“Resisteremo un minuto in più di qualsiasi governo!”

*Coordinamento Giovani Comunisti di Vicenza

Lo slogan riportato nel titolo è uno più significativi e più rappresentativi del movimento che si è creato a Vicenza per la lotta contro la costruzione di una nuova base militare USA. Uno slogan che racconta ed esplicita tutto il sentire di un movimento in un formato nuovo e diverso che vuole ridisegnare il modo di fare politica e dare un nuovo senso alla parola “partecipazione”. Cosa sta succedendo a Vicenza? Partiamo dall’inizio: Vicenza è una piccola città del Nordest d’Italia, estremamente cattolica, governata da partiti di destra, con un’economia che si regge sul lavoro delle piccole imprese e la piccola industria, in cui dal dopoguerra i cittadini sono abituati a convivere con la presenza dei militari statunitensi. In città infatti è presente da 50 anni la Caserma Ederle, importante centro di progettazione strategica delle logiche di attacco militare, in cui stazionano circa 2500 soldati, il comando Setaf e tutte le strutture necessarie alla formazione e all’addestramento dei militari. A Vicenza esistono poi altri siti militari americani: il villaggio dove risiedono i militari con le loro famiglie, la base sotterranea alla Fontega ad Arcugnano, il sito Pluto presso Longare. I vicentini sono, in un certo senso, abituati alla presenza dei militari in città. Nel maggio del 2006, però, la città scopre che il suo sindaco sta trattando in gran segreto, per volere diretto degli Stati Uniti, già dal 2003, con l’allora Presidente del Consiglio Silvio Berlusconi, sulla costruzione di una nuova base militare all’interno dell’aeroporto civile Dal Molin, area verde alle porte della città. Il caso esplode, si cominciano a costituire i primi comitati contro questo progetto che crea molto più scompiglio di quanto fosse prevedibile per un territorio e un tessuto sociale come quello del nordest. In un primo momento la lotta è fondamentalmente di tipo locale e nasce dal fatto che i cittadini di Vicenza non vogliono una nuova base americana sul loro territorio. Uno dei primi slogan a nascere è: “Padro – ni a casa nostra!!!”. Fenomeno, questo, che potrebbe essere assimilato alla sindrome da NIMBY (Not In My BackYard).

Che cosa significa la costruzione di una nuova base USA a Vicenza? Sappiamo che gli Stati Uniti scelgono, per insediare le proprie basi, le zone nelle quali maggiore è l’ospitalità, minori i costi e più deboli i controlli ambientali. Le basi militari USA sono concentrate in paesi ricchi di risorse energetiche, come Iraq e Arabia Saudita, o risorse industriali, come Italia, Germania, Giappone. Installazioni come quella in progettazione a Vicenza vengono costruite per esigenze strategiche: la nuova dottrina USA prevede infatti lo spostamento delle basi dell’Europa Occidentale (Germania, Belgio) verso il sudest europeo come trampolino di lancio verso il Mediterraneo ed il Medio Oriente. Sono postazioni avanzate di guerra. Da Vicenza partirebbero importanti azioni militari, come è successo durante la guerra del Kosovo, quando la caserma Ederle si è rivelata essere un importante centro di comando. Una volta concessa l’area Dal Molin tutto diventa possibile, anche un uso differente da quello concordato durante la fase dei sorrisi di circostanza. L’intenzione infatti è quella di riunire a Vicenza la 173ima brigata Combat Team, ossia un’unità d’as- salto con caratteristiche esclusivamente offensive, che sarà la più potente unità americana fuori dai confini degli USA. Nei piani di riforma delle forze armate americane si prevede che la 173ima brigata di Vicenza sarà l’unica Brigade Combat Team a non essere inquadrata in una divisione. Questo perché dovrà essere un’unità dotata di grande flessibilità e, a seconda delle missioni, le dovrà essere affiancata in tempi rapidi la massima forza disponibile per raggiungere gli obiettivi. Essa sfuggirà agli schemi perché dovrà garantire il massimo della potenza nel minor tempo possibile. Anche durante la guerra in Iraq Vicenza ha avuto un grande ruolo di progettazione strategica dalla Caserma Ederle, che fa parte del “triangolo bellico” del nord Italia con Aviano, da cui partono attacchi aerei e bombardamenti per i paesi di volta in volta attaccati dagli Stati Uniti, e Camp Darby, sede di stazionamento di munizionamento pesante.

Il movimento che si è creato a Vicenza scopre tutto questo e decide che non lo vuole più, lo combatte, resiste. Coniuga la necessità della salvaguardia del proprio territorio e dei beni comuni – perché la costruzione di questa nuova base avrà anche un impatto ambientale devastante, cementificherà milioni di metri cubi di area ora verde nel cuore della città, avrà consumi energetici spaventosi e non sostenibili per un paese che ancora vuole definirsi civile e attento all’uso delle proprie risorse ambientali e naturali – con il “No” alla guerra e alle servitù militari.

