Ricordo la gioia che provammo quando a Bari, nel corso di una conferenza sul tema dell’immigrazione,

Dopo la vittoria del suo movimento alle ele – zioni svoltesi nei territori palestinesi oc – cupati fin dal 1967 (i rifugiati all’estero e i palestinesi annessi ad Israele nel 1948 non hanno ottenuto il diritto di voto), Kaled Mechaal ci ha ricevuto presso la sede del suo partito, a Damasco, dove le misure di sicurezza sono abbastanza at – tente ma del tutto compatibili con la tra – dizionale ospitalità araba. Siamo stati ricevuti il 3 febbraio scorso, prima della preghiera del venerdì e prima della sua partenza per un giro di visite negli Stati arabi. Kaled Mechaal si consulta in per – manenza con gli altri dirigenti di Hamas e con il presidente dell’Autorità Palestinese, Mamhud Abbas, che a sua volta sta iniziando un giro di visite nei paesi arabi. Il capo di Hamas ha sotto – lineato il suo desiderio di sviluppare con – tatti con altri paesi del Terzo mondo e in particolare con l’America latina.

– Qual è a vostro avviso il significato della vittoria elettorale di Hamas?

La vittoria del nostro movimento testimonia dei grandi cambiamenti che si stanno verificando nella comunità mussulmana. Tutti i paesi che hanno interessi nel mondo arabo-mussulmano devono tener conto di questi cambiamenti. La nostra comunità mussulmana è stanca di subire le incessanti politiche di dominio delle potenze occidentali. Noi vogliamo mostrare realmente chi siamo, riprendere il filo dello sviluppo e quanto siamo assetati di libertà e di democrazia. Ci stiamo impegnando con gioia ed entusiasmo, e non tralasceremo di cogliere le occasioni che saranno offerte alla nostra comunità. Gli Stati Uniti devono sapere che nulla può fermare questa evoluzione, e prima lo capiranno meglio sarà. La Francia, che ha una lunga esperienza nel mondo arabo, deve a sua volta capirci e ritrovare la sua indipendenza dagli Stati Uniti. Questo obbiettivo è importante per l’avvenire della nostra regione.

– I dirigenti dei paesi dell’Unione Europea manifestano inquietudine di fronte ai risultati delle elezioni palestinesi e pare stiano decidendo di inter rompere il loro aiuto all’Autorità palestinese, condizionandolo al riconoscimento di Israele.

Siamo sorpresi da questo atteggiamento ostile da parte della Francia e di altri Stati dell’UE. Parigi non ha alcun interesse a legare il suo futuro a quello di Washington, ormai infilatasi in un vicolo cieco. Noi ci auguriamo di poter vedere la Francia giocare un ruolo di primo piano nell’UE, visto che il suo segretario generale, Javier Solana, vuole invece imporre ai palestinesi condizioni inaccettabili come contropartita per il suo aiuto. Questo è inaccettabile per ragioni politiche, in quanto il risultato delle elezioni scaturisce da un processo democratico che l’UE ha essa stessa involontariamente provocato. Il popolo palestinese ha eletto in piena consapevolezza una maggioranza di deputati di Hamas. Il nostro programma era di pubblico dominio, inclusa la sua dimensione militare. Il signor Solana non ha perciò alcun diritto di porre condizioni su ciò che il popolo palestinese ha voluto esprimere in piena libertà. Il nostro diritto a resistere è legittimo dal punto di vista del diritto internazionale. Da quando in qua si domanda alla vittima di legittimare il suo oppressore? Il giorno che le grandi potenze costringeranno Israele al ritiro dai territori occupati, allora noi potremo decidere di riconoscere Israele. Riconoscendo ora l’occupante, riconosceremmo la legittimità dell’occupazione. Non possiamo perciò accettare la logica rovesciata propostaci dall’Unione Europea. Ci sono inoltre questioni di principio. Noi siamo un popolo libero, credente, con una lunga storia. È moralmente impossibile per noi rinunciare ai nostri legittimi diritti in cambio di denaro, o cedere le no- stre terre in cambio di qualche briciola di aiuto finanziario. La questione etnica è l’aspetto principale della nostra lotta, quella che permette di capire le nostre scelte politiche, cosa che invece è sempre più frequentemente ignorata dai paesi occidentali.

