RELAZIONE INTRODUTTIVA ALL’ATTIVO NAZIONALE DE L’ERNESTO

Si tiene oggi il primo attivo nazionale dell’area dell’Ernesto. E’ un momento per noi molto importante perché dobbiamo fare il punto sul lavoro svolto e sugli impegni che dovremo sostenere nei prossimi mesi. Vorrei, in primo luogo, ringraziare i compagni e le compagne che dopo aver partecipato alla manifestazione di ieri si sono fermati a Roma per essere presenti a questo nostro appuntamento. Una partecipazione così numerosa costituisce il miglior auspicio per il nostro lavoro.

Abbiamo assistito ieri ad una manifestazione imponente. Quell’evento irrompe nella scena politica ed è destinato ad influire sulle scelte future del partito. Tornerò nella relazione sul significato che attribuiamo a questa partecipazione di massa, al di sopra di ogni più rosea previsione. Consentitemi però ora di sviluppare un ragionamento all’interno del quale collocare questo evento.

La nostra storia

E’ quasi d’obbligo, in circostanze come queste, ricostruire i passaggi della nostra storia recente. La componente dell’Ernesto, dall’inizio della vicenda di Rifondazione Comunista, ha svolto una funzione importante nel partito. Ci siamo impegnati per mantenerlo sulla sua ispirazione originale, e cioè lo sviluppo di quella “rifondazione comunista” che costituiva la ragione della sua nascita. Nel contempo, abbiamo cercato di cogliere le novità che si evidenziavano dalle trasformazioni della società italiana, nel tentativo di innervare il partito in un’azione di massa, a fianco dei movimenti, in nome di una prospettiva di alternativa.

In questo periodo abbiamo cercato di evitare la dissoluzione del partito e abbiamo tentato di correggere errori macroscopici che si sono fatti. Abbiamo dovuto resistere ad un “nuovismo” privo di sostanza, che ha condotto ad improvvisazioni, ad abiure assurde della storia, senza alcuna seria capacità critica, a letture deformanti della situazione sociale. Dopo una prima fase di presenza nella maggioranza, dopo il sesto congresso i compagni che avevano appoggiato la mozione 2 sono passati all’opposizione.

Questo passaggio è avvenuto in corrispondenza di una modifica di linea molto significativa. Dopo aver celebrato, non senza assurde enfatizzazioni, la stagione dei movimenti, con il sesto congresso la maggioranza del partito è passata, con una incredibile spregiudicatezza, ad una linea di alleanza organica di governo. E’ noto quali furono allora le obiezioni che la mozione 2 pose. Esse consistevano, in sintesi, nella improponibilità di un’alleanza organica di fronte alle ambiguità del programma e alla natura delle forze del centro sinistra.

La storia, da allora in poi, è quella del governo Prodi, che tutti noi conosciamo bene. E’ dentro questa nuova fase che (paradossalmente) si è determinata la rottura dell’ex mozione due e la nostra separazione da quella parte che ora s’identifica con “essere comunisti”. È una rottura recente che non varrebbe neppure la pena riprendere se non per il fatto che alla base della stessa vi erano due questioni decisive, che appaiono essere al centro dell’attuale dibattito nel partito: da un lato, la questione del governo e, dall’altra, quella della prospettiva di Rifondazione Comunista.

Se abbiamo rifiutato di confluire nella maggioranza del partito per condividerne sostanzialmente la linea, come hanno fatto gli altri compagni, è perchè, fin da prima della conferenza di organizzazione, a noi pareva chiarissimo che la linea della maggioranza, fosse perdente e che avrebbe messo in seria discussione la tenuta e la stessa sopravvivenza del partito. Oggi in questo attivo riconfermiamo questa analisi e questa previsione ed, anzi, siamo convinti che queste nostre valutazioni abbiano trovato in questi mesi una sostanziale conferma e che l’evoluzione dei fatti dimostri che se ci fossimo anche noi lasciati sedurre dall’entrata in maggioranza oggi non vi sarebbe nessuno, in questo partito, a battersi per la sua sopravvivenza.

