Repubblica di Moldova: il governo dei comunisti

La Repubblica di Moldova è un piccolo stato (34.000 chilometri quadrati e 4 milioni e mezzo di abitanti) facente parte della Comunità degli Stati Indipendenti (CSI). Situato nell’Europa sud orientale e confinante con Romania e Ucraina, in passato era conosciuto con il nome di Moldavia. La sua popolazione è costituita per quasi due terzi da moldavi di lingua romena e, per il resto, da una forte minoranza slava russofona di russi, ucraini e bielorussi. Nel territorio della repubblica abitano anche circa 200.000 turchi, convertitisi alla religione cristiana ortodossa, concentrati nella regione autonoma della Gagauzia. La Moldavia (Bessarabia), che fino al 1917 faceva parte dell’impero zarista, si costituì, durante la rivoluzione, in “Repubblica Democratica Moldava” indipendente. Nel 1918, fu proclamata l’unione con la Romania, che non venne mai riconosciuta dall’Unione Sovietica, la quale, nel 1940, in seguito al patto russo-tedesco, riprese il controllo della regione, almeno fino all’inizio dell’aggressione nazifascista. Con la vittoria dell’Armata Rossa, la Moldavia fu definitivamente incorporata nell’URSS, con la denominazione di “Repubblica Socialista Sovietica Moldava”. Venne così inaugurato, in una delle regioni europee storicamente più arretrate, un periodo di sviluppo economico, sociale e culturale, mai conseguito in precedenza, che ha assicurato alla popolazione un livello di relativo benessere, messo parzialmente in discussione nel periodo della “stagnazione” brezneviana. È con l’avvio della “perestrojka” gorbacioviana, tra il 1985-90, che comincia a manifestarsi una massiccia agitazione nazionalista romena, che si organizza nel cosiddetto “Fronte popolare”. Nel 1990 le autorità locali, dietro pressione dei nazionalisti, approvano una serie di misure che influenzeranno in modo decisivo lo sviluppo della situazione nel paese: si decide di adottare l’alfabeto latino al posto di quello cirillico e si avvia quella politica di “derussificazione” e di “pulizia etnica”, che costituirà il pretesto per lo scatenamento dello scontro con le minoranze nazionali. Il 27 agosto 1991, subito dopo la vittoria del colpo di stato di Eltsin che ha portato alla dissoluzione dell’URSS, è proclamata l’indipendenza della “Repubblica di Moldova”. Come reazione, vengono avanzate le richieste di autonomia della minoranza gagauza e di indipendenza della cosiddetta “Repubblica della Transdnestria”, abitata in grande maggioranza da russi e ucraini. I nazionalisti romeni rispondono con durezza a tali rivendicazioni, procedendo alla quasi totale liquidazione dell’istruzione in lingua russa e cercando di risolvere con la forza la questione della Transdnestria, attraverso lo scatenamento di un sanguinoso conflitto, che si protrae fino al 1992, quando l’indipendenza viene congelata e considerata operante solo in caso di riunificazione della Moldova alla Romania.
Il decennio che ha visto avvicendarsi al governo le forze di ispirazione nazionalista borghese, ha avuto conseguenze che non è azzardato definire catastrofiche sulle condizioni economiche e sociali della repubblica. Il susseguirsi di dissennate “riforme”, all’insegna del liberismo più sfrenato e della dipendenza dagli interessi dei nuovi alleati occidentali, ha fatto della Moldova il paese più povero d’Europa, con il non invidiabile record del più elevato tasso di emigrazione a livello continentale. Bastino alcuni dati: nel 1991-2000 il PIL si è ridotto di oltre un terzo, l’agricoltura e il complesso agroindustriale (fiore all’occhiello della Moldavia socialista) sono regrediti di 35-40 anni. Il degrado sociale è arrivato a tal punto che è diventata pratica diffusa la vendita di organi.
Così il malcontento, generato da questo autentico disastro, è sfociato in una clamorosa manifestazione di ripulsa popolare, in occasione delle elezioni politiche svoltesi il 25 febbraio 2001, con la travolgente vittoria (maggioranza assoluta dei voti e 70% dei seggi) del Partito dei Comunisti della Repubblica di Moldova. Per la prima volta, dalla fine dell’URSS, in Europa orientale (fatto di straordinario valore simbolico) i comunisti tornavano, in modo assolutamente democratico, alla direzione dello stato. Il parlamento, poco tempo dopo, procedeva all’elezione alla presidenza della repubblica del leader del PCRM Vladimir Voronin.
Da quel momento i comunisti, pur tra enormi difficoltà e in un contesto internazionale non certo favorevole alle forze di progresso dopo la caduta del contrappeso socialista, hanno cercato di trovare una soluzione alla terribile crisi ereditata.
