ebbero luogo la prima guerra del Golfo, la guerra in Somalia e le due guerre in Yugoslavia –, mostrando come il “multilateralismo assertivo” si sia sommato ad altri fattori nella creazione dell’ambiente propizio all’attuale unilateralismo. Non ci si deve dimenticare di mettere in conto che la sensazione di potere assoluto seguita allo smantellamento del campo socialista dell’est europeo fu fortemente avvertita nel corso dei due mandati dell’ex presidente Clinton. Il salto qualitativo di cui stiamo parlando consiste nella completa sistematizzazione di un corpo di idee e nella decisione di portare avanti la lotta per un potere mondiale indivisibile. È quel che viene affermato nei due documenti citati e che è evidente nelle azioni che hanno caratterizzato la gestione Bush, soprattutto a partire dall’11 settembre 2001. Alcune circostanze estere e interne hanno contribuito a formare gli elementi che hanno favorito questo processo. Ne indico quattro: la disarticolazione dell’URSS e del campo socialista dell’est europeo, la relativa perdita di terreno in prospettiva storica da parte degli USA, la presa del potere alla Casa Bianca di un gruppo ultra-reazionario e l’11 settembre.

Una nuova strategia dell’imperialismo nordamericano

5. Il punto di partenza fondamentale della “dottrina Bush” è il concetto di primazia degli interessi dell’imperialismo nordamericano. In primo luogo è necessario chiarire che non si tratta degli interessi nazionali degli Stati Uniti o degli interessi del popolo statunitense. Qui siamo di fronte agli interessi dei monopoli capitalistici, che si dispiegano in interessi politici e militari oltre a quelli economici. “Oggi gli Stati Uniti godono di una posizione di forza militare senza paragoni e di grande influenza politica ed economica”, affermano i difensori della dottrina Bush. “Difendere la nostra nazione dai suoi nemici è il primo e fondamentale impegno del governo federale”. Agendo sulla scena internazionale sulla base di questa concezione, l’imperialismo nordamericano impone restrizioni di varia natura alla sovranità di altri paesi e si scontra con gli interessi di tutte le nazioni che si battono per ottenere spazi di autodeterminazione o che nutrono aspirazioni a diventare potenze regionali o globali. Il citato documento del 1992 fa esplicito riferimento all’obiettivo d’impedire il sorgere di tali potenze. Il documento del settembre 2002 enfatizza l’obiettivo di espandere il perimetro di sicurezza americano attraverso la creazione di basi dislocate in tutti i continenti e realizzando operazioni militari ove il Pentagono ritenga opportuno. Da queste operazioni non vengono escluse le aggressioni dirette contro paesi che eventualmente contrastino gli “interessi” americani. Il pilastro fondamentale sui cui poggia la dottrina Bush è la lotta contro i cosiddetti “nuovi nemici” – il terrorismo e quegli stati nazionali che a parere degli organi di spionaggio degli Stati Uniti proteggono terroristi o che sviluppano armi di distruzione di massa –, denominati secondo il corrente linguaggio neofascista della Casa Bianca “stati rinnegati” o “stati canaglia”. Primazia significa, dunque, egemonia ad oltranza, l’imposizione di un nuovo ordine mondiale egemonizzato dall’imperialismo nordamericano al servizio dei monopoli del capitale finanziario, un’egemonia a carattere totalitario. Ciò che la dottrina Bush pretende, è di dare un’ossatura politico-ideologica che giustifichi questo stato di dominio, di mostrare al mondo che non si avrà sicurezza se non attraverso la paura, e che il governo del mondo da parte della superpotenza nordamericana è una missione civilizzatrice.