La deriva governista e la “cosa rossa”

Ma veniamo alle due questioni fondamentali che richiamavo in precedenza. In primo luogo, la vicenda del governo. Quella che era stata una previsione formulata al sesto congresso si è tradotta in un’amara constatazione. Questo governo non ha i caratteri riformatori che alcuni si aspettavano, sta deludendo le aspettative della base sociale della sinistra e sta portando al logoramento Rifondazione Comunista. La maggioranza del partito, ancora ancorata ad una linea congressuale ormai del tutto priva d’efficacia, punta a rappezzare i danni, in rocambolesche offensive seguite da subitanee ritirate. Gli esiti sono sotto gli occhi di tutti: calo dei consensi, disarticolazione delle strutture del partito, progressivo allontanamento dai movimenti. Questa linea fallimentare è costellata da errori. Ne ricordo alcuni: giudizi enfatici sulla scorsa finanziaria, poi ritrattati; decisione di dar vita ad una manifestazione separata in occasione della venuta di Bush, rivelatasi un disastro; facili ottimismi poi sconfessati dai fatti, come nel caso dell’accordo sulla previdenza; mancato sostegno alle posizioni del no nel corso della consultazione (per fortuna non condiviso da molte strutture del partito).

Questi errori, per quanto gravi, non creerebbero tanti danni se non fossero accompagnati da una scelta strategica che si sta rivelando, giorno dopo giorno, particolarmente pericolosa. Mi riferisco alla proposta del nuovo “soggetto unico e plurale della sinistra”, termine enfatico per descrivere quello che ormai i più, non senza un velo d’ironia, chiamano semplicemente la “cosa rossa”. Il nostro dissenso rispetto a questa proposta è radicale. Pensiamo che essa, accoppiandosi con la scelta di partecipazione organica al governo, stia portando il partito all’annientamento.

Questa proposta è stata presentata come la via obbligata per resistere alla minaccia rappresentata dal PD. In questi giorni, dopo il successo indubbio delle primarie del Partito Democratico, si punta a drammatizzare la lettura della situazione per vincere le ultime resistenze interne al partito e spingere tutti alla confluenza rapida nel nuovo soggetto. Il punto essenziale è che per reggere il confronto con il Partito Democratico occorre un soggetto con identità forte, non subalterno, con un profilo alternativo e un forte radicamento sociale. La “cosa rossa” è tutt’altro. E’ un assemblamento di ceti politici, ha un’identità inconsistente (un generico richiamo al socialismo del XXI secolo), nasce già minata da distinzioni sostanziali, basti pensare alle posizioni di Sinistra Democratica sul welfare o sulla politica internazionale. Per queste ragioni non serve ed, anzi, è pericolosa.

La nostra previsione politica

E’ sulla base di queste constatazioni che noi facciamo una previsione. La doppia tenaglia dell’ancoraggio al governo e della diluizione nel nuovo soggetto, sono destinate a liquidare il progetto politico della Rifondazione Comunista. Ciò che si profila è l’esatto opposto di ciò che la maggioranza del partito sostiene propagandisticamente, e cioè: la progressiva riduzione dell’autonomia del partito, lo sgretolamento della sua identità comunista e l’assimilazione progressiva nello schema bipolare, in funzione di sostegno sussidiario al Partito Democratico.

Ci sembra che questa nostra previsione sia comprovata da molti fatti. Lo è, senza alcun dubbio, per quanto riguarda la liquidazione dell’identità del partito. Orami, ogni giorno che passa rivela il carattere mistificatorio di alcune affermazioni. La federazione, si dice, garantirebbe la sopravvivenza del partito e con ciò si allude, ovviamente, alla sua identità e alla sua autonomia organizzativa. In realtà la federazione è una foglia di fico che nasconde un proposito ben preciso: lo scioglimento di Rifondazione in un aggregato più ampio. Lo sta a dimostrare la scelta, per le prossime provinciali, di dar vita a liste uniche con le altre forze della sinistra. Una scelta assurda anche da un punto di vista elettorale, ma che viene fatta per rendere irreversibile il progetto. Qualche giorno fa sul Messaggero è stato presentato il nuovo simbolo. Pensate quale innovazione di alto profilo ci si prospetta: un cerchio con la scritta “la sinistra” e un arcobaleno. Non c’è che dire, una prospettiva davvero esaltante! Non solo, il segretario del partito, dopo aver chiesto l’unificazione dei gruppi parlamentari e dopo aver proposto gli “stati generali della sinistra”, come avvio del processo, ora propone anche il tesseramento al nuovo soggetto.