Si sono introdotte misure tese ad assicurare una maggiore presenza regolatrice dello stato. È stato rafforzato il controllo sulla riscossione delle imposte. Si è cercato di frenare la corruzione dilagante. I mezzi finanziari a disposizione sono stati indirizzati allo sviluppo della produzione industriale (che ha visto un netto aumento degli ordini da parte di partner del mercato ex sovietico) e dell’agricoltura. Per la prima volta, come ha dovuto riconoscere lo stesso FMI, il PIL ha registrato un incremento del 6%, con una corrispondente diminuzione dell’inflazione, sempre del 6%. Successi sono stati registrati nella sfera sociale, con la corresponsione di salari e pensioni non pagati in precedenza e la riattivazione, dopo ben 5 anni, del funzionamento di riscaldamento e acqua calda nelle case della capitale Kishinev.
Gli attuali dirigenti si sono poi sforzati di ricercare l’integrazione nel mercato ex sovietico – tradizionale partner della Moldavia –, sapendo bene che questo è l’unico modo per garantire una ragionevole ripresa della dissanguata economia nazionale. Il conseguente avvicinamento alla Russia e la richiesta di partecipare a diverse forme di cooperazione nell’ambito della CSI, hanno prodotto non solo un significativo e corroborante incremento della collaborazione economica con Mosca, ma anche la decisione (frutto di colloqui con lo stesso Putin) di concedere alla Moldova forniture energetiche a condizioni convenienti, integrandola in un sistema energetico comune con Federazione Russa e Ucraina. Tale “disgelo” nella politica verso la Russia, ha comportato significative aperture sul piano del rispetto dei diritti della minoranza russa, la proposta di reintroduzione dell’insegnamento del russo nelle scuole primarie e la ricerca tenace di un’intesa – peraltro, ancora lontana – con le autorità russe della Transdnestria. La Moldova sta anche cercando di diversificare la sua iniziativa internazionale, intessendo nuove relazioni: ne è prova l’interessamento manifestato verso l’attività dell’ “Organizzazione di Shanghai” e la realizzazione di accordi commerciali con la Repubblica Popolare Cinese, in seguito alla visita a Kishinev di Jang Zemin. La Moldova, che sta dando realisticamente prova di grande duttilità diplomatica e a cui nessuno può avanzare in questo momento accuse credibili di violazione di diritti umani e politici, è intenzionata a mantenere ottime relazioni con tutti i paesi, compresi gli USA. E, nonostante il parere contrario espresso dal presidente della Commissione Europea Prodi, Kishinev ha avanzato anche richiesta di adesione all’UE, incontrando qualche parere favorevole. In ogni caso, le autorità moldave mantengono una posizione di principio riguardo alle pressioni tese ad integrarla nei meccanismi militari delle alleanze occidentali, a cominciare dalla NATO: a più riprese Voronin ha sottolineato che la neutralità della Moldova è imposta dalla Costituzione del paese. Ed è di un certo significato il fatto che il PC moldavo non abbia voluto far mancare la sua adesione alla manifestazione di Praga contro il vertice NATO. Era scontato che il cambiamento avvenuto in Moldova dovesse provocare reazioni in ambito occidentale, dove si trovano i principali interlocutori dei precedenti governi, e soprattutto da parte della Romania (oggi in procinto di entrare nella NATO), che ha esplicitato il suo dissenso rispetto alle scelte di riavvicinamento alla Russia. Con l’appoggio esplicito della Romania, nei mesi scorsi sono venute allo scoperto le manovre dell’opposizione nazionalista alla presidenza Voronin. Violente manifestazioni hanno così sconvolto Kishinev, rivendicando la discriminazione della lingua russa, inneggiando alla “Grande Romania” e invocando l’aiuto della NATO, per “rovesciare il regime comunista”. Un terribile attentato ha distrutto la sede del giornale comunista, ferendo gravemente alcuni redattori.
Le manifestazioni (che hanno irritato fortemente la Russia) hanno avuto l’effetto di provocare la presa di posizione del Consiglio d’Europa che, da un lato, ha raccomandato al governo moldavo di accogliere alcune delle richieste avanzate, per stemperare la tensione, mentre all’opposizione ha chiesto di interrompere la protesta.
Il presidente e il governo – che, peraltro, continuano a godere di un amplissimo consenso nell’opinione pubblica, come emerge dai risultati di recenti elezioni locali – , dando ancora una volta prova di grande senso di responsabilità, hanno subito accettato la proposta (estendendo addirittura la copertura offerta dai “media” locali agli avversari politici e le garanzie democratiche di manifestazione), mentre l’opposizione ha risposto con un sostanziale rifiuto, confermando la sua intenzione di creare uno scenario “jugoslavo” e confidando nelle complicità godute a Washington.
La situazione è così aperta a tutti gli sbocchi e richiede l’attenzione e la solidarietà dei comunisti dell’intera Europa alla difficile battaglia che i compagni moldavi stanno sostenendo per lo sviluppo democratico e socialista del loro paese.

* Interessanti articoli sulla Moldova, scritti da Marcello Graziosi, sono reperibili nell’archivio del sito www.lernesto.it. Schede e traduzioni di documenti di fonte russa e moldava sull’argomento sono apparsi nel sito www.resistenze.org.