Ricerca aperta o rito burocratico?

Sapremo fra breve se l’intenzione di mettere al lavoro una commissione unitaria per l’elaborazione di un documento congressuale è il frutto della consapevolezza di una crisi latente del sindacalismo italiano e della Cgil in modo speciale, se da ciò potrà prendere corpo una ricerca aperta, capace di delineare una nuova strategia e nuovi approdi oppure se si sarà soltanto celebrato un rito burocratico dall’esito scontato e destinato a produrre l’autorappresentazione, per forza di cose ossificata, di punti di vista incomunicanti, destinati a riscuotere ciascuno la propria porzione di consenso: l’uno abilitato a governare senza fremiti lungo una linea di totale e acritica continuità, l’altro costretto ad opporsi e ad attendere gli eventi.

È certo che la scelta dell’una o dell’altra strada non produrrà effetti equivalenti per le condizioni dei lavoratori e per la riorganizzazione di un movimento sindacale privato da oltre un lustro di qualsiasi protagonismo. Come è sicuro che se a quella che pare un’inarrestabile deriva della sinistra politica e alla possibile, imminente conquista del potere politico da parte del centro destra si associasse l’ormai cronica incapacità del sindacato di ricostruire anche soltanto la rappresentanza degli interessi che esso dovrebbe istituzionalmente tutelare, allora sconteremmo l’ulteriore implosione di una ormai insterilita velleità confederale e, contemporaneamente, l’esplosione dei suoi frammenti corporativi e aziendalistici.

Mai questo rischio si è proposto con tanta evidenza. Eppure alla domanda se sia ragionevolmente possibile tracciare un’altra strada, io rispondo di sì. Si può fare di più e di meglio. Uso un linguaggio consapevolmente misurato e moderato, perché di proclami che spesso contrastano con le pratiche reali sono pieni i fossi. C’è, per cominciare, una camicia di forza che irretisce l’azione del sindacato e che ne costituisce, per così dire, la filosofia generale: essa consiste nell’idea pre-moderna che il conflitto altro non sia che pura patologia sociale. Persino quel conflitto che si muove lungo i canali istituzionali più codificati, vale a dire lo sciopero, è considerato in tanta parte della stessa Cgil non già come espressione di interessi legittimamente antagonistici, motore del progresso sociale, veicolo di riscatto dei lavoratori( si sarebbe detto un tempo che pare abissalmente lontano), bensì sintomo di malessere sociale.

Ciò dipende dalla persuasione (non dichiarata ma assai reale) che non esista più una contraddizione fondamentale fra capitale e lavoro. L’ordine del capitale è l’ordine-generale-della-società: lì vi è, sostanzialmente, il bene comune. Perciò quando l’impresa rivendica la sovranità indiscussa nei luoghi di lavoro, quando impone regimi di flessibilità integrale nell’uso della forza lavoro, oppure pretende di incassare per intero i proventi della maggior produttività, oppure sottrae le proprie scelte di investimento a qualsivoglia vincolo o priorità sociale, essa non fa che interpretare un senso comune diffuso. Il sindacato, poi, proverà a temperare, qualche volta a limitare gli eccessi di questa impostazione unilaterale, mai a contrastarla per opporvi una visione altra. Il caso italiano è emblematico di un limite culturale che fa da sfondo alla crisi tanto della sinistra politica quanto del sindacato: l’accondiscendenza verso le tendenze spontanee del capitalismo italiano che ne stanno perpetuando i vizi e le arretratezze strutturali.

L’impossibilità di lucrare sulla svalutazione della lira ha accentuato la propensione delle imprese – incapaci di innalzare la propria competitività tecnologica e di sistema – a rifarsi sul lavoro. Il ruolo gregario del potere politico, l’ormai consolidata rinuncia ad un’idea propria di interesse pubblico, di governo e di orientamento degli investimenti , ad un progetto davvero significativo di infrastrutturazione civile delle aree depresse stanno sospingendo l’Italia in una condizione di debolezza economica che prima o poi si pagherà. Ecco perché assecondare questo indirizzo significa non soltanto scontare un arretramento generale delle condizioni di lavoro e di reddito dei lavoratori, ma inibire ogni possibilità di sviluppo e di riqualificazione dell’apparato industriale.

Cambiare linea è dunque necessario per i lavoratori e interesse generale del paese. La politica dei redditi e il modello contrattuale che la incarna, l’uso indiscriminato e deregolamentato della prestazione di lavoro, la recidivante tendenza a ridurre la rendita pensionistica pubblica rappresentano tre punti di rottura per una nuova politica del lavoro, capace di riannodare i fili logoratissimi del rapporto con i lavoratori. Per questo occorre una svolta. Rinviare la discussione al precipitare della crisi potrebbe significare non trovare più le risorse necessarie per riprendere il cammino. Vedremo presto quanto sia presente la percezione di questo pericolo.

L’apparato sindacale – per sua natura conservatore e “lealista” – potrebbe attutire e forse anche rimuovere la spinta al cambiamento. Per questo è necessario che nessuno lesini impegno e generosità e che ai lavoratori pervengano un messaggio ed una proposta chiari e praticabili.

P.S.

Non incoraggia previsioni positive il tentativo (eterodiretto) di rimuovere dalla sua carica il segretario della Cgil lombarda, colpevole di coltivare il pluralismo e di non fare dell’obbedienza al centro confederale una virtù suprema.

L’esito di questa vicenda potrà dirci di più sul futuro del più grande sindacato italiano.