E tutto ciò, si badi bene, prima del congresso del partito, a dimostrazione di quale peso si attribuisca al confronto democratico interno. Tutti questi segnali a chi li voglia intendere sono molto chiari. Ma lo sono anche le dichiarazioni rese in questi mesi. Quando si dice che il nuovo soggetto deve prescindere dalle identità, o quando – come dicevo – gli si vorrebbe attribuite un orientamento socialista o, ancora, quando gli sì dà una connotazione vagamente antiliberista, cosa si fa se non seppellire sotto una lastra tombale la sua identità comunista? Si badi bene, questa nostra accusa non nasce semplicemente dalla giusta avversione per la rimozione immotivata di un’identità. La nostra critica muove da una consapevolezza: che quella rimozione va di pari passo con una ricollocazione in chiave moderata del partito e cioè il venir meno di una critica radicale al sistema capitalistico e la ricollocazione in una prospettiva compatibilista, sebbene costellata – di tanto in tanto – da suggestioni radicali.

E qui si coglie la connessione con le scelte di collocazione politica. Non siamo ingenui, l’abbiamo già visto con il PCI trasformatosi in PDS, e poi via via scivolato a destra fino a finire nel PD. Questa ridefinizione perbenista dell’identità è il necessario complemento di un’operazione politica. Anche qui i segnali ci sono stati. Quando si è plaudito a Veltroni segretario del PD, non vi era forse l’aspettativa – poi finita in una bolla di sapone – che questi avrebbe potuto garantire un’alleanza stabile con la sinistra radicale? Quando Sinistra Democratica non aderisce alla manifestazione di ieri non vi è forse il proposito di non compromettere il proprio ruolo di governo e lo stesso rapporto con il PD? Certo ora il conflitto con il PD è forte ma è l’avvento della “cosa rossa”, con il suo portato di governismo, a dare il colpo definitivo all’autonomia del nostro partito.

Il significato della manifestazione di ieri

Questa nostra valutazione e questa nostra previsione vengono messe in discussione o vengono rafforzate dalla straordinaria manifestazione di ieri? A sentire le prime dichiarazioni di Giordano, quella manifestazione ha sancito la nascita della “cosa rossa”. Non ne siamo stupiti. Siamo certi che se fosse stato un flop sarebbero statierano pronti a sostenere che, visto l’insuccesso, era d’obbligo a quel punto fare in fretta a dar vita al nuovo soggetto politico. In realtà questo gruppo dirigente procede per inerzia, lungo una linea consegnatali dall’ex segretario, incapaci di una qualsiasi autonoma iniziativa. Per questo la “cosa rossa” si deve fare a prescindere da ogni considerazione.

Noi che siamo seri analizziamo gli eventi per quelli che sono. C’ è qualcuno in buona fede che pensa che tutta quella gente si è riversata a Roma per chiedere la “cosa rossa”? Non diceva questo la piattaforma alla base della manifestazione, ma soprattutto non era questo quello traspariva dagli slogan , dagli striscioni, dall’atmosfera. Quello che si coglieva era una voglia di rivincita, la volontà di uscire da una condizione di subalternità rispetto alla politica del governo, la volontà di non sottostare più a scelte moderate che confliggono con le aspettative di un popolo che voleva il cambiamento e il cambiamento non ha avuto. E vi era la volontà di riscossa rispetto alla sconfitta del no al referendum, l’idea che si è stati battuti per l’iniquità delle regole fissate dal sindacato, ma che si era nel giusto rifiutando gli accordi di luglio. Basti vedere la partecipazione davvero significativa della sinistra sindacale, e non solo della FIOM.