6. Da tale definizione discendono cinque aspetti, che si riflettono in concreti atteggiamenti che sovvertono il quadro mondiale e mettono a rischio tutti gli equilibri.
a) Guerra infinita – “La guerra contro i terroristi su scala globale è un’impresa globale di durata indefinita. Ci possiamo quindi attendere la ripetizione di atti di guerra e la realizzazione di azioni d’altro tipo, di spionaggio, sabotaggio, golpe, assassinio di esponenti politici…”. Tutto ciò fa prevedere una fase di turbolenza di lunga durata, caratterizzata da una grande mancanza di sicurezza nelle relazioni internazionali.
b) Prevenzione, o azione preventiva – “Come questione di buon senso e d’autodifesa, gli Stati Uniti agiranno contro tali minacce emergenti prima che esse si siano completamente formate. Non possiamo difendere il nostro paese e i nostri amici sperando unicamente per il meglio… La storia giudicherà severamente tutti coloro che hanno visto avvicinarsi questo pericolo ma hanno mancato l’occasione d’agire.” Abbiamo già visto che cosa significa una guerra preventiva, come nel caso della guerra contro l’Iraq. Le affermazioni nordamericane e britanniche riguardo al possesso da parte irachena di armi di distruzione di massa sono cadute nel nulla. Finora l’opinione pubblica mondiale si è chiesta invano contro che cosa preventivamente gli Stati Uniti si siano mossi attaccando il paese arabo. La teoria dell’azione preventiva sovverte le relazioni internazionali, deroga dal principio di dissuasione, introduce il caos e la sfiducia fra i paesi, annulla la sovranità, istituzionalizza la regola militare del più forte. Si tratta dell’aspetto maggiormente caratterizzante di ciò che chiamiamo neofascismo o tirannia globale.
c) La costruzione di un superpotere militare e nucleare, di una militarizzazione senza precedenti. L’allargamento del perimetro di sicurezza americano si traduce in più basi militari e in più truppe nordamericane sul territorio di paesi sovrani. Questo necessariamente significa la creazione di nuovi protettorati militari, di nuovi poligoni di tiro e di esercitazioni militari. È con preoccupazione che consideriamo le manovre militari nel continente latinoamericano, così come il Plan Colombia o l’Iniciativa Regional Andina, passi di un interventismo nordamericano che potrà aumentare nel nostro continente. Un aspetto saliente di questo processo è quello dell’intensificazione in campo nucleare. L’unilaterale denuncia da parte degli Stati Uniti del trattato anti-missili balistici intercontinentali e i nuovi standard tecnologici che stanno per essere conseguiti dalla superpotenza mettono in allarme tutte le nazioni e trasformano in lettera morta il Trattato di non proliferazione delle armi nucleari.

“O con noi o contro di noi”

d) Nello stabilire un’arbitraria relazione fra il terrorismo e determinati Stati nazionali che l’amministrazione americana considera Stati canaglia, gli Stati Uniti mettono in questione la sovranità nazionale di una serie di paesi. Dobbiamo ricordare che nel suo Discorso alla nazione tenuto al Congresso degli Stati Uniti il 20 settembre 2001, poco dopo gli attacchi dell’11 settembre, Bush ha menzionato l’esistenza di più di 50 paesi “compromessi con il terrore”. In seguito egli ha coniato l’espressione “asse del male”, includendovi l’Iraq, l’Iran, la Siria, la Corea del Nord e Cuba. Promise guerra che “Gli Stati Uniti si batteranno contro le nazioni compromesse con il terrore, incluse quelle che danno asilo ai terroristi, perché gli alleati del terrore sono nemici della civiltà”; Tali definizioni portano gli Stati Uniti alla creazione di una nozione di alleanza coatta fra i paesi del mondo sotto la loro direzione, proclamando che non vi è scelta: o stare con gli Stati uniti o stare con i terroristi.
e) Il quinto aspetto consiste nello formulazione e nella messa in pratica di una politica estera aggressiva e vorace, che solo per ragioni diplomatiche può essere detta unilaterale. Tale politica estera fa tabula rasa delle norme del diritto internazionale, dell’autodeterminazione dei popoli, del sistema di sicurezza collettiva e degli organismi multilaterali. La dottrina Bush e le due guerre nordamericane dall’inizio del secolo hanno portato alla rovina il sistema multilaterale, aggravato l’instabilità mondiale, portato nuove minacce alla pace mondiale e alla sicurezza di tutte le nazioni sovrane. Gli Stati Uniti hanno estinto la diplomazia e ferito a morte l’ONU. Dopo essere stata considerata irrilevante e irresponsabile dagli Stati Uniti e aver visto trasformati in lettera morta i suoi documenti, l’ONU non potrà più essere la stessa. È urgente un riscatto del suo ruolo, cosa che è congiunta alla lotta dei popoli per un nuovo ordine mondiale, lotta di lunga lena, un tema che fa pure parte del nostro dibattito e che affronteremo opportunamente.

