Ratzinger: teocrazia e conservatorismo

Con la nomina del polacco cardinal Karol Wojtyla a Sommo Pontefice nel 1978, la Chiesa cattolica, con una mossa strategica da vera superpotenza mondiale, scelse un papa che avrebbe dovuto dare una spallata definitiva agli illiberali e agonizzanti regimi dell’Est europeo, come poi è realmente avvenuto. Realizzato il progetto di contribuire ad abbattere i regimi comunisti, Giovanni Paolo II intraprese una crociata contro capitalismo, consumismo, neoliberismo sfrenato e globalizzazione dei mercati, che calpestano l’uomo quanto, se non peggio, del regime sovietico. Anche il sistema neoliberista, rappresentato dagli Stati Uniti d’America, come l’Unione Sovietica degli anni ’80, è in una crisi irreversibile ma, rinunciato all’idea della nomina di un papa che desse una spallata agli Usa e a quello che rappresentano, la Chiesa cattolica negli ultimi anni dell’era Wojtyla, sembrava intenzionata a “colpire” la Cina, “continente” che, per la Chiesa, simbolicamente rappresenta il peggio che l’umanità abbia mai partorito. Con l’ultimo Conclave, la Chiesa cattolica aveva la possibilità di volare alto, di mostrare la sua lungimiranza politica, l’attenzione ai grandi problemi che affliggono l’umanità: avevo realmente sperato nella nomina di un papa proveniente da un paese povero, invece la scelta è caduta sul cardinale Ratzinger e sulla sua crociata contro la modernità e la laicità europea, per una imposizione dei valori cristiani occidentali come guida degli stati: la proposta di una sorta di teocrazia moderna o, se volete, di un talebanesimo in doppio petto… in abito talare! Penso sia inutile fare stupidi giri di parole per dire quello che – seppure con un po’ di paura visto il clima da caccia alle streghe che si respira nella Chiesa cattolica da un po’ di tempo – si può affermare a chiare lettere: è stato eletto un papa conservatore e intransigente. La prima cosa che mi venne in mente alla notizia della ”elezione” di Ratzinger, è stata la conferma scontata della mancanza di democrazia all’interno della Chiesa cattolica e la sua volontà di arroccarsi sempre più; infatti, alla marea di gente che al funerale di Giovanni Paolo II chiedeva a gran voce un successore che fosse pastore, il Collegio dei cardinali, con insensibilità e impassibilità, ha imposto un papa curiale e chiuso al dialogo. Almeno ci è stata evitata la tortura di sentirci dire che “bisogna aspettare prima di giudicare”: Ratzinger il programma del suo pontificato lo annunciò già prima della nomina a papa. Con lui, finalmente, si gioca a carte scoperte, sia dentro che fuori la Chiesa cattolica. Da anni la Congregazione per la Dottrina della Fede da lui presieduta, sforna documenti tanto chiari quanto intolleranti; e si contano a decine i processi e i provvedimenti canonici emessi contro vescovi, teologi, sacerdoti e suore. Nella Chiesa si vive un clima di sospetto e troppi teologi sono costretti a scrivere in modo conformista oppure a tacere. Uomini e donne che si sono distinti per il loro pensiero critico e per la loro energica volontà di riforme sono stati trattati con metodi da Inquisizione. Non avveniva da secoli che nella Chiesa ci fosse tanta paura ad esternare le proprie idee. In questi ultimi anni, si sono rafforzati i tratti di una Chiesa intollerante, arrogante, inumana, che parla di diritti dell’uomo all’esterno, ma non li rispetta al suo interno. Il conclave si era aperto nel segno di Jospeh Ratzinger, il “custode-carabiniere della dottrina cattolica”. Nel corso della messa pro eligendo Pontefice, l’omelia del cardinale tedesco era stata una sorta di “comizio elettorale programmatico”, un inno all’ortodossia, un tentativo di condizionare le scelte future della Chiesa. Ratzinger aveva snocciolato uno ad uno i pericoli che nel secolo passato hanno insidiato i cattolici: “Quanti venti di dottrina abbiamo conosciuto in questi ultimi decenni, quante correnti ideologiche, quante mode del pensiero – si era lagnato il cardinale – la piccola barca del pensiero di molti cristiani è stata non di rado agitata da queste onde, gettata da un estremo all’altro”. Una vera e propria condanna della modernità. Infine aveva lanciato un avvertimento alla Chiesa cattolica: “Il relativismo, cioè il lasciarsi portare qua e là da qualsiasi vento di dottrina, appare come l’unico atteggiamento all’altezza dei tempi moderni. Si va costituendo una dittatura del relativismo che non riconosce nulla come definitivo e che lascia come ultima misura solo il proprio io e le sue voglie”. I cristiani di oggi, aveva proseguito il quasipapa, “rischiano di rimanere fanciulli nella fede, in stato di minorità”. Ecco allora la necessità di un duce forte, capace di guidare la nave della Chiesa fuori dalla tempesta. L’omelia si era conclusa con un lungo applauso sostenuto dalle migliaia di fedeli che seguivano