Da quella manifestazione viene una contestazione esplicita nei confronti della politica del governo, la volontà di avviare un vero percorso riformatore nel paese. Su questo penso che pochi possano avere dei dubbi. E, tuttavia, vi è ora il tentativo di operare una torsione politicista volendo accreditare l’idea che centinaia di migliaia di persone in realtà volevano la “cosa rossa” oppure, più obliquamente, che giacchè vogliono il cambiamento – e il cambiamento richiede un maggior peso a livello parlamentare – ne deriva la necessità di dar vita ad un nuovo soggetto politico. In sostanza, di tratterebbe di una sorta di delega agli stati maggiori dei partiti della sinistra a trasferire sul piano politico la domanda di contare di più. Ma è così?

Noi siamo sempre stati cocciutamente legati alle cose, non abbiamo apprezzato i voli pindarici, le suggestioni, le evocazioni dell’ex segretario e non intendiamo subire quelle del nuovo. Quello che noi abbiamo visto è stato un fiume di bandiere rosse, di cui l’80% di Rifondazione Comunista e poi quelle del PDCI e della sinistra sindacale. Quello che ha inondato la piazza San Giovanni era un popolo che si era raccolto attorno ai comunisti. E i comunisti erano lì, manifestando esplicitamente un orgoglio di partito. E l’orizzonte che si coglieva non era quello di un’anemica formazione socialdemocratica e genericamente antiliberista, ma quello di un soggetto di lotta incardinato sui comunisti, capace di avanzare proposte di cambiamento radicale, insofferente dei politicismi e desideroso di mettere al centro le questioni concrete della condizione sociale.

Che poi in una manifestazione così riuscita due dei partner della “cosa rossa” siano stati del tutto assenti non dimostra il carattere assolutamente artificioso di quella proposta? Ma come è possibile che due dei soci fondatori non avessero capito nulla di ciò che passa nella testa dei lavoratori e del popolo della sinistra? Come è possibile che in quella che alcuni volevano come atto fondativo della “cosa rossa”, questi non vi fossero. E come si può a questo punto considerare la riuscita di quella manifestazione, nell’assenza di questi due soggetti, come la riprova che ci si debba unificare con gli stessi? Si tratta di contraddizioni logiche così evidenti che non vi è molto da aggiungere. Per questo nei prossimi giorni dovremo esplicitare il nostro punto di vista e rendere evidente il carattere strumentale di alcune letture di questo evento.

Gli assi di una proposta alternativa: la questione del governo.

Ma ciò non basta. Occorre che definiamo gli assi di una proposta politica.

Il primo terreno è quello del governo. Ho già affrontato in precedenza la questione della inadeguatezza del governo. Vorrei ora richiamarvi sulle ragioni strutturali di tale inadeguatezza. E’ certamente vero che un governo che non dispone di una maggioranza in una delle due camere è oggettivamente molto debole ed esposto ai ricatti, ed è anche vero che il governo Prodi ha dovuto far fronte ad una difficile situazione economico-finanziaria. Il punto, tuttavia, è che la sua scelta moderata in termini di politica economica (ma non solo, si pensi all’atlantismo che continua a connotare la politica estera italiana) non deriva solo da questi vincoli.

Limitiamoci alle scelte che hanno una ricaduta immediata a livello sociale. Si pensi alla precedente finanziaria e a quella ora in discussione. E’ evidente che in uno schema nel quale le priorità sono nell’ordine il ripiano del debito e il sostegno alle imprese, una politica di equità sociale diventa molto difficile. Se poi fra le priorità s’inserisce anche, come corollario della prima, la riduzione della spesa pubblica, l’equità diventa un obiettivo praticamente irraggiungibile. Ciò spiega il motivo per il quale, anche a fronte del miglioramento dei conti pubblici, i benefici sociali restino modesti.