7. Se da un lato la guerra contro l’Iraq – e ancor più la fase post-guerra, con la successione di errori e fallimenti degli Stati Uniti, che secondo molti osservatori “hanno vinto la guerra e stanno perdendo la pace”– ha evidenziato l’essenza aggressiva e unilaterale della dottrina Bush, un aspetto dell’imperialismo nordamericano che è presente per starci a lungo, dall’altro lato sta facendo emergere un nuovo quadro politico. Solo apparentemente la guerra in Iraq è terminata nel migliore dei modi per gli Stati Uniti. Il numero degli incidenti violenti e dei morti indica l’impossibilità di mantenere attualmente sotto controllo il regime d’occupazione in un paese come l’Iraq. Si può inoltre osservare un inedito isolamento internazionale degli Stati Uniti, e si producono importanti fratture nel loro sistema di alleanze. È un quadro in evoluzione, dove nulla è ancora sedimentato. Deve essere affrontato in linea tendenziale, come una fra le molte controtendenze al potere assoluto nordamericano. Va detto fra parentesi che l’attuale isolamento dell’imperialismo nordamericano non è un fulmine a ciel sereno. Lo si poteva notare già prima dell’11 settembre 2001. Fa anche parte di un processo cumulativo di logoramento degli USA. Basta ricordare la valanga di critiche alla ripresa del progetto di “guerre stellari”, al rifiuto statunitense a firmare il trattato di Kyoto e poi il trattato di Roma riguardante l’instaurazione del Tribunale penale internazionale. Va pure ricordato il rumoroso abbandono da parte degli USA e di Israele della Conferenza di Durban contro il razzismo e la xenofobia, e l’ondata di recriminazioni che contro di essi s’è levata in tutto il mondo. Temporaneamente tutto venne archiviato al momento degli attentati dell’11 settembre. Apparentemente, ma solo apparentemente, gli USA riuscirono a costituire un “fronte antiterrore”. Ben presto s’è visto che gli alleati e i concorrenti degli USA stavano cercando di trarre vantaggio da una certa situazione in funzione di obiettivi geopolitici e di lotta al terrorismo nei loro rispettivi territori.
Tornando al presente, la solitudine in cui Washington ha condotto la guerra in Iraq e l’impasse del regime di occupazione dopo la “vittoria” sul regime di Saddam Hussein, il colpo di forza ai danni dell’ONU, il disprezzo verso le posizioni di Francia, Germania, Russia e Cina, la distaccata indifferenza verso il clamore dei popoli contro la guerra, tutto ciò esprime abbondantemente l’intrinseca fragilità della posizione nordamericana. Si tratta di uno dei molti segnali che, paradossalmente nel momento in cui esibiscono il massimo della forza, mostrano pure i sintomi di declino del ruolo politico leader degli Stati Uniti. Sta diventando evidente che il dominio imperialista degli Stati Uniti si regge sempre più esclusivamente sulla supremazia militare. L’ondata di critiche alla recente Assemblea generale dell’ONU, a partire dal discorso del presidente Lula, è un evidente esempio di questo isolamento americano come fatto caratterizzante dell’attuale congiuntura.

8. Il fenomeno esaminato al punto precedente si riferisce a un fondamentale processo obiettivo – che verrà analizzato da specialisti in altre conferenze e incontri di questo seminario –, a proposito del quale desidero fare un breve commento: siamo di fronte a un processo di declino storico dell’imperialismo nordamericano che data da almeno tre decenni. Un lungo periodo di accumulazione di deficit e di debiti, di crescita lenta, di stagnazione, di apparizione di nuovi concorrenti, di perdita di mercati. La crescente aggressività USA è una reazione a questo declino e un’affermazione di potere di fronte ai reali concorrenti di oggi e a quelli potenziali di domani. Anche se sono ancora molto unite da interessi di classe comuni, le grandi potenze capitalistiche divergono fra di loro su quasi tutto. Europa e USA sono oggi poli concorrenti e per molti aspetti rivali. Questo non significa che si deve appoggiare un imperialismo per combatterne un altro, ma non è possibile non prendere in considerazione l’esistenza di questa contraddizione nel formulare la strategia e la tattica delle forze progressiste, tanto grande è la sua rilevanza sulla configurazione dell’odierno quadro politico. L’attuale disputa sulla durata dell’occupazione in Iraq e sul ruolo che qui l’ONU e altre potenze potranno svolgere è uno dei molti episodi in cui si dispiega questa contraddizione. Fra tali contenziosi si potrebbe enumerare la politica di difesa europea, che si scontra fra la visione atlantica degli USA-NATO e le interminabili guerre commerciali.