la celebrazione dai maxi schermi di piazza San Pietro. Nel Vangelo è presente spesso la gente che acclama Gesù, ma gli evangelisti ci tengono a fare una netta distinzione tra popolo e folla: il primo è cosciente di ciò che è e fa, la folla al contrario è informe e incosciente: osannerà Ge sù acclamandolo re e, pochi giorni dopo, griderà “crocifiggilo”. Nell’era Wojtyla, attorno al papa ci siamo abituati a vedere tanta folla e poco popolo; il flop dell’ultimo viaggio in Brasile ci dice che, probabilmente, dovremo abituarci a vedere anche poca folla! Quella folla, come dice Oriana Fallaci (quella di una volta!) in Un uomo, comunque “ordinata, disciplinata, intruppata, davvero gregge che va dove vuole chi comanda, chi promette, chi spaventa, a occhi chiusi tanto non c’è neanche bisogno di vedere la strada, la strada è un fiume compatto di lana che approderà alla piazza scelta dal potere in carica … piazza Venezia a Roma e viva Mussolini, piazza San Pietro in Vaticano e viva il papa, Alexanderplatz a Berlino e viva Hitler, piazza Rossa a Mosca e viva Stalin, anzi viva Krusciov, anzi viva Breznev, viva chi capita, cioè viva chi sta in cima alla montagna, mai viva i cristi che muoiono perché le pecore diventino uomini e donne”. E allora giù applausi scroscianti, come “fanciulli in stato di minorità”! Con il pontificato di papa Ratzinger la Curia romana è tornata ad essere accentratrice e autoritaria; altro che apertura al mondo, altro che governo collegiale della Chiesa, altro che sinodo dei vescovi deliberativo, altro che Chiese locali valorizzate, democrazia e partecipazione dei fedeli alla vita ecclesiale e alla nomina dei vescovi; dovremo dimenticare definitivamente i gesti ecumenici di apertura all’altro, le discussioni vere con il coinvolgimento di tutti, sulla morale sessuale, sul celibato dei preti, sul sacerdozio alle donne. Sembrano profetiche le parole che il cardinale Yves Congar pronunciò qualche anno fa: “E’ per me palese che la Curia di Roma non ha mai cercato né cerca che una cosa sola: l’affermazione della sua autorità. Il resto non le interessa, se non come luogo di esercizio di questa autorità. Salvo un certo numero di casi, rappresentato da uomini di santità e di iniziativa, tutta la storia di Roma è rivendicazione e affermazione della sua autorità, e distruzione di tutto quello che non si conforma alla sottomissione”. L’imposizione di un pensiero unico e l’esclusione di chi non si conformava ad esso è stato il programma del panzerkardinalen Ratzinger. Il Dicastero vaticano da lui presieduto ha escluso e relegato ai margini autentici testimoni di Gesù Cristo, colpevoli di aver urtato il potere, battuto vie nuove, quelle strade su cui subito cominciano a camminare gli ultimi, i poveri di Dio, e sulle quali invece inciampano, scandalizzati, i benpensanti. Nel suo breve e scarno discorso pronunciato dalla loggia di San Pietro subito dopo l’habemus papam e in quello solennemente pronunciato in latino nella terrificante cornice della cappella Sistina, mi aveva colpito che papa Benedetto XVI non avesse fatto alcun riferimento alle tante guerre che affliggono l’umanità; e non avesse mai citato i poveri, quei poveri che sono il cuore dell’impegno della Chiesa, presenza reale di Gesù stesso. Non è possibile essere cristiani senza i poveri. Non ce la caviamo senza di loro. Se essi sono perdenti, noi perderemo con loro. Non ce la caviamo se non insieme. La solidarietà è l’avvenire della Chiesa; solidarietà coniugata inscindibilmente con la logica dell’inclusività. La parabola evangelica del granello di senape che diventa un albero frondoso, “e fa rami tanto grandi che gli uccelli del cielo possono ripararsi alla sua ombra”, è il paradigma della Chiesa-altra che sempre più cristiani sognano. Una Chiesa inclusiva, che non emargina, non usa la pesante scure del giudizio su nessuno, una Chiesa degli esclusi e non dell’esclusione, capace di accogliere, di portare tutti nel suo seno. L’ulteriore condanna nei confronti della Teologia della Liberazione durante il viaggio in Brasile e il richiamo al teologo Jon Sobrino, che fu consigliere e amico di monsignor Oscar Romero e scampò solo per caso agli squadroni della morte salvadoregni, che invece ammazzarono alcuni suoi confratelli gesuiti nell’università cattolica di San Salvador, non lasciano prevedere nulla di buono. Anche se umanamente so che, dopo la dolce primavera del Concilio Vaticano II, ora tutto lascia intravedere un periodo buio per la vita della Chiesa, un inevitabile autunno, se non addirittura un terribile inverno, cristianamente non posso che sperare: noi cristiani crediamo ai miracoli, crediamo all’intervento della tenerezza di Dio nella storia dell’umanità: quel Dio Padre-Madre che, come racconta inequivocabilmente il Vangelo, sa trasformare le cose umanamente impossibili in possibilità sconvolgenti.