Questa impostazione muove da assunti liberisti e monetaristi, ma nasce anche da un progetto politico. La nascita del PD, in particolare, guida tale processo. L’obiettivo, peraltro esplicito, dei dirigenti della nuova formazione è quello di operare uno sfondamento al centro, interloquendo a livello politico con settori centristi e ottenendo il consenso di fasce di ceto medio a livello sociale, senza trascurare il rapporto privilegiato con Confindustria. Per questa ragione noi riteniamo che sia illusorio pensare di modificare l’attuale orientamento.

Ma consideriamo un fatto. Se è vero, come noi pensiamo, che la manifestazione di ieri è stata un’enorme espressione di dissenso rispetto alla politica del governo ed una richiesta forte di cambiamento, cosa dovremmo attenderci nelle prossime settimane? Dovremmo attenderci un cambiamento della linea del governo. E giacchè questa manifestazione viene a collocarsi all’indomani dell’accordo fra governo e parti sociali sulla nuova bozza del protocollo sul welfare da inserire come allegato alla finananziaria, non sarebbe logico che a quel punto quell’accordo venisse cambiato? Sappiamo tutti però che questo è per molti versi impossibile e l’astensione (con fiducia) di Ferrero in Consiglio dei Ministri dice della volontà di appoggiare la mediazione raggiunta.

E allora torna qui la questione fondamentale: se una forza come Rifondazione Comunista non ottiene alcun cambiamento neppure portando in piazza un milione di persone, che giudizio di può dare di questo governo? A partire dalla manifestazione di ieri noi chiediamo al gruppo dirigente di Rifondazione di far valere la forza di quella mobilitazione, di chiedere una modifica del protocollo e – se non vi sarà – di trarne le conseguenze. Se non si facesse così saremmo di fronte ad un’enorme beffa perpetrata nei confronti di quanti hanno sfilato ieri per Roma. Per questo, alla fine di questa partita, va aperta una verifica di governo.

Se non vi sarà alcun risultato non ha più senso stare in un governo.

L’autonomia dei movimenti e il rilancio del conflitto

L’autonomizzazione di Rifondazione Comunista da questo governo non risolve tutti i problemi. Resta in campo la questione dell’iniziativa sociale della sinistra. A differenza della maggioranza del partito che concepisce tale iniziativa in termini di escamotage politicisti, noi pensiamo che si debba ripartire dal conflitto sociale e costruire, a tal fine, una alleanza di forze politiche e sociali. Quando qualcuno ci chiede cosa debba essere quest’alleanza noi rispondiamo richiamando l’esperienza che si compì sul referendum per l’articolo 18. E’ questo l’aggregato che deve fare massa critica, non una nuova forza politica condizionata dalle esigenze di sopravvivenza di ceti politici disomogenei e, in alcuni casi, inclini al moderatismo.

E allora ci chiediamo: non è forse questo a cui allude la manifestazione di ieri? Anche plasticamente, cosa evoca il dispiegarsi di quelle bandiere di Rifondazione e del PDCI, insieme a quelle degli spezzoni della sinistra sindacale? Questa nostra ispirazione all’unità sui contenuti e alla costruzione di uno schieramento politico e sociale è all’origine della critica serrata che abbiamo portato alla maggioranza del partito sulla questione della gestione della vicenda del protocollo sul welfare.

Di fonte all’esito del referendum, come si fa a non porsi alcuni interrogativi? Per esempio, se come abbiamo più volte affermato, tutti sapevano che l’esito di quel referendum avrebbe condizionato enormemente la conclusione della trattativa fra governo e forze sociali, perchè le forze della sinistra radicale non si sono impegnate adeguatamente a sostegno del no? Non era questa una iniziativa dovuta, di fronte al tentativo plateale di manipolazione dei risultati portati avanti dalla confederazioni? Non lo si è fatto e si è sbagliato doppiamente. In quanto, da un lato si è lasciato che prevalessero di larga misura i si e, dall’altro, perché si è persa un’occasione fondamentale per costruire quell’alleanza politica e sociale di cui parlavo.

