Ragionando sulla sinistra di alternativa

Il recente congresso di Rifondazione Comunista ha ribadito la scelta della costruzione della sinistra di alternativa come opzione strategica del partito. In sé la cosa non stupisce più di tanto: da almeno quattro anni si parla in Rifonda-zione della necessità di costruire un polo alternativo. Su questa tematica il gruppo dirigente si è spesso diviso, mentre più volte si è tentato di passare ad una fase operativa ma con esiti deludenti. Oggi, nel momento in cui quella proposta viene ribadita, sarebbe quantomeno necessario riprendere un ragionamento collettivo, ma ciò stenta ad avvenire. Il risultato è che la proposta politica del partito è formalmente esplicitata, ma la sua traduzione pratica resta aleatoria. Aprire una riflessione di merito è pertanto necessario, onde sgombrare il campo da elementi equivoci che molto spesso hanno costituito l’alibi per conflitti sterili.

Come ho già avuto occasione di sottolineare in un articolo apparso in un numero recente de L’Ernesto, va innanzitutto sottolineato che, al di là della continuità nominalistica della dizione (sinistra di alternativa), nella realtà dietro a questa proposta si sono sottintese interpretazioni sensibilmente differenti. Per comodità ritornerò, pertanto, su quella che a me pare si possa considerare l’interpretazione originaria della proposta. Mi riferisco cioè all’idea di una sinistra di alternativa concepita come costruzione di un “soggetto politico”, per l’appunto alternativo alla sinistra moderata. Quella proposta maturò, non a caso, all’indomani della scissione consumatasi nel ’98, in una condizione di grande difficoltà del partito. Ricordiamo l’esito negativo delle elezioni europee del ’99, quando Rifondazione Comunista raggiunse il 4,3% dei voti, una percentuale dimezzata rispetto a quella delle politiche del ’96. In questo senso essa apparve (almeno al sottoscritto) come il tentativo di uscire da una condizione di marginalità del partito, raggruppando nuove forze per costituire una massa sufficiente a reggere la competizione con la sinistra moderata. Benché si sia spesso discusso sull’interpretazione autentica della proposta a me pare non vi siano molti dubbi sul fatto che essa sia nata come trascendimento consapevole del Partito della Rifondazione Comu-nista in una nuova formazione, per l’appunto “un nuovo soggetto politico” (come suggerì Pintor in un suo articolo apparso su il manifesto). Se torno su quel periodo non è solo per un’esigenza di puntualizzazione che allo stato attuale potrebbe suonare come una polemica postuma inopportuna e inutile, quanto per esplicitare alcuni limiti di fondo della stessa proposta che hanno pesato non poco nella fase successiva, in particolar modo per quanto riguarda gli orientamenti di fondo del partito e la sua capacità di cogliere i mutamenti della fase.

I limiti originari della proposta della sinistra di alternativa

Quali erano questi limiti? Il primo, di cui si è molto discusso, era rappresentato, per l’appunto, dall’idea implicita del superamento del partito in vista di una non meglio precisata nuova formazione. So bene che qualcuno obietterà che non si è mai posto il problema di superare Rifondazione Comunista e che, al massimo, si trattava di sviluppare nuove forme di relazione con altre soggettività, ma la sostanza politica di quella proposta era abbastanza chiara. Lo stesso parallelo con Izquierdia Unida, più volte richiamato nel dibattito, non costituisce, a mio giudizio, una smentita di questa interpretazione, ma, semmai, una sostanziale conferma. E’ indubitabile, infatti, che nell’esperienza spagnola il Partito Comunista abbia ceduto gran parte della sua sovranità alla coalizione divenuta, di fatto, un vero e proprio nuovo soggetto politico. Il punto tuttavia da sottolineare è che questo trascendimento del partito costituiva una scelta sbagliata perché non solo sottovalutava le risorse che, comunque, per quanto indebolito, il partito conservava, ma, soprattutto, sottovalutava la consistenza e la non omogeneità delle altre forze in campo con cui quel trascendimento avrebbe dovuto realizzarsi. Quello che apparve chiaro fin dall’inizio, infatti, era che con quella scelta si sapeva ciò che si sarebbe perso (e cioè un ruolo forte del partito) mentre non si sapeva assolutamente cosa si sarebbe acquisito (e di fatti di lì a poco si esaurì l’esperimento della Consulta avviato dal gruppo dirigente di Rifondazione con altre forze della sinistra antagonista). Come in altre fasi della storia della sinistra italiana ad una difficoltà obiettiva si era risposto con una proposta di nuova aggregazione che, poggiandosi su esili omogeneità politico/programmatiche si era poi tradotta in esiti deludenti.
Quello che invece ha pesato sulle scelte successive di Rifondazione Comunista è stato l’approccio politico culturale che ha informato la proposta. Dietro quell’approccio, a me pare, si coglie una propensione che, peraltro, ha sempre attraversato la storia della sinistra italiana. E’ l’idea che una sinistra “rivoluzionaria” (come si diceva un tempo) o (come si dice ora) “alternativa” si affermi attraverso la contrapposizione alla sinistra moderata. In questa concezione la competizione rischia di esercitarsi essenzialmente attraverso il disvelamento degli errori altrui, piuttosto che attraverso un’efficace azione egemonica. In realtà questo approccio muove da una lettura della società inadeguata. Esso tende ad enfatizzare l’irriformabilità dei soggetti politici e sociali, e tende a leggere gli stessi aggregati sociali in termini riduttivi, non cogliendone la fluidità e sottovalutando la complessità della domanda che esprimono (che è sia di radicalità che di politicità).
Mi rendo conto che questa ricostruzione può essere considerata eccessivamente semplificata, alcuni certamente non vi si riconosceranno, ma a me pare che essa colga la sostanza dei processi che abbiamo conosciuto e che trovi una riconferma abbastanza puntuale in quello che si è potuto verificare nella fase successiva.