– Se gli USA e UE bloccano le vostre risorse, come riuscirete a far fronte, per esempio, al pagamento dei salari dei 130.000 funzionari palestinesi.

Se il sostegno verrà tagliato, saranno gli Stati occidentali a pagarne le conseguenze, e prima o poi dovranno fare i conti con la realtà e riconoscere i nostri diritti. Noi riceviamo l’aiuto dei popoli mussulmani. Se gli Stati occidentali vogliono “punire” un popolo per aver eletto democraticamente i suoi dirigenti, sarà l’Occidente a subirne conseguenze negative. Sono gli Stati occidentali che hanno creato il problema palestinese dando vita allo Stato d’Israele. Io mi accingo comunque a compiere un giro di visite negli Stati arabi, mentre siamo in attesa di aiuti dall’America latina e da altri popoli liberi.

– E dall’Iran?

Noi busseremo a tutte le porte. Tuttavia non contiamo solo sugli aiuti, ma soprattutto su noi stessi. La nostra vittoria ha risvegliato lo spirito creativo del popolo palestinese. Noi sapremo dimostrare al mondo quel che siamo capaci di costruire. Aggiungo inoltre che i fondi che riceveremo saranno utilizzati esclusivamente per il popolo palestinese e in nessun altro modo. Il tempo della corruzione è terminato. I democratici europei dovrebbero esserne contenti. Il nostro movimento ha già dimostrato la sua capacità di tener conto dei bisogni del popolo e dei più poveri sui temi sociali, educativi, sanitari, ecc. È anche interesse degli europei che la corruzione finisca una buona volta, corruzione di cui essi erano a conoscenza e nei cui confronti hanno sempre chiuso gli occhi. L’Occidente è la prima vittima del potere del denaro, un potere che favorisce solo i corrotti.

– Prima che voi proclamaste una tregua unilaterale, non rispettata dall’occupante, il vostro movimento ha ucciso numerosi cittadini israeliani in una cinquantina di attentati nel corso della seconda intifada.

Non si è trattato di attentati contro semplici civili. Dovete saper distinguere tra resistenza e terrorismo. Gli europei che hanno conosciuto l’occupazione sono in grado di capire la differenza. In Francia, che pure ha resistito all’occupazione, i resistenti sono stati accusati di terrorismo dalla propaganda dell’occupante tedesco. Noi siamo stati vittime di crimini, di massacri, di deportazioni. I luoghi santi cristiani e islamici sono occupati e minacciati. Il nostro diritto a resistere è perciò naturale e legittimo. Noi ci siamo limitati, in modo selettivo, a combattere e a colpire unicamente l’occupazione e le persone coinvolte. Non abbiamo mai combattuto fuori dai territori della Palestina occupata e non abbiamo mai attaccato gli Stati Uniti, sebbene essi appoggino apertamente l’occupante israeliano. Occorre che i paesi occidentali rivedano le loro analisi su ciò che succede in Palestina. La Francia, per esempio, ha una lunga tradizione di lotta per la giustizia e la libertà, e noi apprezziamo le sue tradizioni rivoluzionarie. Ma quando essa affronta la questione di Israele, dimentica i suoi principi e soggiace alla propaganda sionista. Perché Israele non è stata inclusa nella lista delle organizzazioni terroriste? Chi massacra i bambini e i vecchi palestinesi? Chi distrugge le loro case e sradica i nostri alberi? Perché questo doppio linguaggio, questo comportamento dei due pesi e due misure? Tutto ciò suscita la collera dell’intera comunità mussulmana nel mondo, che comprende bene come sia Israele il vero terreno di crescita del terrorismo internazionale.

– Come pensate si possa interrompere questo ciclo di violenze?