Da questa vicenda noi traiamo un’indicazione, che ci viene peraltro anche dalla valutazione di altre esperienze, come quella del fallimento della manifestazione anti Bush. Se vi è una bussola nei comportamenti sociali del partito questa deve essere la difesa delle ragioni dei movimenti, la battaglia per la loro unità e per l’autonomia dal governo. E’ questa la vera scommessa per favorire un’iniziativa della sinistra nella società, per contrastare la destra, battere il qualunquismo, ed evitare di essere schiacciati nella tenaglia della difesa supina dell’azione del governo, da un lato, e della rottura in condizioni di isolamento, dall’altro.

No alla cosa rossa, per un soggetto comunista ed antagonista.

Anche rispetto alla la “cosa rossa” occorre avanzare una proposta alternativa. Siamo molto critici rispetto a questa proposta ma, come ci ammonisce Gramsci, sappiamo che anche nelle posizioni che avversiamo si celano elementi di verità. Se la “cosa rossa” è una risposta politicista allo slittamento moderato, nondimeno occorre porsi il problema di quale rappresentanza politica occorra a sinistra, in una fase dove peraltro la ristrutturazione in corso è destinata a mettere in discussione lo scenario esistente.

La nostra posizione è molto chiara. Dallo scioglimento dei DS nel PD, alla sua sinistra è naturale che si creino due poli: uno d’ispirazione socialista che punti a coprire il vuoto di una rappresentanza socialdemocratica e uno d’ispirazione comunista. Esiste, infatti, nel nostro paese una critica al capitalismo che muove da due punti di vista diversi. L’una è quella che ne critica le asperità sociali, ma rinuncia a porsi la questione dei suoi fondamenti. L’altra, invece, ne critica gli elementi costitutivi e si pone il problema di un suo superamento. In buona sostanza e per semplificare: un filone è quello socialista, l’altro è quello comunista.

In questi anni anche questi filoni hanno subito evoluzioni e quindi non stiamo parlando di distinzioni statiche, ma di un processo. Rifondazione comunista è chiamata a costituire l’asse intorno al quale costruire una soggettività comunista ed anticapitalista. Se tengo distinti i termini lo faccio perché so bene come a sinistra alcuni filoni dichiaratamente anticapitalisti stentino ad identificarsi pienamente con la storia dei comunisti. In questi giorni Giordano per porre dei paletti intorno alla “cosa rossa” ha detto che non si tratta di unità dei comunisti. Ha ragione, non lo è. Per noi il tema dell’unità dei comunisti invece è importante perché e vero che vi sono state diaspore che vanno ricomposte. Questo non significa che concepiamo questa unità in modo meccanico.

L’unità dei comunisti non avviene solo dal riconoscimento reciproco di un riferimento ma da una verifica sulle cose, sui progetti, sull’idea di società. Né potremmo considerare l’unità dei comunisti come una limitazione al rapporto con quanti, pur non dichiarandosi comunisti, tuttavia si riconoscono esplicitamente in una opzione anticapitalista. Questa è la nostra idea di un soggetto politico comunista: largo, aperto, ricco di dialettica, permeato da una relazione con la società, attento ai movimenti. Anche su questo permettetemi di richiamare le immagini della manifestazione di ieri. Ma cosa evocavano quelle migliaia di bandiere? Un formazione di ispirazione socialista, genericamente antiliberista e con una vocazione di governo? O non piuttosto proprio un soggetto comunista e antagonista?

Questi tre assi – autonomia rispetto al governo, rilancio dei movimenti e soggetto comunista – costituiscono i contenuti di una proposta che vorremmo far vivere in questo congresso. A ben vedere, questi tre assi possono essere declinati secondo un comune approccio, e cioè quello del recupero dell’autonomia. Autonomia del conflitto sociale e dei movimenti e autonomia del progetto politico di Rifondazione Comunista. Questo termine – autonomia- non è per noi sinonimo di chiusura ma, all’opposto, è la condizione per la costruzione di un ampio fronte politico e sociale dell’alternativa.