Il ruolo della Cina socialista

9. La lotta dei paesi in via di sviluppo per un nuovo ordine economico internazionale è un importante fattore di controtendenza rispetto all’egemonia nordamericana. La globalizzazione capitalista, il predominio del capitale finanziario nelle relazioni economiche, le condizioni diseguali nel commercio mondiale, le perdite economiche internazionali e l’indebitamento estero, sono tutti elementi che spingono molti di questi paesi all’esaurimento e alla bancarotta. La lotta di questi paesi nell’ambito del WTO, la loro alleanza nel cosiddetto G-20 sotto la leadership del Brasile, puntano alla formazione di un’importante corrente nella nostra epoca. Non si tratta di una mera ripetizione della vecchia lotta dei paesi del terzo mondo o del movimento dei non allineati in opposizione alle condizioni imperanti negli anni ‘60 e ‘70 sotto il bipolarismo USA contro URSS. Si tratta di un nuovo processo, contraddittorio, ma del quale tutto sta ad indicare che marcherà un’evoluzione del quadro mondiale nei prossimi anni. Collegato ad esso esiste un altro fenomeno obiettivo, rappresentato dalla lotta dei grandi paesi continente e semicontinente, in particolare Brasile, India e Russia (malgrado il carattere dei governi attuali di questi due ultimi) per la propria affermazione nella comunità internazionale e in difesa dei loro interessi nazionali e nell’ambito delle aree regionali di cui fanno parte.
In questo complesso scenario di contraddizioni geopolitiche non si può perdere di vista il ruolo della Cina socialista, potenza emergente con la prospettiva di veder rafforzato a medio termine il proprio potere economico e militare, che si accredita a svolgere un ruolo di maggior peso sulla scena mondiale.

10. Soggetto alle leggi di flusso e riflusso proprie dei movimenti di massa, un fenomeno di grande importanza dei nostri giorni è rappresentato dal movimento popolare per la pace. Le massicce manifestazioni su scala planetaria per la pace e contro la guerra imperialista che hanno avuto come scenario centinaia di città in tutto il mondo il 15 febbraio e il 15 marzo di quest’anno, sono già inscritte nella storia contemporanea come avvenimenti che s’aggiungono al lungo e graduale processo di accumulazione delle forze nel senso di un mutamento di fase nella lotta antimperialista. Non è ancora possibile dire se sia già stata superata la fase di difesa strategica nella quale il movimento rivoluzionario e antimperialista è entrato dopo la storica sconfitta dei due ultimi decenni del secolo scorso. Ma l’ambiente politico non è già più lo stesso, c’è più volontà e disposizione alla lotta nell’ampio fronte di organizzazioni che oggi formano i movimenti di massa nel mondo. Il Social forum mondiale è stato un punto di convergenza di questo movimento, e rappresenta un fattore propulsivo per la mobilitazione e l’organizzazione popolare. È necessario che qui vengano superati preconcetti e limiti di natura politica e ideologica, fra cui l’anticomunismo e l’illusione che la lotta “globale” possa sostituire i conflitti negli ambiti nazionali. Ma tuttavia esso deve essere oggettivamente considerato come un importante strumento della lotta antimperialista.

11. Concludo riaffermando tre aspetti della politica internazionale del nostro partito.
1) Il carattere essenziale della nostra lotta nella sua dimensione internazionale è quello antimperialista. Lotta che non è separata dalle lotte nazionali del nostro popolo: a difesa della sovranità nazionale, nella prospettiva dell’emancipazione nazionale e sociale del popolo brasiliano, come passo strategico della lotta per il socialismo.
2) Il partito è internazionalista ed è disposto a partecipare fianco a fianco con altre forze antimperialiste e movimenti di ampio spettro sotto molte bandiere, come per la lotta per la pace e per lo sviluppo. Questo implica un nostro rapporto con forze progressiste e di liberazione nazionale, e la nostra partecipazione in ampie articolazioni multilaterali e unitarie come il Forum di San Paulo.
3) Il partito è forza attiva del movimento comunista internazionale e lotta per il suo rafforzamento e per la sua unità. Lo fa rafforzando il suo carattere di forza rivoluzionaria dall’identità comunista come proprio tratto distintivo essenziale, che lo accredita a svolgere un ruolo di punta nelle lotte del popolo brasiliano.

traduzione a cura di Giovanni Campari