Da dieci anni ripetiamo instancabilmente che se Tel Aviv cessa i massacri, saremo i primi a rivedere le nostre scelte. Sono gli occidentali che devono rivedere il loro vocabolario e i loro concetti. Occorre che gli europei modifichino la loro percezione del mondo arabo e reintroducano l’equità nei loro giudizi, smettendo di applicare il principio dei due pesi e delle due misure. Solo così si potrà spianare la strada verso una reciproca comprensione. La democrazia comincia col rispetto del prossimo, e fintanto che si lasciano pubblicare caricature ingiuriose, ciò significa che non c’è rispetto per l’altro né per le sue convinzioni profonde. E ciò viene percepito come un insulto personale rivolto a colui con il quale si dice di voler discutere. Questo atteggiamento viene riservato solo all’Islam. Deridendo la fede, si insulta di fatto la democrazia. Noi non siamo terroristi. Come si può immaginare che l’intero popolo palestinese possa eleggere una dirigenza terrorista? È mai immaginabile che tutto il popolo palestinese possa essere considerato in blocco un popolo di terroristi? Il popolo palestinese è per sua natura tollerante. Il nostro paese è da secoli la culla di tre religioni. Prima dell’occupazione sionista, gli ebrei vivevano in pace con noi, senza porci alcun problema. L’unico problema sono le colonie sioniste. Noi siamo mussulmani, così come gli occidentali sono cristiani. Alle ultime elezioni Hamas si è alleato con dei cristiani, e uno dei nostri deputati, Hussein Al Tawil, è cristiano. A Ramallah, dopo le elezioni municipali, i nostri consiglieri hanno eletto sindaco una donna cristiana (militante del Fronte popolare di liberazione della Palestina, d’ispirazione marxista. Una coalizione analoga governa a Betlemme. Tutti gli osservatori esterni sono concordi nel ri – conoscere lo spirito pluralistico manife – stato dagli eletti di Hamas. B.D.). Il santo Corano ci obbliga, senza alcun equivoco, alla tolleranza in materia di concezione del mondo. Sta scritto chiaramente: “nessuna costrizione in materia religiosa”.

– Ritenete possibile un accordo tra la vostra organizzazione e Al Fatah?

Siamo preparati a questa eventualità. Ne discuto quotidianamente al telefono con Mahmud Abbas. Ciascuno di noi, nel proprio ambito, sta compiendo visite ai dirigenti arabi. Noi siamo pronti a collaborare con lui più di quanto lui stesso abbia mai potuto collaborare con Fatah.

– Quale credibilità hanno le voci di coloro che evocano una guerra civile tra palestinesi?

Nessuna potenza riuscirà a spezzare l’unità del popolo arabo di Palestina. I gruppi che rifiutano i risultati della elezioni sono assolutamente minoritari e non hanno alcuna possibilità di forzare la mano a chicchessia. Gli arabi detestano tutte le occupazioni e le ingerenze straniere. È appunto questo che le grandi potenze occidentali non capiscono e non accettano. Il rifiuto della dominazione straniera è un sentimento condiviso da tutti i popoli liberi. È una legge naturale, ed è per questo che malgrado tutti i loro sforzi, pressioni e provocazioni, gli Stati Uniti sono destinati alla sconfitta. Le caricature contro il nostro Profeta alimentano ancor più il risentimento del mondo arabo contro il neocolonialismo. Il loro scopo è di creare un fossato di odio incolmabile. Noi siamo coscienti di questa strategia. Ma l’interesse dei popoli europei e occidentali non è, evidentemente, quello di lasciarsi portare in un simile vicolo cieco. Il realismo e il pragmatismo li spingerà, prima o poi, a aprirsi verso di noi. Io sono ansioso di giungere a questo traguardo senza perdere altro tempo. Ci impegniamo fin da questo momento a un dialogo, dal quale nessuno possa estraniarsi!

Nota a margine di B. D.