Verso il congresso

A partire da questa posizione dobbiamo costruire il percosso congressuale. A tale riguardo vorrei dire che abbiamo seguito con attenzione in questi mesi l’evolversi del dibattito interno al partito per scorgervi eventuali elementi di ripensamento. Ma abbiamo dovuto assistere ad un avvilente teatrino della politica, in cui nella maggioranza si alternavano difensori del partito e suoi affossatori. Certo esistono differenze anche nell’attuale maggioranza, ma i dirigenti della stessa hanno condiviso in questi anni tutte le scelte fondamentali, compresa l’idea, da lungo tempo introiettata, della necessità del superamento del partito.

Oggi di fronte alle nuovi accelerazioni che si vogliono imprimere al processo siamo convinti che le logiche emendatarie, i sottili distinguo, le alchimie tattiche per influire su questa o su quella parte della maggioranza, finiscano con il favorire un processo di liquidazione del partito. Per questo riteniamo necessario sia presente una posizione alternativa, espressa in una mozione congressuale. Non riteniamo però che a questa esigenza sia sufficiente rispondere con una nostra specifica iniziativa ma con la costruzione di un’ampia convergenza. E quando dico ampia intendo non una convergenza ambigua sui contenuti, ma una convergenza che consenta di raccogliere quanti in questo partito sono coscienti che andando avanti così si azzera la storia di più di 15 anni, mettendo fine ad un progetto- quello di Rifondazione Comunista- che consideriamo ancora vitale. E’ questa la proposta che vi sottopongo.

Saremmo assi presuntuosi se non vedessimo che molti altri in questo partito condividono questa nostra opinione e saremmo poco accorti se non cogliessimo che il processo in corso ha prodotto l’avvio di uno scongelamento delle precedenti appartenenze congressuali. Perché ciò sta avvenendo? Perché, a differenza che nel passato, oggi non è in discussione la scelta della linea, ma la ragione stessa dell’esistenza di questo partito. Si può restare separati a lungo quando il confronto avviene sulle scelte di linea, ma senza investire le ragioni profonde di appartenenza ad un’impresa politica. Quando, invece, questa viene messa in discussione, allora nessuna precedente appartenenza impedisce di ricollocarsi..

E’ questa la ragione per la quale noi sosteniamo la necessità che in questo congresso, dove è in discussione la sopravvivenza di Rifondazione Comunista, vadano rotti gli steccati. L’Ernesto è disponibile a lavorare con chi intende salvaguardare l’autonomia del partito contrastando le tendenze al governismo e gli scioglimenti in altri soggetti politici. Qualcuno potrebbe aver dei dubbi su una scelta simile. Molte lacerazioni si sono prodotte a livello locale, per effetto anche di modalità di confronto settarie e soprattutto per la mancanza di democrazia. Ma i segnali di questi scongelamenti vi sono.

Pensate allo straordinario appello dei compagni di Firenze, pubblicato su Il manifesto pochi giorni fa. Si tratta di un’iniziativa spontanea, autenticamente dal basso e soprattutto unitaria che ha visto la partecipazione di compagni provenienti da mozioni diverse, ma unificati da alcuni punti di vista del tutto condivisibili. E fra questi compagni ve ne sono molti, la maggioranza, della ex mozione uno? Si tratta di un segnale straordinario. Vi posso garantire che abbiamo segnali analoghi da altre parti d’Italia.

Che partito vogliamo

Nel concludere, consentitemi di affrontare un ultimo tema. Quello del partito. Nel momento in cui assumiamo, in questo congresso, la bandiera della difesa dell’ispirazione e del progetto di Rifondazione Comunista, non possiamo non entrare nel merito di cosa sia oggi questo partito. La verità è che le incongruenze della linea politica, le continue contraddizioni fra il dire e il fare e questa precarietà di un partito al quale si annuncia in continuazione la necessità del suo superamento, hanno sfibrato i compagni e hanno indebolito enormemente l’organizzazione. Nel momento in cui ci battiamo per una sostanziale modifica di linea dobbiamo anche prefigurare un’idea diversa di partito e trasmetterla nel congresso.