Conflitto sociale e sinistra di alternativa

Benché la proposta della sinistra di alternativa come costruzione di un nuovo soggetto politico non abbia trovato, nell’immediato, attuazione pratica non di meno essa è rimasta comunque in campo ed ha influito non poco sull’orizzonte politico culturale di Rifondazione Comunista, in un duplice senso: da un lato come tentativo reiterato di individuare soggetti potenzialmente antagonisti da aggregare, dall’altro come esplicitazione di un particolare approccio all’iniziativa politica.
Le tesi del recente congresso considerano il movimento no global come la levatrice di una sinistra di alternativa. Per legittimare questa impostazione, naturalmente, si è operata una rappresentazione in larga misura ideologica di quel movimento in quanto lo si è considerato sostanzialmente omogeneo, non tenendo conto delle sue evidenti articolazioni, e si è operata una forzatura per ciò che riguarda il suo profilo politico culturale, scambiando spesso una vocazione antiliberista (che c’è) con una propensione anticapitalistica (da dimostrare). I fatti successivi hanno dimostrato l’erroneità di questa interpretazione. Il punto, tuttavia, più discutibile delle tesi congressuali è la cornice analitica che accompagna la proposta politica. Il tentativo, cioè, di determinare una sorta di spartiacque invalicabile, sia dal punto di vista politico che da quello sociale, rispetto a quella che potremmo definire il mondo della “sinistra tradizionale”. In quelle tesi, infatti, il movimento dei lavoratori viene ricondotto a parte del movimento no global, la CGIL viene considerata inguaribilmente perduta ad una prospettiva di classe e la dialettica apertasi nei DS non particolarmente importante. In queste valutazioni traspare una concezione della sinistra di alternativa intesa come compiuta rottura rispetto alla storia, la cultura, le modalità di formazione del consenso della sinistra italiana e delle sue basi sociali. Non a caso un così grande spazio ha avuto nel congresso la polemica sul ‘900.

Mi pare si debba riconoscere oggi che su queste questioni lo schema interpretativo e la proposta avanzata nelle tesi si sono rivelate largamente inadeguate. Ciò vale un po’ per molte delle argomentazioni contenute nelle tesi, basti pensare all’analisi sulle questioni internazionali, prive di contrasti e all’esaurimento del ruolo degli Stati. Giusta invece l’intuizione della rilevanza che il nuovo movimento no global aveva assunto. Ma tornando al tema, e cioè quello della sinistra di alternativa, che bilancio si può trarre oggi alla luce degli ultimi avvenimenti?
In buona sostanza si è modificata l’ipotesi di fondo. In realtà il conflitto sociale si è dilatato investendo in primo luogo il mondo del lavoro. E’ venuta quindi meno la onnicomprensività del movimento no global, ma soprattutto questa ripresa ed estensione del conflitto sociale, scuotendo la sinistra moderata, non ha alimentato simmetricamente la nascita di un polo alternativo, ma ha semmai riposizionato più a sinistra una parte delle forze della sinistra moderata (sinistra DS, sinistra CGIL, FIOM, pezzi di movimenti) Non solo, questo insieme di forze ha cercato di occupare quello spazio politico che si colloca fra DS e Rifondazione saldandosi con parti importanti del movimento no global ed, in ultima analisi, entrando in competizione con Rifondazione.
L’esito è quindi ben diverso da quello auspicato. Infatti, esso evidenzia: non solo che vi era una vitalità a sinistra che era stata totalmente sottovalutata, ma che tale vitalità costituisce un elemento significativo dello scenario sociale e politico, e che, paradossalmente, questa dinamica anziché alimentare la crescita di una sinistra di alternativa può creare le premesse per l’affermazione di una sinistra riformista.