Nei mesi successivi, la protesta si allarga, aumenta di dimensioni. Il movimento matura. I vicentini prendono contatto con gli altri movimenti che portano avanti lotte sul territorio italiano contro la costruzione di grandi infrastrutture. Nasce una sinergia con i movimenti, i comitati, le organizzazioni, i partiti che lottano contro la costruzione di nuove basi Usa o Nato, per la pace, per il disarmo. Dalla sola sindrome NIMBY si passa ad una logica più matura, più complessa, più etica: il NAIBY (Not In Anyone’s BackYard), ossia l’idea che la costruzione della nuova base militare statunitense vada bloccata perché è uno strumento per le guerre di aggressione che sta conducendo il governo americano e non solamente una “questione locale”.

LA LOTTA PROSEGUE

La prima grande manifestazione nazionale a Vicenza si svolge il 2 dicembre 2006: sono attese 5.000 persone e ne arrivano 30.000. Nel frattempo, si registra un continuo rimpallo di responsabilità tra governo Prodi e amministrazione comunale. Il 16 gennaio il Presidente del Consiglio, eletto con il centro-sinistra e, quindi, anche con i voti del popolo della sinistra, del popolo della pace, dà il via libera al progetto della nuova base Usa a Vicenza. Migliaia di persone, la sera stessa, scendono in piazza, manifestano e occupano le strade e la stazione di Vicenza. Nasce il Presidio Permanente nella zona dell’aeroporto Dal Molin, luogo fisico in cui si concentra la lotta. Il 17 febbraio c’è la grandissima manifestazione internazionale e tutto il popolo della pace italiano si trova a Vicenza. Arrivano 150.000 persone, partecipano anche i partiti della sinistra, andando contro una decisione del loro stesso governo. Un’anomalia. Come certamente anomalo si può definire il movimento stesso vicentino: le anime più diverse lo compongono e lo arricchiscono, non si può certo definire un movimento comunista, ma nemmeno di sinistra. Esso è formato da componenti cattoliche, scout, persone di destra, cittadini che lottano esclusivamente per la difesa del proprio territorio, insieme a chi lotta per la pace e contro tutte le guerre, movimenti come quello dei centri sociali del nordest e i partiti di sinistra. Tutti ugualmente delusi dalle decisioni prese in merito alla questione vicentina dal nostro premier. La politica “ufficiale” viene spiazzata da questi comitati, dove si trovano fianco a fianco il sindaco ed il parroco, il militante di destra ed il militante di sinistra. Questo nuovo modo di intendere la partecipazione si concretizza nell’adesione al Patto Nazionale di Solidarietà e di Mutuo Soccorso, uno “strumento al servizio di chi nel nostro paese lotta per la difesa del proprio territorio, contro le grandi opere inutili e contro lo scempio delle risorse ambientali ed economiche”. Chi aderisce al Patto sostiene che è difficile oggi trovare partiti amici perché i partiti non rappresentano più gli interessi locali e non capiscono la gente che non vuole più delegare scelte fondamentali della propria vita, che quando non ci sono bandiere di destra o di sinistra è più facile trovare obiettivi comuni. Trasversalità è la parola d’ordine. Perché è destabilizzante. Chi aderisce al Patto “non rifugge dalla politica e dal confronto, e sa distinguere chi opera con trasparenza da chi tenta di imbrigliare le lotte. Il modello che si propone è al tempo stesso l’unico metodo che è disponibile ad accettare: quello della partecipazione attiva dei cittadini”.

Il movimento vicentino dà lezioni di politica al governo, nonostante i segnali negativi provenienti da Roma. Il rischio maggiore è che, se i partiti della sinistra non riusciranno ad influenzare maggiormente in senso pacifista e antimilitarista l’esecutivo di cui fanno parte, tutti i singoli individui che compongono il movimento arrivino alla sfiducia più totale nei confronti della politica cosiddetta “ufficiale”, arrivando addirittura all’astensionismo nelle prossime elezioni. Questa è una sfida che anche il nostro partito, il Prc, deve saper cogliere ed affrontare per poter tornare ad essere un grande partito di lotta.

I movimenti di resistenza stanno cambiando e noi non possiamo far finta che non sia così. Le reti si ingrandiscono: il movimento di Vicenza è diventato grande e maturo, continua ad intrecciare relazioni con gli altri movimenti nazionali ed internazionali. Siamo in contatto con il Network per l’abolizione delle basi militari straniere che si è riunito a Quito a marzo, siamo in contatto con il World Peace Council che si è riunito ad aprile ad Atene. I prossimi obiettivi sono risollevare l’attenzione mediatica sul problema a livello nazionale e, ovviamente, bloccare i lavori nel momento in cui inizieranno. E noi, comunisti, dobbiamo essere a fianco di chi resiste quotidianamente per la pace e la salvaguardia dell’ambiente. Non possiamo pretendere che chi lotta capisca la logica di un partito che vuole essere amico, ma che nelle sedi decisionali non rischia per coloro che ancora resistono. Bisogna scegliere, prendere parte, sbilanciarsi. Perché, parafrasando Gramsci, si odia chi non parteggia, si odiano gli indifferenti.

Riferimenti:

www.altravicenza.it
www.pattomutuosoccorso.org
www.173abnbde.setaf.army.mil/
www.no-bases.org