Ratzinger, le destre e la libertà delle donne

Quando la legge 194 che regolamenta l’interruzione volontaria della gravidanza cominciò ad essere messa in discussione (il che avvenne subito dopo la sua approvazione (1978), tanto che fu necessario vincere un referendum popolare per impedirne l’abrogazione (1981)) uno degli slogan più usati (non ricordo se inventato dal prolifico movimento o se dall’autrice di una vignetta satirica: all’epoca satira se ne faceva eccome…) nelle imponenti manifestazioni di donne (e uomini) in sua difesa recitava più o meno così: “Se ad abortire fossero i preti, l’aborto sarebbe un sacramento”. Anche per quei tempi, in pieno femminismo, lo slogan suonava senz’altro dissacratorio, nondimeno veniva urlato con allegria, oltrechè con rabbia, perchè interpretava un sentimento diffuso, capace di mettere a tema non solo la radice autoritaria ma anche quella patriarcale del potere ecclesiastico, dei suoi dogmi e della pretesa della gerarchia – come è noto assolutamente maschile nella Chiesa cattolica – di farsi regolatrice della vita delle donne. E’ a quello slogan che ho ripensato leggendo sulla stampa le dichiarazioni di Papa Rathzingher sulla ferita che nella nostra società sarebbe stata aperta non tanto – questa volta – dall’aborto in sè, ma dall’approvazione della legge italiana che ne regolamenta il ricorso nelle strutture sanitarie pubbliche. Dichiarazione che segue di pochi giorni l’impugnamento da parte del Presidente della Repubblica della lettera di una donna (precaria) costretta all’aborto dalla scarsità di risorse economiche di cui dispone, come occasione per sottolineare che lo Stato ha il dovere primario di garantire la maternità e quindi la nascita, aiutando le aspiranti madri a diventare tali. Sono certa che l’intento di Napolitano era nobile, e non perdeva di vista l’attacco in atto contro la 194 proprio nel trentennale della sua approvazione, anche se in realtà mi sarei aspettata una stigmatizzazione più incisiva della situazione di precarietà che sta all’origine della rinuncia di quella specifica donna alla maternità. Tuttavia non ho potuto fare a meno di provare un poco di inquietudine, come sempre mi capita quando sento associare alla legge sull’aborto la necessità (ormai ovvia almeno in questa parte del mondo occidentale) che una società civile e democratica sostenga la maternità. Prevenzione vetero femminista? Non credo. E’ stata sotto gli occhi di tutti/e l’assenza – nella recente, e per la sinistra disastrosa, campagna elettorale – dei temi cosiddetti “sensibili” in particolare dall’agenda del PD, che anzi non ha mancato, in più di un’occasione, di dichiarare la necessità che tali temi restassero al di fuori della discussione politica in atto. Personalmente sono rabbrividita quando – come evidente cascame di quella posizione – sulla tv locale della mia città ho sentito le dichiarazioni di una esponente storica del movimento delle donne (già dirigente dell’UDI, comunista e attualmente nel PD), che sottolineava come il fatto di difendere la 194 non significasse che le donne rifiutano la maternità: di più, esse chiedevano anzi allo stato di garantir loro lavoro e maternità e servizi per poter assolvere meglio alle irrinunciabili funzioni materne. Mi sono sentita proiettata trent’anni indietro, quando simili argomenti venivano impugnati per sostenere la necessità di una legge ed io stessa –all’epoca giovanissima responsabile della commissione femminile cittadina del PCI – li brandivo con appassionata convinzione, certa come ero – e come sanno esserlo le giovani donne ancora lontane dal mettere a tema la contraddizione di sesso e la differenza sessuale – che la posizione espressa dal Partito fosse al momento la miglior mediazione possibile. Ci volle – per me – un burrascoso attivo delle donne comuniste della città in cui fui messa sotto attacco da quante avevano già intrapreso la pratica femminista, per insinuare nelle mie convinzioni un dubbio che da allora non mi ha più lasciata e che mi ha portata poi a diventare quella che sono oggi, una comunista sì, ma