Le novità della fase recente

I processi reali, quindi, hanno messo in crisi le previsioni politiche e la sinistra di alternativa è diventata a questo punto una prospettiva evanescente. Può a questo punto la proposta essere recuperata e se sì in che modo? Io credo che ciò sia possibile solo a condizione che essa venga riconcettualizzata. Proverò succintamente a richiamare gli elementi di novità dello scenario sociale e politico con i quali, mi pare, sia obbligatorio fare i conti.
Consideriamo, in primis, il vero fatto nuovo, rappresentato dallo sviluppo di un movimento di massa che non ha eguali negli altri paesi europei. Sul fatto che tale movimento costituisca la principale risorsa politica di cui dispone oggi Rifondazione non dovrebbero esservi dubbi e, infatti, su questo tutti sono concordi. Il punto che deve essere chiarito è invece quello della natura di questo movimento, della sua articolazione e della domanda che esprime. A me pare che questo movimento si caratterizzi, in primo luogo, per la presenza di istanze diverse non riconducibili ad un unico referente (per intenderci non ha alcun fondamento l’idea del movimento no global come espressione di tutte le contraddizioni, ivi compresa quella fra capitale e lavoro). In secondo luogo, che sia unificato da una comune propensione antiliberista ma che sia in corso un processo di apprendimento il cui esito non è ancora certo. In terzo luogo, che maturino crescenti connessioni fra i principali segmenti dello stesso con l’intersezione tendenziale delle diverse piattaforme. In quarto luogo, che questo movimento composito tenda a convergere in una opzione politica di fondo e cioè la cacciata del governo Berlusconi. Ed, infine, che cerchi una interlocuzione con le forze politiche di opposizione e che non rifiuti la dimensione istituzionale dello scontro politico. Dal movimento di massa viene quindi una domanda di “radicalità” che, tuttavia, non poggia ancora su una piattaforma programmatica organica, e viene una domanda di “unità” intesa non solo come crescente aspirazione all’unificazione del fronte di lotta ma anche come sollecitazione alle forze di opposizione in nome dell’esigenza di individuare un’alternativa al governo delle destre.

A questo scenario sul piano sociale fa riscontro uno scenario meno confortante sul piano politico.
Questa crescente spinta sociale mette in crisi l’orientamento liberista moderato del centro sinistra. Peraltro a ciò conduce anche la radicalizzazione dello scontro politico col governo Berlusconi. A questa crisi il centro sinistra risponde, in parte, assumendo posizioni più aperte (è il caso della guerra), in parte disarticolandosi. Quanto richiamato in precedenza (e cioè l’apertura di uno scontro nei DS e la crescita di un’area riformista) ne costituisce una manifestazione eclatante. Non solo, l’acutezza dello scontro e il mutamento di clima sollecitano il centro sinistra ad una apertura a Rifondazione. La vicenda delle prossime elezioni amministrative è un buon indicatore di questa nuova disponibilità che, ovviamente, mira a conseguire un accordo in vista delle prossime elezioni politiche. In ciò il centro sinistra si avvale di una domanda di unità che, come richiamavo in precedenza, è molto forte nei movimenti e nell’elettorato. E, tuttavia, dietro una maggiore attenzione ai movimenti, ad alcune correzioni di linea o alle nuove aperture politiche, non si coglie l’avvio di un mutamento complessivo di strategia ma faticosi e spesso contraddittori aggiustamenti tattici. Lo schema resta quello dell’allargamento dell’Ulivo, inteso sia dal punto di vista geometrico, e cioè come cooptazione di Italia dei valori e Rifondazione Comunista nell’alleanza originale, che dal punto di vista programmatico, come aggiustamento di un’impostazione che si vorrebbe comunque preservare.