Kaled Mechaal è nato nel 1956 vicino a Ramallah, in Cisgiordania. Di formazione scientifica, è diventato molto presto militante di Hamas (Movimento delle resistenza islamica), creato nel 1988. Quasi tutti i fondatori di questo movimento sono stati assassinati dalle forze di occupazione (tra gli altri, Salah Shehade nel 2002, Cheikh Yassine , guida spirituale, poi Abdel Aziz Rantissi nel 2004). Tutti i dirigenti di Hamas sono pronti alla morte, e una l o ro sostituzione è prevista in permanenza. Nel 1996 Mechaal entra nell’Ufficio politico di Hamas. Agenti israeliani tentano di ucciderlo in Giordania iniettandogli del veleno, ma sono catturati e Re Hussein è costretto a richiedere l’antidoto al primo ministro israeliano in cambio degli agenti arrestati, nonché le scuse ufficiali di Tel Aviv e la liberazione di Cheikh Yassin, allora detenuto nelle prigioni israeliane. Sebbene quest’ultimo fosse ormai un vecchio paralizzato e cieco e benché avesse prospettato la possibilità di aprire negoziati con Tel Aviv, venne assassinato un po’ più tardi con un intervento militare mirato. Kaled Mechaal è stato costretto a rifugiarsi prima in Siria, poi in Egitto, dove ha avviato negoziati con gli altri partiti palestinesi. A seguito di queste trattative Hamas (a differenza di “Jihad islamica”, l’ala radicale uscita da Hamas) proclama unilateralmente la tregua armata, tuttora operante, con l’occupante sionista. Già durante le elezioni municipali dello scorso anno Hamas si era già confrontata col processo democratico. Hamas governa numerose importanti municipalità, da sola o in coalizione con la sinistra radicale palestinese, in particolare con il Fronte popolare di liberazione della Palestina. La dirigenza palestinese di Fatah ha a sua volta ricevuto l’appoggio di alcune piccole formazioni uscite dalla sinistra ma opposte a tutti i movimenti che hanno proclamato il loro carattere religioso. Lo statuto di Fatah e tutte le sigle delle sue organizzazioni costitutive, sociali o militari, fanno riferimento a loro volta alla storia islamica. Il periodo successivo agli accordi di Oslo è stato segnato da una enorme sofferenza per il popolo palestinese, sottoposto a un’escalation di provocazioni e assassini, nonché a una sempre più estesa occupazione forzata dei territori da parte degli israeliani. Nel contempo, come hanno constatato numerosi osservatori imparziali, il formarsi di clan, inquinati dal nepotismo e dalla corruzione, hanno assecondato e reso ineluttabile la vittoria elettorale di Hamas. La costruzione di strutture sociali, educative e sanitarie hanno consentito ad Hamas di radicare la sua presenza tra i più poveri. L’efficacia di questa scelta è stata riconosciuta da tutti, e spiega l’appoggio dato ad Hamas dalla maggioranza di marxisti palestinesi. È bene ricordare che Hamas è stato il partito che ha fatto eleggere il maggio numero di donne, il cui ruolo le ha fatte diventare sempre più il pilastro che permette alla società palestinese di sopravvivere. Le militanti e i quadri femminili di Hamas costituiscono sempre più la base più solida dell’organizzazione. La coalizione neocons dei fondamentalisti cristiani di estrema destra e degli ultras sionisti che attualmente governa a Washington, non aveva previsto che la pace in Palestina non si sarebbe mai potuta ottenere con le pressioni, i ricatti, la sottomissione e le manipolazioni. La vittoria di Hamas, salutata dal popolo arabo ma anche dalla Siria “socialista”, dall’Iran islamico, dal Venezuela rivoluzionario, da Cuba, dalla Malaysia ”terzomondista” e da molti altri, in particolare da alcune fasce di popolazioni marginalizzate dell’Europa occidentale, costituisce un evento di grande importanza per l’evoluzione del Medio Oriente. Questa vittoria giunge mentre l’occupazione americana sta facendo precipitare l’Iraq in una guerra civile premeditata. Riuscirà la logica del dialogo a pre v a l e re sulla logica della “guerra di civiltà” che i dirigenti degli Stati Uniti cercano di imporre per prolungare il loro dominio?