anche (si può ancora dire “ma anche” senza evocare per forza il trasformismo veltroniano?) una femminista che cerca di costruire discorso politico a partire dalla differenza sessuale, quindi soprattutto una donna che nella lettura della realtà mette prima di ogni altra chiave, di ogni altro paradigma, la libertà femminile. E’ questa chiave che mi ha consentito, in campagna elettorale, d i prendere le distanze da quante (anche della Sinistra Arcobaleno) nella mia città, non vedendo l’ambiguità tutta politicista della posizione ipocritamente agnostica del PD, hanno rifiutato la presenza dei partiti alle manifestazioni e ai sit-in settimanali in difesa della 194: che sono infatti riusciti ben al di sotto delle aspettative e della tradizione democratica (e femminile) locale, finendo così per coprire anch’esse l’insostenibile posizione del partito veltroniano, giustamente lui pure punito nelle urne, nonostante l’èclatanza del ricorso al “voto utile”. Le parole sono importanti: chi sosteneva la tesi della estraneità della politica ai temi eticamente “sensibili”, non rivendicava infatti la libertà di scelta della donna che decide di ricorrere all’aborto al di fuori e al di là dell’ingerenza dello “Stato”, bensì sosteneva l’impossibilità, per la politica, di dire una parola sull’intera questione e conseguentemente di assolvere al suo compito primario. Se l’avessero pensata così negli anni ’70 e ’80 le donne che hanno animato le piazze e spostato persino la posizione dell’allora potente partito comunista (potente seppure all’opposizione!) ingaggiando al suo interno una battaglia memorabile attraverso quelle che poi si sarebbero chiamate, tra le comuniste, “le femministe dell’UDI”, nessuna legge sarebbe mai arrivata in parlamento, neppure quella con tanti limiti di cui ancora possiamo (per quanto?) usufruire. Non che non ci fosse la consapevolezza che l’aborto è tema “sensibile” (allora si diceva: tema che attiene alla coscienza personale e alle convinzioni etiche delle persone), ma forte era anche ed ancora – nella testa di tante e tanti – la convinzione che la politica serve a mettere i singoli (in questo caso le singole) nella condizione di poter compiere liberamente una scelta e di poterla esercitare con il massimo della sicurezza e della privacy. Saranno stati gli anni, sarà stato il clima innescato dai movimenti del ’68 e del ’77, ma soprattutto dal femminismo dei ’70, sarà stata la forza grande e di massa che il partito comunista era consapevole di possedere ed esercitare, tale da indurlo anche a modificare le proprie convinzioni in presenza di un movimento delle donne dirompente e deciso, ma non fecero presa nella gran parte delle donne (e degli uomini) nè la pretesa della morale cattolica di dettare a tutti/e le sue regole (tant’è che senza il voto delle donne cattoliche il referendum non si sarebbe vinto), nè l’idea un pò illuministica che per le donne italiane in carne ed ossa che avessero avuto bisogno di ricorrere all’aborto fosse sufficiente la depenalizzazione. Allora come ora, larghi strati di donne non avrebbero potuto ricorrere all’aborto in condizioni di sicurezza per la propria salute fisica e mentale senza una legge che ne consentisse l’esercizio nelle strutture pubbliche e gratuitamente. Allora si trattava di operaie, braccianti, lavoratrici a domicilio, casalinghe, studentesse di famiglie proletarie (si può ancora dire “proletarie”?), impiegate, maestre, collaboratrici domestiche ancora crudamente chiamate “donne di servizio” … oggi si tratta delle medesime categorie, più le lavoratrici precarie (anche delle professioni), più le lavoratrici straniere, quelle a cui noi – donne “emancipate” che ci immaginiamo a volte “più” libere di loro e di un tempo – affidiamo la cura delle nostre case, dei nostri bambini, dei nostri malati e soprattutto dei nostri anziani. Allora come ora, io credo, la depenalizzazione sarebbe certo simbolicamente importante (e chi più di noi conosce l’insostituibilità dei simboli?), ma resterebbe socialmente insufficiente. Le “proletarie” di oggi, che non solo