La necessaria ricollocazione di rifondazione comunista

Sulla base di questa lettura della situazione mi pare che tre siano i nodi politici fondamentali per collocare efficacemente l’iniziativa politica di Rifondazione Comunista nella nuova fase, tre nodi che contribuiscano ad aggiornare la linea del partito.

a) Il primo nodo è rappresentato dalla individuazione dei referenti sociali. La nuova situazione impone di fuoriuscire da una visione angusta delle relazioni con i soggetti sociali. Non si tratta più di mettere in contrapposizione no global ad altre realtà di movimento, né tanto meno azzerare questi ultimi facendoli entrare forzosamente nei primi, ma di interloquire con l’insieme del movimento di massa, dal movimento no global (ma nella sua interezza), alla CGIL e al mondo del lavoro, all’opinione pubblica democratica. Questo impone un’attenzione particolare all’unificazione complessiva del movimento, richiama alla necessità di consolidare la presenza nel partito in quelle realtà dove si è stati meno presenti (come il mondo del lavoro), di assumere atteggiamenti e pratiche consoni al ruolo che una forza politica deve assumere in un grande movimento di massa. Confesso che certe pratiche di disubbidienza che hanno celebrato l’estetica della protesta non mi hanno mai convinto, né credo siano state particolarmente apprezzate dalla gran massa del movimento.

b) Il secondo nodo è rappresentato dalla questione della prospettiva politica. Questo tema non è più eludibile e discende direttamente dalla natura del governo Berlusconi. Troppo spesso si è sottovalutata la questione. Se non vi è mai stato dubbio sulla sua natura conservatrice, sulla sua vocazione iper liberista, sulle pulsioni populistico reazionarie, si è tuttavia sottovalutata la sua pericolosità istituzionale. Ciò, io credo, ha impedito, in una fase, di comprendere il movimento dei girotondi, inquadrato correttamente dal punto di vista sociologico, ma sottovalutato nella sua oggettiva rilevanza politica. Il punto è che oggi, anche alla luce delle ultime esternazioni di Berlusconi, l’esigenza della rimozione di questo governo è nettamente percepita a livello di massa. Ciò impone, ovviamente, lo sviluppo del movimento di massa, ma richiede anche l’apertura di un confronto politico programmatico con l’Ulivo in vista delle prossime elezioni politiche. Da subito ciò richiede l’apertura di un confronto sulla battaglia di opposizione, a partire dal rifiuto intransigente della guerra.

c) Il terzo nodo riguarda i rapporti a sinistra. L’apertura di un confronto con il centro sinistra su una battaglia di opposizione non elimina la questione del confronto e della competizione con la sinistra moderata. Non mi ha mai convinto l’idea che a sinistra c’è spazio per una sinistra moderata, una sinistra riformista e una sinistra di alternativa e che il problema si ridurrebbe, alla fine, in una nuova geometria delle alleanze fra questi tre poli. Non mi ha convinto perché mi sono sempre chiesto: per quale motivo dovremmo confinarci come partito alla rappresentazione di interessi limitati di fronte all’enorme vuoto politico che sta intorno a noi? Inoltre, il fatto che sia tramontato il partito del lavoro rende oggi la situazione abbastanza chiara: a sinistra vi sono solo due forze di una qualche rilevanza: Rifondazione e i DS. L’equilibrio a sinistra si gioca nei rapporti fra queste forze. Di qui la necessità di aprire una battaglia per l’egemonia a tutto campo. Questa battaglia ha oggi al centro la questione, da un lato, del rifiuto della guerra e, dall’altro, la necessità di una compiuta svolta antiliberista negli indirizzi delle politiche.

Si deve riconoscere che su questi terreni, nel corso degli ultimi mesi, vi sono stati importanti evoluzioni della linea politica del partito. Si pensi all’apertura di credito nei confronti della CGIL, ad un confronto esplicito avviato con l’Ulivo, ad una iniziativa più incalzante nei confronti della sinistra moderata. Una correzione significativa della linea politica è in corso, anche se si tratta di un processo non compiuto in tutto il corpo del Partito ed in tutte le sue articolazioni, permanendo spesso echi di una impostazione congressuale di fatto superata dagli eventi.