Se dovessi individuare delle priorità partirei da quella del ripristino della vita democratica interna. Non è l’unico problema che abbiamo, ma certamente è quello destinato, nel breve, a compromettere di più il futuro del partito. Quando parlo di democrazia intendo regole e prassi in cui le strutture di base siano messe nelle condizioni di esprimersi liberamente e incidere sulla linea politica generale. E intendo una modalità di vita interna in cui a tutti i compagni sia consentito di svolgere funzioni dirigenti ai massimi livelli, a prescindere dalle diverse posizioni politiche espresse. Perchè da anni in questo partito le minoranze vengono emarginate, estromesse dai gruppi dirigenti, limitate nelle collocazioni istituzionali. E sono anni che le strutture di base sono ridotte a ruoli di manovalanza, salvo poi attribuirgli le responsabilità degli errori di linea del gruppo dirigente centrale.

La seconda priorità che credo dovremmo porre riguarda la connessione del partito con la sua base sociale. E’ un ambito in cui possiamo misurare ogni giorno la devastazione provocata da uno scollamento, accentuatosi a seguito dell’assunzione di un ruolo di governo. Nella recente conferenza di organizzazione questi problemi non sono stati risolti. Vi è stato un approccio elusivo dei veri problemi, celato dietro l’enfasi posta sulla crisi della politica. Il partito non ha affrontato di petto la sua crisi e i risultati sono sotto gli occhi di tutti. Ma se ripensiamo alle vicende di questi mesi e anche alla bella manifestazione di ieri non possiamo che constatare che se c’è qualcosa che può tenere in piedi questo partito è la connessione, in primo luogo, col mondo del lavoro.

Anziché perdersi in proposte fantasiose e spesso irrilevanti, è da qui che occorre partire. La collocazione del partito o è a fianco – politicamente ed organizzativamente – al mondo del lavoro o non vi è alcuna possibilità di radicamento. Guardiamoci attorno. Oggi la ricollocazione delle confederazioni in un rapporto di collateralismo col governo sta mortificando le aspettative dei lavoratori e la sinistra sindacale rischia di essere stritolata dall’accerchiamento delle componenti moderate. Sta a noi, come partito, entrare in campo e dare manforte a quanti nel sindacato si battono per l’autonomia dal governo e per la ripresa della conflittualità, rompendo la gabbia della concertazione. Questa scelta è propedeutica ad un rapporto nuovo con i movimenti. Senza questo asse col mondo del lavoro s’indebolisce ogni altra connessione sociale.

Conclusione

Finendo veramente, vorrei esprimere un ringraziamento ai nostri compagni. A quelli che al centro hanno consentito alla nostra componente di riorganizzarsi e che hanno impresso all’azione politica una dinamicità che non vedevamo da anni. Ma questo ringraziamento si estende a tutti i compagni che sui territori hanno vinto la tendenza all’inerzia, non si sono lasciati suggestionare dai richiami alla confluenza nella maggioranza, hanno avuto il coraggio di guardare con i loro occhi cosa stava succedendo nel partito e hanno rifiutato di omologarsi ad una linea liquidatoria.

In questi mesi abbiamo fatto tantissime cose: abbiamo riaperto la rivista, che ormai viaggia verso i mille abbonati, abbiamo messo in piedi un sito web e una newsletter. Ci siamo dati strutture a tutti i livelli. Abbiamo condotto battaglie in parlamento e fuori a favore del no, contro le missioni militari e l’allargamento della base di Vicenza, ci siamo battuti per modificare le finanziarie del governo e abbiamo alimentato un confronto netto, ma con spirito unitario, nel partito.

Non siamo forti come vorremmo – o per lo meno non ancora – ma abbiamo l’ambizione di diventarlo e soprattutto non intendiamo rinunciare a quello che costituisce il patrimonio dell’esperienza migliore dei comunisti: il mantenimento di una capacità critica, il rifiuto delle scorciatoie politiciste e l’ancoraggio alla condizione sociale. Non è poco di questi tempi.

A noi tutti l’augurio di continuare così. C’è bisogno nel partito e nel nostro paese di mantenere ed estendere un punto di vista comunista. Noi ne siamo una garanzia.