non arrivano alla quarta settimana ma spesso e diffusamente non sanno nemmeno il sabato se il lunedì successivo lavoreranno ancora, hanno bisogno, per non essere ri-costrette all’aborto clandestino, che la legge resti. Le “proletarie” di oggi , che spesso e diffusamente rientrano nella categoria delle “clandestine” (poichè il nostro vivere in uno dei paesi più sviluppati del mondo non consente, in presenza della legge Bossi-Fini, alle famiglie reali di provvedere alla loro “regolarizzazione” nè , in presenza della legge 30 e della drammatica perdita di valore dei salari e degli stipendi, di sostenerne i costi) hanno bisogno, per non essere costrette all’aborto clandestino, che la legge resti ed anzi torni a ricomprenderle come soggetti assistibili dal Servizio Sanitario Nazionale. Non sono tra quante ritengono a tutt’oggi che l’aborto sia sempre e comunque un dramma per la donna che decide di ricorrervi: penso che lo slogan con cui abbiamo difeso la legge nella campagna del referendum abrogativo (“l’aborto è un dramma, non un reato”) fosse indovinato ed efficace all’epoca (parliamo di quasi trent’anni fa e di una realtà sociale tutt’affatto differente) ma che da allora troppa acqua è passata sotto i ponti e troppo grandi sono state le modifiche che hanno segnato il modo in cui una donna di oggi vede se stessa dentro lo spettro delle opportunità sociali (e non più solamente dei ruoli imposti dal sistema vigente dei rapporti sociali tra i sessi) per riproporlo senza un “di più” di riflessione. La scelta resta senz’altro non facile: ma, io penso, non tanto perchè si tratti di decidere se sopprimere o meno una vita che diffusamente (e da che mondo è mondo) si sa impossibile senza il legame con il corpo della madre, quanto perchè di fronte ad ogni potenzialità di vita (l’ovulo fecondato non è altro che questo, ed è ormai nel senso comune che pure questa potenzialità dipende sempre – anche in caso di fecondazione assistita – dal legame con il corpo della madre) ciascuna donna non può esimersi dal fare i conti con la sua propria ed esclusiva possibilità di pronunciare o meno quel si (o quel no) che darebbe (o non darebbe) a quella potenzialità la chance per trasformarsi in un concreto progetto di vita. Parliamo insomma di potenza della madre, e non del suo essere ancora e sempre vittima predestinata delle circostanze: una potenzialità di vita diventa(o NON diventa) una vita reale se ciascuna donna pronuncia il “suo” si (o il “suo” no), di fronte al quale non c’è legge, nè opportunità nè precarietà od opportunità sociale che tenga. Che cosa può fare, allora, una legge? consentire che la scelta tra il si e il no venga agita dall’unico soggetto capace di trasformare una potenzialità in un progetto di vita nel massimo della libertà e della sicurezza possibili. Significa questo estromettere dalla decisione il padre, come tante/i, soprattutto tra i/le più giovani sembrano pensare? Io non credo. Anche una relazione significativa, se è davvero tale, tra la donna che deve scegliere ed il (la) partner non può essere vanificata nè messa a tacere da nessuna legge (nè sull’aborto npè sulla fecondazione assistita, per intenderci), semplicemente perchè nemmeno questo è nel potere delle leggi. Le leggi sono frutto della politica, che sempre si trova a dover regolare fenomeni sociali già presenti e diffusi. E’ di questo limite che la politica, oggi, sembra di nuovo non rendersi più conto, dimenticando di averlo imparato proprio dai movimenti delle donne, quando esse sole contestavano la sicumèra con cui tanti Soloni (e Solone) sostenevano che sarebbe la legge ad introdurre i mutamenti sociali necessari e non viceversa. Chi scorda oggi questo limite finisce, come il PD, a depennare dalla sua agenda i cosiddetti temi “eticamente sensibili” oppure, come parte della destra e delle gerarchie cattoliche, a richiedere cancellazioni e modifiche nella speranza che l’assenza di legge costringa le donne a quel sì che ciascuna sulla base della propria personale assunzione di responsabilità non si sente di pronunciare. E’ a partire