Quale sinistra di alternativa oggi

Resta ancora aperta la questione della sinistra di alternativa e su questo occorre dare alcune risposte. Penso che non abbia ormai molto senso pensare ad una sinistra di alternativa come nuovo soggetto politico. A sinistra i soggetti politici in campo sono sostanzialmente due – DS e Rifondazione Comunista –. Ogni evoluzione, a breve, si può tradurre nella crescita o nella riduzione del peso di ciascuno di essi. Escamotages di vario tipo non modificherebbero la sostanza e cioè che a sinistra la competizione si gioca fra queste due forze. Discettare su altre ipotesi mi pare poco credibile. Se nascerà una nuova forza politica è probabile che si produca sul versante riformista, anche se nell’immediato è escluso. Una nuova Isquierda Unida, comprendente Rifondazione, non si vede con chi altri dovrebbe costituirsi. L’ipotesi presente nelle tesi congressuali di fare del movimento no global il trampolino per una simile operazione mi pare tramontata nel momento in cui questo movimento è apparso in tutta la sua articolazione. A meno di non tentare avventurose operazioni di inglobamento, sotto nuove sigle, di personale politico scarsamente rappresentativo o di realtà di peso enormemente inferiore a Rifondazione Comunista. Non vi sono, pertanto, alternative al consolidamento di questo Partito. Nel momento in cui si esclude la scelta di dar vita ad un nuovo soggetto politico, la scelta è obbligata: la sinistra di alternativa non può che essere un campo di forze costituito da soggetti autonomi che condividono alcuni assi politico-programmatici comuni.

Esiste uno spazio per tale proposta? E se sì, quali ne possono essere i referenti?
Lo spazio nasce, ancor prima che dalla nuova geografia politica e sociale, dall’orientamento dei processi in atto. Mi spiego. Nella rappresentanza politica della sinistra italiana e, parallelamente, nella sua base sociale, probabilmente più ampia della prima, è in atto uno sconvolgimento. Si confrontano due opzioni di fondo: il neo liberismo moderato e l’antiliberismo. Il primo è il portato dell’esperienza del centro sinistra, il secondo nasce dall’acutizzarsi delle contraddizioni sociali, dai sommovimenti in atto a livello internazionale – non ultima la guerra – e anche dalla delusione prodotta dalla prima. La battaglia per l’egemonia a sinistra si gioca su questo confronto.
Le resistenze che il liberismo moderato oppone sono forti ma i processi politici e sociali in atto sovvertono certezze ed equilibri consolidati. In questo senso Rifondazione Comunista ha delle grandi chances e lo si percepisce nella rinnovata simpatia che accompagna la nostra iniziativa e nelle nuove convergenze che si stabiliscono. Si pensi al successo di una posizione giustamente intransigente sulla guerra (senza se e senza ma) o al crescente consenso che accompagna l’iniziativa referendaria sull’articolo 18. Per quanto può valere, gli stessi sondaggi riflettono questo clima positivo. Sarebbe ingenuo, tuttavia, non riconoscere che problemi rilevanti restano in campo. In primo luogo, l’esiguità delle forze di cui Rifondazione dispone. In secondo luogo, le enormi contraddizioni che attraversano la sinistra moderata. Su questo tema non si è riflettuto a sufficienza. A me pare che l’esperienza degli anni ’90 non sia rappresentabile solo come una deriva moderata sul piano delle politiche, ma anche come l’avvio di un processo di ridislocazione dal punto di vista sociale della sinistra moderata. Sono mutati i soggetti di riferimento, gli stessi criteri di selezione delle élites politiche. Ciò costituisce una ipoteca rispetto ad una necessaria correzione di linea. Infine, non va neppure sottaciuta la complessità che si pone a livello sociale per l’affermazione compiuta di una linea antiliberista. Faccio solo degli esempi. Benché mi sia presente l’evoluzione del dibattito in corso nei movimenti sui alcuni temi, chiedo: quanto negli stessi movimenti è stato fino ad ora acquisito in ordine all’esigenza di tutelare la sfera pubblica o, ancora, di superare forme istituzionali plebiscitarie? In realtà, i cascami degli anni ‘90 costituiscono ancora una ipoteca per gli stessi movimenti. Nasce da qui l’esigenza di costruire una convergenza politico-programmatica con soggetti politici e sociali, interni ed esterni all’Ulivo. La base programmatica essenziale si può sintetizzare nel rifiuto intransigente della guerra e nell’antiliberismo nella sfera sociale e nella lotta contro il presidenzialismo e nella valorizzazione della partecipazione democratica nella sfera istituzionale. Varie forze già si muovono in questa direzione, attraversano settori importanti dei movimenti sociali e parti della sinistra politica (e non solo). L’insieme di queste forze può proporsi un obiettivo ambizioso: fuoriuscire dal pantano degli anni ’90 e ridisegnare, finalmente, una nuova prospettiva per la sinistra.