da qui che mi sembra ugualmente sbagliato tirare in campo il “diritto” all’aborto. Mi sembra che – se l’aborto non è necessariamente un dramma – esso non possa essere ricondotto alla categoria dei “diritti”, in questo caso usata in modo semplicistico: una donna di fronte ad una potenziale maternità mette in campo coscienza, consapevolezza, sentimenti, aspettative, progetti di sè e di futuro, assunzione di responsabilità: in definitiva capacità di scelta e – quindi – di autodeterminazione. Ognuna di noi rivendica il proprio personale e inesigibile diritto all’autodeterminazione e , nella fattispecie, a decidere se continuare o no la gravidanza . Di questo si tratta: di signoria di ciascuna donna sul proprio corpo. E’ soltanto a partire da qui che, secondo me, la politica può mettere in campo ciò che le compete: fornire i supporti, gli strumenti, i contesti perchè quella signorìa possa esercitarsi. Niente di meno. E niente di più. In Italia, per le donne che qui ed ora devono decidere se proseguire o meno la gravidanza, supporti, strumenti e contesti non possono non passare prima di tutto per il mantenere la possibilità di abortire a costo zero nelle strutture pubbliche: quelle che tutte/i noi paghiamo con le nostre tasse, le uniche che possono garantire assistenza e tutela anche alle donne più povere e alle più povere tra le povere: le tante immigrate che ormai fanno parte costantemente non solo del paesaggio delle nostre città ma anche delle nostre vite. Sappiamo tutte che a monte di una ulteriore riduzione del ricorso all’aborto (già dimezzato tra le italiane grazie alla applicazione della 194) ci sta l’attivazione di reali percorsi di informazione e prevenzione: non sarebbe meglio che gerarchie ecclesiastiche ed esponenti politici/politiche così tormentati/e dai cosiddetti “temi eticamente sensibili” dispiegassero la loro forza ed il loro potere per far applicare finalmente le parti della legge che meno hanno trovato applicazione nel nostro Paese? Non sarebbe meglio potenziare e diffondere i consultori pubblici e introdurre l’educazione e l’informazione sessuale nelle scuole anzichè cercare di trasformare queste istituzioni in ricettacolo per ideologici esponenti dei vari “movimenti per la vita”, dimostrando ancora una volta di ritenere le donne “minus habens” in quanto a consapevolezza e capacità di decidere? E non sarebbe ora, finalmente, che gli uomini prendessero parola anche su questo, poichè l’aborto – come la violenza sulle donne – ha a che fare anche con loro, con il rapporto che hanno con la (loro) sessualità e con il (loro) corpo? Non vedo altra strada per uscire dalla strettoia della periodica rimessa in discussione della legge: ridare significato politicamente influente ed efficace alle parole che il movimento delle donne ha inventato e reso di senso comune: non bastano le manifestazioni delle trecentomila di Milano di due anni fa e delle 150.000 di Roma dello scorso inverno per dire a tutti/e – anche a noi che vorremmo riunificare i comunisti per riproporre un partito comunista di massa in Italia – che dall’autodeterminazione nessuna donna è più disposta a recedere? Forse non bastano ai piani “alti” del “palazzo”, ad una politica che si legge tutta nelle stanze del potere. Ma a noi che ci diciamo comunisti e comuniste, dovrebbero bastare ed avanzare.

* Delfina Tromboni vive e lavora a Ferrara, dove opera come ricercatrice presso il Museo del Risorgimento e della Resistenza. Membro della Società Italiana delle Storiche, ha pubblicato numerosi volumi di storia della Resistenza, del movimento operaio e cooperativo, di storia delle donne, tra cui: per “Carocci” Volevamo cambia – re il mondo. Memorie e storie delle donne dell’ UDI in Emilia Romagna (20029; per “Il Mulino” A noi la libertà non fa paura. La lega provinciale delle cooperative e mutue dalle origini alla ricostruzione (2005); per “Nuove Carte” Donne di sentimenti tendenziosi. Sovversive nelle schedature politiche del Novecento (2006). Sta attualmente lavorando alla pubblicazione del diario di una magliaia del Soccorso Rosso.